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La direzione delle normative anti-terrorismo in Europa. Ne discutiamo con il giurista Francesco Rossi

Il terrorismo in Europa rimane una minaccia concreta. Al di là degli attentati riusciti, lo dimostrano i numerosi piani sventati, le reti estremiste regolarmente scompaginate dalle forze di sicurezza, la propaganda online che tiene costantemente impegnati in una guerra senza quartiere partner pubblici e privati nel campo della tecnologia e per finire, anche alcuni recenti casi di recidiva -un aspetto, quest’ultimo, su cui si sta concentrando la ricerca specialistica nel tentativo di definire meglio i contorni del rischio per gli anni a venire-.

Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, due brutali attacchi portati a termine da jihadisti passati per il carcere in Gran Bretagna, hanno dato avvio a un dibattito attorno alla durata della reclusione. Una prima, urgente stretta legislativa ha annullato la procedura di rilascio automatico a metà della pena. In seguito, ha preso avvio l’iter parlamentare per l’approvazione di una nuova legge anti-terrorismo più severa che, per quelli che saranno considerati i reati più gravi, prevede fra l’altro condanne più lunghe, da scontare per intero e un monitoraggio dopo la scarcerazione che può arrivare a 25 anni. Anche in altri paesi come la Francia e la Svizzera sono attualmente in discussione e in dirittura d’arrivo misure più restrittive, che in prima bozza hanno anche suscitato le critiche e la preoccupazione di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, Amnesty International o la stessa UE.

Per approfondire la questione e fornire un ritratto più preciso del panorama giuridico europeo, START InSight ha posto alcune domande a Francesco Rossi, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, membro di MacroCrimes (Centro studi giuridici europei sulla grande criminalità) e a breve ricercatore post-doc presso la Faculty of Law, Economy and Finance dell’Università di Lussemburgo.

  1. Dr. Rossi, le polemiche e le discussioni accese che seguono ogni attentato in Europa, sembrano dipingere uno scenario in cui l’apparato legislativo sarebbe in costante ritardo rispetto alla realtà della minaccia terroristica; qual è la posizione del giurista al riguardo?

Il giurista è tradizionalmente critico al riguardo. Beninteso: ineccepibilmente, contrastare il terrorismo costituisce una priorità assoluta di un numero sempre più alto di governi. Tuttavia, non può destare stupore che in una democrazia – che deve rispettare le “regole del gioco” fissate dalle Carte e dalle Corti dei diritti – la legislazione evolva più lentamente di un fenomeno criminale organizzato e pronto a reagire a ogni intervento repressivo.

Grazie anche a programmi di analisi del fenomeno ben sviluppati, chi legifera è tendenzialmente a conoscenza dei tratti essenziali del terrorismo che stiamo contrastando. I problemi risiedono altrove: non è l’attenzione, bensì l’approccio a suscitare le critiche degli addetti ai lavori. Dopo pressoché ogni attentato, tutte le forze politiche finiscono per convergere sull’introduzione di nuovi reati, sull’aumento delle pene, sulla previsione di regole processuali derogatorie, sul potenziamento delle misure amministrative “di corredo” allo strumentario penale. I sistemi penali vengono sempre più sovraccaricati, senza però creare un reale valore aggiunto in ottica preventiva. Anziché aspirare a riportare terroristi attuali e potenziali dalla nostra parte, la strategia antiterrorismo diffusa in Europa persegue piuttosto gli obiettivi di neutralizzarli e sorvegliarli il più a lungo possibile, preferibilmente in carcere.  

non può destare stupore che in una democrazia la legislazione evolva più lentamente di un fenomeno criminale organizzato e pronto a reagire a ogni intervento repressivo

Vi è comunque un’altra ragione. Dalla prospettiva politica, volenti o nolenti, legiferare rapidamente e rigidamente nel vivo dell’emergenza è razionale perché coagula il consenso elettorale. In una fase storica in cui il populismo è così forte, questa circostanza non favorisce affatto un dibattito lucido sul contenuto delle leggi antiterrorismo. Anzi…

  1. Tendenzialmente, le leggi che abbiamo oggi nei vari paesi quanto sono efficaci e commisurate alla situazione che viviamo?

