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Crisi del Mar Nero. Il contesto regionale e internazionale

di  Gregorio Baggiani

Negli ultimi anni la situazione nel Mare d’Azov, un mare collegato al Mar Nero attraverso lo Stretto di Kerch che ne regola l’entrata a navi civili e militari, regolata da un trattato bilaterale tra Russia ed Ucraina del 2003, è andata progressivamente peggiorando, anche in seguito alla costruzione da parte russa di un ponte ferroviario che ne limita fortemente l’accesso, mediante estenuanti controlli, alle navi civili e militari di nazionalità ucraina.

Le conseguenze diplomatiche, politiche ed economiche di un eventuale conflitto nel Mar Nero

Nonostante la considerevole superiorità militare della Russia in campo navale, l’ipotesi di un conflitto aperto nel Mar Nero appare alquanto improbabile. Un conflitto militare solleverebbe la protesta diplomatica degli Stati occidentali e comporterebbe l’ulteriore inasprimento delle sanzioni contro la Federazione Russa, il possibile intervento della NATO e l’interruzione del traffico marittimo della Federazione Russa attraverso l’intero Mar Nero e la Crimea, a seguito della sua condanna dalle Nazioni Unite come stato aggressore. Tutto ciò sarebbe estremamente controproducente per le esportazioni commerciali russe verso il Medio Oriente e Mediterraneo orientale ma anche per gli importanti flussi di denaro, più o meno opachi, verso l’isola di Cipro, che vengono considerati un settore importante dell’attività economica russa; flusso di denaro che trova poi anche diverse modalità di impiego, lecite o non lecite, anche in Europa.

L’inasprimento delle tensioni è principalmente dovuto alla necessità di vigilare sul funzionamento delle condotte energetiche e di quelle relative alle infrastrutture di comunicazioni sottostanti il bacino

A questo già complesso scenario si aggiunge la questione dei gasdotti e delle reti di comunicazioni che passano sotto il Mar Nero, i primi, fondamentali per le esportazioni russe, le seconde per tutti gli stakeholders di questa complessa questione geopolitica. L’inasprimento delle tensioni, infatti, è principalmente dovuto alla necessità di vigilare sul funzionamento delle condotte energetiche e di quelle relative alle infrastrutture di comunicazioni sottostanti il bacino. L’ostacolo, il danneggiamento grave o addirittura l’interruzione di queste forniture o comunicazioni in caso di conflitto provocherebbe un danno sostanziale all’economia o alla sicurezza della Federazione Russa ed anche degli Stati europei, la prima già fortemente indebolita dalle sanzioni. Ne consegue che lo scoppio di un conflitto aperto nel Mar Nero non appare come la scelta più probabile a causa delle gravi ripercussioni sulle forniture energetiche e sulla stessa sicurezza degli stakeholder, eventualità cui la Federazione Russa ha recentemente cercato di porre rimedio attraverso l’isolamento della propria infrastruttura informatica, in parte dipendente dalle connessioni estere, comprese quelle legate alle infrastrutture di tipo sottomarino presenti sotto la superficie del Mar Nero. L’opzione che quindi molto probabilmente sarà adottata, è quella meglio descritta come “l’invasione silenziosa e strisciante” del Mar Nero che, azzerando il commercio necessario alla sopravvivenza dell’Ucraina e trasformando i suoi porti in una terra desolata, porterebbe alla depressione economica e all’impotenza di Kiev, rafforzando la fazione filo-russa nell’area sudorientale.

La grande strategia geopolitica russa in Ucraina

L’obiettivo primario di questa strategia è quello di respingere le aspirazioni della NATO in Ucraina e soffocare l’aspirazione del Paese a diventare una piena democrazia sul modello occidentale eliminando al contempo un potenziale concorrente commerciale nel Mar Nero. L’apparato politico e militare russo e il sistema economico sono, ovviamente, ben consapevoli di questo stato di cose. È pertanto improbabile che la Russia scelga una risposta militare per contrastare la presenza ucraina nel Mar Nero. I commerci russi sarebbero, infatti, i primi a soffrire del blocco causato da eventuali operazioni belliche e delle inevitabili ricadute derivanti dalle misure politiche e giuridiche che la comunità internazionale adotterebbe nei confronti della Federazione Russa.

Il fattore turco e la Convenzione di Montreux

Inoltre, in caso di un attacco militare russo a strutture militari, civili o petrolifere ucraine, la Turchia sarebbe costretta, a norma delle disposizioni legali contenute nell’accordo di Montreux del 1936, a chiudere gli Stretti Turchi alle navi militari russe e forse anche alle navi civili russe. L’atteggiamento turco si rivelerà quindi determinante nel caso di una crisi nel Mar Nero e della sua possibile evoluzione che al momento appare difficile prevedere con assoluta esattezza perché lo scenario appare particolarmente complesso. L’eventuale chiusura degli Stretti Turchi danneggerebbe gravemente le esportazioni e le fiorenti relazioni politiche con l’area del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente in cui la Russia intende invece assumere un ruolo più rilevante rispetto al passato riempiendo, in una certa misura, il vuoto lasciato dagli interessi USA in arretramento da questa zona altamente lacerata da gravi e crescenti tensioni internazionali.

Controllando gli Stretti, la Turchia si rivela un attore essenziale per l’equilibrio strategico del Mar Nero, del Mediterraneo in senso lato e, infine, del Medio Oriente e del Mar Caspio

In quest’ottica, le relazioni politico-diplomatiche che saranno instaurate tra la Russia e la Turchia e tra la Turchia e la NATO giocheranno un ruolo fondamentale. In caso di conflitto nel Mar Nero e in particolare nel Mar d’Azov, se il Trattato bilaterale del 2003 dovesse venir meno e le restrizioni in esso sancite dovessero decadere, la Turchia – secondo stato militarmente più forte del Mar Nero dopo la Russia e, soprattutto, Stato NATO, almeno formalmente – potrebbe diventare decisiva.

La Turchia quale gestore della Convenzione di Montreux e degli Stretti Turchi

Alla Turchia è infatti affidato il controllo e la gestione della navigazione, sia civile che militare, negli Stretti e in caso di conflitto, conformemente alla Convenzione di Montreux, sarebbe autorizzata a precluderne l’accesso. Controllando gli Stretti, la Turchia si rivela un attore essenziale per l’equilibrio strategico del Mar Nero, del Mediterraneo in senso lato e, infine, del Medio Oriente e del Mar Caspio il cui accesso a potenze straniere viene progressivamente ridotto dalla Russia e dagli altri Stati che si affacciano sul Mar Caspio mediante un Trattato firmato nel 2016 che proibisce l’installazione o comunque la presenza di basi militari straniere. La Cina, a sua volta, agisce in modo implicito od esplicito nel contenimento dell’avanzata USA e NATO verso il bacino del Caspio, di cui il Mar Nero appare strategicamente il retroterra. Anche l’Iran, a sua volta, ha instradato un progetto energetico che dovrà collegare il Golfo Persico con il Mar Nero, fatto che gli fa assumere un’importanza geopolitica ancora maggiore per tutti gli stakeholder regionali ed extraregionali. E questo spiega anche perché per gli USA è importante o fondamentale assumere o almeno mantenere il controllo strategico del Mar Nero. Chi controlla il Mar Nero, controlla il potenziale accesso al Mar Caspio, al Medio Oriente, al Golfo Persico ed al Mediterraneo.

La Turchia quale “honest broker” della Convenzione di Montreux e degli Stretti Turchi. La posizione della Turchia in caso di tensioni o di conflitto.

Sulla base di un ravvicinamento stabile tra la Turchia e la Russia, come quello osservato nei mesi scorsi, l’ipotesi di un ruolo di “onesto intermediario” della Turchia nella questione del Mar Nero appare sempre meno credibile. La Turchia probabilmente rafforzerà la sua cooperazione con Mosca ma non reciderà completamente il legame transatlantico con Washington e con l’UE per potere ottenere il prezzo migliore da entrambi i contendenti ed anche per non privarsi completamente dello “scudo” NATO di fronte alla Russia. Restando quindi in bilico tra i due contendenti la Turchia si troverà nella posizione di poter gestire  al meglio per sé il suo ruolo geopolitico nel Mar Nero ed in Medio Oriente, qualunque siano i suoi partner.

