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Il movimento terrorista QAnon: la sua evoluzione dal Pizzagate all’attacco al Campidoglio

di Andrea Molle

Il 6 Gennaio 2021 verrà ricordato dalla storia come il giorno in cui il Congresso americano è stato assediato da un gruppo di sostenitori del Presidente incapaci di ammetterne la sconfitta elettorale. Nel giorno che avrebbe dovuto semplicemente ufficializzare la vittoria elettorale di Joe Biden, il Campidoglio è stato invaso da decine di manifestanti la cui intenzione era quella di trovare e distruggere i voti espressi dai grandi elettori, nel vano tentativo di impedire la sconfitta di Donald Trump. Dal canto suo il Presidente uscente, venendo meno ai suoi doveri costituzionali, senza condannare fermamente le violenze che, come si sarebbe poi saputo al termine degli eventi, hanno anche provocato 4 vittime tra i manifestanti, si è limitato a chiedere agli stessi di tornare alle proprie abitazioni, ribadendo ancora una volta che la sua sconfitta è solo frutto di brogli elettorali. In quella che gli analisti già indicano come la più pericolosa crisi costituzionale dai tempi della Guerra Civile, tra i manifestanti spiccano i seguaci del movimento QAnon capeggiati da Jake Angeli, una figura ormai nota alle autorità e agli studiosi delle Teorie complottiste.

Cos’è QAnon e perché rappresenta un pericolo per la democrazia?

Il brand QAnon raccoglie al suo interno i seguaci delle rivelazioni cospiratorie di un anonimo (in gergo “Anon”) utente internet, in realtà uno pseudonimo collettivo, denominato Q. QAnon è un fenomeno di origine americana diffuso oggi, anche grazie alla pandemia di COVID-19, in più di 70 paesi del mondo e che presenta un elevato rischio di radicalizzazione. L’origine di QAnon è recente, sebbene il cospirazionismo sia tipico della società americana già a partire dalla Guerra Fredda. La necessità di monitorare attentamente questo movimento deriva prima di tutto dal fatto che sia per i suoi contenuti che per le sue recenti attività, inclusi i fatti di Washington DC, QAnon pone un serio problema di radicalizzazione e ordine pubblico.

Quando e come nasce QAnon?

L’origine di QAnon è relativamente recente, sebbene il tessuto cospirazionista su cui si sviluppa è una costante della politica americana almeno a partire dalla Guerra Fredda. Ufficialmente, QAnon nasce tra il 2016 e il 2017 a seguito delle elezioni presidenziali americane che videro il candidato repubblicano Donald J. Trump, già identificato come una figura messianica dai diversi gruppi cospirazionisti, prevalere sulla candidata democratica Hillary Clinton. Con l’elezione di Trump, i gruppi che ne avevano supportato la campagna elettorale si sono strutturati come una vera e propria base elettorale del Presidente, indipendente e spesso in contrapposizione con la tradizionale base del Partito Repubblicano, e cui Trump ha fatto costante riferimento per le sue battaglie politiche. Spesso censurati dai media mainstream, questi movimenti hanno finito per raccogliersi sotto l’etichetta di QAnon, creando la massa critica necessaria a strutturare un vero e proprio network dotato di sistema parallelo di social media, come ad esempio le note piattaforme 4chan, 8chan, gab.com, Parlor e Telegram, tramite il quale diffondere le proprie teorie e reclutare nuovi membri. Il brand di QAnon è divenuto così una sorta di franchise che raccoglie oggi tutti quegli individui, e gruppi, che fanno riferimento alle rivelazioni di Q, ma non consiste in una vera e propria organizzazione gerarchica.

Chi è Q e in cosa credono i seguaci di QAnon?

Inizialmente, Q si presentò come un esponente governativo intenzionato a rivelare la verità sul deep state, i “poteri forti”, tramite indizi la cui interpretazione veniva lasciata ai lettori. Questa presunta cabala, formata da politici, imprenditori e attori dediti a rapimenti, sacrifici umani e culti satanici avrebbe l’obiettivo di raggiungere l’immortalità e asservire le masse dopo il grande reset causato dalla pandemia. Dato che il deep state era combattuto solo da Trump, aiutato dai leader sovranisti alleati, la sua mancata rielezione viene oggi letta dai seguaci di Q sia come una sconfitta del loro leader che come la prova dell’esistenza stessa della cospirazione. Per questo motivo i seguaci di QAnon sono oggi attivi sostenitori della teoria dei brogli elettorali e, come si è visto, non esitano a intraprendere ritorsioni violente.

Come vengono costruiti i contenuti di QAnon?

In aggiunta al suddetto core belief di QAnon, ciascun utente o “gruppo di ricerca della verità” può aggiungere o modificare contenuti e adattare il messaggio alle proprie esigenze, come si evince dallo schema successivo.

 

Sulla base delle evidenze empiriche raccolte negli ultimi due anni, la comunità scientifica che studia le teorie del complotto e della cultura partecipativa vede QAnon in continuità con il fenomeno New Age. Per questo motivo QAnon è considerato dagli studiosi come una novità nel mondo cospirazionista e un vero e proprio fai-da-te, un open-world, cospiratorio. Gli stessi analisti considerano come molto elevato il rischio di una radicalizzazione di massa, soprattutto tra le fasce giovani e meno istruite della popolazione. Ciò è dovuto al carattere interattivo, molto appagante, dei sui contenuti cospiratori e ai continui riferimenti alla letteratura di genere fanta-politico che rendono l’esperienza di fruizione di contenuti estremamente avvincente.

Come si diffonde e come opera QAnon?

Sebbene esso sia nato come un fenomeno assolutamente marginale, proprio grazie alla sua flessibilità, esso ha poi preso velocemente piede sui social media. Ad esempio su YouTube, dove creatori di contenuti conservatori come TRU Reporting o SGT Report channel hanno iniziato a produrre decine di video ispirati dagli indizi di Q, ottenendo immediatamente centinaia di migliaia di visualizzazioni. Pochi mesi dopo l’arrivo sulla scena di Q il movimento contava già su una vasta rete di canali YouTube, podcast e libri dedicati al deep state, oltre agli immancabili gadgets a tema come bandiere o magliette che hanno finito per diventare di moda anche tra i non affiliati. Slogan e simboli di QAnon, ad esempio l’hashtag #WWG1WGA (“Where We Go One We Go All”), hanno iniziato a popolare l’ecosistema dei social media e dei movimenti conservatori e hanno fatto capolino nella vita quotidiana e nelle manifestazioni sia di supporto al presidente Trump che più in generale di opposizione al mondo liberal. Allo stesso tempo il fenomeno QAnon ha iniziato a manifestare il suo lato più estremo e radicale, approfittando dell’avvenuta auto-radicalizzazione di certi sui seguaci. Già a partire dal 2017, con il celebre Pizza Gate che vide un uomo armato fare irruzione nel Comet Ping Pong Pizzeria a Washington, DC sostenendo di essere in missione per liberare i bambini tenuti in ostaggio nel seminterrato, diversi affiliati a QAnon sono stati implicati in fatti di cronaca nera. Si stima che a maggio 2020 ben undici omicidi, due assalti a mano armata, due casi di rapimento e due attentati incendiari ai danni di un centro per la pianificazione familiare, che offre interruzioni di gravidanza, e di una moschea siano attribuibili ad esponenti di QAnon. Il crescente numero di questi casi è risultato nella designazione di QAnon come un’organizzazione estremista e oggi anche potenziale minaccia terroristica interna da parte dell’FBI, la prima teoria della cospirazione ad essere classificata come tale. La mancanza di un’organizzazione definita e strutturata, con mandanti identificabili, ha reso tuttavia molto difficile per le autorità americane perseguire gli affiliati QAnon. In molti casi si tratta infatti di individui che aderiscono semplicemente al suo messaggio e ne sfruttano l’ideologia, ma operano in modo autonomo, come ad esempio nel recente attentato di Nashville. In questo caso l’attentatore pare essere stato motivato dall’opposione alla tecnologia 5G e al vaccino contro il virus SARS-COV-2, entrambi da lui considerati come strumenti governativi di controllo delle masse. In altri, il movimento si presenta in modo più strutturato, come nel caso dell’assalto al Campidoglio.