Scientificamente, non esistono criteri che consentano di valutare univocamente, senza possibilità di replica, l’efficacia e la proporzionalità delle misure antiterrorismo. Certo, i contributi accademici umanistici forniscono le coordinate culturali imprescindibili per comprendere a fondo il fenomeno. Inoltre, le analisi statistiche in materia aumentano e vengono progressivamente affinate.

Sulla base di questo background è possibile sviluppare riflessioni eterogenee. Molto brevemente, le possibili prese di posizione sul modo in cui contrastare il terrorismo sono fondamentalmente inquadrabili in tre linee di pensiero. La prima postula che il terrorismo debba essere sconfitto senza violare o derogare alcuna norma della Costituzione e delle Carte sovranazionali dei diritti. La seconda, diametralmente opposta, accosta il contrasto al terrorismo a una guerra e legittima persino l’annichilimento delle norme di garanzia. La terza, mediana, sostiene che si debba individuare quali deroghe alle regole del gioco siano costituzionalmente sostenibili e al tempo stesso utili a contrastare il terrorismo.

Nel mondo accademico, la prima linea di pensiero è decisamente prevalente. Tuttavia, una precisazione si impone. Le leggi antiterrorismo vigenti sono senza dubbio utili ed efficaci per le autorità preposte alla protezione della sicurezza collettiva, che possono intervenire ben prima che un individuo radicalizzato passi all’azione: tendenzialmente, nella pratica, prima che intraprendano un viaggio con finalità di terrorismo o quando dichiarano, online o ad altri soggetti, di essere risoluti a passare all’azione. Le stesse leggi consentono altresì di monitorare con attenzione i reclutatori e i facilitatori, dediti rispettivamente ad assicurarsi la disponibilità all’azione di individui radicalizzati e a rendere materialmente possibile la concretizzazione futura dei loro propositi terroristici. Gli interventi delle autorità in questione sono evidentemente preziosi: senza di loro, il numero di attentati realizzati in Europa sarebbe più alto.

le leggi antiterrorismo vigenti sono senza dubbio utili ed efficaci per le autorità preposte alla protezione della sicurezza collettiva, che possono intervenire ben prima che un individuo radicalizzato passi all’azione

Tuttavia, le leggi antiterrorismo vigenti non risultano affatto risolutive. Esse non incidono affatto sulle cause della radicalizzazione e del terrorismo: consentono soltanto di intervenire sui focolai già emersi. Dunque, il risultato che questa modalità di intervento può produrre non è macro-, ma micro-preventivo.

Inoltre, al risultato micro-preventivo lordo (determinato dalla quantità di interventi restrittivi cautelari e irrevocabili effettuati) vanno sottratti gli effetti collaterali che gli attuali eccessi di incriminazione possono produrre. A medio-lungo termine, in un contesto in cui si tende tuttora ad associare – acriticamente, a volte in maniera discriminatoria – terrorismo e Islam, la scelta di anticipare all’estremo l’intervento repressivo rischia persino di rivelarsi in parte criminogena. Punire, apertamente o sotto mentite spoglie, la sola radicalizzazione del singolo musulmano stigmatizza un fenomeno interiore sì aberrante e potenzialmente pericoloso, ma che costituisce comunque una pura e semplice ideologia.

Questo è un lusso che il sistema penale non può permettersi: storicamente, non serve il terrorismo per comprendere l’essenza contro-democratica del punire pensieri in luogo di fatti… Le potenziali ricadute del ricorso alla pena in questo settore devono essere stimate alla luce di molteplici fattori. In breve, più l’incriminazione risulta sproporzionata, maggiore sarà il numero di soggetti borderline – simpatizzanti non violenti, per varie ragioni vulnerabili alla presa ideologica della galassia “jihadista” – che potrebbero finire nel vortice della radicalizzazione e, nel peggiore dei casi, del terrorismo.