Il grande problema è come attenuare le dissonanze o addirittura ricucire il divario e la freddezza crescenti tra UE, USA e Turchia. Tutto ciò si ripercuoterà, più o meno direttamente, sugli equilibri di potere in gioco nell’attuale disputa tra Ucraina e Russia nel Mar d’Azov

Conseguentemente, in caso di conflitto o gravi tensioni nel Mar Nero, è prevedibile che la Turchia aumenti la posta in gioco in cambio del suo sostegno politico all’uno o all’altro contendente o della sua neutralità. Invero, sulle basi giuridiche della Convenzione di Montreux, la Turchia dovrebbe agire in modo neutrale nei confronti di qualsiasi contendente ma, molto probabilmente, non terrà fede agli accordi.

Ciò è probabilmente vero anche nel caso del sempre più discutibile trattato NATO che lega la Turchia all’Alleanza Atlantica. Il grande problema è come riuscire ad attenuare le dissonanze o addirittura a ricucire il divario e la freddezza crescenti tra UE, USA e Turchia. Chiaramente, tutto ciò si ripercuoterà, più o meno direttamente, sugli equilibri di potere in gioco nell’attuale disputa tra Ucraina e Russia nel Mar d’Azov.

Le regole imposte dal Trattato di Montreux

Le rigide regole del Trattato di Montreux del 1936 oggi limitano l’accesso delle navi militari degli Stati non rivieraschi a una permanenza massima di 3 settimane. In caso di gravi tensioni, se gli Stati Uniti saranno in grado di ottenere un allentamento di queste regole con la modifica della Convenzione di Montreux, il rapporto tra le forze potrebbe cambiare notevolmente determinando una alterazione sostanziale dell’equilibrio di potere nel Mar Nero grazie alla grande capacità di proiezione militare statunitense (fatto che rimanda immediatamente al concetto strategico- militare, ma anche economico, di “profondità strategica” o strategic depth o стратегическая глубина in russo), giustamente temuta da Mosca e, di conseguenza, nel Mar d’Azov, che è ben collegato con la regione circostante per mezzo di collegamenti fluviali, fatto che lo rende particolarmente strategico per la Federazione Russa. Il Mare d’Azov serve evidentemente anche da retroterra strategico a protezione della Crimea.

Ciò dipenderà dal modo in cui, in caso di crisi o di conflitto, la Turchia gestirà l’accesso delle navi militari attraverso gli Stretti Turchi e dalla permanenza in vigore delle disposizioni sul Mar d’Azov regolate dal trattato del 2003 tra Russia e Ucraina che si configura come un trattato di tipo bilaterale e non risponde alla normativa sul diritto internazionale del mare fissata dalle Nazioni Unite a Bodega Bay del 1982 e che risponde al nome di UNCLOS.

La Russia è sicuramente interessata ad ottenere vantaggi concreti dalla parte settentrionale del Mar Nero e nel Mar d’Azov; il deterioramento delle condizioni economiche potrebbe condurre a un calo di popolarità, cosa che Vladimir Putin teme al di sopra di ogni cosa

Il calcolo geopolitico ed economico della Russia

In linea generale, la Russia è sicuramente interessata ad ottenere vantaggi concreti e spinta propulsiva dalla parte settentrionale del Mar Nero e nel Mar d’Azov, ma non è insensibile al rischio di perdite economiche e dell’improvviso aumento dei prezzi che le inevitabili tensioni politiche dovute al conflitto potrebbero comportare o, peggio, alle gravi ripercussioni che un serio stallo militare potrebbe provocare, anche in termine di vite umane. Il possibile deterioramento delle condizioni economiche potrebbe inoltre condurre a un calo di popolarità, cosa che Vladimir Putin teme al di sopra di ogni cosa.

 


CORONAVIRUS ADESSO. I NUMERI CHE CONTANO, IL MESSAGGIO CHE DEVE PASSARE E IL CASO ITALIA. LE VALUTAZIONI DI ANDREA MOLLE.

Nel corso delle ultime settimane Andrea Molle (Chapman University, USA e ricercatore associato START InSight) ha seguito l’andamento della pandemia di COVID19 e condiviso in anteprima con START InSight una serie di studi, statistiche e approfondimenti (consultabili in versione inglese e italiana sul sito www.startinsight.eu).

Mentre i vari paesi si avviano verso una riapertura graduale, facciamo il punto sui dati di cui bisogna tenere conto e sui messaggi che devono passare.

L’INTERVISTA

La pandemia è stata caratterizzata da una continua produzione e diffusione di numeri, curve, previsioni. Quali sono i dati più affidabili, anche per capire la direzione in cui andare adesso?

Durante eventi come questo è molto difficile, per non dire impossibile, produrre delle stime o delle previsioni che siano assolutamente valide ed incontrovertibili. È naturale ed aggiungerei legittimo essere critici sui numeri. La situazione è estremamente fluida. I dati di riferimento cambiano continuamente e ci sono problemi relativi alla loro effettiva qualità. Parlo ad esempio dei cosiddetti soggetti asintomatici non identificati, per i quali provvedere una stima precisa è francamente impossibile, a meno di ricorrere a test di massa. Il problema è dovuto anche ai criteri diagnostici, che sono cambiati nel tempo, o a quelli utilizzati per dichiarare una morte come causata dal coronavirus anziché come avvenuta indipendentemente da esso in un soggetto infetto. Sembrano questioni semplici, ma non lo sono. Soprattutto perché non abbiamo ancora dei criteri universali. Ad esempio, quando si cerca di stimare la mortalità della pandemia o, ancora più importante, di offrire previsioni sul suo sviluppo, la scarsa qualità dei dati a disposizione pesa parecchio. Partiamo dalla mortalità. Essa è variata nel tempo, ma sarebbe ingenuo pensare che ciò sia dovuto principalmente ad un cambiamento del virus dal punto di vista biologico. La variazione è quasi certamente dovuta ad aggiustamenti nel calcolo della percentuale di individui deceduti sui casi attivi rispetto ai diversi criteri utilizzati dagli statistici. Se ad esempio usiamo una finestra di 8 giorni dal manifestarsi dei sintomi al decesso, (per l’Italia) otteniamo una mortalità di circa lo 0.6%. Ma se consideriamo 10 giorni, la mortalità aumenta. Parliamo in fin dei conti di eventi che si protraggono nel tempo e seguono meccanismi non ancora del tutto chiari alla scienza; è dunque difficile offrire certezze. Per questo, per quanto le stime e le previsioni sull’andamento del contagio siano importanti -direi imprescindibili- al fine di pianificare le politiche sanitarie e sociali, esse non devono essere prese per oro colato. Al contrario, devono essere viste nel quadro di assunti e paradigmi che sono per loro stessa natura incompleti. La scienza opera, o almeno dovrebbe operare, in condizioni di incertezza. Essa rimane un processo di scoperta sempre provvisorio e mai definitivo. La politica d’altro canto dovrebbe servirsi degli esperti per adempiere al proprio ruolo: e cioè di prendere delle decisioni difficili in momenti di incertezza e assumersene la responsabilità. Per questo, ritengo sempre e comunque utile produrre modelli statistici e computazionali sull’andamento della pandemia, e della sua mortalità, ma bisogna capirsi bene su cosa rappresentino, quali siano i loro limiti, e sul come debbano essere utilizzati.