Quanto è realmente diffuso QAnon nel mondo?

Venendo alla sua diffusione, QAnon è presente in più di 70 paesi con interventi che vanno dall’attività di individui direttamente affiliati a reposter occasionali. La diffusione di QAnon è stata poi certamente aiutata dalla recente pandemia di COVID-19 e dalla costante diminuzione della fiducia nelle istituzioni. Se goggletrend rileva un interesse altalenante per il movimento, il numero di Tweet correlati al QAnon è infatti passato dai quasi 5 milioni nel 2017 a oltre 12 milioni nel 2020. Quanto al numero di effettivi seguaci, in America QAnon ha oggi superato il milione e mezzo mentre in Europa si stima intorno ai 500.000 affiliati.

Se Donald Trump rimane una figura chiave della narrazione cospirazionista e il movimento è per la maggior parte incentrato su temi politici americani, stiamo recentemente assistendo a un boom di QAnon anche in Europa, dove il movimento conta seguaci presenti su diversi social media. NewsGuard, un’organizzazione internazionale che valuta l’affidabilità dei siti di informazione, ha recentemente pubblicato un rapporto estremamente dettagliato sul fenomeno QAnon in Europa. In Francia, paese dove il movimento è presente da diverso tempo, sebbene ancora in modo limitato, QAnon è penetrato grazie al movimento dei “Gilet Gialli” ed è oggi in costante crescita grazie al movimento No-Vax. Nel Regno Unito, QAnon ha raccolto i primi consensi durante la campagna per la Brexit. Senza menzionare apertamente il movimento, gruppi come Citizens Unite UK #wakeup utilizzano le idee di QAnon in modo indiretto, con continui riferimenti all’élite globale e alla necessità per i cittadini britannici di impegnarsi a combattere gli attacchi ai loro diritti perpetrati dal Governo. In Germania, la seconda nazione per diffusione dopo gli Stati Uniti, QAnon ha fatto breccia tramite i movimenti di estrema destra e il sentimento anti-Merkel che sono cresciuti esponenzialmente durante il lockdown. Anche certi movimenti di sinistra, in particolare quelli legati alla galassia ecologista, sono sempre più attratti dalla sua retorica. Qui il numero di followers di account associati a QAnon è salito a più di 200.000, secondo la stima più recente della Fondazione Amadeu-Antonio che si occupa di monitorare l’estremismo di destra e l’antisemitismo in Germania. Il più grande canale QAnon in lingua tedesca su Telegram, Qlobal Change, ha quadruplicato i suoi followers nel 2020 raggiungendo l’impressionante numero di 123.000 e oltre 18 milioni di visualizzazioni per i suoi contenuti di YouTube. Nei Paesi Bassi, gli account dei social media che sono apertamente allienati con movimenti politici di estrema destra hanno similmente preso in prestito temi tipici del movimento americano. Ciò è avvenuto principalmente quando il paese è ricorso al lockdown a causa della pandemia di COVID-19. In Italia la reale dimensione di QAnon è ancora largamente sconosciuta ma, come nel caso Olandese, la propaganda di Q è penetrata indirettamente nell’arena politica soprattutto grazie alla propaganda della destra populista e sovranista che vi accede tramite i diversi movimenti identitari che lo sostengono apertamente.

Chi si avvicina a QAnon e come contrastarlo?

Come si è visto QAnon desta serie preoccupazioni tra gli analisti per la velocità, facilità e la pervasività con le quali si diffonde. Inoltre, esso ha già mostrato in America il potenziale per azioni violente di stampo terroristico. Si consiglia pertanto di iniziare a monitorare la presenza sui social media di QAnon in Italia e stabilire una rete di collaborazioni con istituzioni pubbliche e private che già si occupano di questo fenomeno in Europa come negli Stati Uniti. Si tratta evidentemente di un fenomeno complesso da monitorare e che è reso ancora più sfuggente dal fatto che sembra emergere come diversi movimenti sovranisti mainstream, quelli che da sempre orientano il voto della galassia identitaria e militante verso l’estrema destra, riprendono e amplificano i messaggi di QAnon e li usano per generare consenso nell’ambito del dibattito politico pubblico senza fare riferimento diretto al movimento americano. È dunque necessario analizzare la retorica e i temi cospirazionisti per raggiungere un livello di comprensione tale da rendere possibile il loro rilevamento in contesti non direttamente collegati a QAnon.

A questo si aggiunge la necessità di comprendere i path di reclutamento e i meccanismi di radicalizzazione. Mentre sembra essere sempre più probabile che i meccanismi di radicalizzazione siano molto simili a quelli dei movimenti estremisti di matrice religiosa con una forte presenza online, cioè autoradicalizzazione diffusa e presenza di radicalism entrepreneurs, il target cui essi si rivolgono non è ancora del tutto chiaro. Non si intravvede ancora un profilo di reclutamento ben definito e ogni fascia della popolazione sembra essere suscettibile al fascino di QAnon. Unica eccezione è l’affiliazione politica, che può in parte spiegare la fascinazione per le teorie di Q. Un recente sondaggio commissionato per Morning Consult, condotto tra il 6 e l’8 di ottobre su un campione di 1.000 adulti, rivela infatti che circa il 24% degli americani adulti ritiene che le affermazioni fatte dai sostenitori di Q siano molto o in parte accurate. Nello stesso sondaggio si osservano tuttavia numerose differenze tra democratici e repubblicani in merito alle opinioni sulle principali teorie di QAnon. Mentre solo il 18% dei votanti democratici ritiene che alcune di queste affermazioni siano in qualche modo accurate, circa il 38% dei sostenitori repubblicani le considera valide. Un altro sondaggio, commissionato per Daily Kos/Civiqs, che riporta i risultati delle interviste effettuate su circa 1.368 adulti condotte dal 29 agosto al 1 settembre 2020, conferma il dato precedente. Dai risultati si evince che circa un repubblicano su tre (33%) afferma di credere che la teoria di QAnon sull’esistenza di una cospirazione tra le élite del deep state sia “per lo più vera” mentre un altro 23% afferma che solo “alcune parti” di essa sono vere. Al contrario, solo il 4% dei democratici pensa che la teoria sia anche parzialmente vera mentre per il 72% del compione democratico non lo è affatto. La spiegazione di questa differenza è probabilmente dovuta al fatto che i politici repubblicani hanno solo sporadicamente rinnegato le affermazioni fatte dai sostenitori di QAnon, potenzialmente a causa del fatto che fanno affidamento su questo gruppo per il sostegno politico. Nel caso americano, ad esempio, oltre al supporto per Trump, uno degli esempi più eclatanti è la recente elezione al Congresso della georgiana Marjorie Taylor Green, che ha direttamente promosso e approvato i contenuti di QAnon nelle interviste e nei suoi canali social media. In Europa è già stato più volte evidenziato come i partiti di destra sovranista abbiano fatto propri contenuti tipici del movimento QAnon a partire dall’elezione di Donald Trump e dall’istituzione a Roma, ma con filiali nelle principali capitali europee, di una scuola politica e centro studi guidati da Steve Bannon, ex consigliere del presidente Donald Trump considerato dagli studiosi come il principale responsabile della normalizzazione del cospirazionismo. È tuttavia ancora difficile stabilire la direzione dell’effetto di correlazione e cioè se chi manifesta tendenze politiche di destra sia più facilmente influenzabile da QAnon, oppure se i seguaci del movimento, indipendentemente dalle loro posizioni politiche iniziali, diventino con il tempo più inclini a spostare il loro voto verso partiti di destra.