Il vero risultato micro-preventivo netto si deve dunque determinare considerando anche queste ipotesi; comprese quelle della radicalizzazione in carcere, causata sia a monte da scelte incriminatrici non del tutto razionali, sia a valle da strategie e modalità di esecuzione della pena detentiva inadeguate. Non solo in Italia, persino i contesti familiari, affettivi e di aggregazione come i centri culturali –soprattutto prima che ne aumentasse la sorveglianza – si sono spesso tramutati in focolai di radicalizzazione. In casi simili, provate a pensare cosa potrebbe implicare il ricorso a una punizione stigmatizzante ed esemplare, non seriamente improntata a un reinserimento sociale e nemmeno preceduta da un diverso sforzo di natura non coercitiva. Di fronte a un fenomeno che fermenta in contesti geopolitici, sociali, culturali ed economici torbidi, condizionati da decenni di conflitti, discriminazioni e ingiustizie, questo tipo di punizione dissuaderebbe le persone vicine al condannato o rischierebbe piuttosto di rafforzare in loro un’ideologia antagonista, incline alla violenza terroristica?

Ad alcuni tale osservazione apparirà provocatoria, o persino un affronto. Essa dovrà però essere presa in seria considerazione, se si intende razionalizzare ed innovare le strategie di contrasto al terrorismo.    

  1. Le preoccupazioni che possono essere espresse dagli organismi internazionali nei confronti di alcune misure repressive o anticipatorie, sono giustificate di fronte al pericolo rappresentato dal terrorismo? 

La risposta può variare a seconda delle misure di volta in volta analizzate. Adottare un approccio mediano nella valutazione delle misure antiterrorismo consentirebbe di discernere quali di esse siano per certi versi difficili da digerire, ma per altri versi necessarie o comunque utili, e quali invece risultino più “costose” che benefiche o persino manifestamente inefficaci e incostituzionali.

È comunque bene sottolineare che un numero sempre crescente delle misure adottate in Europa negli ultimi anni non supera il “test di necessità”. Un esempio: a volte criticato dalla dottrina d’oltralpe per la sua tendenziale ritrosia in materia, il Conseil constitutionnel (la Corte costituzionale francese) ha dichiarato illegittime le norme antiterrorismo più controverse (tra cui quella che sanzionava penalmente la mera consultazione abituale di siti web a contenuto terroristico).

è bene sottolineare che un numero sempre crescente delle misure adottate in Europa negli ultimi anni non supera il “test di necessità”

Non possono e non devono essere puniti puri indici di adesione psicologica a ideologie senza che sia stata commessa alcuna azione tangibilmente pericolosa. Pronunce pur ancora sporadiche come quelle del Conseil constitutionnel possono rappresentare un modello di riferimento per le Corti degli altri Stati, attente sempre più spesso alle mosse delle colleghe europee per trarne potenziali spunti argomentativi.

  1. In un suo saggio del 2017, mette in rilievo come i sistemi penali nazionali tendano ad essere più rigidi -sia in senso preventivo che repressivo- rispetto alle fonti sovranazionali. Cosa ne consegue, e qual è l’impatto concreto sulla lotta al terrorismo?

Ne consegue una catena di interventi circolari che si consolidano e rafforzano reciprocamente. Spesso la dottrina addossa alle organizzazioni sovranazionali le fette maggiori di responsabilità per la scarsa chiarezza delle disposizioni, la carente pericolosità dei fatti sanzionati e la sproporzione delle pene irrogate. Ci si limita spesso a constatare che quando un’organizzazione sovranazionale interviene attraverso convenzioni internazionali, risoluzioni, decisioni quadro, direttive, gli Stati sono obbligati ad adattare la legislazione nazionale. La realtà è però più complessa. Radiografando i molti atti normativi che si sono succeduti tra le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa, l’Unione europea e gli Stati del Vecchio Continente, ci si accorge che questi ultimi hanno spesso anticipato – e persino ecceduto – molti degli interventi sovranazionali di cui stiamo parlando. Più precisamente: dall’11 settembre in poi, gli Stati europei più preparati e “quotati” nel settore del contrasto al terrorismo (Italia, Francia, Spagna e Regno Unito) hanno esportato in più occasioni i propri modelli politico-criminali, legislativi e pratico-applicativi. Finora, in questo ambito, le riforme penali sovranazionali hanno sempre avuto referenze in uno o più Stati, le cui legislazioni sono state più che altro “sintetizzate” per poterle adattare a ordinamenti che si rivolgono a Paesi numerosi e diversi tra loro.

