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#ReaCT2021 – Introduzione del Direttore: i terrorismi all’epoca del Covid-19

In qualità di Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT, ho l’onore di presentare #ReaCT2021, il 2° Rapporto sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo.

Il rapporto, che offre una sintetica analisi sull’evoluzione delle ideologie radicali e della minaccia terroristica in linea con la direttiva dell’Unione Europea 2017/541 sul contrasto al terrorismo, si inserisce nel dibattito generale come utile contributo all’armonizzazione delle divergenze presenti tra gli Stati membri dell’UE in merito a ciò che debba essere riconosciuto e gestito come un “atto di terrorismo”.

L’Osservatorio ReaCT, prevalentemente concentrato sul fenomeno di matrice jihadista, non manca di studiare e analizzare le altre forme di terrorismo, di radicalizzazione ideologica e di devianza sociale violenta, così come le nuove “teorie cospirazioniste” che potrebbero sfociare in forme di violenta opposizione.

#ReaCT2021 raccoglie i contributi degli Autori che hanno sviluppato le loro valutazioni tenendo conto dei riflessi delle dinamiche sociali e conflittuali legate alla pandemia da Covid-19.

E proprio la pandemia sembrava aver messo il terrorismo in secondo piano quando, improvvisamente, l’ottobre del 2020 ha riproposto una minaccia che “sembrava” essere superata: tra i primi giorni di settembre e l’inizio di novembre si è dipanata una catena di eventi che ha evidenziato con chiarezza uno scenario drammatico e articolato. Sessanta giorni di paura che ci dicono che il terrorismo è ormai un fenomeno “normale” piuttosto che “eccezionale”, quale strumento del conflitto in corso e perdurante.

L’evoluzione del terrorismo jihadista europeo all’alba del 2021

Nel 2019 Europol ha registrato 119 tra attacchi di successo, sventati o fallimentari: di questi 56 sono attribuiti a gruppi etno-nazionalisti e separatisti, 26 a gruppi di estrema sinistra radicale e anarco-insurrezionalisti, 6 a gruppi di estrema destra; 24 sono quelli di natura jihadista, di cui 3 di successo e 4 fallimentari. Il database START InSight ha identificato invece 19 azioni terroristiche e azioni di violenza di matrice jihadista portate a termine nello stesso anno (contro le 7 di Europol), mentre il 2020 si è chiuso con 25 eventi.

Nel 2019 tutte le vittime di terrorismo in Europa sono il risultato di attacchi jihadisti: secondo i dati di Europol sarebbero 10 i morti e 26 i feriti (1 ferito in seguito a un attacco attribuito a gruppi di estrema destra). START InSight rivela un numero superiore di feriti, che sono 48, prevalentemente vittime di attacchi secondari ed emulativi. Nel 2020 vi è stato un significativo aumento di morti rispetto all’anno precedente: 16 persone uccise e 55 ferite.

L’onda lunga del terrorismo associato al fenomeno “Stato islamico”, ha fatto registrare 146 azioni dal 2014 al 2020: 188 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 406 le vittime decedute e 2.421 i feriti (START InSight). Nel 2020 sono aumentati i terroristi recidivi: quasi tre terroristi su dieci. Così come sono aumentati i terroristi già noti all’intelligence (54% del totale nel 2020) e quelli con precedenti penali.

È stato verificato, inoltre, l’aumento del rischio potenziale di terrorismo con l’aumento dei migranti irregolari. Nel 2020 il 20% dei terroristi sono immigrati irregolari. In Francia è aumentato il ruolo degli irregolari nella condotta di azioni terroristiche: se fino al 2017 nessuno degli attacchi era stato condotto da immigrati irregolari, nel 2020 il 40% dei terroristi è un irregolare.

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19.

Le molteplici attività di propaganda svolte durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, e soprattutto gli attentati di Parigi, Nizza e Vienna, hanno ricordato quanto il terrorismo associato allo Stato islamico e ad al-Qa’ida sia attivo anzitutto attraverso Internet. In particolare, lo Stato Islamico ha confermato una narrazione aggressiva, identificando il Coronavirus come un “soldato di Allah”. Un alleato capace di offrire un’opportunità per colpire gli infedeli, in particolar modo i militari e le Forze di polizia a supporto dell’emergenza sanitaria.

Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto

Prevenzione e contrasto all’estremismo violento (PVE/CVE) sono oggi una parte integrante dell’architettura globale anti-terrorismo, ma per essere efficaci e avere una continuità, è necessario un dialogo costante fra ricercatori, operatori sul territorio, forze dell’ordine e legislatori che includa anche una discussione su priorità e aspettative. Misurare i risultati di queste attività rimane un esercizio complesso ma numerosi think tank europei si stanno occupando dell’argomento.

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo attraverso il diritto penale

Per sua stessa natura, il diritto penale antiterrorismo non incide sulle cause della radicalizzazione e del terrorismo. Il ricorso a un diritto penale onnicomprensivo e sproporzionato può anzi produrre effetti collaterali criminogeni. Inoltre, le modalità di esecuzione della pena carceraria prevalenti avrebbero dimostrato la loro inadeguatezza, evidenziando come la radicalizzazione debba essere affrontata come un processo reversibile.

La minaccia terroristica nel Regno Unito: è sempre più difficile identificare, definire, arrestare e condannare

Un esempio di difficoltà nel coordinamento tra attività investigativa, giudiziaria e preventiva è il caso britannico. La complessità della minaccia terroristica con cui si confronta la Gran Bretagna è stata recentemente messa in evidenza da alcuni casi giudiziari che hanno reso vani gli sforzi delle forze di sicurezza e intelligence. Gli eventi terroristici più recenti sono totalmente scollegati dai network terroristici, pianificano azioni talmente casuali e gli strumenti utilizzati dal terrorismo sono così banali che è diventato quasi impossibile riuscire a proteggersi totalmente dalla minaccia. Ciò sta producendo una nuova generazione di radicalizzati che le autorità hanno difficoltà a identificare, definire, arrestare e condannare.

Uno sguardo alle porte dell’Europa: i Balcani

L’attacco terroristico a Vienna, del 2 novembre 2020, ha riportato l’attenzione sulla presenza dello Stato islamico in Europa e i possibili legami nei Balcani, dove sono da tempo presenti soggetti jihadisti, tanto da poter guardare all’area come a un potenziale hub logistico per il jihadismo europeo.

Il Kosovo, piccola nazione dei Balcani occidentali, è uno dei paesi dell’area ad aver fornito il maggior numero di foreign fighter allo Stato islamico. Il Kosovo, nell’aprile del 2019, ha rimpatriato dalla Siria 110 connazionali, divenendo uno dei pochi paesi ad aver rimpatriato propri cittadini ex membri dello Stato Islamico ma lasciando aperta la questione del reinserimento degli ex combattenti terroristi.

Gli altri terrorismi: estrema destra, sinistra radicale e il nuovo fenomeno QAnon ai tempi della pandemia

La pandemia da Covid-19 ha avuto effetti rilevanti anche sulle strategie e le metodologie relazionali e comunicative tipiche sia degli ambienti di estrema destra ed estrema sinistra.

L’estremismo violento di destra si sta evolvendo verso una dimensione transnazionale, mentre sviluppa una preoccupante relazione simbiotica e una stretta interdipendenza con l’estremismo di matrice islamista. La relazione tra i due fenomeni, che si rafforzano vicendevolmente, rappresenta una nuova minaccia per la sicurezza Europea.

Una minaccia per la democrazia è rappresentata, inoltre, dal fenomeno emergente denominato QAnon: il movimento cospirazionista diffuso in più di 70 paesi che presenta un elevato rischio di radicalizzazione in Europa e che, per questo, necessita di un attento monitoraggio al fine di prevenire il rischio potenziale di azioni violente di stampo terroristico.

Grazie a tutti gli Autori che hanno contribuito alla realizzazione di #ReaCT2021. Un ringraziamento speciale va ai due co-editori che hanno contribuito alla realizzazione e alla pubblicazione di #ReaCT2021: Chiara Sulmoni, Presidente di START InSight, e Flavia Giacobbe, Direttore responsabile di Formiche e Airpress.

Claudio Bertolotti – Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT

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INDICE DEL RAPPORTO

Prefazione del co-editore Flavia Giacobbe, Direttore di Formiche – Airpress
Flavia Giacobbe

Introduzione: i terrorismi al tempo del Covid-19
Claudio Bertolotti

Numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa
Claudio Bertolotti

Sessanta giorni di paura: la lezione appresa
Marco Lombardi

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo internazionale attraverso il diritto penale: problemi e prospettive
Francesco Rossi

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19
Stefano Mele

Immigrazione e terrorismo: legami e sfide
Claudio Bertolotti

La minaccia terroristica nel Regno Unito
Raffaello Pantucci

Estremismo di matrice jihadista in Europa. Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto
Chiara Sulmoni

Le strategie di contrasto alla radicalizzazione violenta: il caso studio
Alessandra Lanzetti

L’attacco di Vienna e la pista balcanica
Enrico Casini

L’esperienza del Kosovo nel rimpatrio dei foreign fighters: lessons learned
Matteo Bressan

Estrema destra ed estrema sinistra in tempi pandemici: alcune riflessioni
Barbara Lucini

L’estremismo violento di destra: il suo carattere transnazionale e i suoi rapporti di interdipendenza con l’estremismo islamista
Mattia Caniglia

QAnon: una minaccia per la democrazia
Andrea Molle


#ReaCT2121 – La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19

di Stefano Mele, Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano [1]

La morte di Al-Baghdadi nell’ottobre del 2019 ha sancito il crollo definitivo del Califfato e la sconfitta, almeno sui territori, del sedicente Stato Islamico. Tuttavia, le molteplici e continue attività di propaganda svolte durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19 e soprattutto i recenti attentati di Parigi, Nizza e Vienna hanno ricordato quanto questa organizzazione terroristica sia ben lontana dal poter essere considerata come una minaccia da archiviare all’interno dei libri di storia, ma si trovi, in realtà, in una mera fase discendete e di riorganizzazione. Lo dimostrano il numero sostanzialmente stabile di attentati portati a segno negli ultimi dodici mesi, così come l’elevata quantità di arresti eseguiti dalle Forze di polizia.

