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Il presidente Joe Biden e il dossier siriano

di Claudio Bertolotti

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Il passaggio dall’amministrazione di Donald J. Trump alla nuova amministrazione del presidente Joe Biden potrebbe portare a pochi cambiamenti alla politica statunitense nel Medioriente. Gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante nella stabilizzazione dell’area e nel tentativo di dissuadere attori locali e regionali dal prendere iniziative sfavorevoli.

Il 25 febbraio, aerei statunitensi hanno bombardato alcuni obiettivi nella parte orientale della Siria, al confine con l’Iraq. Target dei bombardamenti erano due milizie operative in Iraq, Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al Shuhada, indicate da Washington quali responsabili di operazioni mirate ai dannni delle truppe statunitensi in Iraq.

Nonostante l’annuncio del disimpegno statunitense e del conseguente ritiro militare dalla Siria nord-orientale, Washington continua a schierare nell’area alcune centinaia di truppe.

Il passaggio dall’amministrazione di Donald J. Trump alla nuova amministrazione del presidente Joe Biden potrebbe portare a pochi cambiamenti alla politica statunitense nel Medioriente. Questo perché la visione del nuovo presidente in termini di relazioni estere e approcci alle dinamiche mediorientali non è così diversa da quella dei suoi predecessori (compresa l’amministrazione di Barack Obama, di cui Biden fu vice-presidente).

Quello che potrebbe cambiare sarà l’approccio più aggressivo degli altri attori e concorrenti: Turchia, Russia e, ultimo ma non meno importante, l’Iran. Di sicuro, chi pagherà il prezzo più alto saranno gli attori di seconda linea: la pletora di milizie, così come i gruppi islamisti, e il cosiddetto fronte delle forze democratiche siriane (SDF, Syrian Democratic Forces) tra le cui fila c’è lo Yekîneyên Parastina Gel (YPG, People’s Protection Units) – componente maggioritaria delle SDF – osteggiato dalla Turchia. Turchia che considera l’YPG come estensione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), designato da Ankara – e dagli stessi Stati Uniti – come gruppo terroristico. Ma, nonostante la designazione terroristica del PKK da parte statunitense, l’YPG ha mantenuto il ruolo di partner fedele e indispensabile all’interno della coalizione internazionale (contro lo Stato islamico) guidata da Washington. L’YPG, che il PKK di fatto continua comunque a considerare come propria affiliata siriana, nega gli attuali legami istituzionali tra le due organizzazioni.

Sull’altro fronte, nel nord-est della Siria permane una residua presenza e attività dello Stato Islamico: una sfida che perdura. Sebbene le capacità operative del gruppo rimangano limitate e non si sia verificato alcun grave fatto sul piano della sicurezza, i suoi membri sono stati in grado di ricompattarsi ed oggi istituiscono posti di blocco, estorcono denaro a trafficanti locali di petrolio, impongono tasse per le transazioni commerciali ai proprietari terrieri, immobiliari, industriali, dirigenti, medici e fornitori delle principali organizzazioni non governative (ONG), mentre a tutti coloro che vengono considerati benestanti viene imposta la zakat, la beneficenza “volontaria”. Ciò che più preoccupa, nel complesso scenario siriano (ma anche iracheno) è l’apparente capacità del gruppo di coinvolgere e addestrare nuove reclute nelle aree periferiche e desertiche a ovest dell’Eufrate, solo nominalmente controllate da forze del governo siriano (ICG, 2020).

Analisi, valutazioni, previsioni

Gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante nella stabilizzazione dell’area e nel tentativo di dissuadere attori locali e regionali dal prendere iniziative sfavorevoli. Un ruolo che però è stato fortemente indebolito dall’ambiguità degli annunci, spesso vaghi e contraddittori, che hanno caratterizzato la precedente amministrazione statunitense in merito alla presenza di Washington in Siria. Da un lato, la linea strategica palesata non ha consentito di pianificare efficacemente l’impegno militare sulla base di una time-line e un end-state definito; dall’altro lato, l’ipotesi di un impegno a tempo indeterminato, senza una tabella di marcia, né una chiara strategia diplomatica potrebbe mantenere in una condizione di permanente destabilizzazione e violenza (IGC, 2020); oppure, ulteriore variabile, un ritiro precipitoso degli Stati Uniti, o anche solo il semplice annuncio di un ritiro imminente, potrebbe sconvolgere il già precario equilibrio tra gli attori in campo.

Infine, guardando dal punto di vista giuridico, l’ipotesi di permanenza a tempo indeterminato potrebbe essere vista come una violazione del diritto internazionale del principio di sovranità, a danno del legittimo Stato siriano; una preoccupazione esacerbata dalla dichiarazione, fatta dall’allora presidente Donald J. Trump a fine 2019, di impegno a rimanere in Siria per “proteggere il petrolio” (ICG, 2020).

Sebbene Joe Biden appaia meno propenso di Trump a chiudere l’operazione in Siria, la sua amministrazione potrebbe però decidere di disimpegnare le truppe statunitensi esattamente come avrebbe fatto Trump. È una possibilità, sebbene i consiglieri di Biden ritengano la presenza militare a tempo indeterminato quale requisito necessario a scongiurare violenti stravolgimenti sul fronte che minaccerebbero gli alleati locali di Washington – e tra questi certamente i curdi dell’YPG – e potrebbero agevolare la rinascita del gruppo Stato islamico.

Ma se, per ipotesi, gli Stati Uniti decidessero di attuare un disimpegno immediato dal teatro siriano quali potrebbero essere gli esiti più probabili?

In primo luogo potrebbe aprirsi una nuova fase di violenza, a tutto vantaggio dei gruppi jihadisti e terroristi – in primis lo Stato islamico, che si rafforzerebbe riacquisendo capacità operative e di controllo territoriale e sociale.

In secondo luogo, questa nuova fase del conflitto incentiverebbe il confronto, e dunque lo scontro, tra il partner locale degli Stati Uniti, le cosiddette Syrian Democratic Forces (SDF), e la Turchia – che vede negli elementi curdi delle SDF un’estensione siriana del PKK.

Una possibile via di uscita alternativa potrebbe concretizzarsi qualora Washington decidesse di giocare il ruolo di mediatore ai fini di un accordo tra le parti che affronti i problemi di sicurezza turchi (reali e percepiti), protegga gli oltre tre milioni di siriani che risiedono nel nord-est della Siria e, in particolare, riduca il rischio di rinascita dello Stato islamico (ICG, 2020).