A pressoché ogni attentato realizzato in uno Stato segue ivi una riforma penale, via via sempre più rigida. Lo Stato colpito interviene per primo e più duramente, mentre altri Paesi osservano le mosse altrui e le prendono in considerazione come possibili modelli da emulare. A questo punto, le agende antiterrorismo delle istituzioni sovranazionali si infittiscono e i modelli nazionali vengono elaborati fino a estrarne un nucleo condiviso in seno a ciascuna organizzazione (Nazioni Unite, Consiglio d’Europa, Unione europea).

a pressoché ogni attentato realizzato in uno Stato segue ivi una riforma penale, via via sempre più rigida

Questo nucleo condiviso di previsioni penali antiterrorismo viene irradiato negli Stati ancora illesi dal terrorismo. Fuori dall’emergenza, questi ultimi – che non avevano varato riforme settoriali incisive – vengono trainati legislativamente dalle organizzazioni sovranazionali. Come si è visto, però, l’input politico e contenutistico proviene da quelle mosse nazionali cui si è fatto riferimento poc’anzi.

Dunque, almeno in prima approssimazione, il diritto penale antiterrorismo in Europa si sta armonizzando. Tuttavia, se questo modello di diritto penale è inadeguato, lo saranno anche tutte le sue varie declinazioni nei singoli Stati europei, e le rispettive controindicazioni potrebbero disseminarsi su tutto il Vecchio Continente.

  1. Quali sono i ruoli, i rapporti e anche i limiti che intercorrono fra le legislazioni nazionali e internazionali (UN, Unione Europea)?

Le legislazioni nazionali e le normative sovranazionali possiedono caratteristiche diverse. In breve, mentre le legislazioni nazionali fissano precetti e sanzioni penali applicabili nel territorio dello Stato e rivolti direttamente ai consociati, le normative sovranazionali fissano standard comuni per gli Stati ai quali le normative stesse si rivolgono (i Paesi aderenti a una convenzione internazionale, i membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli Stati membri dell’Unione europea e così via).

Le normative sovranazionali servono principalmente ad armonizzare (o ravvicinare) le legislazioni nazionali entro un contesto geografico più vasto rispetto a quello del singolo Stato. Sebbene nessuna fonte normativa sovranazionale possa mai dirsi identica a un’altra, l’armonizzazione delle legislazioni nazionali è favorita dalla vincolatività delle normative sovranazionali.

le normative sovranazionali servono principalmente ad armonizzare le legislazioni nazionali entro un contesto geografico più vasto rispetto a quello del singolo Stato

Sempre sintetizzando e semplificando, dall’ottica dei singoli Stati tale vincolatività si arresta soltanto di fronte a una violazione della Costituzione da parte della normativa sovranazionale. In ogni caso, l’armonizzazione delle legislazioni nazionali indotta dalle fonti sovranazionali vincolanti è affiancata dai flussi spontanei tra i modelli normativi dei Paesi europei. Simili flussi risultano fisiologici nell’era del pluralismo, dell’apertura, della globalizzazione giuridica e della trans-nazionalizzazione del crimine in cui viviamo.

  1. I paesi terzi come la Svizzera, dal profilo giuridico, come si posizionano dentro il ‘panorama’ UE della lotta al terrorismo? 