Contestualmente, anche Al-Qaeda vive un periodo di forte disorientamento legato, tra le altre cose, alla morte durante il 2020 di ben tre leader della sua organizzazione: Hamza Bin Laden, l’erede di Osama Bin Laden, ucciso a luglio durante una incursione dei Navy Seal tra l’Afganistan e il Pakistan, Abu Muhamamd Al-Masri, ucciso dal Mossad ad agosto nelle strade di Teheran e infine Ayman Al-Zawahiri, morto a novembre in Afganistan per cause naturali.

Nonostante ciò, al fine di mantenere saldo il vincolo con i militanti, sia lo Stato Islamico che Al-Qaeda hanno continuato ad affermare la propria identità puntando anzitutto sulla propaganda e sul proselitismo attraverso Internet e le tecnologie. L’analisi complessiva delle loro attività online durante la pandemia se da un lato restituisce un notevole intensificarsi di queste attività, dall’altro conferma le narrazioni preesistenti e la più ampia strategia di comunicazione, dettata principalmente dalle differenti posizioni di forza attualmente esercitate da queste due organizzazioni terroristiche.

In tal senso, lo Stato Islamico ha proseguito sul ben noto percorso legato ad una narrazione sempre particolarmente aggressiva e conflittuale, identificando il Coronavirus come un vero e proprio “soldato di Allah”. Un alleato, quindi, capace di offrire al loro network – si legge in alcuni comunicati – un’opportunità unica per colpire gli infedeli senza alcuna pietà e quando meno se lo aspettano. L’attenzione si è concentrata in particolar modo nei confronti dei militari e delle Forze di polizia, i quali, secondo i proclami dello Stato Islamico, essendo dispiegati per le strade e per i vicoli a causa dell’emergenza sanitaria, avrebbero rappresentato un bersaglio ancora più facile da colpire.

La propaganda di Al-Qa’ida durante la pandemia, invece, si è posta in netto contrasto con i messaggi di quella dello Stato Islamico, basandosi su narrative molto più “suadenti” e insolitamente concilianti nei confronti dei non-musulmani, tese anzitutto a continuare nel perseguire quella politica “del cuore e della mente” da tempo indirizzata ad affascinare i musulmani comuni e gli occidentali occasionali. Non è un caso, quindi, che la quasi totalità delle loro dichiarazioni durante questo periodo abbiano puntato su un invito generale alle nazioni occidentali ad aderire all’Islam dopo che – si legge – il Coronavirus ha reso impotenti economie, eserciti e governi forti. Ne è un chiaro esempio il documento di sei pagine del marzo 2020, intitolato “The Way Forward: A Word of Advice on the Coronavirus Pandemic”. Destinato in maniera evidente ad un pubblico occidentale, il messaggio di Al-Qa’ida si concentra nell’evidenziare il ruolo del Coronavirus come di una punizione divina per la presunta decadenza morale e intellettuale dell’Occidente. “Vi invitiamo a riflettere sul fenomeno del COVID-19 e a considerare attentamente le sue cause più profonde” – scrivono gli alti dirigenti di Al-Qa’ida – “La verità rimane, piaccia o no, che questa pandemia è una punizione del Signore dei mondi per l’ingiustizia e l’oppressione commesse dai governi che eletti contro i musulmani in particolare e contro l’umanità in generale”. Dopo che un “soldato invisibile” [il COVID-19, ndr] ha rivelato la debolezza intrinseca dei modi materialistici dell’Occidente, il comunicato prosegue con “Un appello generale per le masse nel mondo occidentale ad abbracciare l’Islam”. “Vorremmo condividere con voi il nostro desiderio che siate i nostri compagni nei Cieli la cui estensione è molto più grande della terra e del cielo” – si legge nella dichiarazione di Al-Qa’ida – “È con questo spirito che vorremmo introdurvi all’Islam e invitarvi ad entrare nella pace, perché questa è l’unica via che porta alla prosperità in questo mondo e alla liberazione nell’aldilà”.

Un punto di contatto nelle attività di propaganda di queste due organizzazioni terroristiche lo si può evidenziare, invece, in relazione alle comunicazioni relative alle precauzioni da adottare per evitare le infezioni. Al-Qa’ida, ad esempio, ha ampiamente promosso l’Islam come religione che incoraggia la pulizia e l’igiene personale, anche attraverso le abluzioni regolari per eseguire le preghiere, facendo così un implico riferimento all’igiene come metodo per evitare di essere colpiti dal Coronavirus.

Lo Stato Islamico, invece, soprattutto attraverso la newsletter al-Naba’, ha propagandato in via generica l’osservanza delle misure di salute e sicurezza derivanti dalla letteratura religiosa e dai consigli sulla salute dettati dall’Islam. Questa “sensibilità” verso il proprio network non ha impedito, però, di criticare fortemente le politiche di chiusura delle moschee o di limitazione delle preghiere comuni. Lo Stato Islamico, in particolare, durante il mese di maggio, ha rilasciato una notevole quantità di immagini tese ad esibire i suoi militanti nell’atto di godere dei pasti del Ramadan e della preghiera in comunità senza alcuna traccia di distanziamento sociale.

Gli effetti di breve periodo di questa strategia possono essere rintracciati nei recenti attentati di Parigi, Nizza e Vienna, dove – almeno stando alle informazioni attualmente disponibili – gli attacchi sembrano essere stati compiuti da cellule che si sono ispirate ai messaggi dello Stato Islamico, pur non essendo effettivamente coordinate da questa organizzazione.

Più complessa e meno prevedibile, invece, è la previsione degli effetti di medio-lungo periodo. Se è vero, infatti, che il perdurare della situazione di crisi sanitaria, unita sempre più anche a quella economica, il continuo alimentare e incanalare la rabbia sociale verso azioni ostili e la persistente “chiamata all’azione” dello Stato Islamico, potrebbero rappresentare il mix perfetto per essere costretti a guardare al prossimo futuro con preoccupazione, il risultato finale non è detto che possa essere così scontato e nettamente delineato per tutti gli Stati. Infatti, la stessa pandemia che finora ha rappresentato l’elemento chiave per il rafforzamento delle attività di propaganda online, potrebbe costituire – almeno in Europa – anche il freno alla radicalizzazione violenta, soprattutto fino al perdurare delle misure di cosiddetto “lockdown”. Con l’allentarsi della crisi sanitaria, invece, la situazione dovrà essere analizzata caso per caso e nazione per nazione, al fine di evidenziare quegli indicatori online e “offline” capaci di far presagire il concretizzarsi di una deriva violenta di imminente attuazione.

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[1] Stefano Mele, avvocato e Partner di Carnelutti Studio Legale Associato, ove è il Responsabile del Dipartimento di Diritto delle Tecnologie, Privacy e Cybersecurity. Si occupa a livello nazionale e internazionale degli aspetti politici, strategici e legali dell’impatto delle tecnologie sulla vita dei cittadini, sulle imprese e sulla sicurezza nazionale. È, inoltre, il Presidente dell’Autorità ICT della Repubblica di San Marino. Tra le numerose cariche ricoperte, è anche il Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano e il Presidente del “Gruppo di lavoro sulla Cybersecurity” della Camera di Commercio americana in Italia (AMCHAM). Nel 2020, ha partecipato al prestigioso International Visitors Leadership Program (IVLP) del Dipartimento di Stato americano.


#ReaCT2021 – Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo internazionale attraverso il diritto penale

di Francesco Rossi, MacroCrimes, Start InSight, EU Law Live

Contrastare il terrorismo è un obiettivo prioritario per molti governi. Dopo ogni attentato, le politiche convergono sull’introduzione di nuovi reati, sull’aumento delle pene, sulla previsione di regole processuali derogatorie, sul potenziamento delle misure amministrative di prevenzione. Ciò consente alle autorità di pubblica sicurezza di intervenire ben prima che un individuo radicalizzato passi all’azione. Tuttavia, per sua stessa natura, il diritto penale antiterrorismo non incide sulle cause della radicalizzazione e del terrorismo. Punire la sola radicalizzazione stigmatizza un fenomeno interiore. Quest’ultimo è sì aberrante e astrattamente prodromico a ulteriori sviluppi, ma nei suoi stadi iniziali non può essere assimilato ad altro che ad una forma di ideologia priva di riscontri materiali concretamente pericolosi.

Il ricorso a un diritto penale onnicomprensivo e sproporzionato può anzi produrre effetti collaterali criminogeni. Inoltre, le modalità di esecuzione della pena carceraria prevalenti sono inadeguate ad arginare il problema, ormai annoso, della radicalizzazione in carcere. In questo contesto, la radicalizzazione deve essere affrontata come un processo reversibile.

Anche la gestione degli aspiranti returnees si arresta alla superficie del problema. Gli Stati europei si dimostrano restii a rimpatriare le “famiglie dello Stato Islamico” (donne e bambini compresi) per timore nei confronti della sicurezza e della stabilità politica dell’esecutivo. Una tra le possibili alternative al rimpatrio, lo svolgimento di processi penali nei confronti dei membri dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, pare rappresentare una tentazione per molti. La possibilità più complessa ma al tempo stesso etica e razionale di concentrare gli sforzi sul reinserimento in società dei returnees non è stata finora presa in seria considerazione.