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Libia: Bertolotti (Start), ‘ruolo militare turco cruciale per ridefinire futuro Paese’ (ADNKRONOS)

Intervistae articolo di Alessia Virdis, per ADNKRONOS

Ankara forza determinante e destinata a prevalere

A dieci anni dall’avvio delle rivolte in Libia, che portarono alla fine dell’era Gheddafi, “oggi la Libia è una realtà estremamente frantumata caratterizzata, da rapporti di collaborazione e competizione spesso incompatibili tra loro, dove attori esterni giocano la loro partita spingendo sulle poche e disorganizzate forze interne”. E’ il quadro tracciato in un’intervista ad Aki – Adnkronos International da Claudio Bertolotti, direttore di Start InSight, autore di ‘Libia in transizione – Guerra per procura, interessi divergenti, traffici illegali‘ (SCARICA IL VOLUME), convinto che “il ruolo che sta giocando e giocherà ancora di più lo strumento militare turco sarà determinante per ridefinire la Libia che sarà” e che sul lungo periodo sia quindi “destinata a prevalere la forza turca”.

il ruolo che lo strumento militare turco sta giocando, e giocherà ancora di più, sarà determinante per ridefinire la Libia che sarà

L’esperto, analista strategico e coordinatore dell’Unità Ricercatori della Difesa presso l’Istituto di Ricerca e Analisi della Difesa (Irad) e direttore esecutivo dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT), sottolinea la “polarizzazione” che vede da una parte “i noti attori con Khalifa Haftar e quelli con Tripoli dall’altra”, ma evidenzia anche come “nell’ultimo periodo” la Turchia abbia assunto “un ruolo determinante”. Un ruolo cruciale, dice, “sia per quanto riguarda i giochi politici, intesi come rapporti di collaborazione con i gruppi di potere e i gruppi politici dell’area mediterranea di orientamento islamista legato alla Fratellanza musulmana“, sia dal punto di vista della “presenza fisica perché il ruolo che lo strumento militare turco sta giocando, e giocherà ancora di più, sarà determinante per ridefinire la Libia che sarà”.

La strategia turca indebolisce l’Italia

Bertolotti ricorda la presenza di “istruttori militari ed equipaggiamenti turchi a supporto delle forze di Tripoli”, un fatto a “esclusivo vantaggio della Turchia e uno svantaggio per tutti gli altri attori, in primis per l’Italia”. Italia che, sottolinea, “vede sempre più eroso il suo ruolo e la sua influenza sulla Libia”.

I pochi punti di forza dell’Italia vengono confermati dall’attivismo dall’Eni, che cerca di tutelare attraverso la garanzia dei propri interessi gli interessi nazionali. A svantaggio della Turchia, il fatto di non essere in una posizione economicamente dominante

“I pochi punti di forza che restano vengono confermati dall’attivismo dall’Eni, che cerca di tutelare attraverso la garanzia dei propri interessi gli interessi nazionali”, continua l’esperto parlando di un’Italia che “dal punto di vista è sempre più debole, sempre meno attiva”.

A svantaggio della Turchia, il fatto di non essere – dice Bertolotti – “in una posizione economicamente dominante”. Questo, osserva, “potrebbe essere un limite alle sue ambizioni, ma resta la presenza fisica e la capacità di influire sulla politica libica”. Il 5 febbraio al voto in Svizzera del Forum di dialogo politico si è imposta la lista con Mohamed Menfi come nuovo capo del Consiglio presidenziale libico e Abdul Hamid Mohammed Dbeibah come candidato premier fino alle elezioni annunciate per il prossimo 24 dicembre. “Il fatto che quest’ultimo sia un uomo d’affari direttamente collegato con il business turco conferma – prosegue – questa capacità della Turchia di riuscire a consolidare le proprie posizioni”.

‘I russi? Si sono creati un trampolino di lancio per una presenza sul medio e lungo periodo’

I russi, oltre alla Turchia. “Il Mediterraneo è diventato il centro dell’instabilità dovuta alle politiche espansionistiche di Ankara e di Mosca, perseguite anche attraverso il supporto delle parti contrapposte nei teatri di conflitto – scrive Bertolotti in ‘Libia in transizione’ – La Russia guarda con estrema attenzione al futuro della Libia perché la considera strumentale al perseguimento dei propri interessi nazionali. Interessi che includono principalmente i vantaggi economici del cosiddetto commercio di ‘guns for oil’ (armi in cambio di petrolio), i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico”.

I russi si sono sostanzialmente consolidati nelle loro posizioni. Trincerati, in un certo senso, anche fisicamente

I russi, dice ad Aki – Adnkronos International parlando di Haftar, “hanno sostenuto l’attore che non ha vinto ma che di fatto non ha neanche perso il confronto con Tripoli” e “si sono sostanzialmente consolidati nelle loro posizioni”. Trincerati, in un certo senso, “anche fisicamente attraverso la costruzione di questa linea di divisione fisica fatta di infrastrutture militari a tutela dei propri interessi nell’area, in particolare della loro presenza”.

La Libia resta per l’Italia un Paese in cui c’è la prospettiva di trasformare gli svantaggi, derivanti da un’assenza sul campo di battaglia libico, in opportunità.

Si può parlare di un “trampolino di lancio per la loro presenza anche sul medio e lungo periodo”, osserva, pensando al contributo militare assicurato sinora, “anche da punto di vista informale con l’uso di truppe non propriamente regolari, da Wagner ad altre realtà non statali”. A dieci anni dalla rivolta, la Libia – scrive Bertolotti in ‘Libia in transizione’ – resta comunque per l’Italia un Paese in cui c’è la prospettiva di “trasformare gli svantaggi, derivanti da un’assenza sul campo di battaglia libico, in opportunità”.

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(Vir/Adnkronos)

ISSN 2465 – 1222
15-Feb-2021 17:19

 


Libia in transizione – è online il 1° volume “InSight”

Guerra per procura, interessi divergenti, traffici illegali

L’instabilità libica è il principale ostacolo alla sicurezza dell’intero Mediterraneo ma gli stati europei sembrano incapaci di intraprendere un percorso unitario per la sicurezza del confine meridionale della UE: e questo avrà dirette ripercussioni sulla sicurezza del Nord Africa e dell’Europa meridionale, che coincide con il fianco sud della NATO.  La competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse. Su tale situazione si innesta il processo elettorale del 2021, frutto del dialogo negoziale che si è svolto a Ginevra attraverso la mediazione delle Nazioni Unite, i cui esiti lasciano presagire uno scenario nel breve periodo tutt’altro che stabile.

Il volume “Libia in transizione” è inserito nella collana “InSight“.

Claudio Bertolotti, Direttore START InSight

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Introduzione

1. 2020: l’evoluzione del conflitto in quattro

Il vertice europeo di Berlino del 19 gennaio

La fine dell’assedio di Tripoli

L’accordo di Ginevra

Le elezioni per il governo unificato

2. La strategia turca indebolisce l’Italia

Consolidamento in Libia e attivismo militare nel Mediterraneo

Tra guerra e il riposizionamento diplomatico

Italia e Turchia: alleati e rivali

3. Due attori e due strategie in Libia: le ambizioni di Egitto e Turchia

Lo sforzo militare in Libia: l’accordo militare turco-libico

Il sostegno militare al GNA

Il sostegno militare all’Esercito Nazionale Libico

Il rifornimento aereo e marittimo

La strategia egiziana: tra diplomazia e interventismo (Melcangi A.)