Pur con tutti i particolarismi derivanti dai mutevoli contesti storici, sociali e politici di volta in volta considerati, il terrorismo è un fenomeno transnazionale che necessita strategie di contrasto condivise su larga scala, capaci di facilitare quantomeno la cooperazione giudiziaria tra Stati diversi. Questa consapevolezza favorisce forme di incontro spontaneo tra istituzioni e autorità dei vari Paesi. A tal fine, tramite la designazione e l’operato di rappresentanti politici e magistrati di collegamento nazionali, l’Unione europea rappresenta anche per gli Stati terzi un punto di riferimento ideale per un confronto politico, legislativo e pratico-applicativo costruttivo, volto soprattutto a condividere informazioni, linee d’azione e migliori prassi.

  1. I foreign fighters di rientro dalla Siria porrebbero davvero dei problemi di difficile soluzione ai sistemi penali/giudiziari nazionali/europei, come sostiene chi è contrario al rimpatrio?

Attualmente, sì. I carichi di lavoro per gli stakeholders della sicurezza aumenterebbero, con tutto ciò che ne potrebbe conseguire, ad esempio, in termini di dispendio di risorse umane ed economiche, di esigenze di aggiornamento professionale e di disponibilità e formazione di personale specializzato.

Il discorso muta, invece, riguardo alla possibilità delle Procure di sottoporre con successo a procedimento penale un numero consistente di returnees. Il problema principale è di ordine probatorio: una volta lasciato uno Stato europeo per recarsi sui teatri del conflitto, solo l’intelligence riesce (non sempre, e incontrando svariati ostacoli) a reperire informazioni utili sui foreign fighters. Inoltre, alcune testimonianze recentemente raccolte sul campo hanno fotografato un’altra rilevantissima problematica: per cause di natura non solo giuridica – attinenti essenzialmente alle discrepanze legislative e alla questione dei diritti umani – ma anche politica, il tentativo di cooperare con le autorità degli Stati (mediorientali, africani e via dicendo) in prima linea nella guerra al terrorismo si rivela spesso una strada a fondo chiuso.

rimpatriare foreign fighters di ritorno solleva timori per la sicurezza pubblica e può mettere in bilico persino la maggioranza al governo

Anche in questo caso, comunque, ogni responsabilità da mancato rimpatrio è imputabile anche agli Stati europei, che si dimostrano particolarmente recalcitranti anche di fronte alle vicende drammatiche che vedono coinvolti donne e bambini. La ragione è fondamentalmente duplice: rimpatriare foreign fighters di ritorno solleva timori per la sicurezza pubblica e può mettere in bilico persino la maggioranza al governo. Le recenti vicende politiche in Norvegia, dove nel gennaio 2020 il partito della destra populista ha infranto l’accordo che li legava alla coalizione di governo in reazione alla decisione di rimpatriare dalla Siria una donna sospettata di aver preso parte alle atrocità dello Stato Islamico, sono emblematiche in questo senso. Una tra le possibili alternative – lo svolgimento di processi penali nei confronti dei membri dello Stato Islamico in Siria – rappresenta forse una tentazione per molti Stati europei; anche se, mentre toglierebbe all’Europa alcune castagne dal fuoco, questa soluzione non porrebbe certo rimedio alle violazioni dei diritti umani diffuse in quelle aree.

  1. Le leggi attuali e le riforme in corso secondo lei possono rispondere bene alle necessità e ai requisiti della prevenzione e della deradicalizzazione? Ci sono criticità da affrontare?

il mondo penalistico denuncia da tempo l’inadeguatezza dei programmi di de-radicalizzazione in carcere, dal quale molti escono ancor più de-socializzati

Le criticità sono numerose. Oggi, una larghissima parte del carico preventivo è scaricato sulla sorveglianza e sulla giustizia penale. Invece, il quadro relativo alla prevenzione extra-penale della radicalizzazione in Europa è ancora molto frammentato. È evidente, ad esempio, il ritardo legislativo dell’Italia su questo fronte (mentre proseguono, fortunatamente, alcune sperimentazioni progettuali virtuose, concertate da accademici e operatori professionali). Inoltre, il mondo penalistico denuncia da tempo l’inadeguatezza dei programmi di deradicalizzazione in carcere, dal quale molti escono ancor più de-socializzati. Sono disponibili esempi anche recenti in questo senso: soprattutto nel Regno Unito e in Francia, dove lo stigma derivante dalla condanna per reati terroristici – che comprendono anche mere manifestazioni ideologiche sì aberranti, ma di per sé innocue – si protrae anche a pena espiata, mediante l’applicazione misure di sicurezza marcatamente restrittive.