Oggi, larga parte del carico preventivo è addossato sulla sorveglianza e sulla giustizia criminale. Il diritto penale antiterrorismo in Europa è di stampo tendenzialmente carcero-centrico anche rispetto a fatti che non offendono beni o interessi giuridici. Terroristi, individui radicalizzati e in corso di radicalizzazione vengono neutralizzati e sorvegliati il più a lungo possibile attraverso una sequela di misure e sanzioni detentive, nonché di misure di sicurezza successive all’espiazione della pena. Invece, il quadro relativo alla prevenzione extra-penale o comunque non puramente coercitiva della radicalizzazione in Europa è ancora frammentato e controverso. Il ritardo legislativo dell’Italia su questo fronte è emblematico. In ogni caso, non è stata ancora raggiunta una sufficiente uniformità di vedute sui limiti etici e sugli obiettivi concreti che i vari programmi devono porsi. Allo stesso modo, il tendenziale scarto tra gli apporti accademici e le reali esigenze degli operatori professionali sul campo non è ancora stato colmato del tutto.

Al riguardo, andranno considerati con attenzione i programmi di giustizia riparativa implementati in carcere (ad esempio, in Italia e in Spagna) con il consenso e la partecipazione attiva degli autori e delle vittime di reati terroristici. Come suggerisce l’approccio adottato dalla ricerca interdisciplinare “Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto” (a cura di G. Bertagna, A. Ceretti, C. Mazzucato, Milano, 2015), tali programmi possono contribuire a personalizzare il più possibile la risposta della giustizia penale al vissuto delle parti in causa. In ultima istanza, i programmi di tipo riconciliativo sono volti a prevenire la ricaduta nella radicalizzazione e/o la recidiva in reati terroristici, nonché a favorire il reinserimento in società. Tuttavia, la strada in questa direzione è ancora lunga.

[1] G. Bertagna, A. Ceretti, C. Mazzucato (eds.), Milan, 2015.

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#ReaCT2021 – Sessanta giorni di paura: la lezione appresa

di Marco Lombardi, ITSTIME, Università Cattolica.

La pandemia sembrava aver messo il terrorismo in secondo piano quando, improvvisamente, l’ottobre del 2020 ripropone la minaccia che sembrava essere superata: tra i primi giorni di settembre e l’inizio di novembre si dipana una catena di eventi che evidenzia con chiarezza uno scenario drammatico e articolato.

1° settembre, la rivista Charlie Hebdo ripubblica le caricature di Maometto.

2 settembre, si apre a Parigi il processo a 14 imputati per favoreggiamento agli attacchi a Charlie Hebdo e all’ Hyper Cacher.

25 settembre, Zaheer Hassan Mahmoud attacca con un coltello due impiegati della TV davanti alla ex sede di Charlie Hebdo.

27 settembre, inizia la “seconda guerra del Nagorn-Karabakh”, con i turchi a sostegno azero. La guerra termina il 9 novembre.

02 ottobre, il Presidente francese Emmanuel Macron attacca il “separatismo islamista”.

5 ottobre, Nikol Pashinyan, primo ministro armeno, dichiara che l’Europa vedrà presto la Turchia alle porte di Vienna.

16 ottobre, l’insegnante Samuel Paty è decapitato da Abdoullakh Abuyezidvich Anzorov per avere mostrato le caricature di Maometto alla classe. Paty è vittima di una campagna sui social media e della denuncia di suoi tre studenti.

22 ottobre, una donna con il burqa minaccia di farsi saltare alla stazione di Lione, fermata non aveva alcun esplosivo: l’evento è uno dei comportamenti imitativi frutto della “formazione” jihadista.

24 ottobre, il presidente turco Erdoganrisponde alla Francia affermando che Macron, avrebbe bisogno di perizie psichiatriche“, poi invita al boicottaggio dei prodotti francesi e si erge a paladino dell’Islam offeso.

29 ottobre, a Nizza, nella cattedrale, sono sgozzate tre persone da un terrorista tunisino, Brahim Aouissaoui, sbarcato a Lampedusa il 20 di settembre, in quarantena sulla nave “Rhapsody”, identificato e informato di espulsione il 9 ottobre. Aouissaoui fa perdere le sue tracce, il 26 in bus va da Palermo a Roma, il 27 in treno da Roma a Genova: il 28 è a Nizza.

29 ottobre, a Vienna, una cinquantina di giovani di origine turca fanno irruzione nella chiesa di Sant’Antonio al grido di “Allah Akbar”. L’episodio è inserito nel clima delle dichiarazioni di Erdogan.

2 novembre, a poche ore dall’inizio del lockdown, a Vienna vengono uccise 4 persone e 23 sono ferite da Kujtim Fejzulai, nel centro della città, in nove minuti di fuoco in sei punti lungo un percorso di un chilometro. Kujtim, in carcere per avere cercato di raggiungere la Siria e unirsi agli islamisti, era stato rilasciato dopo 22 mesi perché non pericoloso. L’intelligence slovacca aveva informato i colleghi austriaci del tentativo di acquistare munizioni per AK-47 nel luglio 2020.

2 novembre, la Francia mette al bando i Lupi Grigi, gruppo ultranazionalista turco dopo scontri con la comunità armena. Precedentemente, a giugno, il cancelliere austriaco Kurz aveva ordinato la chiusura di 7 moschee legate alle associazioni turche. La Turchia accusa l’Austria di anti-islamismo e razzismo.

La sequenza di eventi che hanno punteggiato queste settimane è una fondamentale lezione per collocare, nella giusta prospettiva, il terrorismo: una minaccia destinata a perdurare in forme organizzative differenti e nuove che sapranno adattarsi ai differenti scenari.

Il generale clima di violenza diffusa che ha trovato un alleato nel virus

Si temeva che il Covid-19 fosse un’occasione utilizzabile dal terrorismo che, nella sua immediata azione propagandistica, chiedeva di cogliere un possibile allentamento nella guardia delle polizie per colpire. Così non è stato, a dimostrazione che i terroristi home-grown condividono il timore per la propria salute tanto quanto i “kuffar” che vogliono colpire. Però il virus, come ogni evento critico, è stato un acceleratore di processi già in corso e il lievito di una cultura e di un clima di violenza diffuso e pervasivo che caratterizza questi anni: dai Gilet Gialli a Hong Kong, da Santiago al Libano, a dimostrazione che la società ha perso nel tempo i corpi intermedi capaci di mediare le tensioni e che la pandemia è un efficace incubatore di comportamenti violenti. Questo contesto ha dato buon gioco ai seminatori di violenza a fare più efficacemente e rapidamente il loro lavoro: i processi di radicalizzazione sono diventati molto più veloci e le ragioni profonde della scelta si sono perse confondendosi con l’immediata manifestazione violenta della propria arrabbiatura personale, che ha superato le motivazioni ideologiche e religiose che stavano dietro al terrorismo.

In questo contesto culturale, il terrorismo islamista è ormai radicato e infiltrato nella quotidianità: il “Califfato” sopravvive nelle famiglie, nelle cerchie di amici, nei propri “clan”, dove la radicalizzazione non è più un processo in corso ma un risultato conseguito. E il terrorismo trova alleati inattesi e inconsapevoli nei denigratori delle vittime, che alimentano i distinguo non comprensibili nella visione radicale del “tutto è o giusto o sbagliato”, come sono stati gli interventi di istigazione contro il docente comparsi sui Social Media.

Il ritardo politico e culturale nel rispondere alla minaccia del terrorismo

La narrazione del “lupo solitario” di queste settimane, è l’esempio della incapacità a superare stereotipi comodi e pericolosi. Gli assassini di Parigi, Nizza e Vienna sono stati aiutati da circuiti amicali di persone non necessariamente ideologizzate ma certamente incapaci di esprimere la loro rabbia al di fuori della violenza estrema che caratterizza la cultura diffusa che abbiamo descritto. Ciò significa che la narrazione del “lupo solitario” è estremamente pericolosa se la si collega a una minaccia per questo meno rilevante. Al contrario, la solitudine del “lupo” è tale solo rispetto a una organizzazione formale assente, ma non rispetto a un circuito informale di sostegno, prima emotivo e poi logistico. Con il risultato di rendere imprevedibile l’azione terroristica. Anche quando i segni sono manifesti nella biografia dei terroristi e nelle azioni, la mancanza di procedure che permettono di scambiare l’informazione per reciproco vantaggio delle agenzie, piuttosto che condividerla gratuitamente sulla base di un progetto, generano vulnerabilità che non sono più tollerabili. Ma neppure sono tollerabili i ritardi operativi che a Vienna permettono una evidente mobilità di un uomo che fa fuoco in sei differenti luoghi. E neppure la sottostima dell’infiltrazione di individui “radicalizzabili” attraverso i percorsi della immigrazione illegale. Nulla di tutto questo è compatibile con la volontà di contrastare la minaccia del terrorismo.

Il terrorismo come arma della Guerra Ibrida

Come per il virus, per il quale non ci sono prove che sia stato volontariamente lanciato nel mondo come arma, ma che è stato utilizzato da tutti come arma una volta diffuso, così per gli attentati, dei quali non ci sono prove che siano stati direttamente attivati da agenzie nazionali, si può affermare che sono stati utilizzati come un’arma nel conflitto ibrido in corso. D’altra parte, il crollo organizzativo di Daesh ha fornito la militanza di terroristi dispiegati dal fronte siriano a quello nord africano, a quello azero come arma di pronto impiego e la vicenda del processo “Charlie Hebdo” ha fornito il contesto comunicativo per orientare il terrorismo dormiente destrutturato, dando nuovi orizzonti per la difesa dell’Umma offesa. Se manca la prova della attivazione tattica è tuttavia evidente quella dell’ispirazione alla serie di attacchi, utile agli interessi nazionali nel quadro più ampio del conflitto. In questo senso è comprensibile l’eredità di Daesh, che ha promosso, legittimato e formato a facili comportamenti violenti troppi aspiranti terroristi, e l’impiego di questa manodopera in modalità sempre più strutturata anche da parte di entità statali.