In futuro è probabile che il movimento richiederà lo stesso approccio oggi utilizzato nel caso dei movimenti estremisti di natura religiosa. Purtroppo però la mancanza di una struttura organizzativa definita, unitamente alla potenzialità di radicalizzazione di massa dovuta alla pervasività dei suoi network e alla mancanza di un profilo definito per i potenziali aderenti, al momento rende ancora estremamente difficile indicare linee guida e offrire raccomandazioni di policy puntuali.


Unione della sicurezza: un programma di lotta al terrorismo e un Europol più forte per potenziare la resilienza dell’UE

Bruxelles, 9 dicembre 2020: la Commissione ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo affinché l’UE intensifichi la lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento e diventi più resiliente nei confronti delle minacce terroristiche. Sulla base del lavoro svolto negli ultimi anni, il programma intende aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire meglio la minaccia terroristica e a proteggersi e reagire più efficacemente. Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto, fornirà un migliore sostegno operativo alle indagini degli Stati membri in virtù del nuovo mandato proposto il 9 dicembre.

Un nuovo programma di lotta al terrorismo: prevedere, prevenire, proteggersi e reagire

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “La nostra protezione più forte contro la minaccia terroristica risiede nelle fondamenta della nostra Unione, inclusive e basate sui diritti. Costruendo società inclusive in cui ciascuno possa trovare il suo posto, riduciamo l’attrattiva delle argomentazioni estremiste. Allo stesso tempo, lo stile di vita europeo non può essere messo in discussione: dobbiamo fare tutto il possibile per impedire a chi lo desidera di cancellarlo. Con il programma di lotta al terrorismo presentato oggi, investiamo nella resilienza delle nostre società combattendo più efficacemente la radicalizzazione e proteggendo gli spazi pubblici dagli attentati tramite misure mirate”.

Ylva Johansson, Commissario per gli Affari interni, ha dichiarato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato oggi potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta lecomunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati. Proponiamo inoltre di dotare Europol dei mezzi moderni necessari persostenere i paesi dell’UE nelle loro indagini“.

Misure per prevedere, prevenire, proteggere e reagire

La recente ondata di attentati perpetrati sul suolo europeo ci ha bruscamente ricordato che ilterrorismo rimane un pericolo reale ed attuale. Con l’evolvere di questa minaccia, deve evolvereanche la nostra cooperazione diretta a contrastarla. Il programma di lotta al terrorismo si prefigge i seguenti obiettivi:

Individuare le vulnerabilità e sviluppare la capacità di prevedere le minacce

Per prevedere meglio le minacce e individuare potenziali punti deboli, gli Stati membri accertarsi cheil Centro di situazione e di intelligence (ITCEN) possa contare su contributi di alta qualità al fine di aumentare la nostra conoscenza situazionale. Nell’ambito della sua imminente proposta sulla resilienza delle infrastrutture critiche, la Commissione organizzerà missioni consultive per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni del rischio, basandosi sull’esperienza di un gruppo di consulenti UE sulla sicurezza protettiva. La ricerca in materia di sicurezza contribuirà a migliorare l’individuazione precoce delle nuove minacce, mentre gli investimenti nelle nuove tecnologie manterranno all’avanguardia la reazione dell’Europa al terrorismo.

Prevenire gli attentati combattendo la radicalizzazione

Per contrastare la diffusione delle ideologie estremiste online è importante che il Parlamento europeo e il Consiglio adottino con urgenza le norme sulla rimozione dei contenuti terroristici online. La Commissione sosterrà poi la loro applicazione. Il Forum dell’UE su Internet elaborerà linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico per i materiali estremisti online. Promuovere l’inclusione e offrire opportunità tramite l’istruzione, la cultura, lo sport e le misure per i giovani può contribuire a rendere le società più coese e prevenire la radicalizzazione. Il piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione aiuterà a sviluppare la resilienza delle comunità. Il programma si prefigge inoltre di rafforzare l’azione preventiva nelle carceri, con particolare attenzione alla riabilitazione e al reinserimento dei detenuti con idee radicali, anche dopo il loro rilascio. Per diffondere conoscenze e competenze sulla prevenzione della radicalizzazione, la Commissione proporrà la creazione di un polo di conoscenze dell’UE che riunisca responsabili politici, operatori e ricercatori. Consapevole dei problemi specifici relativi ai combattenti terroristi stranieri e ai loro familiari, la Commissione favorirà la formazione e la condivisione delle conoscenze per aiutare gli Stati membri agestire il loro rimpatrio.

Promuovere la sicurezza fin dalla progettazione e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione

Molti dei recenti attentati perpetrati nell’UE sono stati commessi in luoghi densamente popolati o di elevato contenuto simbolico. L’UE intensificherà l’impegno per garantire la protezione fisica degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, mediante la sicurezza fin dalla progettazione. La Commissione proporrà di raccogliere le città intorno a un impegno dell’UE sulla sicurezza e la resilienza urbane e metterà a disposizione finanziamenti per aiutarle a ridurre le vulnerabilità degli spazi pubblici. La Commissione proporrà inoltre misure volte a rendere più resilienti le infrastrutture critiche, quali nodi di trasporto, centrali elettriche od ospedali. Per potenziare la sicurezza aerea, la Commissione esplorerà le opzioni per un quadro giuridico europeo che permetta la presenza di agenti di sicurezza sugli aerei. Tutti coloro che entrano nell’UE, che siano o meno cittadini dell’UE, devono essere controllati consultando le banche dati pertinenti. La Commissione aiuterà gli Stati membri a predisporre tali verifiche sistematiche alle frontiere. La Commissione proporrà inoltre un sistema per impedire, colmando una lacuna esistente, che una persona a cui è stata negata l’autorizzazione ad acquisire un’arma da fuoco per motivi di sicurezza in uno Stato membro possa presentare una richiesta analoga in un altro Stato membro.

Rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati

La cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire efficacemente agli attentati e consegnare i responsabili alla giustizia. Nel 2021 la Commissione proporrà un codice di cooperazione di polizia dell’UE per rafforzare la cooperazione tra le autoritàdi contrasto, anche nella lotta contro il terrorismo. Una parte sostanziale delle indagini sulla criminalità e sul terrorismo comporta informazioni cifrate. La Commissione collaborerà con gli Stati membri per individuare le possibili soluzioni giuridiche, operative e tecniche per l’accesso legittimo e promuoverà un approccio che mantenga l’efficacia della cifratura nella protezione della privacy e della sicurezza delle comunicazioni, permettendo al contempo una valida risposta alla criminalità e al terrorismo. Al fine di favorire meglio le indagini e l’azione penale, la Commissione proporrà di creare una rete di investigatori finanziari antiterrorismo, comprendente Europol, per contribuire a seguire le tracce del denaro e identificarele persone coinvolte. La Commissione, inoltre, aiuterà ulteriormente gli Stati membri a usare le informazioni raccolte sul campo di battaglia per identificare, scoprire e perseguire i combattenti terroristi stranieri di ritorno. La Commissione lavorerà per rafforzare la protezione delle vittime degli atti terroristici, anche per aumentare l’accesso al risarcimento. L’attività volta a prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo coinvolgerà i paesi partner, nel vicinato dell’UE e nel resto del mondo, e si baserà su una collaborazione più intensa con le organizzazioni internazionali. La Commissione e l’Alto rappresentante/Vicepresidente rafforzeranno, ove opportuno, la cooperazione con i partner dei Balcani occidentali nel settore dellearmi da fuoco, negozieranno accordi internazionali con i paesi del vicinato meridionale per lo scambio di dati personali con Europol, e intensificheranno la cooperazione strategica e operativa con altre regioni come il Sahel, il Corno d’Africa, altri paesi africani e le principali regioni dell’Asia. La Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo incaricato di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo nell’ambito della Commissione stessa, e in stretta cooperazione con gli Stati membri e il Parlamento europeo.