non è stata ancora raggiunta una sufficiente uniformità di vedute, ad esempio, sui limiti etici e sugli obiettivi concreti che i programmi di prevenzione e de-radicalizzazione devono porsi

Investire maggiori risorse sulla prevenzione extra-penale della radicalizzazione e sui programmi di de-radicalizzazione in carcere si rivela cruciale per perfezionare strategie di contrasto, a lungo termine e a più ampio raggio, alla radicalizzazione e al terrorismo. Tuttavia, lo stato dell’arte in materia è non solo frammentato, ma anche per certi aspetti controverso. Non è stata ancora raggiunta una sufficiente uniformità di vedute, ad esempio, sui limiti etici e sugli obiettivi concreti che i programmi di prevenzione e de-radicalizzazione devono porsi. Inoltre, uno studio recente ha evidenziato uno scarto ancora da colmare tra gli apporti accademici e le reali esigenze degli operatori professionali sul campo. Non si può negare, dunque, che la strada sia ancora particolarmente lunga e insidiosa.


GUERRA E PACE NEL MEDITERRANEO: capire l’escalation turca tra l’espansionismo cinese e il riassetto degli equilibri mediorientali

di Andrea Molle

La rinnovata importanza del Mediterraneo, spesso ritenuto un teatro secondario nell’ambito dell’analisi delle Relazioni Internazionali, deriva da diversi processi di medio e lungo periodo che oggi scuotono gli equilibri geopolitici mondiali. In particolare, è la conseguenza dell’aggressiva politica commerciale cinese in Africa Subsahariana, intensificatasi nell’ultimo decennio, che vede gli stati africani, come ad esempio il Kenya e il Congo, ridotti a colonie oppure in una situazione di subordinazione de facto agli interessi del Gigante Asiatico.

A questa dinamica fa eco la volontà di Beijin di completare il progetto della Belt and Road Initiative, imponendosi come partner commerciale privilegiato delle principali potenze europee nel tentativo di creare un rapporto non di sudditanza, ma certamente di forte dipendenza, per l’Unione Europea. Ciò è reso possibile, in primo luogo, dal vuoto lasciato dalla deriva protezionista ed isolazionista dell’America guidata da Donald J. Trump che sembra priva di una strategia internazionale, ma anche dall’assenza di una direzione comune europea in politica estera come dimostra il recente smarcamento dell’Italia in favore della Cina.

L’intensificarsi dei flussi migratori, aggravati anche dai mutamenti climatici, dalla corruzione e dalla presenza di processi di radicalizzazione nel continente africano, è il sintomo più evidente della destabilizzazione, politica ed economica, risultante dalla politica espansionista cinese che ha consegnato al governo di Beijin il controllo di importanti rotte e hub commerciali. A fronte di una sostanziale erosione del tessuto economico, causata dal monopolio attuato dagli operatori economici cinesi, e dell’instaurarsi di drammatici squilibri sociali, sempre più persone abbandonano il loro paese e cercano fortuna in Europa accentuando così la crisi del continente. L’alleggerirsi della pressione demografica contribuisce, paradossalmente, a perpetuare il controllo cinese sui governi africani ed accuire la crisi e le divisioni all’interno dell’Unione Europea.