In conclusione, questi sessanta giorni di paura ci dicono che il terrorismo è ormai un fenomeno “normale” piuttosto che “eccezionale”, quale strumento del conflitto in corso e perdurante. È importante associare a questa visione la consapevolezza di un mondo in cui le minacce si intersecano, sovrappongono e alimentano ma certo mai si eludono a vicenda, per non cadere nell’errore di considerare un tempo sequenziale, come a settembre quando la pandemia sembrava coagulare tutte le preoccupazioni, facendoci dimenticare la pluralità circolare delle minacce: il terrorismo tra queste.

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Numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa

di Claudio Bertolotti

I numeri del nuovo terrorismo in Europa

436 attacchi terroristici, compresi quelli falliti e sventati, sono stati registrati nell’Unione Europea dal 2017 al 2019 (erano 895 nel periodo 2014-2017): il 63% sono attribuiti a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 16% a movimenti della sinistra radicale (in aumento), il 2,8% a gruppi di estrema destra (in diminuzione nel 2019; in aumento nel 2020), il 18% sono azioni di matrice jihadista. Sebbene gli atti riconducibili al jihadismo siano una parte marginale, sono però causa di tutte le morti per terrorismo nel 2019 e di 16 uccisioni nel 2020.

L’onda lunga del terrorismo in Europa, emerso con il fenomeno “Stato islamico” a partire dal 2014, ha fatto registrare 146 azioni in nome del jihad dal 2014 al 2020: 188 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 406 le vittime decedute e 2.421 i feriti (database START InSight).

Nel 2020 gli eventi sono stati 25, contro i 19 dell’anno precedente e con un raddoppio di azioni di tipo “emulativo”, ossia ispirate da altri precedenti attacchi nei giorni precedenti: sono il 48% del totale le azioni emulative nel 2020 (erano il 21% l’anno precedente). Il 2020 ha inoltre registrato una progressiva diminuzione di azioni strutturate e coordinate che, con il tempo, hanno ceduto il “campo di battaglia” urbano europeo alle prevalenti azioni individuali, non organizzate, spesso improvvisate e fallimentari.

L’anagrafica dei terroristi “europei”

L’adesione all’azione terroristica vede una partecipazione sostanzialmente esclusiva sulla base del genere: la conferma è il dato del 96% di attentatori maschi (182), sebbene il 2020 abbia fatto registrare 3 azioni condotte da donne (12% del totale nel 2020). Il numero di attacchi terroristici aumenta all’aumentare dello stock di immigrati di sesso maschile.

I 188 soggetti hanno un’età mediana di 26 anni: un dato che varia nel corso del tempo (24 nel 2016, 26 nel 2017, 25,5 nel 2018, 30 nel 2019 e 25 nel 2020). I dati anagrafici dei 138 terroristi identificati hanno consentito di definire un quadro molto interessante da cui si evince che il 10% dei soggetti è di età inferiore ai 19 anni, il 36% ha un’età compresa tra i 19 e i 26, il 39% tra i 27 e i 35 e, infine, il 15% è di età superiore ai 35 anni.

Aumentano i recidivi e i soggetti già noti all’intelligence

Cresce il numero di recidivi – soggetti già condannati per terrorismo che compiono azioni violente a fine pena detentiva e, in alcuni casi, in carcere: dal 3% del totale dei terroristi nel 2018 (1 caso), al 7% (2) nel 2019, al 27% (6) nel 2020. Ciò conferma la pericolosità sociale di soggetti che, a fronte di una condanna detentiva, non abbandonano l’intento violento ma lo posticipano; un’evidenza che suggerisce l’aumento della probabilità di azioni terroristiche nei prossimi anni, in concomitanza con la fine della pena dei molti terroristi attualmente detenuti.

Parallelamente ai soggetti recidivi, START InSight ha registrato l’aumento di azioni compiute da terroristi già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei: 54% del totale nel 2020, contro il 10% nel 2019 e il 17% nel 2018.

In aumento, infine, i soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non associati al terrorismo): 33% nel 2020 – erano il 23% nel 2019, 28% nel 2018 e 12% nel 2017; un’evidenza che rafforza l’ipotesi delle carceri come luogo di potenziale radicalizzazione e adesione al terrorismo.

Valutare il successo del terrorismo

Il “blocco funzionale” (o stop operativo) è il più importante dei risultati ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo): è la capacità di impegnare le forze armate e di sicurezza distraendole dalle normali attività, interrompere o sovraccaricare il servizio sanitario, influire sulla mobilità limitando l’accesso ad aree urbane, rallentando o deviando il traffico urbano, quello aereo e navale, limitare il regolare svolgimento delle attività a danno delle comunità colpite e, più in generale, infliggere danni, diretti e indiretti, indipendentemente dalla presenza di vittime.

A fronte di un successo tattico registrato nel 34% degli attacchi avvenuti dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace ottenendo il “blocco funzionale” in media nell’82% dei casi, per attestarsi all’92% percento nel 2020: un risultato impressionante considerando le limitate risorse messe in campo dai terroristi.

 


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Dicembre

Algeria: l’Italia ha firmato un MoU per rafforzare il partenariato politico e di sicurezza

L’Algeria e l’Italia, lo scorso 5 dicembre, hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) per il dialogo strategico bilaterale di partenariato, le questioni politiche comuni e la sicurezza globale. Il protocollo d’intesa è stato firmato ad Algeri in occasione della visita del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio e del suo omologo algerino Sabri Boukadoum. Il memorandum d’intesa mira a sviluppare un “partenariato bilaterale” in particolare su temi condivisi quali la Libia, il Mali e, più in generale, la regione del Mediterraneo (Xinhua, 2020,1).

Egitto: esercitazioni navali congiunte con la Grecia nel Mediterraneo

Il 30 novembre, le forze navali egiziane e greche hanno condotto esercitazioni militari congiunte nel Mar Mediterraneo. Le esercitazioni hanno riguardato attività di addestramento operativo e logistico. L’esercitazione è stata condotta dalle unità navali egiziane che avevano già partecipato alle esercitazioni egiziano-russe “Friendship Bridge-3”, concluse a fine novembre nel Mar Nero (Xinhua, 2020).

Israele: Trump annuncia la normalizzazione delle relazioni tra Israele e Marocco

Il Marocco è il quarto paese del Medio Oriente e della regione nordafricana ad avviare piene relazioni diplomatiche con Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ringraziato il re del Marocco e ha accolto con favore lo “storico” accordo di pace tra Israele e Marocco avvenuto all’inizio di dicembre. L’evento segue i recenti passi avanti fatti da Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan nello stabilire legami diplomatici con Israele, accordi in gran parte mediati da Jared Kushner, consigliere e genero dell’allora presidente Donald Trump, e da un team di negoziatori. L’avvio delle relazioni diplomatiche tra i due paesi si è inserito all’interno del progetto politico statunitense di costituzione di un “blocco di solidarietà” tra Israele e diversi paesi arabi come mezzo di contrasto all’influenza iraniana nella regione (Salama, 2020).

Libano: “rivolte del pane” a Beirut per la sospensione dei sussidi per i beni di prima necessità

Continuano le proteste in Libano. Violente manifestazioni nel centro della capitale libanese: i manifestanti hanno incendiato pneumatici e tentato di raggiungere il parlamento. Gli hashtag #lifting_of_subsidies e #Lebanon_revolts sono stati i principali trend su Twitter in Libano. Le manifestazioni di protesta sono state alimentate dalle dichiarazioni del capo della banca centrale in merito alla possibilità di non rinnovo dei sussidi per l’acquisto di farina, carburante e medicinali. In un paese in cui, come più volte evidenziato dalle Nazioni Unite, è in corso una catastrofe sociale per le famiglie più povere la banca centrale ha tentato di arginare la crisi fornendo a tasso favorevole valuta estera agli importatori di beni di prima necessità (tra cui farina e carburante) mentre la sterlina libanese continua a perdere valore a causa della prolungata crisi economica.

Libia: pescatori italiani detenuti dal cosiddetto “esercito nazionale libico” di Haftar

“La guerra del gambero rosso” del Mediterraneo è un elemento che conferma la perdita di influenza dell’Italia in Libia: a fine agosto 2020 le milizie libiche hanno fermato e sequestrato due pescherecci italiani operanti a 35 miglia al largo di Bengasi, città portuale della Libia orientale attualmente controllata dalle milizie del generale Khalifa Haftar. Da allora, i 18 membri dell’equipaggio (8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi), accusati di invasione delle acque libiche, sono trattenuti all’interno delle strutture detentive di Bengasi, mentre Italia e Libia continuano a negoziare il loro rilascio. Circa 40 pescatori sono stati feriti e detenuti negli ultimi 25 anni: sono state sequestrate più di 50 barche, e il rilascio di ognuna è costato fino a 50.000 euro, prezzo pagato solitamente dagli stessi pescatori (D’Ignoti, 2020). L’evento in sé, associato al sequestro e all’immediato rilascio del mercantile turco avvenuto nel mese di dicembre, evidenzia la perdita di influenza dell’Italia in Libia e nel Mediterraneo a favore di altri attori, tra i quali certamente la Turchia (Zahn, 2020).