4. L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner

L’arrivo dei contractor “russi” e l’escalation nella guerra per procura

5. La nuova economia: traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio, droga e armi

Il traffico illegale di migranti: nuovo modus operandi, vecchio approccio al profitto

La oil connection: criminalità organizzata e terrorismo

La droga come sistema di pagamento per gli affari illeciti

La Libia come epicentro del traffico illegale di armi

6. Operazione EUNAVFOR-MED “Irini”: limiti e criticità

Il vertice di Berlino come premessa all’operazione “Irini”

Obiettivi dell’operazione “Irini”

Una situazione che peggiora: continua l’afflusso di armi

Dalla teoria alla pratica: difficoltà operative e limiti politici

La sfida militare della Turchia all’Unione Europea

I due punti deboli di “Irini”

“Irini”: l’opportunità che l’Italia deve cogliere

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L’uccisione del leader del Movimento per il Jihad islamico palestinese Baha Abu al-Ata: un anno dopo

di Claudio Bertolotti

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L’uccisione di Baha Abu al-Ata, il senior leader del movimento per il jihad islamico palestinese considerato responsabile dei lanci di razzi contro Israele, può essere considerata un successo per Gerusalemme, sebbene abbia cambiato di poco il livello di conflitto tra Israele e i gruppi terroristici palestinesi: a più di un anno dalla sua uccisione, Israele continua a subire gli attacchi dei gruppi militanti palestinesi operativi nella Striscia di Gaza.

L’11 novembre 2019 un’operazione congiunta condotta dalle forze di difesa israeliane (IDF) e dallo Shin Bet portava all’uccisione, attraverso un attacco aereo mirato nella Striscia di Gaza, Bahaa Abu al-Ata, del leader del gruppo terrorista palestinese Movimento per il Jihad islamico (Bertolotti, 2019)

L’uccisione di Bahaa Abu al-Ata, ritenuto responsabile dell’organizzazione e condotta di diversi lanci di razzi, può essere considerata un successo per Israele sebbene abbia influito in maniera irrilevante sul livello generale del conflitto tra Israele e i gruppi terroristici palestinesi a Gaza. A più di un anno dalla sua uccisione, Israele continua ad essere sotto attacco da parte di gruppi militanti palestinesi come confermato dal lancio di razzi dalla Striscia di Gaza – non rivendicato – quattro giorni dopo l’anniversario dell’assassinio di Bahaa Abu al-Ata. Attacco a cui è seguita la rappresaglia israeliana: l’IDF ha comunicato, attraverso un tweet del 15 novembre 2020, di aver “colpito le infrastrutture sotterranee di Hamas e le sue postazioni militari a Gaza” – utilizzando aerei da combattimento, elicotteri e carri armati – e che “sta conducendo una valutazione della situazione in corso… pronto a operare contro qualsiasi attività terroristica”.

Va evidenziato, pur a fronte dell’intensità degli attacchi contro Israele, che Gerusalemme e Hamas hanno comunque raggiunto diversi accordi senza che queste azioni offensive potessero interferire in maniera rilevante sul dialogo tra le parti.

L’esito del “targeting” israeliano

Considerando il livello di conflitto tra i due fronti, Israele e i gruppi militanti palestinesi, possiamo davvero ritenere che l’uccisione di Bahaa al-Ata abbia rafforzato la capacità di deterrenza israeliana?

Gli accordi raggiunti da Gerusalemme e Hamas sono stati di breve durata: non sono trascorsi più di tre mesi prima che i militanti delle varie fazioni palestinesi riprendessero gli attacchi; le diverse campagne di attacchi con palloni incendiari contro le comunità nel sud di Israele, inclusi gli sporadici lanci di razzi, tendono a confermare che l’uccisione di Abu al-Ata non avrebbe prodotto risultati significativi. In effetti, l’uscita di scena di Abu al-Ata, pur avendo agevolato le intese tra le due parti attraverso la mediazione dall’Egitto, non ha però portato alla riduzione dell’intensità offensiva da Gaza (Truzman, 2020).

L’uso da parte israeliana del “targeting” – le uccisioni mirate – avrebbe sì portato a risultati di rilievo sul piano negoziale, ma non ha scoraggiato i gruppi jihadisti militanti dall’agire o dal mutare la loro strategia. E inoltre, se è vero che Israele è stato in grado di rimuovere una minaccia che percepiva come imminente, non è però riuscito a dissuadere il Movimento per il jihad islamico e gli altri gruppi palestinesi dal perseguire i propri obiettivi attraverso la stessa tipologia di attacchi privilegiata da Bahaa Abu al-Ata.

Hamas e il Movimento per il Jihad islamico in Palestina: tra tolleranza e concorrenza

Il Movimento per il Jihad islamico in Palestina è un’organizzazione radicale – designata come terrorista dal Consiglio europeo, dagli Stati Uniti e Canada, oltre che da Israele –, la seconda più grande organizzazione militante palestinese a Gaza dopo Hamas, al governo della Striscia. Da quando è stato fondato, nel 1981, il Movimento per il Jihad islamico ha lanciato migliaia di razzi e ha tentato in innumerevoli modi di danneggiare e uccidere i civili israeliani. Fondato da islamisti intransigenti, il gruppo affonda le sue radici nei campi profughi palestinesi e si ritiene che sia composto oggi da alcune migliaia di combattenti. Considerata una forza “per procura” iraniana, la sua leadership ha sede nella capitale siriana, Damasco: secondo Israele il gruppo riceverebbe milioni di dollari in finanziamenti iraniani ogni anno. Nel 2019 e nel 2020 il movimento si è reso responsabile del lancio di centinaia di razzi contro obiettivi civili israeliani, ha tentato di infiltrarsi in Israele scavando tunnel sotterranei per attacchi e ha sparato ai soldati dell’IDF al confine israeliano.

Hamas e il Movimento per il Jihad islamico sono accomunati dall’obiettivo strategico della distruzione di Israele, dalle tecniche e tattiche d’azione contro obiettivi civili israeliani e dall’essere entrambi designati come gruppi terroristici. Tra i due, il Movimento per il Jihad islamico è considerato più aggressivo e audace, soprattutto perché può concentrarsi su attività militari, al contrario di Hamas che invece è impegnato nel governo di un territorio con 2 milioni di persone. Hamas e il Movimento per il Jihad islamico mantengono un rapporto che può essere definito di “cauta alleanza”, si valuta che il secondo sia particolarmente frustrato dalle tregue non ufficiali tra Hamas e Israele (Holmes, 2019).

Israele e Hamas hanno combattuto tre guerre dal 2007, a cui si sommano le scaramucce secondarie. Egitto e Qatar hanno mediato un cessate il fuoco informale negli ultimi anni, durante il quale Hamas ha ridotto gli attacchi con i razzi in cambio di aiuti economici e dell’allentamento del blocco israelo-egiziano, sebbene l’accordo si sia interrotto in più occasioni. Israele ed Egitto hanno mantenuto un forte blocco su Gaza, sin da quando Hamas ha preso il controllo del territorio nel 2007 (Al Jazeera, 2020).