I dati più sicuri li avremo a crisi terminata, potenzialmente tra diversi anni. Oggi guarderei al dato, promettente, di una riduzione costante dei ricoveri ospedalieri ed in particolare di quelli in terapia intensiva che ad oggi rappresenta meno del 5% dei casi accertati. Sappiamo infatti che è lì che maggiormente si concentrano i casi di decesso (con una stima di mortalità tra il 60% e l’80% – globalmente) e la pressione sul sistema sanitario nazionale. È anche un dato estremamente utile per stimare le conseguenze di una necessaria riapertura dell’economia. Specialmente se lo si riuscisse ad usare per capire quali sono i soggetti più a rischio e dunque da monitorare attivamente e proteggere. La riapertura del paese deve avvenire in relativa sicurezza ed in tempi brevi, ed è impensabile aspettare un azzeramento del contagio o la distribuzione di un vaccino. Altrimenti il rischio è quello di trasferire la pressione dal sistema sanitario a quello economico in quella che è già definita come la più grande depressione dal 1929. A livello globale ciò risulterebbe in una crisi sociale senza precedenti e l’ingresso in una fase di estrema volatilità politica che produrrebbe conseguenze molto più pericolose dello stesso virus nell’ambito delle relazioni internazionali.

Ci sono stati errori nella comunicazione dei dati scientifici relativi al coronavirus?

Non penso che i dati siano errati, più precisamente erano e sono incompleti e di scarsa qualità come è naturale avvenga in frangenti di crisi. Certamente però vi sono stati errori di comunicazione. Oggi sappiamo che la pandemia è stata inizialmente sottovalutata, ma ultimamente mi sembra che si sia passati al fronte opposto e che la paranoia stia determinando le nostre scelte. Sarebbe facile accusare i media di questo. La politica ha le sue responsabilità, ma a mio avviso l’errore è principalmente negli scienziati. Spesso non siamo stati completamente onesti, o espliciti, e il messaggio che è passato è che le stime ed i modelli previsionali siano delle vere e proprie profezie. Pensiamo ad esempio come i modelli, provvisori ed estremamente limitati, elaborati dall’Imperial College di Londra siano stati usati come unico criterio di riferimento per le politiche pubbliche di molti paesi (v. nota in calce per la critica dettagliata del modello)[1].

Come ho premesso, ciò non è solo impossibile ma contrario al metodo scientifico. Oltretutto le previsioni odierne sembrano essere quasi sempre orientate al ‘worst case scenario’; a mio modo di vedere per non essere più accusati di sottovalutarne le conseguenze.

A pandemia inoltrata, come leggere quella che inizialmente era considerata l’anomalia Italia?

Non ritengo che l’Italia sia più da considerarsi un’anomalia. Senz’altro, almeno in una fase iniziale, il virus si è diffuso in modo estremamente veloce e con un livello di letalità inaspettato. E questo era certamente anomalo. E tuttavia da un lato abbiamo visto che, col passare del tempo, quasi tutti i paesi si stanno allineando tra di loro sia in termini di diffusione del contagio che di mortalità.

I dati indicano che il case fatality rate è stabilmente sotto l’1% dal 5 di aprile.

Ad oggi (16 aprile), il valore è dello 0.61% a 8 giorni dal manifestarsi dei sintomi (0.65% a 10 giorni). I dati relativi al fattore di crescita sono stabilmente sotto il valore di 1, e quindi indicano la decrescita del contagio, a partire dal 12 aprile (v. i dettagli nello studio pubblicato in precedenza a questo link).

Inoltre, i ricoverati in terapia intensiva sono in costante rapida diminuzione dal 4 aprile, mentre in generale i ricoveri sono in flessione dal 7 aprile.

D’altro lato, è certo che sappiamo ancora molto poco del virus e dei fattori che ne facilitano la diffusione. Gli studi che stanno emergendo in questi giorni, ad esempio, suggeriscono che non tanto l’età, quanto la presenza di condizioni croniche di salute come diabete, ipertensione e obesità, siano da ritenersi responsabili dei casi più gravi di infezione. Relativamente alla diffusione geografica, il dato che emerge sembra suggerire che questa avvenga più facilmente in aree altamente industrializzate e magari con scarsa attenzione alla qualità ambientale. Non sorprende dunque che i paesi più industrializzati, e al loro interno le aree maggiormente sviluppate come la pianura padana, la città di New York o la provincia di Wuhan, siano quelli più colpiti dal virus. Forse ciò accade per colpa di una popolazione molto più affetta da patologie preesistenti e già indebolita da fattori ambientali ma anche, come suggeriamo alla Chapman University in uno studio in via di pubblicazione, a causa della particolare struttura della popolazione e dei network sociali che è tipica delle aree più operose di un paese: cioè una popolazione attiva più giovane e dinamica, e un’importanza maggiore del tessuto di supporto sociale dato dalle relazioni intergenerazionali.

Come valuta il dialogo / scontro fra politica e ricercatori al tempo del COVID19?

Certamente la politica deve ascoltare la scienza prima di prendere delle decisioni, ma la scienza non può pensare di sostituirsi alla politica né assumere le caratteristiche di una religione infallibile. Personalmente ritengo che sia importante mantenere una distinzione chiara dei ruoli e che gli scienziati, in particolare, non cedano alla tentazione di fare i politici. Questo perché i politici sono soggetti al controllo democratico degli elettori; un principio fondamentale dell’ordinamento democratico. Mentre la scienza non opera, e non deve operare, in modo democratico. Leggo ad esempio, e con una certa preoccupazione, che alcuni esperti virologi vorrebbero creare una struttura permanente di monitoraggio sui rischi pandemici. Fin qui nulla di male; ben venga. Bisognerebbe anzi inquadrarla in una discussione complessiva sulla creazione di strutture di resilienza e difesa civile. Ma che la si voglia legalmente in grado di imporre misure di quarantena o limitazione dei diritti individuali è francamente inaccettabile in un paese democratico. Insomma se, come vorrebbero gli epidemiologi, il modello auspicato è quello della Corea non possiamo certo ispirarci a quella del Nord.

Come valuta l’impatto della pandemia sul futuro delle relazioni internazionali?

Sto leggendo diverse teorie sull’origine del virus. Mentre sembra ormai scontata un’origine naturale, vi sono sospetti che il suo rilascio possa dipendere da errori avvenuti in un laboratorio cinese dove il virus, come accade in molte altre nazioni, era studiato. Se fosse confermato che la Cina ha avuto delle responsabilità dirette sulla pandemia, in aggiunta alla sua gestione tardiva e poco trasparente del contagio, si profilerebbero scenari inquietanti per le relazioni internazionali. Ciò porterebbe infatti ad un inasprimento delle già difficili relazioni diplomatiche, e potenzialmente di quelle economiche, con il gigante asiatico che potrebbe reagire in modo molto aggressivo. Questo si aggiungerebbe alle già evidenti tendenze isolazioniste americane e alla possibile implosione dell’Unione Europea, sempre più disarmonica, che già esce con le ossa rotte dalla pandemia. Uno scenario del genere getterebbe non poche ombre sulla già precaria governance mondiale e minerebbe di fatto importanti progetti comuni sul fronte dei cambiamenti climatici e dei processi di pace oggi in atto in diverse aree del pianeta.