Marocco: Gli Usa riconoscono la sovranità di Rabat sul Sahara occidentale

Il Marocco è diventato il quarto paese del Medio Oriente e della regione nordafricana a stabilire piene relazioni diplomatiche con Israele: un importante risultato di politica estera per l’amministrazione di Donald J. Trump alla ricerca del sostegno regionale a Israele, in risposta all’attivismo iraniano. Come parte dell’accordo, gli Stati Uniti hanno annunciato di “riconoscere la sovranità marocchina sull’intero territorio del Sahara occidentale”. “Un’altra svolta storica oggi! I nostri due grandi amici, Israele e il Regno del Marocco, hanno concordato di stabilire piene relazioni diplomatiche: un enorme passo avanti per la pace in Medio Oriente! “, ha annunciato l’allora presidente Donald Trump su Twitter (@realdonaldtrump, 11 dicembre 2020). La rivendicazione del Marocco sull’area non è ampiamente condivisa, e le Nazioni Unite considerano il Sahara occidentale un “territorio non autonomo”. Nota come “l’ultima colonia dell’Africa”, l’area contesa si trova tra il sud del Marocco e la Mauritania ed al centro dell’ambizioso progetto di sviluppo del governo marocchino, impegnato ad aumentare gli investimenti e a ridurre la disoccupazione nel tentativo di placare la popolazione saharawi che da tempo cerca l’indipendenza (Salama, 2020), anche attraverso il confronto armato guidato dal fronte del Polisario sostenuto dalla minoranza saharawi.

Tunisia: i manifestanti in Tunisia interrompono la produzione di fosfato

A fine novembre le proteste antigovernative in nome del diritto al lavoro hanno portato allo stop dell’intera produzione di fosfato tunisino. La Gafsa Phosphate, società a gestione statale è stata azienda leader globale nell’estrazione e lavorazione di minerali fosfatici utilizzati per la produzione di fertilizzanti; un settore che ha rappresentato per la Tunisia un’importante fonte di valuta estera. Ma oggi la produzione di fosfati in Tunisia è diminuita in conseguenza della riduzione della domanda da parte del mercato e a causa delle proteste e degli scioperi che hanno costantemente ridotto la produzione e causato perdite per miliardi di dollari. Il governo, che si è impegnato a rispondere alle richieste delle comunità locali interessate dall’attività estrattiva, è però impegnato ad affrontare quella che è la più grave crisi finanziaria della storia tunisina, con un deficit di bilancio pari all’11,4% del PIL (Al Jazeera, 2020).


Operazione EUNAVFORMED “Irini”: limiti e criticità

di Claudio Bertolotti

Il vertice di Berlino come premessa all’operazione “Irini”

I partecipanti alla conferenza di Berlino sulla Libia del 19 gennaio 2020 si sono impegnati a rispettare e attuare pienamente l’embargo sulle armi istituito dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016) e 2473 (2019). In tale contesto, il 17 febbraio 2020 il Consiglio ha raggiunto un accordo politico per l’avvio di una nuova operazione nel Mediterraneo, finalizzata all’attuazione dell’embargo delle armi delle Nazioni Unite sulla Libia utilizzando risorse aeree, satellitari e marittime. Dopo mesi di negoziati la Grecia ha confermato l’assistenza a tutti i migranti irregolari sbarcati dalle navi militari dell’Unione Europea; questione che aveva di fatto bloccato qualunque iniziativa concreta. Questo significa, almeno formalmente, che non dovrebbero giungere in Italia i migranti irregolari eventualmente assistiti dalle navi impegnate nell’operazione.

Il 31 marzo 2020, l’alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha così annunciato l’accordo sulla creazione dell’operazione militare EUNAVFOR MED “Irini”: missione a guida italiana, con il proprio centro operativo confermato a Roma.

la missione prevede ispezioni a navi in alto mare al largo della costa libica che siano sospettate di trasportare armi o equipaggiamenti militari

Oltre alla missione principale di sostegno all’attuazione dell’embargo sulle armi dell’ONU in Libia, la missione prevede ispezioni a navi in alto mare al largo della costa libica che siano sospettate di trasportare armi o equipaggiamenti militari conformemente alla risoluzione 2292 (2016) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Irini” ha ereditato alcuni compiti secondari dall’operazione “Sophia”, tra cui l’addestramento della Guardia costiera e della Marina libiche e i compiti di ricerca e salvataggio.

Ma “Irini”, finalizzata all’attuazione di un embargo sulle armi, non ha sinora raggiunto l’obiettivo primario e questo a causa di una debolezza politica di fondo, dovuta all’eterogeneità delle priorità date dai singoli paesi dell’unione Europea, a cui si somma una limitata capacità militare.

Obiettivi dell’operazione “Irini”

Il 31 marzo 2020, il Consiglio dell’Unione europea ha formalmente dato il via all’operazione militare della UE nel Mediterraneo EUNAVFOR MED “Irini” (in greco “pace”) per contribuire alla realizzazione dell’embargo di armi sulla Libia con mezzi aerei, satellitari e marittimi così come sanzionato dalle Nazioni Unite. L’Unione europea, intenta ad intensificare gli sforzi per far rispettare l’embargo, intende contribuire in tal modo al processo di pace in Libia, attraverso l’avvio di una nuova operazione militare nell’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC) nel Mediterraneo.

contrasto al traffico di esseri umani e distruzione delle reti criminali ad esso associate

L’operazione ha come fine principale l’attuazione dell’embargo anche attraverso la capacità di ispezione di navi dirette per e dalla Libia, dove vi sono ragionevoli motivi per ritenere che tali mezzi trasportino materiale direttamente o indirettamente utile alle parti in conflitto, in violazione dell’embargo; ma l’ampia azione di “Irini” prevede la raccolta di informazioni quanto più estese ed approfondite sul traffico di armi ed equipaggiamenti militari, in alto mare al largo delle coste della Libia. Inoltre, come compiti secondari, EUNAVFOR MED “Irini” svolge attività di:

– monitoraggio e raccolta di informazioni sulle esportazioni illecite dalla Libia di petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati:

– contributo al rafforzamento delle capacità e alla formazione della Guardia costiera libica e della Marina militare nelle attività di contrasto in mare di traffici illeciti;

– contributo al contrasto del business derivante dal traffico di esseri umani e alla distruzione delle reti criminali ad esso associate attraverso il pattugliamento aereo e navale e la raccolta di informazioni;

Il mandato dell’operazione è esteso al 31 marzo 2021 ed è sotto stretto controllo degli Stati membri dell’UE che ne esercitano il controllo politico e la direzione strategica attraverso il Comitato politico e di sicurezza (PSC), sotto la responsabilità del Consiglio e l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. L’attuale operazione è spostata a Est rispetto alla precedente, “Sophia”: non più nel Canale di Sicilia, ma nelle acque tra Egitto e Creta con gli occhi puntati sulla Cirenaica.

Una situazione in progressivo peggioramento: le armi continuano ad arrivare in Libia

A seguito della trasformazione del conflitto libico, che da guerra civile si è trasformato in una “guerra per procura”, i rifornimenti militari di equipaggiamenti tecnologicamente avanzati hanno continuato ad arrivare in Libia via aerea, terrestre e marittima. Il fatto che gruppi armati non statali siano addestrati all’utilizzo di tali equipaggiamenti e sistemi d’arma è una pericolosa premessa non solo per il paese, ma anche per i paesi confinanti con la Libia: tra il 2012 e il 2014, terroristi e gruppi separatisti hanno integrato i loro arsenali con le armi provenienti dai magazzini delle disciolte forze armate libiche; ora tali armi potrebbero essere trasferite nei paesi vicini, alcuni dei quali sono sempre più alle prese con i violenti fenomeni insurrezionali che vedono, tra gli attori attivi e più pericolosi, il cosiddetto Stato islamico (IS) e al-Qa’ida.

l’embargo sulle armi riaffermato alla Conferenza di Berlino è stato violato da molti dei paesi che hanno preso parte al vertice

In tale scenario, l’ottimismo manifestato in occasione della Conferenza di Berlino appare come del tutto ingiustificato. La conferma giunge direttamente dalle Nazioni Unite: l’embargo sulle armi riaffermato alla Conferenza di Berlino è stato da allora violato da molti degli stessi paesi che hanno preso parte al vertice; molti aerei sono atterrati negli aeroporti della Libia occidentale e orientale, trasferendo armi, veicoli blindati, combattenti stranieri e “consiglieri militari”. Come riportato dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) “molti di coloro che hanno partecipato alla Conferenza di Berlino” erano stati coinvolti nel “trasferimento in corso di combattenti stranieri, armi, munizioni e sistemi avanzati” e altre attrezzature militari (Kaim, Schulz, 2020).

Dalla teoria alla pratica: difficoltà operative e limiti politici

Dal 4 maggio la missione dell’Unione Europea EUNAVFORMED “Irini” ha iniziato le attività in mare nella propria area di operazione ma, nonostante l’ottimismo con cui la missione ha preso il via, le differenti visioni dei paesi europei hanno imposto fin da subito limiti evidenti: le navi greca (“Spetsai”, classe “Hydra”) e francese (“Jean Bart”, classe “Cassard”) si sono unite all’operazione alla fine di maggio, mentre Malta, che aveva promesso personale imbarcato appositamente addestrato per la missione, ha successivamente ritirato la propria partecipazione in quello che può essere letto come un apparente tentativo di influenzare il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA) e la Turchia.