Foto: Hosny Salah

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La strategia egiziana in Libia: tra mediazione diplomatica e intervento militare

di Alessia Melcangi, Atlantic Council – Università “La Sapienza”

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L’Egitto a sostegno del generale Khalifa Haftar vorrebbe evitare un intervento militare oneroso e dagli esiti imprevedibili, ma non a ogni costo. Se l’opzione diplomatica dovesse rivelarsi non perseguibile, allora il Cairo potrebbe rispolverare l’opzione militare per la Libia

Gli ultimi sviluppi sul fronte libico sembrano aver dato nuovo impulso all’iniziativa diplomatica egiziana: il 23 settembre il presidente al-Sisi ha, infatti, riunito il generale Haftar, leader dell’LNA, e il portavoce del parlamento di Tobruk Aguila Saleh, esortando le parti in conflitto a riavviare il processo politico sotto la supervisione dell’ONU con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza e la stabilità nel paese (Ahram, 2020).

La volontà del Cairo di abbandonare momentaneamente l’opzione militare a favore della ripresa del dialogo tra i gruppi rivali avviene in conseguenza del cessate il fuoco annunciato a fine agosto dal GNA di Tripoli. L’Egitto non è nuovo a questo tipo di strategia che, dalla caduta di Gheddafi nel 2011, si è dispiegata su due fronti: da una parte, quello della mediazione politica che potesse arrivare a una soluzione diplomatica del conflitto; dall’altra parte, sostenendo logisticamente e militarmente l’offensiva di Haftar contro Tripoli, insieme agli storici alleati della regione, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e l’Arabia Saudita, spingendosi fino a minacciare di avviare un conflitto per la difesa della propria sicurezza nazionale e dei propri interessi in Libia (Melcangi, 2020).

Con la discesa in campo della Turchia a fianco del GNA ‒ a seguito degli accordi stipulati tra i due paesi a dicembre 2019 sulla demarcazione dei confini marittimi e sulla cooperazione militare (Butler, Gumrukcu, 2020) ‒, l’opzione diplomatica è sembrata sempre più impossibile e inefficace per il Cairo che, progressivamente, si è trovato costretto a ricalibrare la propria azione in Libia; la Turchia infatti, oltre a essere un rivale geopolitico di cui al-Sisi teme la proiezione strategica, in particolare nel Mediterraneo orientale, rappresenta oggi anche uno dei più fieri sostenitori di quell’islam politico contro il quale si è invece schierato il Cairo insieme agli emiratini e i sauditi.

La ritirata dal fronte occidentale a cui è stato costretto nell’aprile 2020 l’Esercito Nazionale Libico, insieme alle milizie che combattono a fianco di Haftar, ha spinto il Cairo, che temeva il collasso del generale e di perdere il controllo sulla Cirenaica a favore di Ankara, a riprendere il percorso diplomatico chiedendo un cessate il fuoco. Il 6 giugno 2020, il presidente egiziano ha annunciato la cosiddetta “Dichiarazione del Cairo” (Mezran, Melcangi, 2020), sostenuta da Haftar e da Aguila Saleh e basata su una risoluzione intra-libica che potesse rilanciare il processo di pacificazione; questa, tuttavia, ha trovato l’opposizione ferrea di Ankara e del governo di Tripoli. L’opzione diplomatica si è, dunque, trasformata in un monito di guerra lanciato da al-Sisi contro il GNA e i suoi sostenitori, posizionatisi vicino alla cosiddetta linea rossa di Sirte-Al-Jufra, alle porte della ricca e contesa mezzaluna fertile.

Storicamente la Libia rappresenta per l’Egitto un paese di grande importanza per la sua proiezione geopolitica regionale, dal punto di vista della sicurezza interna, per evitare il dilagare della violenza nel suo territorio a causa della possibile penetrazione di gruppi jihadisti dalla porosa frontiera al confine con la Cirenaica; da un punto di vista economico, per far fronte alle conseguenze della drastica diminuzione delle rimesse dei lavoratori emigranti egiziani in Libia, che rappresentano una grave minaccia per la stabilità e la sicurezza interna dell’Egitto; ma anche per riaffermare la propria immagine di perno geostrategico regionale pronto a difendere i propri interessi in quel grande scacchiere geo-economico che è oggi il Mediterraneo Orientale. Ma a seguito degli ultimi eventi il Cairo ha momentaneamente deciso di riporre l’ascia di guerra e ritornare alla strategia diplomatica: il 29 settembre a Hurghada hanno avuto luogo importanti colloqui tra le delegazioni militari in rappresentanza del GNA e dell’LNA sul tema della sicurezza e sulla possibile ripresa dei negoziati nell’ambito del 5+5 Joint Military Committee (JMC). Sostenuto fortemente dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), tale incontro ha permesso all’Egitto di riscuotere il plauso pubblico dell’organizzazione per il suo impegno a sostegno del dialogo tra le varie fazioni libiche (UNSMIL, 2020).

Analisi, valutazioni, previsioni

Nel suo discorso alla 75° sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente egiziano al-Sisi ha ribadito l’intenzione di voler aderire al processo di risoluzione politica condotto dall’organizzazione nel paese sostenendo il popolo libico nel suo processo verso la pacificazione del conflitto; ma, al contempo, ha anche sottolineato che la linea che si estende tra le città libiche di Sirte e Jufra continua ad essere considerata come una linea rossa non oltrepassabile per la sicurezza nazionale[1].

Di fatto, l’impressione è che l’Egitto sia ben felice di evitare un intervento militare costoso e dagli esiti imprevedibili, ma non a ogni costo. Se l’opzione diplomatica dovesse rivelarsi inefficace o non garantisse gli interessi strategici egiziani in quel paese, allora il Cairo potrebbe rispolverare l’opzione militare, mai del tutto accantonata. E dato che la partita in gioco in Libia rimane decisamente fluida, la scelta fra armi e diplomazia è tutt’altro che scontata.

Foto: M.T. Elgassier

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[1] Statement by H.E. President Abdel Fattah El-Sisi before the 75th Session of the UN General Assembly, 24 settembre 2020, in https://www.sis.gov.eg/Story/152277/Statement-by-H.E.-President-Abdel-Fattah-El-Sisi-before-the-75th-Session-of-the-UN-General-Assembly?lang=en-us


Le elezioni in Uganda, M. Cochi – RaiNews24

Museveni mantiene saldo il potere in Uganda

La vittoria di Yoweri Museveni nelle presidenziali ugandesi dello scorso 14 gennaio sancisce la sesta rielezione del settantaseienne, dopo oltre tre decenni al potere. Nel luglio 2018, il presidente ha emendato la Costituzione rimuovendo l’articolo che limitava di diventare presidente oltre i 75 anni. Una decisione che ha scatenato proteste di piazza tra i giovani ugandesi, i quali speravano nell’affermazione del suo sfidante: il trentottenne cantante reggae Bobi Wine. Così Museveni mantiene saldo il potere su un paese che non ha mai avuto un cambio di potere pacifico, da quando nel 1962 ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito.