 

[1] Il modello è quello che più di tutti ha informato le strategie di contenimento dell’infezione; in particolare l’idea di “flatten the curve”; è molto sofisticato ma si basa su assunti che derivano da informazioni imperfette. Ad esempio, il valore di R0 che il modello assume, il numero di riproduzione di base, ovvero il numero medio di nuovi casi per ogni persona infetta, e’ stabilito a priori su circa 2 individui. In altre parole, il modello assume che ogni individuo infetto tende ad infettarne altri due, ma questa non è una misura reale della sua infettività. Va da sé che anche una minima differenza tra il dato assunto e quello effettivo si amplifica in eccesso o difetto quando viene estesa a livello nazionale. Inoltre, per fare un altro esempio, i ricercatori hanno usato un periodo di incubazione di cinque giorni e hanno ipotizzato che la trasmissione abbia inizio 12 ore prima dell’inizio dei sintomi. Altra cosa che, col tempo, abbiamo scoperto non essere vera. La lista è lunga: i ricercatori hanno anche assunto che la percentuale di casi ospedalizzati, cioè quelli che avrebbero richiesto strutture di terapia intensiva si aggirava attorno al 30% dei ricoverati mentre il dato è molto minore, o che il tasso di mortalità dei pazienti in terapia infettiva fosse del 50%, che gli anziani fossero i più colpiti, ecc. Venendo al punto, i valori utilizzati come assunti del modello si basano sulle informazioni che i ricercatori avevano all’epoca dell’elaborazione del modello e pertanto i suoi risultati sono da considerarsi molto limitati. Gli stessi ricercatori, ovviamente, non hanno fatto segreto di queste limitazioni ma spesso i nostri giornali ed esperti televisivi le hanno omesse. Un’altra cosa che il modello ha offerto è una stima della popolazione degli infetti non identificati; che veniva stimata attorno a 6 milioni di individui ed è stata riportata da tutti i quotidiani ed esperti. Quello che tuttavia è stato spesso omesso, è che lo stesso modello riportava come intervallo di confidenza, e cioè un insieme di valori che con una certa “confidenza” contiene il valore vero, andava dai circa 2 ai quasi 16 milioni di individui. Insomma, non esattamente la stima puntuale che si voleva far passare. Ciò è esemplificativo dell’uso spregiudicato che si è fatto dei modelli.


#COVID19: buone notizie, parlano i numeri

La data in cui i decessi giornalieri dovrebbero raggiungere il livello minimo è l’11 di Aprile

di Andrea Molle – START InSight, Chapman University (USA)

ultimo aggiornamento 10.04.2020

Sulla base dei dati diffusi dal Dipartimento della Protezione Civile (3 Aprile), vi presentiamo in anteprima un’importante aggiornamento sulla situazione in Italia. Una sintesi grafica a cura di Andrea Molle, ricercatore presso la Chapman University della California (USA) e ricercatore associato di START InSight.

Il numero dei casi identificati giornalmente in Italia è sempre alto, ma non possiamo leggerlo come un segno che il contagio sia in ripresa.

Se osserviamo infatti la tendenza dell’ultima settimana, ciò sta probabilmente accadendo perché i test sono aumentati. Il numero dei test effettuati è quasi raddoppiato negli ultimi tre giorni rispetto al mese di Marzo. Vengono quindi identificati più casi, ma sin dall’inizio di Aprile i ricoveri e in particolare i pazienti in terapia intensiva sono in costante declino. Anche i tassi di mortalità si sono finalmente stabilizzati al di sotto dell’1% e oggi sono, rispettivamente, allo 0,69% per il CFR a 8 giorni e allo 0,75% per il CFR a 10 giorni . Inoltre, il tasso di positività al test (TPR) è sceso dal 20% a circa 7%. Cio’ suggerisce che le stime di milioni di infetti non identificati prodotte dall’Imperial College e dall’Universita’ di Oxford potrebbero essere estremamente imprecise e pertanto fuorvianti. Abbiamo bisogno di dati migliori per definire politiche pubbliche piu efficaci per la Fase 2.

Il primo grafico illustra il fattore di crescita (Growth Factor) del contagio registrato ufficialmente in Italia. Come si può notare, il fattore di crescita si sta stabilizzando sotto il valore di 1.00 (0.98). E’ una bella notizia perche’ significa che il contagio per COVID19 non cresce piu’ esponenzialmente.

Il secondo grafico – a) e b) – offre la visualizzazione dei decessi giornalieri in Italia nel periodo tra il 1 marzo e il 5 aprile (dati ufficiali Dipartimento della Protezione Civile). Il primo grafico a) riporta i valori assoluti e il secondo b) in versione logaritmica. Il dato giornaliero dei decessi (asse delle ordinate) e’ riportato in relazione al numero dei casi attivi all’ottavo giorno precedente il decesso (asse delle ascisse). Da notare come nelle prime due settimane di marzo il numero dei decessi aumenti in maniera proporzionale all’aumento dei casi.  A partire dal 28 marzo, possiamo osservare un’inversione radicale di tendenza laddove all’aumento dei casi si riscontra una repentina e costante diminuzione della quota di decessi. Una minore proporzione di decessi rispetto ai casi riscontrati puo’ essere attribuita al successo delle misure di quarantena, all’incremento dei test effettuati e al ridursi della pressione sul sistema sanitario nazionale.

Dato l’andamento curvilineo della distribuzione dei decessi giornalieri, e assumendo che il trend sia stabile, abbiamo impiegato un modello di regressione quadratica (R2 = .936) per stimare la data in cui i decessi giornalieri dovrebbero raggiungere il livello minimo possible a fronte della mancanza di una cura e/o di un vaccino efficaci. Il modello indica come giorno piu’ probabile l’11 di Aprile, con un intervallo di confidenza di +/- 2 giorni.

Il terzo grafico illustra l’indice di mortalità: il case fatality ratio a 8 giorni. Considerando una finestra di 8 giorni tra l’onset dei sintomi e il decesso, questo è l’indicatore piu’ attendibile di letalità del virus. La situazione italiana si sta allineando a quelle di altri paesi colpiti dalla pandemia, con un dato a 8 giorni dell’1.24%. Considerando 10 giorni di finestra, il tasso cresce leggermente, pur mantenendosi all’1.52%, pur sempre in linea con altri paesi. Importante evidenziare come i dati riportati da alcuni media italiani (tra il 5% e il 10%) non siano corretti.

Infine, il tasso di mortalità. La proporzione di ricoveri in terapia intensiva si attesta sui livelli medi internazionali. Il terzo grafico illustra che i casi gravi spesso fatali, cui la mortalità specifica si aggira sul 40%, sul totale dei pazienti attivi è oggi inferiore al 5% (4.88%).

 


Giovani ed estremismo. START InSight ha partecipato al Congresso della Lega Islamica Mondiale a Ginevra

Il 18 e 19 febbraio alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra si è tenuto il congresso internazionale

organizzato dalla Lega Islamica Mondiale sul tema

“Initiatives for Protecting the Youth from Extremist and Violent Ideologies: Implementation Measures”

 

 

Alla presenza del Segretario Generale della Lega, Sua Eccellenza Mohammad bin Abdul Karim al-Issa, di numerosi dignitari e leader religiosi di ogni confessione, rappresentanti politici e governativi e studiosi della materia si è discusso di

  1. Thoughts, Ideologies and Milieux leading to Extremism
  2. National Identity and its Role in Building Intellectual Security
  3. Europe’s Muslim Youth in Europe and the Threat of Extremism
  4. Religious and Cultural Pluralism, and the Culture of Tolerance

Fra i relatori invitati a partecipare ai diversi panels, anche la Presidente di START InSight, Chiara Sulmoni, che nel corso del suo intervento, dopo aver tracciato età e tempi della radicalizzazione in Europa da un punto di vista comparativo, si è focalizzata sulla questione della prevenzione portando alcuni spunti raccolti nel corso delle ricerche sul terreno in 5 paesi, menzionando fra l’altro l’importanza di un maggiore coinvolgimento del privato e terzo settore, di modelli positivi nella contro-narrativa e dei pericoli di una politicizzazione del tema. Ha poi riassunto in modo conciso come è organizzata la prevenzione in Svizzera sulla base del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. Per concludere, poiché si invoca giustamente la questione del senso di appartenenza e della cittadinanza come antidoto all’estremismo, l’invito a collaborare maggiormente e a considerare i musulmani parte della soluzione, in quanto cittadini europei.

In chiusura dei lavori, hanno preso la parola anche la Vice-Presidente del Consiglio nazionale svizzero On. Isabelle Moret e l’Ambasciatore statunitense e inviato per la lotta contro l’anti-semitismo Elan Carr che ha portato i saluti del Presidente Trump.

       

Alcuni contenuti delle varie relazioni si possono leggere sull’account Twitter della Muslim World League.