Uno schieramento ridotto nelle risorse, sottodimensionato nelle capacità e debole

Alle fregate greca e francese e a un piccolo aereo da ricognizione marittima messo a disposizione da Lussemburgo e Polonia, insieme all’aereo da pattugliamento marittimo P-3C “Orion” tedesco, a luglio si è unita la nave italiana “San Giorgio” e, ad agosto, la tedesca “Hamburg” – una fregata classe “Sachsen” – con a bordo 250 militari; da parte italiana sono resi disponibili inoltre un drone per operazioni di sorveglianza, e le basi logistiche di Augusta, Pantelleria e Sigonella. Inoltre, un aereo P72 da pattugliamento marittimo, un velivolo per l’air early warning (Aew), e un sottomarino “saranno disponibili occasionalmente in supporto”. Uno schieramento che, sebbene il comandante dell’operazione abbia definito “presto capace di raggiungere la piena capacità operativa” (Pioppi, 2020), è di fatto molto ridotto nelle risorse, sottodimensionato nelle capacità rispetto agli obiettivi e reso debole dalla scarsa coesione politica dei 27 partner europei.

La sfida militare della Turchia all’Unione Europea

Il 10 giugno 2020, la fregata greca “Spetsai”, sotto comando italiano e impegnata nel tentativo di controllare il mercantile “Cirkin”, partito dalla Turchia e sospettato di trasportare armi a Tripoli, è stata contrastata nel golfo di Sirte dall’intervento diretto di un’unità militare di Ankara, impegnata nella scorta dello stesso mercantile (Hassad, 2020). Una seconda unità militare turca avrebbe inoltre avviato una manovra di avvicinamento alla fregata di Atene dopo il sorvolo da parte di un elicottero greco del “Cirkin”. L’evento si sarebbe concluso con l’azione turca di inquadramento radar della nave greca: premessa alla minaccia di apertura del fuoco che ha imposto alla “Spetsai” di ritirarsi.

Il mercantile “Cirkin”, battente bandiera della Tanzania, poi giunto senza rallentamenti nel porto di Tripoli l’11 giugno (il giorno successivo all’incidente), risulta essere partito dal Mar di Marmara, a sud di Istanbul, dopo essere stato attraccato in un porto “roll-on roll-off” (RORO) per un carico di armi, equipaggiamenti e mezzi pesanti, compresi veicoli corazzati trasferiti dalla vicina base militare dell’esercito turco. Il mercantile, varato nel 1980, con una lunghezza di 100 metri e un carico massimo di 4.000 tonnellate, è di fatto un cargo turco, già utilizzato in precedenza da Ankara per il trasporto di veicoli corazzati ed equipaggiamenti destinati al GNA.

L’incidente conferma i limiti politici e operativi dell’operazione europea

L’evento, che ha anticipato un analogo fatto che ha visto coinvolta la nave francese (anch’essa “minacciata” da una nave turca), è stato denunciato dalla Grecia come violazione dell’embargo delle Nazioni Unite, mentre la risposta turca ha evidenziato che essendo la “Cirkin” sotto la protezione della Turchia non era necessario l’intervento dell’operazione “Irini”. La Turchia, che ha di fatto messo a nudo le criticità dell’operazione europea nel Mediterraneo e ne ha denunciato la “faziosità e l’unilateralità a favore del generale Khalifa Haftar”, ha suggerito la creazione di un nuovo meccanismo da parte delle Nazioni Unite.

L’incidente, che solo in Grecia ha ottenuto un’ampia eco mediatica, è una conferma dei limiti politici, prima ancora che operativi, dell’operazione “europea e del suo obiettivo di imporre un embargo militare in Libia che, di fatto, al momento non è efficace lungo le rotte navali e non perseguito sui rifornimenti di armi ed equipaggiamenti che giungono alla fazione guidata dal generale Haftar via terra dall’Egitto e via aerea dalla Russia.

I due punti deboli di “Irini”

Il fatto che l’operazione “Irini” sia impegnata prevalentemente nell’attività di contrasto navale alle violazioni dell’embargo solleva interrogativi sulla sua reale efficacia. Due i punti di ingresso in Libia per gli aiuti militari alle due fazioni: il confine marittimo occidentale, che la Turchia ha usato per inviare armi, equipaggiamenti e combattenti al GNA, e il confine orientale, usato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti per sostenere l’Esercito Nazionale libico (LNA) guidato da Haftar. Se l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti intendono trarre vantaggio dalla situazione, la Turchia non ha altra scelta che rifornire Tripoli di armi via mare, attraverso l’area che l’UE si è impegnata a controllare.

Nel merito il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha lamentato che “la missione dell’UE non ha fatto nulla per fermare le spedizioni di altre potenze in Libia”, incluse “le armi che sarebbero state inviate dalla Francia ad Haftar”. Per contro, la Francia, che nega il supporto di Haftar ma è da tempo sospettata di favorirlo, ha espresso rabbia dopo che lo scorso 17 giugno la fregata “Courbet” è stata oggetto di “inquadramento radar” da parte delle fregate turche durante l’ispezione di un mercantile diretto in Libia.

Dell’operazione europea ha parlato anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, evidenziando cosa essa non è e cosa non può fare: “Non si tratta di un blocco navale. Il quadro normativo internazionale include il blocco navale tra i metodi di guerra. Quindi, il blocco rappresenta una misura adottabile solo nel corso di conflitti armati internazionali. “Irini” prevede esclusivamente misure selettive, legittime e pienamente rispettose del diritto internazionale, finalizzate a promuovere il ritorno della pace e della sicurezza in Libia” (di Feo, 2020). Un’affermazione, quella del ministro degli esteri italiano, che conferma implicitamente i limiti strutturali di un’operazione che nasce con due criticità per l’imposizione di un effettivo embargo sulle armi in Libia

Le due criticità: l’attuazione e la difficoltà di allargare il monitoraggio alle frontiere terrestri

La prima criticità è l’attuazione. L’operazione della UE e degli Stati che hanno aderito alla decisione del Consiglio di sicurezza si limita a far rispettare l’embargo sulle armi lungo le rotte marittime. Il Consiglio di sicurezza ha invitato gli Stati a ispezionare tutti i carichi da e per la Libia “nel loro territorio, compresi porti marittimi e aeroporti” se in possesso di informazioni utili a confermare o valutare come possibile la presenza di armi. L’assenza di un quadro giuridico e di un accordo per operare in territorio libico o nei Paesi ad esso confinanti, ha dato la possibilità agli Stati decisi ad infrangere l’embargo di fornire direttamente armi alle parti in conflitto via terra, mare e aria.

La seconda criticità è rappresentata dalla possibilità di allargare il monitoraggio alle frontiere terrestri della Libia, dunque con personale UE a terra, ma solo in caso di richiesta delle autorità locali. Se fino ad oggi era difficile pensare che le due fazioni, Tobruk e il GNA di Tripoli, potessero trovassero un accordo in tal senso, il cessate il fuoco annunciato il 21 agosto da al-Sarraj e Aguila Saleh, portavoce della Camera dei rappresentanti di Tobruk, apre a qualche possibilità (un’ipotesi a cui si somma la possibilità di dimissioni da parte dello stesso al-Sarraj e di un possibile cambio alla guida del GNA, di cui sono circolate voci il 15 settembre). Ad oggi però, in assenza dell’autorizzazione del Consiglio di sicurezza o il consenso delle parti libiche, l’UE non può condurre attività di sorveglianza nello spazio aereo libico, né tanto meno fermare la fornitura di armi per via aerea o imporre l’embargo sulle armi a terra in Libia. Poiché la maggior parte delle armi destinate alle forze del generale Haftar sono trasportate via terra o via aerea, una più severa applicazione dell’embargo sulle armi in mare svantaggia in maniera rilevante il GNA che viene rifornito prevalentemente dalla Turchia attraverso la rotta marittima.

Tuttavia, ci si può chiedere se l’operazione dell’UE non sarà altro che simbolismo, poiché gli Stati membri dell’UE difficilmente saranno disposti a impegnare le risorse navali e di sorveglianza necessarie per applicare efficacemente l’embargo sulle armi.

Analisi, valutazioni, previsioni

Nonostante l’embargo sulle armi approvato dalle Nazioni Unite e parzialmente realizzato dall’operazione “Irini”, la Turchia ha firmato un accordo di cooperazione militare con il GNA e ha inviato droni, veicoli corazzati, mercenari siriani e consiglieri militari turchi a sostegno del governo libico guidato da al-Sarraj, impegnato a contrastare le forze di Haftar. Un sostegno che ha cambiato gli equilibri sul campo, imponendo al LNA di ritirarsi dall’ovest del paese dopo un tentativo fallito di catturare Tripoli, poi trasformatosi in un assedio logorante durato oltre un anno.

È chiaro che con le attuali regole non sarà possibile fermare il flusso di armi e materiali dalla Turchia che ha reso possibile la battuta d’arresto imposta al generale Haftar e consolidato la posizione e il ruolo di Ankara a Tripoli, così come confermato dalla cessione del porto di Misurata alla Turchia e il contemporaneo allontanamento dell’Italia dalla stessa area.

senza una capacità di effettivo intervento e di contrasto alle violazioni dell’embargo la deterrenza viene meno

L’obiettivo di “Irini” è la realizzazione di una barriera deterrente: ma senza una capacità di effettivo intervento e di contrasto alle violazioni dell’embargo la deterrenza viene meno e impone all’Europa una posizione dalla quale potrà al massimo documentare l’impegno bellico della Turchia, prendendo atto del suo trionfo in Libia.

L’impatto complessivo di “Irini” sugli obiettivi prioritari della missione, alla luce di un’assenza di controllo delle rotte terrestri e aeree – ma anche marittime – attraverso le quali tali equipaggiamenti possono giungere, e ad oggi giungono, alle parti in Libia, è al momento parziale. La missione UE, se è parte di una strategia ampia, che deve essere definita e implementata, allora può avere successo. Altrimenti no.