Un mandato più forte per Europol

La Commissione propone oggi di rafforzare il mandato di Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto. Dato che i terroristi abusano spesso di servizi offerti da imprese private per reclutare seguaci, pianificare attentati e diffondere propaganda che inciti a nuovi attacchi, il mandato riveduto aiuterà Europol a cooperare efficacemente con soggetti privati e trasmettere le prove agli Stati membri. Ad esempio, Europol potrà agire come punto focale qualora non sia chiaro quale Stato membro abbia la competenza giurisdizionale. Il nuovo mandato permetterà inoltre a Europol di trattare serie di dati ampie e complesse, di cooperare meglio con la Procura europea e con paesi terzi e di contribuire a sviluppare nuove tecnologie che soddisfino le esigenze delle autorità di contrasto. Rafforzerà altresì il quadro di Europolper la protezione dei dati e il controllo parlamentare.

Contesto

Il programma odierno fa seguito alla strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza per il periodo 2020-2025, nella quale la Commissione si è impegnata a concentrarsi sui settori prioritari in cui l’UE può apportare un valore aggiunto per aiutare gli Stati membri a rafforzare la sicurezza di tutti coloro che vivono in Europa. Il programma di lotta al terrorismo si basa sulle misure già adottate per sottrarre ai terroristi i mezzi per commettere attentati e rafforzare la resilienza nei confronti delle minacce terroristiche, tra cui le norme dell’UE sulla lotta contro il terrorismo e il finanziamento del terrorismo e sull’accesso alle armida fuoco.

Per ulteriori informazioni:

Comunicazione sul programma di lotta al terrorismo dell’UE: prevedere, prevenire, proteggere, reagire
Proposta di regolamento che rafforza il mandato di Europol
Rafforzare il mandato di Europol – Valutazione d’impatto
Rafforzare il mandato di Europol – Sintesi della valutazione d’impatto
Un programma di lotta al terrorismo per l’UE e un mandato più forte per Europol: domande e risposte
Comunicato stampa: strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza: integrare le singole misure in unnuovo ecosistema della sicurezza, 24 luglio 2020
Unione della sicurezza – sito web della Commissione

Illustration 2020/2
© Copyright European Commission 2020

Come affrontare la radicalizzazione (‘Chiese in diretta’ – RSI)

Nella puntata del 6 dicembre 2020 di “Chiese in diretta“, settimanale di informazione e attualità religiosa della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana si è parlato di come affrontare la radicalizzazione di matrice islamista/jihadista.

Con Fra’ Ignazio De Francesco, cappellano nel carcere Dozza di Bologna; Chiara Sulmoni (ricercatrice e presidente di START InSight) e Michela Trisconi (capo progetto del dispositivo contro la radicalizzazione e l’estremismo violento del Canton Ticino). A cura di Don Italo Molinaro. 

 


Terrorismo jihadista. La Svizzera non è (più) tranquilla

di Chiara Sulmoni

Attacco a Lugano: i fatti

Nel pomeriggio di martedì 24 novembre in un centro commerciale di Lugano una donna svizzera di 28 anni si è avventata su due clienti, afferrandone una al collo e ferendo l’altra gravemente, sempre al collo, con un coltello apparentemente prelevato poco prima nel reparto ‘casalinghi’. Secondo una testimonianza riportata dalla stampa, l’assalitrice, arrestata dopo essere stata bloccata da altre due persone presenti sulla scena, avrebbe urlato “sono dell’ISIS”. In seguito la Polizia Federale confermerà che la persona fermata era nota alle autorità già dal 2017, quando era apparsa in un’indagine collegata al jihadismo.

Il Ministero pubblico della Confederazione ha aperto un’inchiesta per Violazione della legge federale che proibisce i gruppi Al-Qaida e ISIS. È in seguito emerso come l’autrice, convertita all’Islam, fosse stata intercettata anche dai servizi di sicurezza di altri paesi europei.

START InSight: tra i jihadisti che hanno colpito in Europa fra il 2004 e il 2020, le donne sono il 4%

Un precedente attacco di questo genere nella Confederazione – si era trattato anche in quel caso di un’aggressione con coltello in luogo pubblico – aveva avuto luogo nel mese di settembre a Morges, nel Canton Vaud, ad opera di un cittadino svizzero-turco che pare intendesse “vendicarsi” dello Stato Svizzero da un lato, e vendicare il profeta Maometto dall’altro. Secondo un copione ormai collaudato, l’individuo era conosciuto ai servizi e aveva dei trascorsi in carcere per altri reati.

L’ultimo Rapporto dell’intelligence svizzera (2020) aveva ribadito come il rischio all’interno del paese rimanesse elevato -una condizione che perdura dal 2015-. Aveva inoltre attirato l’attenzione su come, sempre più spesso, si annoverino “autori la cui radicalizzazione e propensione alla violenza vanno ricercate in crisi personali o problemi psichici piuttosto che in un’opera di convincimento ideologico. In generale, la frequenza di atti di violenza che presentano un nesso marginale con l’ideologia o i gruppi jihadisti rimarrà costante o potrebbe addirittura aumentare. Gli aggiornamenti di FedPol sul caso di Lugano sembrano avvalorare questa pista -la donna, innamoratasi di un combattente e intenzionata a seguirlo in Siria (ma fermata al confine turco e rimpatriata), soffriva all’epoca di problemi psicologici ed era stata anche ricoverata in una struttura psichiatrica. Le modalità dell’attacco – sconclusionato e apparentemente senza la ricerca, fondamentale, del martirio – farebbe pensare a un atto dettato dall’attrattiva per la narrativa dello Stato Islamico piuttosto che da solide motivazioni religiose o ideologiche. Ma il fatto che si trattasse di una persona già monitorata e comunque “ferma” nei propri intenti, solleverà molti interrogativi – anche polemici – su come sia riuscita ad eludere ogni controllo. Al di là dell’aspetto securitario, per migliorare la comprensione del fenomeno e la valutazione del rischio, sarebbe utile capire se nel frattempo fossero stati messi in campo degli interventi o dei tentativi di de-radicalizzazione. La realistica consapevolezza di come riabilitazione e reintegrazione di estremisti e foreign fighters sia una sfida incerta, di lunga durata e difficile, è ad ogni modo ben chiara alle autorità.

La radicalizzazione nella Confederazione

Secondo i dati dei Servizi Informativi, a maggio 2020 gli individui considerati un rischio per la sicurezza interna (non solo jihadisti) erano 57, mentre dal 2012 ad oggi 670 individui hanno diffuso propaganda jihadista in/dalla Svizzera o sono entrati in contatto con individui che condividono le stesse idee. La Confederazione avrebbe un numero di foreign fighters pro-capite più alto dell’Italia. Dal 2001 al 2017 sono partiti in 92 per raggiungere vari fronti di guerra. Di questi, 32 sono morti mentre 16 sono rientrati e – scrive l’intelligence nel suo Rapporto 2020 – si starebbero comportando “discretamente”, salvo poche eccezioni (!). Su questo sito avevamo già scritto nel 2019 di un procedimento d’accusa e di un’imponente operazione anti-terrorismo nei Cantoni di Berna, Zurigo e Sciaffusa che avevano coinvolto alcuni individui recidivi e/o di ritorno dai territori del Califfato.

Il 2 ottobre 2020 il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha disposto altre tre perquisizioni nel Cantone di Friborgo e arrestato quattro persone. Attualmente i procedimenti penali aperti sono 70, principalmente “per presunta propaganda o reclutamento a favore di organizzazioni terroristiche, per il finanziamento di tali organizzazioni e nei confronti di viaggiatori con finalità jihadiste, compresi quelli di ritorno”.

Anche il Ticino era stato interessato da un imponente blitz anti-terrorismo. Le indagini avevano messo in luce alcune ramificazioni verso l’Italia e collegamenti con la cosiddetta “cellula insubrica”

Inoltre, inchieste dei quotidiani Le Temps (di cui abbiamo parlato qui) e Sunday Times hanno svelato l’esistenza di piani targati Stato Islamico, diretti dalla Siria e fortunatamente sventati o mai messi a segno, per colpire depositi di combustibile e oleodotti a Basilea e a Ginevra fra il 2018 e il 2019, con l’obiettivo di arrecare gravi danni economici.