Ne parla Marco Cochi a RaiNews24


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Novembre

Algeria: Partnership strategica globale Cina-Algeria nel campo dell’ICT

Una delegazione cinese guidata da Yang Jiechi, membro dell’ufficio politico e direttore dell’ufficio della Commissione Affari Esteri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), ha effettuato una visita ufficiale di due giorni in Algeria dal 10 all’11 Ottobre 2020 (Agenzia Ecofin, 2020). Algeria e Cina hanno discusso della necessità di rafforzare la cooperazione bilaterale nel campo della tecnologia della comunicazione dell’informazione (ICT). La Cina ha espresso la sua disponibilità “a promuovere la piena cooperazione con l’Algeria nei settori dell’economia, del commercio, della scienza, della tecnologia e dell’antiterrorismo in modo da elevare il partenariato strategico globale bilaterale a un livello superiore” – ha affermato Yang Jiechi”. Momento clou dell’incontro è stata la firma di “un accordo di cooperazione economica e tecnica, pari a un contributo di 100 milioni di yuan (14,8 milioni di dollari). La Cina ha dichiarato di essere disposta a collaborare con l’Algeria per rafforzare l’iniziativa cinese della Belt and Road Initiative e aiutare alla realizzazione del nuovo piano di rilancio economico dell’Algeria (Xinhua, 2020).

Egitto: Il Cairo ratifica l’accordo marittimo con la Grecia

Il presidente egiziano Abdel-Fattah el-Sissi ha ratificato il 10 ottobre un accordo marittimo che stabilisce il confine del Mar Mediterraneo con la Grecia e delimita una zona economica esclusiva (EEZ) per i diritti di perforazione di petrolio e gas. L’accordo bilaterale è visto come una risposta a all’accordo tra la Turchia e il governo libico di Tripoli, da cui sono derivate tensioni nella regione del Mediterraneo orientale, e alla controversa esplorazione marittima della Turchia di petrolio e gas. La ratifica è avvenuta due mesi dopo che i ministri degli esteri egiziano e greco avevano firmato l’accordo al Cairo (ratificato dal parlamento greco il 27 agosto). Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito “inutile” l’accordo Egitto-Grecia, giurando di implementare il suo patto con il governo di Tripoli (Ekathimerini, 2020).

Israele: normalizzazione dopo i colloqui di cooperazione Israele-Emirati Arabi Uniti

Il 15 ottobre la Knesset (il parlamento monocamerale di Israele, a Gerusalemme) ha approvato a stragrande maggioranza l’accordo di normalizzazione di Israele con gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Circa 80 deputati su 120 hanno votato a favore dell’accordo, mentre solo 13 hanno espresso voto contrario. Ventisette parlamentari non hanno partecipato al voto. L’accordo ora necessita del via libera del Consiglio dei Ministri per entrare in vigore. La lista congiunta a maggioranza araba, composta da 15 deputati in rappresentanza dei palestinesi israeliani, aveva dichiarato che avrebbe votato contro l’accordo (Agenzia Anadolu, 2020).

Inoltre, le borse di Israele e degli Emirati Arabi Uniti aprono i colloqui di cooperazione: la Borsa di Israele ha aperto i colloqui preliminari con la Borsa di Abu Dhabi finalizzati a una futura cooperazione. Le due Borse stanno discutendo sulla possibilità di firmare un memorandum d’intesa per disegnare un quadro di cooperazione regionale in vari campi. La notizia è arrivata dopo che il riavvicinamento economico tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) ha portato alla firma dell’accordo di normalizzazione noto come “Abraham Accords Peace Agreement” (Anadolu Agency, 2020).

Libano: colloqui Libano-Israele mediati dagli Stati Uniti sulla controversia sui confini marittimi

I colloqui del 14 ottobre sono i primi tra Beirut e Gerusalemme in 30 anni. Si sono svolti nella città al confine meridionale del Libano, Naqoura, sotto gli auspici delle Nazioni Unite e con la mediazione degli Stati Uniti. La controversia risale al 2011, quando Israele ratificò un accordo sul confine marittimo con la vicina Cipro, utilizzando come punto di riferimento un confine marittimo che Libano e Cipro avevano concordato nel 2007, ma che il parlamento libanese non ha mai ratificato. La tempistica dei negoziati ha portato l’attenzione sulla situazione politica libanese poiché hanno avuto luogo poco dopo che gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni contro soggetti libanesi legati ad Hezbollah (Azhari, 2020). Questo evento può essere letto, da un lato, come conferma di un interesse economico di entrambe le parti: l’estrazione di petrolio e gas richiede stabilità. D’altra parte, può essere interpretato come un primo timido passo verso la normalizzazione.

Libia: i gruppi rivali della Libia concordano sulla scelta di posizioni sovrane

I delegati di Tripoli e Tobruk hanno annunciato che il secondo ciclo di colloqui si è concluso con un accordo sui criteri di scelta delle politiche per il paese. Il dialogo, iniziato a settembre nella città marocchina di Bouznika, ha visto la partecipazione di cinque delegati del Governo di Accordo Nazionale (GNA) con sede a Tripoli e cinque della Camera dei Rappresentanti (HoR) con sede nella città orientale di Tobruk. L’accordo stabilisce che l’HoR e il GNA debbano “raggiungere un consenso sulla leadership delle seguenti posizioni: Governatore della Banca Centrale della Libia, Presidente dell’Ufficio di controllo, Capo dell’Autorità di controllo amministrativo, Capo dell’Agenzia anticorruzione, Presidente e membri dell’Alto commissariato per le elezioni, Presidente della Corte suprema e Procuratore generale”. GNA e HoR continueranno le loro consultazioni in ​​Marocco per garantire la fine della fase di transizione (Al-Jazeera, 2020).

Marocco: l’ONU istituisce un ufficio antiterrorismo in Marocco

Martedì il Marocco ha firmato un accordo con l’Ufficio antiterrorismo delle Nazioni Unite (UNOCT) al fine di istituire a Rabat il primo ufficio africano del programma UNOCT. Il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita ha affermato che l’ufficio mira a migliorare le capacità dei paesi africani attraverso lo sviluppo di programmi nazionali di formazione contro il terrorismo. Gli osservatori ritengono che il Marocco trarrà vantaggio svolgendo un ruolo di collegamento e mediazione nelle relazioni con le Nazioni Unite e con i paesi arabi e africani (al-Alawi, 2020).

Siria: le forze siriane si scontrano con l’IS

Scontri nel deserto siriano tra forze filo-governative e sacche di resistenza del cd. gruppo Stato Islamico (IS) hanno portato, a ottobre, alla morte di almeno 90 combattenti. Le unità mobili dell’IS sono rimaste attive nel deserto siriano, noto in arabo come Badia, da quando i jihadisti hanno perso il controllo, nel marzo 2019, delle ultime aree di quello che fu il “califfato” (Defense Post, 2020). Gli aerei russi hanno effettuato attacchi a sostegno dell’alleato siriano. Gli scontri hanno avuto luogo in due aree separate del vasto deserto che separa la valle dell’Oronte a ovest dalla valle dell’Eufrate a est.