Come recentemente suggerito dall’European Council for Foreign Affairs (ECFR), l’Italia dovrebbe cogliere l’opportunità offerta dalla presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione Europea per creare una piattaforma dalla quale possa, insieme agli alleati, far rispettare le norme internazionali sul conflitto, mediare tra i competitor internazionali impegnati ad alimentare la guerra per procura in Libia e dare il via a una nuova conferenza delle Nazioni Unite sulla Libia. Un impegno in questa direzione renderebbe vani gli sforzi della Russia, intenta a prolungare la guerra, e potrebbe colmare il vuoto tra la Turchia su un fronte e gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto sull’altro. La recente risoluzione 2473 (2019) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a sostegno dell’operazione “Irini” può essere un ottimo punto di partenza per rafforzare (o creare) una visione politica europea che possa trasformarsi in azione diplomatica e militare. In tale quadro, per i paesi dell’Unione sarebbe auspicabile l’avvio di una vera operazione, imparziale ed equilibrata, basata su una strategia condivisa che possa concretamente realizzare gli impegni della Conferenza di Berlino, che sono a premessa dell’operazione “Irini”. Per fare ciò, l’embargo non potrà che essere esteso alle vie di accesso aeree e terrestri, e non limitato a un mero e parziale sforzo navale (Varvelli e Megerisi, 2020).

analisi pubblicata sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N° 2/2020


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Agosto

La Redazione

Algeria: risposta alla crisi. L’Algeria apre al settore privato: banche, compagnie aeree, società di trasporto marittimo

L’Algeria apre al settore privato che potrà dar vita a banche e società di trasporto aereo e marittimo di merci e passeggeri: una scelta volta a ridurre la spesa, ormai non più sostenibile, di uno stato storicamente onnipresente nell’economia del paese. Una scelta che dovrebbe portare da una fallimentare e non sostenibile economia monopolistica di stato a un’econimia aperta al mercato: queste le intenzioni annunciate il 18 agosto dal presidente Abdelmadjid Tebboune. La decisione è parte di riforme più ampie per far fronte ai problemi finanziari causati dal forte calo dei proventi delle esportazioni di energia, la principale fonte di finanziamento statale. Eletto a dicembre 2019, Tebboune vuole incoraggiare gli investitori privati ​ nel tentativo di sviluppare il settore non energetico e ridurre la dipendenza da petrolio e gas. Le riserve di valuta estera dell’Algeria sono scese a 57 miliardi di dollari da 62 miliardi di gennaio, mentre i ricavi delle esportazioni di energia dovrebbero raggiungere 24 miliardi di dollari alla fine del 2020 rispetto ai 33 miliardi nel 2019. I guadagni energetici rappresentano attualmente il 94% delle esportazioni totali e il governo mira a portare tale cifra all’80% dal prossimo anno, aumentando il valore delle esportazioni di prodotti non energetici a 5 miliardi dagli attuali 2 miliardi. Per raggiungere questo obiettivo, il governo stanzierà circa 15 miliardi di dollari per aiutare a finanziare progetti di investimento (MEMO – Middle East Monitor, 2020).

Egitto: accordo con la Grecia per la designazione di una nuova zona economica esclusiva (EEZ)

Il 6 agosto al Cairo, Grecia ed Egitto hanno firmato l’accordo per la designazione parziale di una zona economica esclusiva (EEZ) nel Mediterraneo orientale. Per Atene, l’accordo ha effettivamente annullato un accordo marittimo tra la Turchia e il GNA dello scorso anno. Questo accordo fa parte di una più ampia strategia di risoluzione di questioni bilaterali, volta a costruire alleanze con terze parti in modo da promuovere gli interessi nazionali dei due paesi, nel rispetto del diritto internazionale. È al tempo stesso un accordo che vuole porsi in linea con il diritto del mare delle Nazioni Unite, un atto di diritto internazionale in cui la Turchia è uno dei 15 paesi al mondo a non avere firmato o ratificato. L’accordo con l’Egitto è arrivato dopo che la Grecia ha firmato un precedente accordo con l’Italia, il 9 giugno, che ha di fatto esteso un accordo del 1977 tra i due stati in merito alle piattaforme continentali nel Mar Ionio.

Israele: un accordo di pace con gli Emirati Arabi Uniti

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti (UAE) Mohammed bin Zayed hanno siglato un accordo di pace: Israele “sospenderà” temporaneamente l’estensione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania, come parte di un nuovo accordo di pace. L’accordo è stato annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Gli Emirati Arabi Uniti e Israele, in base all’accordo, scambieranno proprie ambasciate e ambasciatori. Gli UAE saranno così il terzo Paese arabo ad avviare relazioni ufficiali con Israele, dopo Egitto e Giordania. Netanyahu ha formalmente ringraziato il presidente egiziano Adel-Fattah el-Sisi e i governi di Oman e Bahrain per il loro sostegno alla normalizzazione delle relazioni tra Abu Dhabi e Gerusalemme.

Ma il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) Mahmoud Abbas ha rigettato l’accordo di pace definendolo “un tradimento di Gerusalemme”. In una dichiarazione letta alla televisione palestinese, il portavoce di Abbas, Nabil Abu Rudeineh, ha detto: “La leadership palestinese rifiuta quanto fatto dagli Emirati Arabi Uniti e lo considera un tradimento di Gerusalemme, della moschea di Al-Aqsa e della causa palestinese. Questo accordo è un riconoscimento de facto di Gerusalemme come capitale di Israele”. L’AP ha anche annunciato che avrebbe ritirato immediatamente il proprio ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti (Fonte: agenzia di stampa palestinese Wafa). Funzionari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) hanno respinto l’accordo, così come il gruppo militante palestinese Hamas.

Libano: l’esplosione di Beirut una svolta per il Libano?

Nel pomeriggio del 4 agosto 2020, due esplosioni sono avvenute nel porto della città di Beirut, capitale del Libano. La seconda esplosione è stata estremamente potente e ha causato almeno 177 morti, 6.000 feriti e 10-15 miliardi di dollari di danni, lasciando circa 300.000 persone senza casa. L’incidente è stata provocato dall’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio – un materiale altamente combustibile utilizzato per produrre fertilizzanti e bombe. La spaventosa negligenza che ha lasciato più di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate nel porto in condizioni climatiche inadatte, senza la supervisione di esperti, per più di sei anni è la conferma di un paese afflitto da corruzione endemica e incompetenza, devastato da decenni di conflitti settari, assenza di governance e cinici giochi politici la cui regia è nelle mani degli Stati regionali in collaborazione con gli attori interni. Aggravata dalla pandemia, la corruzione endemica e il malgoverno hanno portato l’economia nazionale alla rovina: l’ormai cronica crisi economica e sociale ha inevitabilmente portato verso il fallimento dello Stato, anche se il Libano è già da anni uno stato fallimentare.

Per mesi i prezzi dei beni sono aumentati vertiginosamente e la classe media è sprofondata nella povertà e nella disperazione. Per settimane, prima dell’esplosione, i residenti della capitale hanno manifestato contro la cattiva gestione e l’incertezza economica. Dal giorno dell’esplosione, i manifestanti hanno poi cercato di superare con la forza i cordoni della polizia e dell’esercito; in tale situazione, il parlamento libanese ha approvato lo stato di emergenza che concede ampi poteri all’esercito: limitazione di libertà di parola, di riunione e di stampa, nonché libertà per le forze armate di entrare nelle abitazioni private e arrestare chiunque sia considerato una minaccia alla sicurezza. Ma ciò non è bastato a contenere le manifestazioni di protesta; manifestazioni che hanno indotto il premier Hassan Diab e il suo gabinetto a dimettersi: ma la crisi è troppo profonda per essere risolta con un cambio di gestione.

L’impatto della crisi è forte, soprattutto nelle aree urbane. Le persone cercano di andarsene o di sopravvivere grazie al sostegno economico di parenti all’estero; altri stanno ricorrendo al sostegno di Hezbollah. Le sanzioni economiche hanno reso l’Iran meno generoso, ma Hezbollah continua a mantenere una capillare rete di clientelismo. La principale conseguenza a breve termine è la frammentazione e la criminalizzazione, alimentata da un tasso di disoccupazione tra i più elevati della regione, anche a causa dell’oltre milione e mezzo di profughi siriani (su una popolazione di 4 milioni di abitanti) che si aggiungono agli arabi palestinesi. A lungo termine, resta da vedere in quale sfera di influenza finirà il Libano:

  • l’Iran sta cercando di sfruttare la situazione di stallo, ma non può alleviare il suo bisogno finanziario;
  • Hezbollah ora guarda sempre più alla Cina, come il governo che sta cercando di attirare investimenti cinesi;
  • la stessa Cina guarda con grande interesse alla possibilità di un ulteriore hub nel Mediterraneo orientale (oltre alle teste di ponte che ha già in Egitto e Grecia), (Holslag, 2020).

Libia: un cessate il fuoco? E la Turchia si prende Misurata

Fajez Al Sarraj ha annunciato il 21 agosto il cessate il fuoco in tutto il Paese e ha chiesto la smilitarizzazione della città di Sirte, controllata dalle forze del generale Haftar. Al Sarraj ha anche ha annunciato elezioni a marzo con “un’adeguata base costituzionale su cui le due parti concordano”. Dopo le dichiarazioni del GNA, anche Aguila Saleh, portavoce della Camera dei rappresentanti di Tobruk, ha annunciato il cessate il fuoco. “Il nuovo stop taglia la strada a ogni ingerenza straniera e si conclude con l’uscita dei mercenari dal Paese e lo smantellamento delle milizie” ha detto Saleh aggiungendo: “Cerchiamo di voltare la pagina del conflitto e aspiriamo ad un futuro di pace e alla costruzione dello Stato attraverso un processo elettorale basato sulla Costituzione“.