La situazione è infine acuita dall’insieme delle recenti iniziative messe in campo dalla Turchia al fine di conquistare un ruolo egemonico nel Maghreb e nel Mediterraneo orientale, apparentemente facilitato dalla comune cultura islamica di cui il paese si propone come difensore in competizione con paesi come l’Arabia Saudita, ma che è soprattutto una conseguenza del ritiro americano e dell’assenza di una voce unica europea. Nell’attesa delle dimissioni previste a fine ottobre di Fayez al-Sarraj, fino ad oggi alla guida del Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dalle Nazioni Unite, resta da capire quali saranno le conseguenze sulle attività Turche in Libia, ma rimane inalterata la volontà di Ankara di farsi avanti come principale interlocutore cinese approfittando della particolare congiuntura politica.

Per comprenderne meglio la strategia e non sottovalutarne le probabilità di successo, è importante considerare l’insieme delle relazioni sino-turche. I segnali in questo senso sono molteplici. Un ammorbidimento delle politiche dei visti tra le due potenze è in corso da anni e, in aggiunta agli intensificati scambi culturali, la Cina ha recentemente provveduto a trasferire ingenti risorse economiche destinate a supportare i piani di sviluppo industriale e soprattutto militare del governo guidato da Erdogan. Per venire meno alla sua strutturale inadeguatezza militare, pare che la Turchia stia oggi valutando l’acquisto di velivoli da combattimento stealth di quinta generazione Shenyang J-31. Si tratta di una conseguenza diretta dell’esclusione dal progetto Lockheed Martin F-35 voluta dagli USA, ma rappresenta un passo ulteriore verso l’uscita della Turchia dalla NATO. Qualora dovesse avvenire, la perdita del partner turco provocherebbe di certo una crisi dell’Alleanza Altantica che già per molti osservatori internazionali è in uno stato di animazione sospesa. Un eventuale indebolimento della NATO piace molto anche alla Russia di Putin che, nonostante le aperte tensioni geopolitche con la Turchia, fornisce già al paese sistemi antiaerei e spinge per l’acquisto dei caccia stealth Sukhoi Su-57.

In questo quadro non deve sorprendere la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e alcune delle medie potenze mediorientali come gli Emirati Arabi e il Baharain, e soprattutto le voci non confermate di possibili futuri accordi per lo sviluppo di assetti militari comuni. Questo processo non può essere considerato il mero risultato dell’azione politica di Trump per portare stabilità in Medio Oriente, a detta di molti insufficiente se non di fatto inestistente. Deve invece essere interpretata come un segnale di conferma di come il mondo arabo, in crisi per la futura inevitabile perdita di rilevanza, è consapevole dei profondi cambiamenti degli equilibri geopolitici del Mediterraneo orientale e sta cercando di guadagnare la posizione più vantaggiosa. Quello che si sta formando può apparire come un fronte anti-Turco, ma a ben vedere è più probabilmente un tentativo di opporsi alle mire neocoloniali cinesi in Africa o quantomeno contenerle, riducendo allo stesso tempo la dipendenza dall’Occidente.

La partita con il Gigante Asiatico vede dunque oggi coinvolti quei paesi del Golfo, una volta nemici dello Stato Ebraico, che oggi pensano ad Israele come alleato naturale. D’altronde Tel Aviv rappresenta non solo un forte partner militare, ma anche un polo economico e tecnologico in grado di rivaleggiare con Beijin. Ciò auspicabilmente potrebbe portare anche ad una soluzione duratura al lungo conflitto Israelo-palestinese. Tale risultato non sarà però dovuto all’azione mediatrice americana ne agli sforzi congiunti di diversi paesi e organismi internazionali degli ultimi decenni, ma piuttosto alla presenza di un comune nemico all’orizzonte. Se una soluzione verrà dunque raggiunta, essa sarà a discapito degli interessi dei palestinesi che, ancorati a retoriche ormai desuete e sempre più marginalizzati dagli alleati di un tempo, non sembrano intenzionati a recepire il cambiamento ed adattare di conseguenza sia i loro obiettivi di lungo periodo che la loro strategia politica.