#ReaCT2020: Presentazione del 1° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa – Camera dei Deputati

   

        Evento patrocinato dal Ministero della Difesa

#REACT2020

PRESENTAZIONE DEL 1° RAPPORTO SUL TERRORISMO E IL RADICALISMO IN EUROPA

ROMA, 25 FEBBRAIO 2020, ORE 16.30-19.00

CAMERA DEI DEPUTATI – COMPLESSO DI PALAZZO VALDINA, SALA DEL CENACOLO – PIAZZA IN CAMPO MARZIO 42

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT monitora ed analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo jihadista europeo. Con il suo primo Rapporto, offre al pubblico uno studio sintetico e ragionato sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio multidimensionale, quantitativo e qualitativo. Il risultato è una lettura completa e ragionata del fenomeno e del modus operandi terrorista: uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali e del più ampio pubblico.

La presentazione avviene con il patrocinio del Ministero della Difesa.

Intervengono: Claudio Bertolotti (Osservatorio ReaCT, Direttore esecutivo), On. Alberto Pagani (Commissione IV Difesa, Camera dei Deputati); Francesco Pettinari (Osservatorio ReaCT); Deborah Basileo (Osservatorio ReaCT); Matteo Bressan (SIOI, ReaCT); Marco Lombardi (ITSTIME, Università Cattolica e ReaCT); Andrea Manciulli (Europa Atlantica); Chiara Sulmoni (START InSight, ReaCT); Marco Rosi (Comandante Divisione antiterrorismo del R.O.S. – Raggruppamento Operativo Speciale – Carabinieri); Claudio Galzerano (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno DCPP/UCIGOS – Polizia di Stato). Chiusura dei lavori: On. Raffaele Volpi (COPASIR, Presidente).

La caduta dell’ultimo bastione del Califfato a Baghuz nel 2019 e, a seguire, l’uccisione del fondatore e leader storico dell’ISIS Ibrahim al-Baghdadi, non hanno impedito alle cellule dello Stato Islamico di continuare a colpire in varie parti del mondo e di ispirare attentati da parte di individui radicalizzati in Europa. Gli ultimi due episodi di violenza jihadista che si sono verificati a Londra (2019 e 2020), ad opera di estremisti recidivi rilasciati dopo aver scontato una breve pena per terrorismo, hanno segnato una nuova fase nella lotta al terrorismo, con la quale ci confronteremo negli anni a venire. Essa richiede attenzione e la messa a sistema di tutte le conoscenze e competenze accumulate in anni di studi ed esperienze a livello internazionale.

È con questa consapevolezza che l’Osservatorio ReaCT ha prodotto il suo primo Rapporto, composto da 12 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione e valutazione dei numeri del “nuovo terrorismo” in Europa, alla minaccia nel ‘dopo-Baghdadi’; dall’evolversi della comunicazione dello Stato Islamico, alla situazione controversa e irrisolta dei foreign fighters; dagli strumenti virtuali del cyber-terrorismo, cyber-jihad e guerra dell’informazione, ai limiti normativi anche in campo di lotta al finanziamento del terrore; dal calcolo del tempo di attivazione dei soggetti radicalizzati, al ‘capitolo’ droni e tecnologia, la questione spinosa e urgente della de-radicalizzazione e, non da ultimo, il nuovo approccio necessario per comprendere una minaccia che perdura.

I numeri del fenomeno analizzati. Il Direttore dell’Osservatorio, Claudio Bertolotti: 18 gli attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista nel 2019: Francia (9), Italia (2), Paesi Bassi (3), Norvegia (2), Regno Unito (1) e Svezia (1), per un totale di 10 persone uccise e 46 ferite. La maggior parte delle azioni ha visto l’uso di coltelli (76%) e armi da fuoco (18%); solo in un caso (Lione) è stato fatto uso di esplosivi. Un trend in linea con l’evoluzione di un fenomeno che ha registrato in Europa, nel 2014-2019, 120 azioni violente “in nome del jihad”, con 390 morti e 2359 feriti: sette attacchi su dieci si sono concentrati nel periodo di massima espansione dello Stato islamico (2015-2017). Il 56% degli attacchi è registrato come fallimentare, il 22% è un successo tattico, sebbene nel 78% dei casi sia stato ottenuto un risultato significativo in termini di danni: è questo un grande risultato per i terroristi, perchè non mirano solo ad uccidere e ferire, ma a dividere le nostre società e a diffondere odio e intolleranza.

ReaCT vuole contribuire alla divulgazione di conoscenze e prospettive utili affinché si possano comprendere le origini e la direzione di un fenomeno – l’estremismo – che chiama in causa ognuno di noi.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it info@startinsight.eu


Swiss Jihad. Le Temps ricostruisce i dettagli di un attentato sventato

Un’inchiesta del quotidiano svizzero Le Temps racconta in modo dettagliato i retroscena di un attentato sventato su suolo elvetico.

Alcuni sostenitori svizzeri dello Stato Islamico avevano/avrebbero progettato di fare esplodere, nel maggio del 2019, alcune cisterne di idrocarburi nelle vicinanze dell’aeroporto di Ginevra. Al centro del piano, quale “istigatore”, ci sarebbe il noto jihadista Daniel D. -conosciuto con il ‘nom de guerre’ o ‘kunya’ Abu Ilias al-Swisri, 25enne ora detenuto nelle carceri curde e convertitosi all’Islam nel 2013-.

Nel 2015, Daniel D. aveva raggiunto il Califfato, operando poi nell’Amnyat -nel ‘dipartimento’ di pianificazione degli attentati all’estero, in soldoni-. Si sa come per lo Stato Islamico le operazioni in Europa per mano di radicalizzati dei diversi paesi avessero grande valore, più del viaggio verso i territori del jihad. Daniel D. sarebbe rimasto in contatto con diversi radicalizzati della scena svizzera (l’inchiesta ricostruisce i contesti con precisione). Nel 2014 attorno alla moschea di Petit-Saconnex si era formato un gruppo di radicalizzati convertiti (“…dell’Islam, comprendevamo soprattutto la nozione del jihad, era una scusa per esprimere la nostra violenza”, spiega uno di loro citato da Le Temps) a cui appartenevano tra l’altro anche Kevin Z. e Nicolas P. che sono stati recentemente condannati in Marocco in relazione all’inchiesta sulla decapitazione delle due turiste scandinave nel 2018. Durante la permanenza nel Califfato, Daniel D. sarebbe poi venuto a contatto con altri combattenti provenienti da cantoni diversi. Le informazioni circa le intenzioni degli jihadisti rossocrociati sono state segnalate ai servizi svizzeri dalla controparte americana, che a sua volta le ha apprese dai documenti requisiti all’ISIS. Ginevra non era l’unico obiettivo nelle mire dello Stato Islamico e dei suoi accoliti svizzeri.

Daniel D., riporta Le Temps, figura su una lista dell’Interpol di 173 jihadisti che potrebbero commettere attentati suicidi.

L’articolo è disponibile sul sito del quotidiano in lingua francese.


Perché in Europa la minaccia del terrorismo jihadista è ancora alta?

articolo originale di C. Bertolotti per Europa Atlantica, su Formiche.net

I Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra

A giugno, due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nel centro di Tunisi: l’azione è stata seguita dalla rivendicazione dello Stato islamico. A luglio è stato diffuso, attraverso il web, un video edito dal franchise tunisino dello Stato islamico in cui compaiono alcuni uomini armati che, dichiarandosi seguaci del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, hanno incitato all’azione attraverso la condotta di attacchi violenti.

Alla fine di giugno, in ottemperanza alla misura cautelare in carcere emessa dal Gip di Brescia per il reato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, la Polizia di Stato di Brescia, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con il supporto dell’Fbi statunitense, ha arrestato il foreign terrorist fighter Samir Bougana. L’arrestato è un 25enne italo marocchino che nel 2013, partendo dalla Germania per la Siria, è accusato di essersi unito prima alle milizie associate ad al-Qa’ida e poi allo Stato Islamico. Bougana era stato catturato dalle milizie curde in Siria il 27 agosto 2018.