Anche il Ticino – che ha ‘dato’ al Califfato due combattenti – nel 2017 era stato interessato da un imponente blitz anti-terrorismo (possiamo solo presumere si tratti dello stesso che ha visto emergere il nome della donna di Lugano). Le indagini, sfociate in una condanna per attività di reclutamento e indottrinamento, avevano messo in luce alcune ramificazioni verso l’Italia, fra cui collegamenti con una precedente inchiesta (2016) relativa alla cosiddetta “cellula insubrica” che si muoveva fra Lugano, Varese e Lecco, di cui faceva parte fra l’altro il campione svizzero di kick-boxing Abderrahim Moutaharrik (sul ring con la maglia nera e il vessillo dello Stato Islamico) e Abderrahman, fratello di Oussama Khachia, il futuro foreign fighter che era stato espulso dall’Italia e si era trasferito a Lugano prima di proseguire verso il territorio del Califfato in Iraq-. Il gruppo era composto da unità famigliari che coinvolgevano anche Alice Brignoli, appena rimpatriata dalla Siria. 

Un panorama radicale centrifugo

A caratterizzare la geografia jihadista svizzera sono precisamente i contatti transnazionali che si estendono nelle nazioni limitrofe o verso i paesi di origine dei vari soggetti, nel caso di passato migratorio. Le strade della radicalizzazione infatti si fermano davanti alle barriere linguistiche, ciò che rende più difficile la nascita e la condivisione di una ‘scena’ interna alla Confederazione. Legami svizzeri emergono spesso anche nel corso di indagini condotte all’estero, come avvenuto con il recente attentato di Vienna e l’inchiesta sulle turiste scandinave uccise nel 2018 in Marocco (dove a scontare una pena c’è uno svizzero, anch’egli convertito).

Donne in armi

Verso la Siria e l’Iraq (dati dell’intelligence) sono partite circa 12 donne aventi un legame con la Svizzera. Le attentatrici rimangono però un’eccezione. Il Database di START InSight ha rilevato che tra i jihadisti che hanno colpito in Europa fra il 2004 e il 2020, le donne rappresentano il 4%. Una ricerca dell’Università di Scienze Applicate di Zurigo (ZHAW) di cui abbiamo scritto anche qui, sottolinea che tra i profili dei radicalizzati svizzeri, le donne figurano in numero inferiore rispetto alla media europea. Tuttavia, un recente studio delle Nazioni Unite mette criticamente in rilevo come i sistemi giudiziari tendano ad essere meno severi, a causa di un falso stereotipo che considera le donne meno attive o pericolose degli uomini. In questo modo, ricevono meno attenzioni anche per ciò che riguarda la riabilitazione e reintegrazione, esponendole a un rischio maggiore di recidivismo. Le dinamiche della cellula insubrica, ma anche diversi altri casi esteri, dimostrano che le donne possono ricoprire un ruolo importante nella diffusione della propaganda, nella radicalizzazione reciproca, e nell’occuparsi di aspetti logistici.

La sintesi dei profili svizzeri (per esteso a questo link)

Secondo lo studio svizzero summenzionato, basato sulle informazioni relative a 130 casi di cui si sono occupati i servizi nel corso degli ultimi dieci anni è emerso che il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Svizzera coinvolge soprattutto gli uomini (90% circa dei profili forniti). L’età media è di 28 anni. I convertiti rappresentano il 20%. I radicalizzati tendono a vivere in aree urbane. Oltre la metà nella Svizzera tedesca, più del 40% nella Svizzera francese e poco meno del 4% nel Canton Ticino. L’intelligence ha recentemente indicato come solo un terzo dei viaggiatori con finalità jihadiste detenga la nazionalità svizzera. I problemi personali dei singoli individui – famiglie spezzate, lutti, episodi di discriminazione, uso di droghe, problemi psichiatrici, identità fragile etc.- fanno spesso da sfondo. I dati a disposizione non confermano la teoria del ‘crime-terror nexus’ – cioè il rapporto fra radicalizzazione jihadista e passato criminale; poche indicazioni anche riguardo a processi di radicalizzazione iniziati dentro il carcere. I casi di reati precedenti legati alla violenza fisica (aggressioni) sono predominanti. La radicalizzazione lampo rappresenta l’eccezione; nel 72% dei casi il processo ha avuto una durata di oltre un anno. Due terzi degli individui presi in esame sono entrati nel radar della sicurezza fra il 2013 e il 2015 ed erano impegnati principalmente in attività di propaganda.

Il rischio oggi

Con la perdita del territorio in Siria e in Iraq, il Califfato si è trasformato in un movimento terroristico e insurrezionale globale composto sia da cellule in contatto fra loro che da attentatori autonomi (ma non ‘solitari’!) che si ispirano allo Stato Islamico e per questo particolarmente difficili da intercettare anche a causa della pressione sulle forze di sicurezza. I radicalizzati da monitorare in Europa sono decine di migliaia. La frammentazione e la decentralizzazione della propaganda e delle attività jihadiste, hanno accresciuto la minaccia. Il fattore emulativo ha una forte incidenza: come rileva il database di START InSight, il 29% degli attentati avviene negli 8 giorni successivi ad un attacco ‘ispiratore’. Fra le armi privilegiate, si trovano proprio i coltelli (67% del totale). Fra il marzo del 2019 e il giugno del 2020 il Counter Extremism Group ha registrato una media di due attacchi di matrice islamista al mese in Europa, tra riusciti e sventati. Nel solo 2020 START InSight ha contato 21 eventi di matrice islamista. Un trend in deciso aumento.

Se nel complesso il terrorismo fa meno vittime e si appoggia anche alle azioni di individui che agiscono sulla spinta di motivazioni prettamente personali, riesce ad ogni modo ad incidere sulla percezione della sicurezza. La tranquilla Lugano ora si guarderà le spalle, e per il movimento jihadista, è già un successo di cui si potrà appropriare.

Foto: Immagine Twitter di Jeanne Perego Schimpke


Millevoci (RSI) – Noi e il terrorismo 5 anni dopo il Bataclan

Puntata di Millevoci curata e condotta da Roberto Antonini.

“E’ stata una delle pagine più buie della recente storia francese ed europea, quella scritta con il sangue 5 anni fa da un commando jihadista in diversi locali dell’est Parigino, il Bataclan ma anche diversi “bistrots”. L’incubo che ha tolto la vita a 130 persone e che ha aperto un’enorme ferita nel paese ha posto un intero continente di fronte all’orrore e a una minaccia costante, subdola e che negli anni successivi si è manifestata in diversi modi con in suoi attacchi a religiosi, semplici passanti, famiglie nei mercati natalizi, docenti, giornalisti. Il tutto in nome di un jihad contro gli infedeli condotto il più delle volte da giovani radicalizzati, da terroristi “fai da te”. Con la sconfitta dell’Isis in Iraq e Siria la piovra ha perso la testa, ma continua pericolosamente a manifestarsi in forme difficilmente controllabili. Come farvi fronte? Perché non si riesce a estirpare questo cancro dalle nostre società? Quale è la strategia migliore per de-radicalizzare chi ha abbracciato le forme più violente dell’estremismo religioso?”