Tunisia: il peggioramento dell’economia tunisina rischia di destabilizzarsi

Da marzo a giugno 2020, 165.000 tunisini hanno perso il lavoro a causa di una crisi economica che è in progressivo peggioramento ed è aggravata dai nuovi casi di coronavirus. Secondo uno studio congiunto del governo e delle Nazioni Unite, la disoccupazione è salita al 18 percento mentre è previsto che potrebbe superare il 20 percento entro la fine dell’anno. La Tunisia, già impegnata a contenere l’elevata disoccupazione prima dell’inizio della pandemia, ha subito una contrazione record della sua economia. Il PIL è stato ridotto del 21,6% nel secondo trimestre del 2020, una contrazione dell’attività economica senza precedenti (The North African Journal, 2020).


Libia: Varvelli (Ecfr), ‘viaggio Conte e Di Maio prezzo politico pagato a Haftar’ (ADNKRONOS)

La cattura dei pescatori italiani era ovviamente un pretesto di Haftar

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, ha annunciato la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo, sequestrati in Libia per 108 giorni. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Di Maio si sono recati stamani a Bengasi, roccaforte del generale Khalifa Haftar. Sulla vicenda dei pescatori illegalmente detenuti dalle milizie libiche, due sono gli elementi da tenere in considerazione.

Il primo è che l’Italia si è schierata dalla parte del governo di Tripoli, internazionalmente riconosciuto, ma sostenuto da quella Turchia che di fatto ha sostituito l’Italia come partner privilegiato: un processo di sostituzione che si è imposto a causa della sostanziale immobilità italiana e dell’attivismo spregiudicato di Ankara nel Mediterraneo, che non si è fatta scrupoli nell’inviare armi da guerra in Libia nonostante l’embargo delle Nazioni Unite – e tra gli aiuti anche i combattenti islamisti reduci della guerra in Siria. E questo è molto pericoloso per la sicurezza del Mediterraneo.

Il secondo elemento è l’indebolimento di Haftar, leader militare e portabandiera del cosiddetto governo di Tobruch, la cui autorità non è formalmente riconosciuta e che ha perso quel ruolo chiave che aveva in precedenza. Un indebolimento, quello di Haftar che si accompagna al cessate il fuoco tra le parti e all’avvio del negoziato tra Tobruch e Tripoli che potrebbe portare a un primo risultato nella stabilizzazione libica. Haftar, escluso da questo negoziato e a rischio di essere marginalizzato, ha agito con la forza tentando di compensare la sua sempre maggiore debolezza; e lo ha fatto giocando la carta del ricatto con un’Italia sempre più marginale e in cui i pescatori italiani sono stati, loro malgrado, l’espressione della contesa tra le parti libiche.

“La guerra del gambero rosso” del Mediterraneo è un elemento che conferma la perdita di influenza dell’Italia in Libia: l’evento in sé, associato al sequestro e all’immediato rilascio del mercantile turco avvenuto nel mese di dicembre, evidenzia la perdita di influenza dell’Italia in Libia e nel Mediterraneo a favore di altri attori, tra i quali certamente la Turchia.

Adnkronos ha chiesto ad Arturo Varvelli, direttore dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) cosa rappresenti sul piano politico la liberazione dei pescatori italiani.

un premier e un ministro degli Esteri da un generale che non ha riconoscimento internazionale

(Rak/Adnkronos) “Il fatto che un presidente del Consiglio e un ministro degli Esteri si siano mossi per andare a sancire la liberazione da un generale, il generale Khalifa Haftar, che non ha alcun riconoscimento internazionale o che non dovrebbe averne, è naturalmente il prezzo implicito che abbiamo pagato per risolvere questa situazione”. Arturo Varvelli dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) commenta così con Aki – Adnkronos International l’annuncio da parte del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, con un post su Facebook, della liberazione dei “nostri pescatori” bloccati in Libia dal primo settembre, 18 marittimi (otto italiani), fermati al largo di Bengasi dalle forze al comando del generale Khalifa Haftar.

“Il Governo continua a sostenere con fermezza il processo di stabilizzazione della Libia. E’ ciò che io e il presidente Giuseppe Conte abbiamo ribadito oggi stesso a Haftar, durante il nostro colloquio a Bengasi”, ha scritto Di Maio su Facebook.

Haftar voleva si muovessero da Roma, ora governo rifletta su posizione Italia rispetto a crisi libica

“E’ chiaro che quello che voleva Haftar era che si muovessero da Roma e andassero a Bengasi e che lui avesse un riconoscimento di questo tipo”, aggiunge Varvelli, “molto felice per la soluzione di questa vicenda”, per “l’ottima notizia”.

“E’ esattamente il prezzo politico che dovevamo pagare e – dice – è stato pagato”. Bisognerà vedere, continua, “nelle prossime settimane, nei prossimi mesi come sarà la posizione dell’Italia in questa crisi, posizione che mi sembra sempre un po’ ondivaga”.

“Ci siamo un po’ trincerati dietro questa formula dell’equidistanza – prosegue Varvelli – ma mi sembra che non abbiamo ottenuto molto. Non siamo diventati migliori amici di Haftar, tanto che ha trattenuto per più di 100 giorni dei pescatori senza alcuna accusa formale a Bengasi e dall’atra parte penso abbiamo perso un po’ di leva su Tripoli”, sul governo di concordia nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale. Ora, conclude, “si apre secondo me una fase di riflessione molto seria all’interno del governo sulla nostra posizione rispetto alla crisi libica” (Rak/Adnkronos).

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ISSN 2465 – 1222 17-Dec-2020 13:04

 


Libia: a “processo” i pescatori italiani detenuti da Haftar. Bertolotti: l’Italia sempre più vulnerabile – Deutsche Welle

di Philipp Zahn

I 18 pescatori di Mazara a processo davanti al tribunale militare del generale Khalifa Haftar: il commento di Claudio Bertolotti nel servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle.

Entro la fine di questa settimana inizierà il processo davanti al tribunale militare di Bengasi nei confronti dei pescatori di Mazara del Vallo detenuti in Libia.

Perché le autorità italiane tacciono, nonostante il fatto che gli avvocati considerino le azioni libiche come una chiara violazione della legge? La Libia rivendica anche l’area marittima oltre la zona di dodici miglia stabilita a livello internazionale; area in cui si trovavano i pescatori italiani. Ma allo stesso tempo la Marina Militare Italiana si ritira sempre più dalle acque internazionali al largo delle coste libiche, lasciando spazio ad altri attori. Con le veglie davanti al parlamento di Roma, le famiglie dei pescatori cercano di fare pressione sui politici, in modo che i 18 uomini possano finalmente tornare liberi.