Casi, tra i tanti, che mantengono i riflettori accesi sulla minaccia del terrorismo jihadista associato allo Stato islamico, a conferma della strategia post-territoriale di ciò che fu l’Isis. Ora le cellule nascoste, i singoli “combattenti”, l’effetto emulativo, l’aumento della propaganda e il reclutamento in tutto il mondo, sono le principali armi su cui il gruppo terrorista sta concentrando gli sforzi, così come evidenziato nell’ultimo video in cui al-Baghdadi ha chiesto ai “lupi solitari” di colpire con “coltelli e veicoli” lanciati contro civili inermi, trasferendo così il campo di battaglia dal Medio Oriente all’Occidente.

Degli oltre 5mila foreign terrorist fighter “europei” partiti per combattere in Medio Oriente (di cui il 14% donne), mille sarebbero caduti in Siria e Iraq. Un numero significativo è però sopravvissuto; un terzo (1500) sarebbero tornati nei propri Paesi, altri 2500 avrebbero trovato rifugio in Paesi terzi unendosi ai gruppi jihadisti locali (dall’Afghanistan alla Libia, dall’Africa all’Asia centrale). Circa 800 al momento sono detenuti nelle carceri curde in Iraq: molte le donne e i bambini. Una condizione di “prigionia” che ha sollevato ampi e legittimi dibattiti in Europa e negli Stati Uniti sull’opportunità di limitare loro la possibilità di rientro nei Paesi di origine, a cui ha fatto seguito la decisione di molti Paesi europei di togliere loro la nazionalità così da non permetterne il ritorno.

Un problema di sicurezza collettiva che, seppur limitato nei numeri e interessante principalmente quattro paesi (Francia, Regno Unito, Germania e Belgio da cui sono partiti almeno 3mila e 700 dei 5000 combattenti), si muove su due binari paralleli e in competizione tra di loro che hanno portato al bipolarismo dello jihadismo globale, diviso tra due principali attori in competizione per il potere e l’influenza: da un lato al-Qa’ida, dall’altro l’evoluzione dello Stato islamico.

Le reti jihadiste ispirate ad al-Qa’ida hanno costituito la base dell’emigrazione jihadista dall’Europa alla Siria e all’Iraq sino a tutto il 2015: le reti europee collegate al movimento Sharia4 hanno rappresentato il punto di riferimento per i gruppi radicali europei impegnati nell’inviare combattenti e supporto finanziario in Siria e Iraq. L’ascesa al potere dello Stato islamico a partire dalla fine del 2014, è poi riuscita a far (temporaneamente) eclissare al-Qa’ida dal panorama jihadista, almeno quello comunicativo.

Ma se lo Stato islamico ha perso, insieme alla sua natura territoriale, anche parte della spinta mediatica e comunicativa, la maggior parte dei social network e dei leader di al-Qaida in Europa è riuscita a sopravvivere all’Isis, dando inizio a una nuova battaglia, quella per “i cuori e le menti”, che è appena all’inizio.

A guardare l’attuale situazione in Europa, Medio Oriente e in Nord Africa, ci possiamo rendere conto di come i principali modelli organizzativi dell’attività del terrorismo islamista – in termini di struttura, reclutamento e formazione – non siano cambiati in modo significativo, ma si siano evoluti in maniera estremamente efficace.

La fine territoriale dello Stato islamico ha portato il movimento a reinterpretare la propria natura originale, basata su un approccio insurrezionale clandestino (principalmente nelle aree sunnite in Iraq) a cui si sono affiancati due linee d’azione: da un lato la delocalizzazione e i franchise in Afghanistan, Libia e in Africa i cui attori principali sono i gruppi locali a cui si sono uniti i reduci fuggiti dal fronte siriano; dall’altro lato l’espansione all’interno dell’arena globale, inclusa l’Europa, in cui le azioni sono lasciate all’iniziativa individuale e delle cellule.

JIHADISTI IN EUROPA

Relativamente a età e genere, il 70% dei terroristi europei sono nati negli anni Ottanta e Novanta, dunque relativamente giovani, sebbene un 20% sia costituito da soggetti nati prima del 1980: un elemento interessante poiché pone in evidenza la presenza di una quota importante di uomini di “mezza età” al fianco della massa più giovane.

Le donne hanno svolto e svolgono un ruolo molto più attivo di quanto non sia stato posto in evidenza, e rappresentano una minaccia crescente; delle circa 650 partite dall’Europa per il fronte siriano e iracheno, 21 hanno fatto rientro in Belgio e 28 in Francia.

I bambini al di sotto dei dieci anni rappresentano un problema estremamente serio e una potenziale minaccia alla sicurezza europea per il futuro. Delle centinaia di bambini che avrebbero lasciato l’Europa, 16 sono rientrati in Belgio e 68 in Francia; gli altri sono detenuti in Iraq e Siria, altri trasferiti in paesi terzi con almeno uno dei genitori, ma della maggior parte non si sa nulla.

Se da un lato i convertiti radicalizzati pongono seri problemi in termini securitari, ma anche culturali e sociali, va posta una particolare attenzione alle carceri che continuano a svolgere un ruolo fondamentale sia nell’attivazione che nel rafforzamento del processo di radicalizzazione.

L’origine etnica e geografica dei terroristi jihadisti si impone come importante elemento e strumento di analisi e nel monitoraggio delle reti e delle cellule jihadiste. I gruppi principalmente afflitti dall’adesione al modello jihadista sono quelli marocchini (in Belgio, Spagna e Italia), algerini (in Francia), turchi (in Germania e Paesi Bassi).

Infine, una considerazione sulla questione che si concentra sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso, il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terrorista in genere associata allo Stato islamico (di successo o sventata) è di 26 mesi.

In conclusione, più della metà dei jihadisti sono nati in un Paese dell’Unione Europea, l’11% sono immigrati naturalizzati o di prima generazione, mentre solo il 17% sono terroristi “stranieri”, cioè cittadini non comunitari che non avevano precedentemente vissuto in Europa.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Sebbene gli attacchi diretti ed effettivamente collegati allo Stato islamico abbiano meno probabilità di verificarsi nei Paesi europei dove la sicurezza è stata significativamente rafforzata, gli attacchi emulativi ispirati allo Stato islamico rappresentano una minaccia potenzialmente in crescita. Usando la sofisticata ed efficace propaganda, gli jihadisti si rivolgono direttamente ai potenziali “combattenti” del jihad incitandoli ad agire nel paese di residenza. È un quadro in cui il terrorismo nostrano definisce una tendenza alla  violenza particolarmente preoccupante e in cui la minaccia futura dipende da come l’uditorio, a cui il sedicente “califfo” al-Baghdadi si rivolge, seguirà i suoi appelli ad aderire alla “guerra di logoramento” contro le nazioni “crociate”, al centro delle nuove minacce di terrorismo che provengono dallo Stato islamico. A tale fattore si inserisce la volontà di al-Qa’ida di riconquistare quel terreno perso negli anni dello Stato islamico territoriale; una volontà che potrà manifestarsi attraverso la condotta di azioni spettacolari ed eclatanti, dal forte impatto mediatico e comunicativo.

Nel complesso i Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra.


Terrorismo in Europa nel 2018 – Il rapporto Europol

Il terrorismo in Europa? La minaccia viene dai gruppi indipendentisti, jihadisti e di estrema sinistra anarco-insurrezionalisti. Non significativo il terrorismo di estrema destra.

La sintesi di Claudio Bertolotti, Direttore START InSight

La realtà dei numeri a confronto con la percezione dell’opinione pubblica e dei media: gli attacchi terroristici perpetrati da gruppi di estrema sinistra e anarco-insurrezionalisti nel 2018 in Europa – per un totale di 19 eventi, di cui 13 in Italia – si situano al secondo posto dopo quelli di matrice jihadista – 24 azioni, che hanno provocato 13 morti; al primo posto il terrorismo etno-nazionalista, con 83 episodi. In ultima posizione gli attentati terroristici attribuiti all’estrema destra, con un singolo evento.