Ospiti:
Fahrad Bitani, scrittore ed educatore afghano
Claudio Bertolotti, esperto di terrorismo e direttore del centro di ricerca Start Insight
Chiara Sulmoni, ricercatrice e autrice di inchieste e reportage sulla de-radicalizzazione
Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo alla George Washington University


Formazione degli Imam in Europa. I limiti della proposta

di Andrea Molle

In seguito ai recenti attentati di Nizza e Vienna, Macron si incontra con i capi di stato e di governo di Austria, Olanda, Germania e ai vertici della UE per promuovere una serie di iniziative comuni in tema di controllo e prevenzione della minaccia terroristica, di riforma degli accordi di Schengen e di irrobustimento delle frontiere esterne dell’Unione. Tra le prime conseguenze dell’incontro spicca una vecchia ossessione francese: delineare un sistema di formazione e certificazione statale degli Imam, o magari a livello sovra nazionale, come rilanciato qualche giorno fa dal Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel. In questo modo, secondo la teoria francese che sta facendo breccia nelle istituzioni dell’Unione, si ridurrebbe il rischio di ingerenze straniere e di infiltrazioni di elementi radicalizzati, e radicalizzanti, nel tessuto religioso islamico europeo. Si tratta di un approccio tipicamente transalpino, che in Francia è applicato con discreto successo in diversi settori della società civile: dalle professioni alle federazioni sportive, passando per le scuole di formazione. Ma l’estensione di questo principio alla religione è una sostanziale novità persino nel panorama francese. Se ad una prima lettura può sembrare una buona idea, vi sono ragioni per ritenere questa svolta molto più pericolosa del problema che si propone di risolvere. Quello della formazione interna, con certificazione statale, dei leader religiosi è un tema molto spinoso. Da un lato è certamente vero che sono le stesse comunità a volersi dotare, “dal basso”, di percorsi di formazione che prescindano da strutture, gerarchie e supporti economici riconducibili a paesi stranieri. Ma dall’altro è altrettanto vero che qualora lo Stato si facesse soggetto agente, in posizione dominante, dei percorsi di formazione e soprattutto diventasse l’unica fonte di legittimità, questi stessi processi sarebbero vissuti come l’ennesimo tentativo di ingerenza in quelle stesse comunità laddove la radicalizzazione è proprio una reazione alla percezione di marginalizzazione, deprivazione relativa e aumento del controllo statale. Soprattutto se il sistema non venisse ad essere esteso a tutte le religioni praticate, incluso il Cristianesimo, questa ingerenza finirebbe per incrementare il rischio di radicalizzazione.

se ad una prima lettura può sembrare una buona idea, vi sono ragioni per ritenere questa svolta molto più pericolosa del problema che si propone di risolvere

Una svolta decisamente statalista e per certi versi ipocrita se applicata dagli stessi governi che la condannano quando a farlo sono Russia e Cina, verrebbe inoltre a scontrarsi con due realtà già chiare a chi si occupa di questi fenomeni. In primo luogo è puro wishful thinking che la centralizzazione risulti in una diminuzione del rischio di radicalizzazione. Il primo problema di questa proposta, come affermano oggi i leaders dell’Islam francese, è che la presenza di un sistema di formazione degli “Imam di Stato” non beneficerebbe di alcuna legittimazione teologica da parte del mondo mussulmano. Il secondo limite della proposta è che molto difficilmente porterebbe alla scomparsa di gruppi guidati da leader non riconosciuti dal governo, magari sponsorizzati da paesi stranieri, la cui autorità religiosa sarebbe più legittima. É piuttosto probabile che finirebbero per tramutarsi in gruppi underground maggiormente suscettibili alle infiltrazioni e ancora di più difficile monitoraggio.

un sistema di formazione degli “Imam di Stato” non beneficerebbe della legittimazione teologica da parte del mondo mussulmano 

A questi limiti oggettivi va aggiunto che l’assunto secondo cui i luoghi religiosi sono deliberatamente creati come luoghi di radicalizzazione è solo un mito, che riposa sulla concezione francese di religione come fatto privato irrazionale, intrinsecamente prono alla violenza. Questa è un’idea molto diffusa politicamente, ma che non è affatto corroborata da evidenze scientifiche. La letteratura scientifica suggerisce piuttosto che i luoghi di culto, una risposta di per sé sana alla crisi sociale delle seconde e terze generazioni dell’immigrazione extra-europea, siano diventati con il tempo facile preda del radicalismo proprio perché ignorati, quando non apertamente osteggiati, dai governi occidentali. Sembrerebbe insomma che l’ortodossia francese in tema di separazione tra Stato e Chiesa sia una concausa più che una soluzione al problema del radicalismo. Questo è quanto suggerisce anche Chems-Eddine Hafiz, Rettore della Grande Moschea di Parigi, che insiste su come il problema fondamentale sia che la mancanza di tutela dell’Imam e la mancata professionalizzazione della sua figura producano la necessità di ricorrere a figure e soprattutto risorse finanziarie straniere.

sembrerebbe che l’ortodossia francese in tema di separazione tra Stato e Chiesa sia una concausa più che una soluzione al problema del radicalismo

Una recente proposta di legge patrocinata dallo stesso Presidente francese sembrava andare nell’ottima direzione di integrare finalmente l’Islam, e le altre religioni minoritarie, in un quadro di accettazione della dimensione pubblica ed educativa della religione abbandonando l’ortodossia laicista, basata appunto sul mito della secolarizzazione. È quindi ancor più palese che la proposta odierna ci riporterebbe indietro di almeno un decennio nella lotta alla radicalizzazione. Invece che ricorrere ai monopoli di stato, una soluzione migliore e più coerente con le conoscenze scientifiche di settore potrebbe essere piuttosto quella di liberalizzare, aumentando la possibilità per gruppi e soggetti indipendenti, tendenzialmente moderati, di accedere al “mercato religioso” francese.

la proposta odierna ci riporterebbe indietro di almeno un decennio nella lotta alla radicalizzazione

Questi elementi finirebbero quasi certamente per isolare le esperienze più estremiste e violente tramite i normali meccanismi di concorrenza di libero mercato. Sembra invece che Macron, insieme a molti suoi colleghi Capi di Stato, sia caduto nella trappola tesa dai recenti attentati di Nizza e Vienna. Laddove l’Austria pensa addirittura di mettere fuori legge l’Islam politico, ignorando quanto esso sia estremamente difficile da definire e operazionalizzare, e la riunione dei ministri dell’Interno dell’Unione preannuncia una nuova stretta sui controlli e sulla propaganda online, a nostro avviso il vero vincitore è proprio il radicalismo islamico. In linea con gli obiettivi più classici del terrorismo, cioé provocare una reazione eccessiva e scomposta guidata da logiche di politica interna, temiamo che il nuovo corso dell’Europa finirà per beneficiare solo il radicalismo incrementandone il bacino di reclutamento.


RaiNews24 Flussi migratori e jihadismo nel Mediterraneo. Ne parla Claudio Bertolotti

L’Evoluzione del terrorismo, i punti di contatto tra jihadismo e flussi migratori. La minaccia terroristica tra adattamento ed evoluzione.

Ne ha parlato a Rainews24 il Direttore Claudio Bertolotti, partendo da un approfondimento del suo ultimo libro “Immigrazione e terrorismo. I legami tra flussi migratori e terrorismo di matrice jihadista“.

La connessione tra criminalità organizzata e gruppi terroristici jihadisti include, in particolare, le organizzazioni criminali tunisine e italiane coinvolte nella migrazione irregolare e nel traffico di droga dalla Tunisia all’Italia, e la capacità della criminalità organizzata italiana di produrre documenti contraffatti dell’UE utilizzati dai migranti illegali, potenzialmente legati a gruppi terroristici, per viaggiare all’interno dell’area Schengen. Questa immigrazione irregolare dalla Tunisia all’Italia è diversa da quella dalla Libia all’Italia per il coinvolgimento diretto e la stretta cooperazione tra mafie italiane e trafficanti e contrabbandieri tunisini.
Il fenomeno migratorio è dunque caratterizzato da una significativa componente irregolare ed è, al tempo stesso, sfruttato da soggetti e gruppi radicali, criminalità organizzata e organizzazioni terroristiche; tutto ciò fa del fenomeno migratorio irregolare ed illegale una seria sfida per gli stati europei”.

 


La posta in gioco. Come leggere la serie di attentati in Francia?

di Chiara Sulmoni e Claudio Bertolotti

La Francia non è il paese europeo con il maggior numero di individui radicalizzati nel radar dei servizi di intelligence (è superata in questo dalla Gran Bretagna). Sicuramente però, è quello più toccato dalla violenza di matrice islamista. Il database di START InSight ha registrato 58 episodi di questa natura dal 2015 ad oggi.