Un’episodio, quello dei pescatori italiani, che accende i riflettori sul ruolo dell’Italia in Libia e nel Mediterraneo: un ruolo sempre più debole  e marginale, a vantaggio dei competitor – Turchia, Egitto, Russia e Paesi del Golfo – che consolidano le loro posizioni.

Il servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle in lingua tedesca
Il servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle in lingua araba
Il servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle in lingua spagnola

Italienische Fischer in libyscher Haft

Eine Reportage von Philipp Zahn.
Seit September sitzen 18 sizilianische Fischer in Libyen im Gefängnis. Ihr Vergehen: Sie hatten vor der Küste Garnelen gefangen. Ihre Familien befürchten, dass es nicht nur um Hoheitsrechte auf See geht.
Denn die italienischen Behörden schweigen. Und das, obwohl Juristen Libyens Vorgehen als klaren Rechtsbruch betrachten: Das Land reklamiert auch den Bereich jenseits der international festgelegten Zwölfmeilenzone, wo die Fischer unterwegs waren, als sein Hoheitsgebiet. Doch gleichzeitig zieht sich die italienische Marine zunehmend aus den internationalen Gewässern vor Libyens Küste zurück. Der Grund, so mutmaßen die Angehörigen der verschwundenen Fischer: Auf dem offenen Meer geraten viele Flüchtlinge in Seenot, und Italiens Marine wolle sich an deren Rettung nicht mehr beteiligen. Mit Mahnwachen vor dem Parlament in Rom versuchen die Familien der Fischer, Druck auf die Politik aufzubauen – damit die 18 Männer endlich wieder in Freiheit kommen.

El reportero – Pescadores italianos denidos en Libia

Un informe de Philipp Zahn.
Desde septiembre de 2020, 18 pescadores sicilianos se encuentran en cárceles libias. Su “delito”: pescar las codiciadas gambas rojas frente la costa de Libia. Sus familias desesperadas temen que haya más en juego que los derechos de soberanía marítima.
Las autoridades italianas callan. Y esto a pesar de que los abogados consideran que las acciones de Libia son una clara violación de la ley: el país también reclama como territorio suyo el área más allá de la zona de doce millas definida internacionalmente por los pescadores. Pero al mismo tiempo la marina italiana se está retirando cada vez más de las aguas internacionales frente a la costa de Libia. La razón, especulan los familiares de los pescadores desaparecidos, es que muchos refugiados están en peligro en mar abierto, y la marina italiana ya no quiere participar en su rescate. Con vigilias frente al parlamento en Roma, las familias de los pescadores tratan de presionar a los políticos para que los 18 hombres sean finalmente liberados.

مراسلون – صيادون صقليون في السجون الليبية

إين ريبورتاج فون فيليب زان.
تعليق لكلاوديو بيرتولوتي

منذ 20 سبتمبر يقبع 18 صيادا صقليا في السجون الليبية. وجريمتهم هي اصطيادهم القريدس الأحمر أمام السواحل الليبية. وتخشى عائلتهم ألا يقتصر الأمر على اتهامهم بخرق المياه الإقليمية الليبية.
فالسلطات الإيطالية صامتة. ورغم أن رجال القانون يرون أن التصرف الليبي يعد خرقا واضحا للقانون، لأن الصيادين اعتقلوا خارج الاثني عشر ميلا التي يحددها القانون الدولي كمياه إقليمية، فيما تعتبر ليبيا تلك المنطقة منطقة سيادية. من ناحية أخرى تتراجع باضطراد حركة البحرية الإيطالية في المياه الدولية، لأنها، حسب اعتقاد أهالي الصيادين، لم تعد ترغب في أن تشارك في عمليات إنقاذ للاجئين. وتسعى عائلات الصيادين من خلال الاحتجاج بإيقاد الشموع أمام البرلمان في روما إلى زيادة الضغط على السياسيين من أجل الإفراج عن الصيادين المعتقلين. ريبورتاج فيليب تسان.


Libia: le ambizioni della Turchia. La competizione tra Ankara, Mosca e il Cairo nel settore Security Force Assistance (SFA)

Lo sforzo militare in Libia: le conseguenze della collaborazione militare turco-libica

di Claudio Bertolotti

Il 15 settembre, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto al Segretario Generale Antonio Guterres di nominare un inviato speciale per la pace in Libia; in tale occasione Russia e Cina si sono astenute dal voto sulla risoluzione che avrebbe esteso anche la missione Onu nel Paese.

Il giorno successivo, 16 settembre, il primo ministro libico Fayez al-Sarraj, alla guida del governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli – che controlla parte della Libia occidentale –, ha annunciato la sua intenzione di dimettersi; una decisione, le cui ragioni non sono note, che ha lasciato spazio a numerose speculazioni. Molti ritengono che la decisione sia frutto delle forti pressioni internazionali – in particolare da parte statunitense – allo scopo di assecondare i paesi che si sentono più minacciati dagli accordi firmati dalla Libia con la Turchia, in particolare l’accordo di demarcazione del confine marittimo – exclusive economic zone (EEZ) – che più preoccupa gli europei, in primis la Francia e la Grecia. Un accordo che è stato accompagnato dall’aiuto militare della Turchia al GNA e grazie al quale, a giugno, è stato posto termine all’assedio di Tripoli durato oltre un anno da parte delle forze del generale Khalifa Haftar, comandante dell’esercito nazionale libico (Libyan National Army, LNA) del governo della Libia orientale di Tobruk.

Si tratta di un’evoluzione politica significativa e con rilevanti conseguenze strategiche sebbene, ad oggi, la Libia rimanga ancora fortemente divisa sui due principali fronti – Tripoli e Tobruk – in cui più attori perseguono propri obiettivi. Ma le dimissioni di al-Sarraj, se confermate, potrebbero compromettere seriamente i rapporti tra Ankara e Tripoli poiché l’accordo siglato dai ministri della difesa turchi e qatarioti il 17 agosto prevede che i due paesi forniscano assistenza alle forze di sicurezza libiche. E in tale quadro il GNA e la Turchia hanno già avviato una serie di programmi per la ricostruzione delle forze armate libiche: una collaborazione che è stata formalmente confermata il 20 settembre dal ministro della Difesa libico Salah Eddine al-Namrush.

I programmi, che ufficialmente mirano a istituire una forza militare in linea con gli standard internazionali, includono la ristrutturazione delle forze armate di terra, della marina, delle difese aeree, delle unità antiterrorismo e per operazioni speciali. In base all’accordo, i “consiglieri militari” turchi dovrebbero svolgere attività di addestramento e di assistenza logistica in cooperazione con il Qatar. Secondo il  quotidiano “Daily Sabah”, l’esercito turco fornirà assistenza (security force assistance, SFA) nella fase di transizione che dovrebbe portare, attraverso un processo di disarmo, smobilitazione e reinserimento (disarmament, demobilisation and reintegration, DDR) all’integrazione delle milizie irregolari in un esercito regolare; un ruolo, quello giocato dalla Turchia, che segue il copione  già utilizzato da Ankara nell’addestramento dell’esercito dell’Azerbaijan, dove le forze turche hanno fornito supporto, formazione, assistenza ed equipaggiamenti alle loro controparti azere. Il processo avviato in Libia da Turchia e Qatar, in linea con l’esperienza azera, mira a standardizzare sia l’addestramento che il reclutamento.