Sono questi i numeri ufficiali appena resi noti dall’Europol, attraverso la pubblicazione del report annuale Te-SAT (Terrorism Situation and Trend Report 2019) che indica come nel complesso la violenza del terrorismo sia diminuita in termini assoluti, sebbene in maniera differente in base all’ideologia di riferimento e a giustificazione degli atti di terrorismo.

Nel complesso si impone l’inconsistenza degli attacchi attribuiti a gruppi di estrema destra, storicamente marginali nelle statistiche del terrorismo in Europa: un solo evento nel 2018, a fronte dei cinque registrati nel 2017.

Diminuiscono anche gli attacchi terroristici dell’estrema sinistra e dei gruppi anarco-insurrezionalisti: 19 eventi nel 2018 rispetto ai 24 del 2017.

Le azioni maggiormente rilevanti rimangono quelle riconducibili ai gruppi etno-nazionalisti: 83 contro le 137 del 2017; sebbene quelle più pericolose in termini di danni e vittime rimangano le azioni terroristiche associate allo jihadismo: 24 eventi nel 2018 contro i 33 del 2017.

Il Regno Unito è il paese più interessato dalle azioni violente del terrorismo indipendentista, in particolare da parte dei Dissident Republican (seguito da Francia e Spagna – Euskadi ta Askatasuna e Resistencia Galega); la Francia è invece il Paese nel mirino del terrorismo jihadista (seguita dal Regno Unito).

L’Italia, nella graduatoria europea, è il Paese più colpito da attacchi di estrema sinistra: il 70% di tutti gli attacchi in Europa. Nel nostro Paese, questi gruppi terroristici hanno confermato la propria volontà violenta, l’intensità e il modus operandi rilevati negli ultimi cinque anni. La Federazione Anarchica Informale / Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI) è considerato il gruppo più pericoloso. È tristemente noto per le sue campagne contro bersagli italiani e stranieri, attraverso l’impiego di IED (ordigni esplosivi improvvisati) o pacchi bomba. Altri gruppi terroristici anarchici hanno preso di mira obiettivi fisici, quali sedi di partiti, e gruppi di estrema destra.

Una fotografia della violenza, quella consegnata dall’Europol, che descrive come il terrorismo continui a costituire una grave minaccia per la sicurezza degli Stati membri dell’Unione EuropeaDa quelli più cruenti, come quelli jihadisti di Trèbes, Parigi, Liegi e Strasburgo che hanno portato alla morte di tredici persone, a quelli dell’estrema sinistra: unevoluzione della forma di violenza terroristica che tende a imporsi sempre più come un mezzo di confronto e competizione politica. I terroristi, di qualunque appartenenza politica e ideologica, si impongono come soggetti che non solo mirano a uccidere e ferire, ma anche a dividere le nostre società diffondendo odio e intolleranza.


Radicalizzazione jihadista e prevenzione. Aggiornamenti dalla Svizzera. PRIMA PARTE

La Scuola Universitaria di Scienze Applicate di Zurigo (ZHAW) ha pubblicato uno studio aggiornato che fa il punto sui contesti della radicalizzazione jihadista in Svizzera, sulla gestione della situazione nelle carceri e sulla prevenzione, integrando i dati forniti dall’intelligence con una serie di interviste a figure impegnate in vari ruoli -direttori di carcere, responsabili della sicurezza, cappellani e imam, procuratori, unità specialistiche di prevenzione dell’estremismo e forze di polizia attive sul territorio-. Ad emergere è una fotografia delle tendenze e delle misure adottate a livello locale e cantonale per contrastare il fenomeno. In particolare, vengono messe in rilievo le aree e gli approcci che necessitano di maggiore attenzione.

Nel 2017 la Confederazione ha adottato un piano d’azione nazionale per coordinare gran parte delle iniziative e dei progetti di prevenzione, disimpegno dalla violenza e reintegrazione; attività che sostiene con 5 milioni di CHF elargiti su un periodo di 5 anni.

LEGGI LO STUDIO COMPLETO IN DIVERSE LINGUE

Contesti della radicalizzazione jhadista in Svizzera – sintesi

autori dello studio: Fabien Merz (CSS – Zurigo) e Johannes Saal (Università di Lucerna)

Ascolta Fabien Merz anche nel reportage radiofonico intitolato
RADICALISMO ISLAMICO, PIANIFICARE ALLA SVIZZERA
trasmesso dalla Rete Due della RSI

L’analisi è basata sulle informazioni relative a 130 casi di cui si sono occupati i servizi nel corso degli ultimi dieci anni, che erano o che sono ancora considerati ad alto rischio per la sicurezza interna o esterna della Svizzera, con una prevalenza di ‘viaggiatori (o aspiranti viaggiatori) con finalità jihadiste’. Questo termine viene preferito al più diffuso ‘foreign terrorist fighter’ poiché fa riferimento alla motivazione ideologica specifica dietro la scelta di raggiungere fronti di guerra. Il campione non include unicamente estremisti violenti ma anche sostenitori di gruppi jihadisti e soggetti dediti alla propaganda. Utile l’approccio comparativo con tre paesi vicini -Germania, Francia, Italia- che permette di inserire la Svizzera nel contesto europeo, soprattutto in considerazione del fatto che la scena radicale jihadista nel paese è caratterizzata da network transnazionali, ovvero collegamenti con reti o persone attive nelle nazioni che confinano con le tre diverse regioni linguistiche del paese. In sintesi, si delineano le seguenti tendenze (al netto di fragilità ed esiguità dei dati quantitativi a disposizione, problema sottolineato più volte dagli autori).