L’accelerazione sanguinaria dell’ultimo mese – il fatto che i terroristi che hanno colpito a Parigi il 25 settembre (attacco nei pressi della vecchia sede del Charlie Hebdo), il 16 ottobre (decapitazione del Prof. Samuel Paty) e a Nizza il 29 ottobre (brutali attacchi all’arma bianca nella cattedrale di Notre-Dame) siano individui giunti da poco in Europa – ha segnato un cambio di passo. Le ragioni degli attacchi, è stato detto ormai da più parti, hanno a che vedere con i valori della Repubblica – laicità e conseguente totale libertà d’espressione che include il diritto alla blasfemia – che non sono allineati con il sentire di chi aderisce a una lettura fondamentalista dell’Islam. Una lettura diffusa e propagata anche attraverso reti, associazioni, media.

Da 15 anni ormai analisti e ricercatori dedicano il loro lavoro a comprendere le ragioni, le strade e i mezzi del terrorismo cosiddetto homegrown – della porta accanto – emerso in Europa all’inizio degli anni 2000 dall’incrocio esplosivo tra la “militarizzazione” dell’Islam avviata con l’11 settembre (cioè, il suo utilizzo come strumento di vendetta e di supremazia nei confronti dell’Occidente) e situazioni di disagio e marginalizzazione dentro il cuore del Vecchio continente, nelle sue strade e nei suoi quartieri.

Di fronte a un’onda violenta di sempre maggiori dimensioni, che l’approccio securitario non è in grado di contenere, anche il linguaggio degli organismi internazionali è progressivamente cambiato e dalla lotta al terrorismo si è progressivamente passati all’impegno nel contrasto e nella prevenzione dell’estremismo, per approdare al tentativo ancora incerto della de-radicalizzazione. Se il terrorismo homegrown aveva motivazioni prevalentemente – anche quando inconsciamente – politiche (come richiede l’idea stessa di “costruzione” di uno Stato Islamico, concreto o utopico che sia), ci troviamo ora ai piedi della scala. Perché già il primo evento tragico che aveva messo in evidenza l’esistenza di una scena estremista tipicamente europea, avvenuto il 2 novembre 2004 ad Amsterdam, era maturato in un contesto di fondo simile a quello della recente ondata. Si è trattato dell’omicidio brutale del regista Theo van Gogh, colpevole di aver girato un film sulla violenza di genere nell’Islam, considerato blasfemo. Un “sentire” che può accomunare musulmani tanto rigoristi quanto terroristi in ogni angolo del mondo, portandoli a manifestare ma anche ad agire indiscriminatamente a ogni latitudine (come nell’attacco al consolato francese a Jeddah del 29 ottobre).

Gli attentatori che hanno colpito la Francia ad ottobre non sono i cosiddetti homegrown cresciuti nelle sue banlieues: la motivazione di questi attacchi è prevalentemente religiosa

Gli attentatori che hanno colpito la Francia ad ottobre non sono cresciuti nelle sue banlieues. Non hanno operato in rappresentanza dello Stato Islamico o di altre sigle, ma hanno agito per una convinzione che stride con i valori di una Repubblica, alla quale d’altra parte non appartengono. La motivazione di questi attacchi è prevalentemente religiosa. Se la radicalizzazione homegrown – attraverso la violenza organizzata – porta in un certo senso al prevalere dell’aspetto politico su quello religioso (almeno agli occhi di chi ha studiato il fenomeno), gli ultimi eventi hanno portato al prevalere della religione sulla politica (anche se poi, il sentire religioso viene politicamente manipolato).

Il piano preannunciato da Macron accosta pericolosamente lo Stato (laico) all’Islam

Il piano preannunciato dal Presidente Macron, che intende combattere il “separatismo islamista”, accosta pericolosamente lo Stato (laico) all’Islam. Il rischio e la grande incomprensione che ne potrebbe derivare, è il pensiero che lo Stato intenda sanzionare e determinare cosa sia lecito e cosa no, in termini di fede e pratica; che voglia modellare un Islam europeo – o francese. Un concetto già in voga in passato, ma che è oggi inadeguato e ormai superato, e che deve essere sostituito – anche a livello linguistico – con l’idea della cittadinanza, di cittadini europei musulmani con diritti e doveri. Un modello in gran parte già acquisito.

La questione dell’immigrazione

A partire dall’autunno del 2015, momento in cui l’Europa è stata colpita dai più cruenti attacchi terroristici di matrice jihadista, l’opinione pubblica ha iniziato a sentirsi fortemente minacciata. Due questioni si sono improvvisamente imposte all’interno del dibattito pubblico e politico come fattori tra di loro indissolubilmente collegati: il terrorismo e i flussi migratori. I recenti attacchi avvenuti in Francia, a Parigi e a Nizza il 25 settembre, il 16 e il 29 ottobre, impongono una riflessione ulteriore sull’evoluzione della minaccia terroristica in Europa, dove agli aspetti politici e sociali si sommano quelli religiosi ed ideologici.

Preoccupa che potenziali jihadisti possano penetrare in Europa nascosti tra i migranti

Il fatto che jihadisti possano penetrare in Europa nascosti tra i migranti provenienti dal Nord Africa (ma anche dai Balcani) è un fattore di preoccupazione e allarme per i paesi europei, in particolare quelli che sono sulla prima linea dell’immigrazione come l’Italia.

La connessione tra criminalità organizzata e gruppi terroristici jihadisti include, in particolare, le organizzazioni criminali tunisine e italiane coinvolte nella migrazione irregolare e nel traffico di droga dalla Tunisia all’Italia, e la capacità della criminalità organizzata italiana di produrre documenti contraffatti dell’UE utilizzati dai migranti illegali, potenzialmente legati a gruppi terroristici, per viaggiare all’interno dell’area Schengen. Questa immigrazione irregolare dalla Tunisia all’Italia è diversa da quella dalla Libia all’Italia per il coinvolgimento diretto e la stretta cooperazione tra mafie italiane e trafficanti e contrabbandieri tunisini.

Il fenomeno migratorio è dunque caratterizzato da una significativa componente irregolare ed è, al tempo stesso, sfruttato da soggetti e gruppi radicali, criminalità organizzata e organizzazioni terroristiche; tutto ciò fa del fenomeno migratorio irregolare ed illegale una seria sfida per gli stati europei.

Nel 2020 ci sono stati 21 attacchi terroristici e azioni violente riconducibili al jihadismo

La minaccia di terrorismo in Europa è significativa. Nel 2020 ci sono stati 21 attacchi terroristici e azioni violente riconducibili al jihadismo; erano 19 nel 2019, 27 nel 2018. Le vittime sono in prevalenza civili. In Italia sono stati 8 gli episodi di violenza di questo tipo negli ultimi cinque anni: un dato inferiore rispetto a Francia, Regno Unito e Germania ma che nei prossimi anni potrebbe allinearsi con il resto d’Europa per la maggior presenza di immigrati di seconda generazione che per varie ragioni sono in genere più vulnerabili al richiamo jihadista.

Il pericolo maggiore è costituito dai radicalizzati cresciuti in Europa ma stimolati dall’attivazione emotiva della propaganda islamista e jihadista

Il pericolo maggiore è rappresentato dai radicalizzati cresciuti all’interno dei contesti nazionali ma stimolati dal sistema di “attivazione emotiva” della propaganda islamista e jihadista. Dalla radicalizzazione all’azione il passo è breve.

Aumentano i jihadisti tra gli adolescenti e i giovani adulti, con un’età compresa tra i 15 e i 27 anni, molti giunti in Italia in tenera età; un’evoluzione che obbliga gli organi investigativi a concentrarsi su un numero sempre maggiore di radicalizzati da monitorare o da espellere nel caso di soggetti privi di cittadinanza italiana. Sono circa 500 i soggetti identificati ed espulsi per terrorismo dall’Italia dal 2015 a oggi. La maggior parte proveniva dall’area del Maghreb e del Mashreq (Marocco, Tunisia, Egitto) e dai Balcani: per lo più immigrati irregolari o di recente regolarizzazione.