Combattenti, istruttori militari ed equipaggiamenti: la competizione tra Ankara, Mosca e il Cairo nel settore Security Force Assistance (SFA)

Come abbiamo visto, dunque, da un lato Ankara sta supportando il GNA con una missione di Security Force Assistance, formalmente attuata mediante accordi bilaterali con Tripoli; una missione supportata dalla fornitura di equipaggiamento militare e dal corredo di armi che Ankara fornisce a Tripoli, con ciò confermando l’inefficacia dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite – autorizzato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016) e 2473 (2019) – , e attuato in maniera non efficace dalla missione EUNAVFORMED “Irini”, il cui compito è quello di prevenire la fornitura di armi alla Libia. Un dispiegamento di personale militare da parte della Turchia che si accompagna al trasferimento di almeno dieci tipi di equipaggiamento militare tra cui sistemi di guerra elettronica, missili guidati anticarro, droni da combattimento, cannoni semoventi di difesa aerea, artiglieria, sistemi missilistici terra-aria, equipaggiamenti di marina e sistemi leggeri anti-aereo.

D’altro lato la Turchia ha svolto e svolgerebbe un ruolo da cui derivano maggiori criticità. È ormai nota la presenza di mercenari siriani inviati dalla Turchia in Libia per combattere a supporto del GNA: almeno 5.000 combattenti siriani, in parte provenienti dalla cosiddetta “Divisione Hamza” e la formazione estremista “Sultan Murad” (tra i gruppi ribelli siriani, sostenuti dalla Turchia, che hanno inviato combattenti in Libia), sono stati inviati in aiuto delle milizie alleate di Tripoli impegnate a contrastare le forze dell’LNA guidato dal generale Khalifa Haftar. Elementi reclutati, addestrate ed equipaggiati dalla Turchia e armati di mezzi corazzati Fnss Acv-15, lancia granate Milkor Mgl e missili anticarro statunitensi Bgm-71 Tow. È probabile che la presenza di jihadisti siriani finanziati dalla Turchia possa peggiorare le condizioni di sicurezza del paese portando a una reazione ostile da parte dell’opinione pubblica libica. Un pericolo di cui lo stesso GNA sarebbe consapevole, tanto da aver favorito il trasferimento da parte della Turchia di alcuni di questi jihadisti-mercenari in Azerbaigian, dove le ostilità contro l’Armenia aumentano al pari delle ambizioni turche nella regione.

Guardando all’altro fronte, quello tenuto dall’LNA e sostenuto da Emirati Arabi Uniti (EAU), Egitto e Russia, è possibile constatare un impegno in termini militari tutt’altro che marginale.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno dispiegato personale militare e trasferito in Libia almeno cinque tipi di equipaggiamento, inclusi veicoli corazzati, veicoli da ricognizione aerea e un caccia francese Dassault Mirage 2000-9.

La Russia ha trasferito almeno due tipi di equipaggiamento, tra cui jet da combattimento Mig-29A operativo presso la base aerea di Al Jufra e un aereo d’attacco supersonico Sukhoi SU-24, operativo dalle basi aeree di Al Jufra e Al Khadim. A questi equipaggiamenti si uniscono componenti corazzate a favore della compagnia di sicurezza privata russa “Wagner”, che consente alla Russia di poter operare militarmente nell’area senza essere coinvolta sul piano formale, con ciò potendo negare o minimizzare qualunque coinvolgimento diretto o eventuali perdite russe in Libia. Il gruppo “Wagner” avrebbe trasferito operatori militari privati ​​armati e attrezzature militari in Libia per sostenere le operazioni militari di Haftar, inclusi due mezzi corazzati da trasporto truppe. Gli operatori della “Wagner” risulta abbiano preso parte al ritiro delle forze di Haftar da Bani Walid tra il 27 maggio e il 1 luglio scorsi. Risulta che tali operatori fossero, e in parte ancora siano, dislocati nelle cinque basi aeree di Al Jufra, Brak, Ghardabiya, Sabha e Wadden, e presso l’impianto petrolifero di Sharara, il più grande del paese. Il coinvolgimento della “Wagner” in Libia, con un numero complessivo di circa mille operatori, consiste di fatto nel supporto tecnico per la riparazione di veicoli militari e nella partecipazione diretta a operazioni di combattimento in qualità di tecnici di artiglieria, osservazione aerea, oltre a fornire supporto nelle contromisure elettroniche e a schiera squadre di tiratori scelti. Il personale è principalmente russo, ma tra le fila del gruppo sono presenti anche cittadini di Bielorussia, Moldavia, Serbia e Ucraina.

Il rifornimento aereo di entrambe le parti è un fatto accertato, come dimostra l’intenso traffico aereo dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto occidentale e alla Libia orientale, così come dalla Russia, attraverso la Siria, alla Libia orientale e dalla Turchia alla Libia occidentale. Numerose, in particolare, le compagnie commerciali che, per conto degli attori statali impegnati nel conflitto libico, sono accusate di violare l’embargo sulle armi fornendo supporto logistico alle forze di Haftar; tra queste le compagnie aeree di Kazakistan, Siria, Ucraina e Tagikistan e due compagnie aeree degli Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda i rifornimenti via mare, cinque navi battenti bandiera di Albania, Libano, Tanzania e Panama e dirette verso i porti libici controllati dal GNA sono state accusate di violazione dell’’embargo sulle armi insieme a due destinate ai porti orientali in mano all’LNA: un bastimento battente bandiera liberiana, ma di proprietà di una compagna emiratina, l’altro battente bandiera delle Bahamas, ma di proprietà giapponese.

BBC (2020), Wagner, shadowy Russian military group fighting in Libya‘, 7 maggio.
Bertolotti, C. (2020, [1]), EUNAVFORMED “Irini” operation: constraints and two critical issues, START InSight
Bertolotti, C. (2020, [2]), La Libia è instabile: nessuna soluzione politica senza impegno militare. La strategia turca indebolisce l’Italia, Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N. 1/2020.
Bertolotti, C. (2020, [3]), L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner, START InSight e Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S.
Butler, D., Gumrukcu, T. (2020), Turkey signs maritime boundaries deal with Libya amid exploration row, 28 novembre.
Daily Sabah (2020), Libya starts implementing joint military programs with Turkey, defense minister says.
Lederer, E.M. (2020), Experts: Libya rivals UAE, Russia, Turkey violate UN embargo, Associated Press, 9 settembre, 2020.
Magdy, S. (2020), US: Turkey-sent Syrian fighters generate backlash in Libya, The Washington Post, 2 settembre.