Secondo Ahval News, Turchia e Qatar hanno firmato un triplice accordo di cooperazione militare con il governo libico destinato a rafforzare la difesa del governo contro le forze di Khalifa Haftar e, di conseguenza la presenza e il ruolo della Turchia e del Qatar (e dunque dei gruppi islamisti) nella regione. L’accordo, annunciato il 17 agosto dal vice ministro della Difesa libico Salam Al-Namroush, realizzerà strutture militari e avvierà programmi di addestramento all’interno del Paese. Questa cooperazione includerà il finanziamento da parte del Qatar dei centri di addestramento militare e la creazione di un centro di coordinamento trilaterale e di una base navale turca nella città di Misurata. Il supporto e la consulenza saranno anche fornite alle forze governative libiche come parte dell’accordo. L’Italia, da anni presente a Misurata con un proprio ospedale militare, è stata allontanata dall’area, rendendo vani gli sforzi fatti sino a ora. Lo stesso personale italiano sarà dislocato nei pressi della capitale Tripoli.

Siria: In riduzione le truppe statunitensi in Iraq e Siria

Il comandante militare americano in Medio Oriente ha dichiarato che i livelli delle truppe statunitensi in Iraq e Siria si ridurranno molto probabilmente nei prossimi mesi, pur ammettendo di non aver ricevuto l’ordine per avviare il ritiro delle unità. Il generale Kenneth F. McKenzie Jr., capo del comando centrale del Pentagono, ha detto che le 5.200 truppe in Iraq impegnate a combattere ciò che rimane del gruppo Stato islamico e ad addestrare le forze irachene “saranno adeguate” dopo le consultazioni con il governo di Baghdad. Il generale McKenzie ha detto che si aspetta che le forze americane e le altre forze della NATO mantengano “una presenza a lungo termine” in Iraq – sia per aiutare a combattere gli estremisti islamici che per controllare l’influenza iraniana nel paese. Non è stata confermata l’entità delle forze che rimarranno in teatro, ma fonti non ufficiali riportano un totale di forze residue non inferiori a 3.500 unità statunitensi. Nonostante la richiesta del presidente Donald J. Trump, orientate a un ritiro completo di tutte le 1.000 forze americane dalla Siria, il presidente ha confermato la permanenza di circa 500 soldati, per lo più nel nord-est del paese, che assistono gli alleati curdi siriani nella lotta contro i combattenti del gruppo Stato islamico (Schmitt, 2020).

Marocco: Il Marocco e il Portogallo si impegnano a combattere la migrazione irregolare

Il Portogallo e il Marocco si sono impegnati a unire gli sforzi per frenare la migrazione irregolare: Rabat e Lisbona hanno annunciato la decisione a seguito di una videoconferenza tra il ministro degli Interni portoghese, Eduardo Cabrita, e il ministro degli Interni del Marocco, Abdelouafi Laftit. I due ministri hanno discusso di cooperazione tra il Marocco e l’Unione europea sui temi della sicurezza e hanno manifestato la disponibilità dei loro governi a “intensificare” la cooperazione in materia di sicurezza all’interno del più ampio programma UE-Marocco di prevenzione e lotta contro la “migrazione illegale e la tratta di esseri umani”. Il progressivo spostamento del flusso migratorio verso il Portogallo è direttamente collegato all’azione di contrasto attuata dal Marocco nella tratta verso la Spagna, che è stata a lungo la rotta tradizionale delle ondate di migranti irregolari (Tamba, 2020).

Tunisia: Stop alle partenze dei migranti verso l’Italia. Intanto la crisi economica peggiora

Migliaia di migranti sono sbarcati a Lampedusa e in Sicilia nei mesi di luglio e agosto. Il governatore della regione siciliana ha chiesto di proclamare lo stato di emergenza a causa degli hotspot per l’accoglienza ai migranti irregolari che hanno superato la capacità di contenimento e dal numero di migranti risultati positivi al COVID19. La maggior parte dei migranti sbarcati a Lampedusa e in Sicilia proveniva dalla Tunisia: nel 2020 quasi la metà delle oltre 16.000 persone sbarcate sulle coste italiane è partita dalla Tunisia.

A seguito delle pressioni del ministero degli Esteri italiano, il 6 agosto la Tunisia ha annunciato di aver messo a disposizione più mezzi per contrastare le partenze irregolari di migranti, in particolare: unità navali, dispositivi di sorveglianza e squadre di ricerca in prossimità dei punti di imbarco (ANSA).

Il 18 agosto, il ministro dell’Interno italiano Luciana Lamorgese e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno visitato Tunisi, accompagnati dal Commissario europeo per gli Affari interni Ylva Johansson e dal Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato Oliver Varhelji; al termine del’incontro il ministero dell’Interno italiano ha donato 11 milioni di euro (13 milioni di dollari) al governo tunisino da utilizzare negli sforzi per arginare il flusso di migranti.

La decisione è arrivata in un momento critico per il Paese sia a livello economico che politico. Numerose proteste sono scoppiate nel paese quest’anno a causa della diffusa e crescente disoccupazione, la mancanza di sviluppo e la carenza di servizi pubblici nel settore sanitario, elettrico e idrico. La situazione economica sta peggiorando anche in uno dei principali settori trainanti dell’economia tunisina, quello turistico dove i ricavi sono scesi del 56% a fine luglio a 1,2 miliardi di dinari contro i 2,6 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno (ANSA). La crisi economica è un fattore di spinta per i migranti tunisini.

A livello politico, il primo ministro designato della Tunisia Hichem Mechichi ha detto che formerà un governo puramente tecnico a seguito delle dispute tra i partiti politici sulla formazione della prossima amministrazione del paese. La decisione porterà probabilmente il primo ministro designato a confrontarsi con il partito islamista Ennahdha, il più grande gruppo politico in parlamento, che ha annunciato che si sarebbe opposto alla formazione di un governo non politico. Tuttavia, la proposta di un governo di tecnici indipendenti da partiti politici otterrà il sostegno del potente sindacato UGTT e di alcuni altri partiti, tra cui Tahya Tounes e Dustoury el Hor.


PREVENZIONE E CONTRASTO AL TERRORISMO INTERNAZIONALE E ALL’ESTREMISMO – AUTUMN SCHOOL DELLA SIOI

SONO IN CORSO LE ISCRIZIONI PER L’AUTUMN SCHOOL DELLA SIOI IN COLLABORAZIONE CON NATO DEFENSE COLLEGE FOUNDATION IN PROGRAMMA DAL 6 al 21 NOVEMBRE 2020 

LA PREVENZIONE E IL CONTRASTO AL TERRORISMO INTERNAZIONALE E ALL’ESTREMISMO

  • sei incontri, il venerdì dalle ore 14:00 alle ore 17:30 ed il sabato dalle 9:00 alle 12:00

  • le lezioni saranno in modalità web live con la possibilità di interazione tra partecipanti e docenti

ll Corso ha l’obiettivo di fornire le conoscenze teoriche ed empiriche necessarie per interpretare le dinamiche politiche internazionali e favorirne il dibattito sugli aspetti più significativi attraverso il contributo di analisti ed esperti selezionati nei settori delle Istituzioni, della ricerca e del giornalismo.

Temi
• Il modello italiano tra controllo del territorio e condivisione di informazione
• Le integrazioni tra controterrorismo e prevenzione dell’estremismo
• La mappa del jihadismo globale
• Il terrorismo in Francia, Germania e Italia: tra attacchi, contrasto ed espulsioni
• I meccanismi internazionali di prevenzione all’estremismo e al radicalismo
• Deradicalizzazione, disengagement, depotenziamento, riabilitazione e reinserimento sociale

Il Corso è rivolto a giornalisti, ricercatori, funzionari della Pubblica Amministrazione, Forze dell’Ordine e Forze Armate, e a tutti coloro che sono interessati a comprendere ed approfondire le moderne forme di terrorismo e di estremismo, così come le modalità di prevenzione e contrasto.

Per le iscrizioni e tutte le informazioni nel dettaglio (costi, logistica e via dicendo) visitate il sito della
SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

 


Dall’Osservatorio ReaCT – L’impegno militare europeo nel contrasto al terrorismo in Africa occidentale e nel Sahel

di Marco Cochi
(articolo pubblicato sul sito dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT)

«L’amministrazione Trump è divisa su come combattere i terroristi, sostenere gli alleati e contrastare i competitor globali nell’Africa occidentale. I messaggi contrastanti che arrivano da Washington stanno confondendo gli alleati in Europa, che sono profondamente impegnati nel garantire la sicurezza nella regione». Così, alla fine di febbraio, il Premio Pulitzer e giornalista del New York Times, Eric Schmitt, cominciava la sua analisi sulle conseguenze e le reazioni all’annuncio fatto alla fine del 2019 dal segretario alla Difesa Mark T. Esper di operare pesanti tagli alla presenza militare statunitense nel continente.

Tagli che dovrebbero includere la chiusura della nuova Nigerien Air Base 201 per droni, costata 110 milioni di dollari e divenuta operativa lo scorso novembre; oltre che l’interruzione degli aiuti alle forze francesi dell’Operazione Barkane impegnata nel contrasto ai gruppi jihadisti attivi in Mali, Niger e Burkina Faso.

Tuttavia, lo scorso aprile il comandante dell’Africom, il generale Stephen Townsend, sembra aver contraddetto l’annuncio di Esper, dichiarando che «gli Usa continueranno a sostenere i partner africani, soprattutto dopo che al-Qaeda e l’Isis hanno affermato di utilizzare lo sconvolgimento globale derivato dalla diffusione della pandemia come un’opportunità per promuovere la loro agenda terroristica».

CONTINUA SUL SITO DELL’OSSERVATORIO REACT