Fra ciò che è emerso a margine del processo sull’attentato che ha avuto luogo alla Manchester Arena nel 2017, c’è la dichiarazione di una guardia di sicurezza che, allertata circa il comportamento sospetto di Salman Abedi, avrebbe preferito non procedere con un controllo, per il timore di essere considerato razzista.

Anche in funzione preventiva, è necessario poter affrontare di petto tutti gli aspetti legati ai processi di radicalizzazione e di violenza jihadista (o di altri orientamenti), incluso quello migratorio che è peraltro sostenuto dai numeri, in modo costruttivo, aperto e onesto.

Photo by Fabien Maurin


Immigrazione e terrorismo: I legami tra flussi migratori e terrorismo di matrice jihadista – IL LIBRO

Esiste un legame tra l’immigrazione e il terrorismo? Tra gli immigrati si nascondono jihadisti pronti a colpire? Le reti criminali che gestiscono i traffici di esseri umani, di armi, petrolio e droga dalla Libia e dalla Tunisia sono legate ai gruppi terroristi?

Claudio Bertolotti, Direttore esecutivo dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT), risponde a queste domande attraverso una disamina accurata e puntuale. L’immigrazione irregolare ha assunto una dimensione che ha numerose ripercussioni sulla stabilità nazionale e internazionale, costituendo oggi un fenomeno di grande rilevanza a livello umanitario e per la sicurezza dei paesi del Mediterraneo e dell’Europa in particolare. Questa situazione accende i riflettori sulla problematica dei canali irregolari dell’immigrazione: la complessa operazione di spostamento di vasti gruppi umani tra paesi richiede un livello di organizzazione che solo la criminalità organizzata, spesso in collaborazione con gruppi terroristi, può raggiungere.

Quello che i numeri ci dimostrano, e su cui occorre fare un ragionamento politico al fine della prevenzione, è che l’arrivo di grandi popolazioni di migranti, se non adeguatamente gestito, aumenta il rischio di attacchi terroristici nel breve periodo, da parte di immigrati di prima generazione, e, nel medio periodo, da parte di figli e nipoti di immigrati.

Questo libro, il cui studio preliminare è stato commissionato dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri e pubblicato in prima edizione dal Centro Militare di Studi Strategici (Ce.Mi.S.S.) del Ministero della Difesa, ricerca e valuta gli elementi a sostegno e a discarico del rischio che i flussi migratori irregolari attraverso il Mediterraneo siano esposti alla “contaminazione jihadista”.

L’immigrazione come veicolo per la diffusione del terrorismo?

La relazione tra immigrazione e terrorismo jihadista è stata ampiamente discussa a livello politico e istituzionale, evidenziando posizioni a favore e contrarie rispetto a un possibile legame tra i due fenomeni. In particolare, le analisi quantitative che analizzano la correlazione tra immigrazione e terrorismo, hanno messo in evidenza variabili in grado di influire su un aumento del rischio collegato al terrorismo, considerando aspetti economici, sociali e securitari.

Immigrazione e terrorismo. I legami tra flussi migratori e terrorismo di matrice jihadista

Titolo: Immigrazione e terrorismo. I legami tra flussi migratori e terrorismo di matrice jihadista
Autore: Claudio Bertolotti
Pubblicazione: Saggio/Manuale
Formato: 15×21, brossura, 162 pagine
Editore: START InSight
Anno di edizione: 2020 – seconda edizione aggiornata
Prezzo di copertina: Euro 25,00
Offerta Editore: Euro 22,00 (comprese spese di spedizione)

LIBRO DISPONIBILE IN OFFERTA LANCIO START InSight


De-radicalizzazione e studi sul cervello degli estremisti jihadisti nella puntata del programma ‘Laser’ (Radio svizzera di lingua italiana)

Di cosa si occupano e cosa implicano i programmi di de-radicalizzazione?

E come reagisce il cervello di un sostenitore di gruppi jihadisti, in determinate situazioni? Cosa ci raccontano le scansioni cerebrali?

Cosa può intensificare la radicalizzazione e cosa favorisce invece il distacco e il disimpegno dalla violenza? 

spesso gli individui, quando vengono allontanati dall’ISIS o da al-Qaeda o da altri orientamenti jihadisti, si trovano nella condizione di non appartenere più a nessuno. La loro identità è spezzata, non corrisponde più a quella del combattente in guerra contro il mondo. Anche il rapporto con la moralità è reciso, perché la loro prospettiva precedente, che era bianca o nera, è andata in frantumi. Non hanno più, necessariamente, un senso della moralità. Ognuna di queste cose deve essere sostituita da un’altra. Devono essere reintegrati. (Rashad Ali)

ASCOLTA ‘DERADICALIZZAZIONE. DENTRO LA MENTE JIHADISTA’ 

Nella puntata del programma Laser (RSI) andato in onda martedì 22 settembre 2020, Chiara Sulmoni ne ha parlato con Rashad Ali (Institute for Strategic Dialogue, Londra), impegnato nei progetti di contrasto al radicalismo sia nelle prigioni, che nell’ambito della libertà vigilata e della società più in generale; e con Nafees Hamid, ricercatore e psicologo della radicalizzazione (Artis International e International Centre for Counter-Terrorism), che racconta i risultati delle sue indagini sul terreno in Spagna, volte a capire cosa avviene nel cervello di un sostenitore di movimenti jihadisti; con delle conclusioni importanti, per capire anche le difficoltà legate al processo di disimpegno dalla violenza. Questi risultati, convalidati scientificamente dalle scansioni cerebrali, sottolineano e confermano il ruolo centrale dell’esclusione sociale come fattore importante nel processo di radicalizzazione, e rispettivamente dell’influenza e della pressione sociale nel riportare l’individuo a ‘ragionare’, grazie alla riattivazione di aree del cervello che si erano in precedenza spente.

Oltre alle questioni trattate nel documentario di approfondimento, riportiamo un’ulteriore affermazione di Nafees Hamid:

“Tendiamo a concentrarci troppo sul singolo soggetto, sul modo di sviluppare le capacità personali, il pensiero critico, per prevenire la radicalizzazione. Il problema è che mentre la radicalizzazione si manifesta a livello individuale, le sue origini si trovano dentro la comunità. Per questo vediamo una distribuzione geografica caratterizzata da focolai che attecchiscono in quartieri specifici, da cui proviene il grosso delle reclute -vale per tutti i gruppi terroristici, non solo jihadisti-. Si tratta in genere di comunità vulnerabili, dove mancano coesione sociale, senso di identità, di appartenenza, obiettivi da realizzare.

molti sono attratti dai gruppi terroristici perché invitano a battersi per una causa, ti danno qualcosa da fare. Se vogliamo fare prevenzione, non basta buttare lì dei bei messaggi, o creare delle relazioni fra un soggetto e un mentore

Invece di soffermarci tutto questo tempo sulle facoltà individuali e sui messaggi alternativi, dovremmo impegnarci maggiormente nel contrastare il coinvolgimento. Molti sono attratti dai gruppi terroristici perché invitano a battersi per una causa, ti danno qualcosa da fare, una ragione per alzarti dal divano -puoi diventare un foreign fighter, un trafficante, un predicatore, puoi promuovere il movimento, puoi fare delle cose, con la tua vita-. Dovremmo trovare il modo di offrire un’alternativa concreta. Se vogliamo fare prevenzione, non basta buttare lì dei bei messaggi, o creare delle relazioni fra un soggetto e un mentore. Se questa esigenza primaria di essere agenti di cambiamento sociale viene soddisfatta all’interno delle comunità, che sia attraverso i centri sociali, le scuole o altri luoghi dove trovare uno scopo -non un semplice mestiere, o una fonte di reddito, parlo di un vero scopo- allora offri alle persone un motivo per non rivolgersi ai gruppi estremisti.”