Sesso Il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Svizzera coinvolge soprattutto gli uomini (90% circa dei profili forniti). Il numero di donne radicalizzate in Svizzera è più basso rispetto alla media europea. Età La media è di 28 anni, e coincide con le tendenze di Germania e Francia. Il 18% del campione al momento della radicalizzazione aveva un’età inferiore ai 20 anni, con un 6% di minorenni. Gli autori dello studio sottolineano come la radicalizzazione di giovanissimi su cui si sono spesso concentrati i media, in Svizzera possa considerarsi un problema marginale. Stato civile Metà degli individui è single o separata; metà di coloro che hanno una famiglia, si è ‘sistemato/a’ dentro il contesto salafita-jihadista. Metà del campione ha almeno un figlio. Istruzione e lavoro La maggior parte degli individui profilati ha un diploma di scuola media; oltre la metà del campione nel periodo pre-radicalizzazione aveva un lavoro mentre i disoccupati rappresentavano un terzo dei casi. Durante la radicalizzazione, la percentuale di questi ultimi raddoppia fino a raggiungere il 58%. Gli autori invitano a considerare come l’attivismo ideologico-religioso (la dedizione alla causa, in altre parole) possa in parte spiegare questa alta percentuale. Indirettamente, il ragionamento sottolinea come la radicalizzazione sia appunto spesso causa, piuttosto che effetto, di un’esclusione sociale o dal mondo del lavoro. Altro dato rilevante: il 41% dei soggetti è in assistenza (cioè beneficia di sostegno finanziario da parte dello Stato). Geografia del fenomeno I radicalizzati tendono a vivere in aree urbane. Oltre la metà nella Svizzera tedesca, più del 40% nella Svizzera francese e poco meno del 4% nel Canton Ticino. Messi in relazione con il totale della popolazione (NON della popolazione di fede islamica) nelle tre diverse aree linguistiche, i dati segnalano una prevalenza del fenomeno nella Svizzera francese. La regione di Ginevra è quella più interessata. Nazionalità L’intelligence ha recentemente indicato come solo un terzo dei viaggiatori con finalità jihadiste detenga la nazionalità svizzera. Il 35% circa del campione analizzato dai ricercatori Merz e Saal è nato in Svizzera, mentre più del 30% aveva meno di 18 anni quando è giunto nel paese. Per questo motivo, anche i radicalizzati svizzeri possono considerarsi a pieno titolo ‘homegrown’ (cioè autoctoni). In oltre il 30% dei casi, le famiglie sono originarie dei Balcani (il che riflette i trend migratori in Svizzera). Contesti sociali I problemi personali dei singoli individui -famiglie spezzate, lutti, episodi di discriminazione, uso di droghe, problemi psichiatrici, identità fragile etc.- fanno spesso da sfondo. I dati a disposizione non confermano la teoria del ‘crime-terror nexus’ -cioè il rapporto fra radicalizzazione jihadista e passato criminale-; poche indicazioni anche riguardo a processi di radicalizzazione iniziati dentro il carcere. I casi di reati precedenti legati alla violenza fisica (aggressioni) sono predominanti. Fattori di radicalizzazione I ricercatori tengono a precisare che anche sulla base dei dati empirici svizzeri non si può affermare, come avviene invece spesso nel dibattito pubblico, che l’Islam ‘per se’ rappresenti un fattore di radicalizzazione. La religiosità -intesa come osservanza più o meno stretta- ricopre un ruolo secondario. Se ben il 20% del campione preso in esame è rappresentato da convertiti, su 59 individui di cui si hanno informazioni al riguardo, solo 7 hanno seguito una qualche forma di istruzione teologica islamica. Su 34 famiglie d’origine di cui si conoscono tali sfumature, 19 sono di orientamento liberale o secolare, 15 osservanti o fondamentaliste. E se il ‘consumo’ di contenuti jihadisti in internet ha un ruolo importante nel processo di radicalizzazione, gli analisti ribadiscono, in linea con quanto osservato anche da altri studiosi, che la visione, per esempio, di video di propaganda dell’ISIS o di sermoni estremisti, non è un elemento che da solo può condurre alla radicalizzazione: sono invece le relazioni personali a fare la differenza e a rappresentare un fattore decisivo, in particolare quelle fra compagni della stessa età oppure con il partner, nel caso delle donne. Solo 35 le persone di cui si hanno informazioni circa i contatti con predicatori salafiti; tuttavia emerge un aspetto interessante, e cioè che gran parte di questi predicatori (fra cui anche reclutatori) proviene dall’estero. Il che per gli analisti sta ad indicare come la scena jihadista svizzera non abbia figure di riferimento al suo interno. La conferma dei legami transnazionali menzionati a inizio articolo, viene anche da attività di proselitismo condivise, come la distribuzione pubblica del Corano da parte di militanti del gruppo ‘Lies!’, diffuso in Germania e anche in Svizzera. Tempistica La radicalizzazione lampo rappresenta l’eccezione; nel 72% dei casi il processo ha avuto una durata di oltre un anno. Natura dell’attività jihadista Due terzi degli individui presi in esame sono entrati nel radar della sicurezza fra il 2013 e il 2015 ed erano impegnati principalmente in attività di propaganda.

Confronto europeo (Germania, Francia, Italia) Nel rapporto fra popolazione totale e numero di viaggiatori con finalità jihadiste la Svizzera supera l’Italia ed è preceduta, ma di poco, dalla Germania. La maggior parte delle 77 persone che hanno raggiunto la Siria e l’Iraq, è partita nel lasso di tempo che va dal 2013 al 2016 per unirsi allo Stato Islamico. Fra le altre destinazioni, l’Afghanistan e la Somalia (in 8 per al-Shabaab). A tornare sono stati finora in 16. La varia natura dei dati a disposizione e delle metodologie di analisi rendono difficile un confronto; tuttavia, l’insieme dei numeri permette di individuare tendenze e tratti comuni. Per la Germania, lo studio ha preso come punto di riferimento l’‘Analyse der Radikalisierungshintergründe und -verläufe der Personen, die aus Islamistischer Motivation aus Deutschland in Richtung Syrien oder Irak ausgereist sind’ (2016). Il campione era in questo caso rappresentato da 784 individui che hanno cercato di raggiungere la Siria e l’Iraq. Ecco le caratteristiche principali: prevalenza di uomini (79%), età media 25 anni, la metà con diploma di scuola media o di grado inferiore, 166 senza lavoro, 89% residente in aree urbane e oltre la metà proveniente da sole 13 città. 81% con passato migratorio, il 61% nato in Germania, poco meno del 40% cresciuto in Germania. 17% di convertiti. 2/3 circa noti alla polizia a causa di reati precedenti (prevalentemente recidivi). La durata del processo di radicalizzazione ha superato l’anno nella maggior parte dei casi. Per ciò che riguarda il paragone con la Francia, i ricercatori svizzeri si sono basati sullo studio di Marc Hecker intitolato ‘137 nuances de terrorisme. Les djihadistes de France face à la justice’ (2018), che ha preso in esame le informazioni disponibili relative a 137 individui condannati per terrorismo fra il 2004 e il 2017. L’analisi rileva un’età media di 26 anni al momento del reato, un basso livello di istruzione, scarsa integrazione nel mercato del lavoro e anche qui, aree geografiche di provenienza ben precise; gran parte dei condannati nata e cresciuta in Francia ma con passato migratorio (origini in prevalenza sub-sahariane e nordafricane), 26% di convertiti. Molti già noti alla giustizia per reati minori. Le dinamiche di gruppo sono fondamentali e la durata del processo di radicalizzazione si estende anche sul lungo periodo (diversi anni).

Ascolta Mark Hecker anche nel reportage intitolato
‘REPUBBLICA E JIHAD. IL CASO DELLA FRANCIA’

trasmesso dalla Rete Due della RSI

L’identikit italiano è stato tracciato da Francesco Marone e Lorenzo Vidino per il dossier ISPI ‘Destinazione Jihad: i Foreign Fighters d’Italia’ (2019). I ricercatori hanno esaminato le informazioni relative a 125 foreign fighters, delineando un quadro che a tratti si discosta anche sensibilmente da quanto osservato in altri paesi europei. In sintesi, il campione ‘disegna’ le seguenti caratteristiche: prevalenza di uomini (oltre il 90%); età media di 30 anni alla partenza; oltre la metà rappresentata da immigrati di prima generazione con solo un 8% di radicalizzati nati dentro i confini nazionali e un esiguo 19.2% in possesso di cittadinanza italiana; l’area geografica maggiormente interessata dalla scena radicale e dall’attivismo jihadista è la Lombardia. Il 44.8% svolgeva lavori non qualificati, un basso livello di istruzione per l’88% circa degli individui, 11% di convertiti, il 44% con precedenti penali. Il 42% almeno in contatto con altri foreign fighters provenienti dall’Italia, il 24% collegato a network estremisti in Italia o in Europa.

 


Swiss jihad – due testimonianze raccolte in Siria dalla RadioTelevisione Svizzera

Svizzera, radicalizzata, pentita

di Roberto Antonini, RSI – Rete Due
immagini: Dario Bosio 

Viveva a Losanna e un giorno è partita per la Siria per unirsi ai combattenti dell’ISIS. Ora vorrebbe tornare nella Confederazione ma per lei le porte sono chiuse. La storia di Hayaam (nome di fantasia).

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ASCOLTA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA RADIO SVIZZERA DI LINGUA ITALIANA NEL CAMPO ROJ – SIRIA (COPYRIGHT RSI)

ACCEDI AL DOSSIER SPECIALE  CON TUTTI I REPORTAGE REALIZZATI IN SIRIA DA
ROBERTO ANTONINI E DARIO BOSIO PER RSI

(MAGGIO-GIUGNO 2019)
con la collaborazione di Aras Maman e Chiara Sulmoni 

‘If I can’t return to Switzerland, I’d prefer a bullet in the head’

by Olivier Pauchard and RTS

In northeast Syria, Swiss public television (RTS) interviewed a Swiss jihadist detained by the Kurds since January 2018, who claims he is being mistreated.

There are a dozen adults with links to Switzerland in a territory controlled by the Kurds.

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO

GUARDA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA TELEVISIONE SVIZZERA DI LINGUA FRANCESE IN SIRIA (COPYRIGHT RTS)