Se le tensioni con la Cina sono in aumento, di fronte all’aggressività turca gli Stati Uniti hanno alzato la voce solo di recente, provocando il temporaneo ritiro della missione esplorativa di Ankara nelle acque territoriali controllate da Atene, ma senza segnalare alcuna volontà esplicita di coninvolgimento americano nel teatro operativo. Si è trattato insomma di un atto dovuto che arriva, come si dice in America, “too late and one dollar short”. In risposta alla mossa americana e all’annuncio dell’intensificarsi delle esercitazioni delle forze armate greche nell’Egeo settentrionale la Turchia ha nuovamente accusato la Grecia di violare il Trattato di Losanna del 1923, che ha posto fine all guerra greco-turca (1919-1923) ridisegnando le nuove frontiere tra i due paesi, militarizzando l’isola di Chio. Non si tratta della prima volta che la Turchia accusa la Grecia di violare il Trattato. La prima volta è stata nel Giugno 1964, a seguito del dispiegamento di una brigata motorizzata ellenica sull’isola, ma questa volta la Turchia sembra non escludere una reazione militare alle esercitazioni annunciate da Atene.

Sulla sponda Nord del mare nostrum le cose non vanno certo meglio. Sebbene sia palese che la partita che si sta giocando nel Mediterraneo, e che vede coinvolti Grecia e Cipro, abbia come posta in gioco la sopravvivenza stessa degli interessi europei e occidentali, per non dire anche la tenuta della stessa Unione Europea, sono in pochi ad averlo pienamente compreso. Nelle capitali europee, il mutamento degli equilibri che per anni hanno accompagnato la politica mediterranea dell’Unione sembrano essere compresi solo a Parigi. Accusata di voler unicamente acquisire il controllo di marginali risorse energetiche, la seconda potenza dell’Unione Europea preme da sempre per un ruolo più incisivo dell’Europa e per la sua oggi imprescindibile integrazione militare. Questo mentre Berlino ragiona ancora troppo spesso come un trading state, interessato unicamente ai guadagni economici di breve periodo e a non turbare il precario equilibrio raggiunto con la Turchia sul tema dei migranti provenienti dalla rotta balcanica.

Quanto all’Italia, Roma pensa ingenuamente di poter ancora attuare la stessa politica dell’equidistanza e della neutralità che l’ha ridotta negli anni al ruolo di mera comparsa sulla scena degli affari internazionali e sul versante cinese ha una posizione per lo meno ambigua. E tuttavia la Francia, che appare come il candidato naturale a guidare la politica estera dell’Unione, non può pensare di riuscire a vincere questa partita da sola. La geografia non è un’opinione: senza l’Italia, che tra l’altro è la seconda potenza navale del continente, l’Unione Europea non ha nessuna possibilità di contare qualcosa e finirà, inevitabilmente, per essere relegata ad una umiliante posizione di sudditanza.


Operazione EUNAVFORMED “Irini”: limiti e criticità

di Claudio Bertolotti

Il vertice di Berlino come premessa all’operazione “Irini”

I partecipanti alla conferenza di Berlino sulla Libia del 19 gennaio 2020 si sono impegnati a rispettare e attuare pienamente l’embargo sulle armi istituito dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016) e 2473 (2019). In tale contesto, il 17 febbraio 2020 il Consiglio ha raggiunto un accordo politico per l’avvio di una nuova operazione nel Mediterraneo, finalizzata all’attuazione dell’embargo delle armi delle Nazioni Unite sulla Libia utilizzando risorse aeree, satellitari e marittime. Dopo mesi di negoziati la Grecia ha confermato l’assistenza a tutti i migranti irregolari sbarcati dalle navi militari dell’Unione Europea; questione che aveva di fatto bloccato qualunque iniziativa concreta. Questo significa, almeno formalmente, che non dovrebbero giungere in Italia i migranti irregolari eventualmente assistiti dalle navi impegnate nell’operazione.

Il 31 marzo 2020, l’alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha così annunciato l’accordo sulla creazione dell’operazione militare EUNAVFOR MED “Irini”: missione a guida italiana, con il proprio centro operativo confermato a Roma.

la missione prevede ispezioni a navi in alto mare al largo della costa libica che siano sospettate di trasportare armi o equipaggiamenti militari

Oltre alla missione principale di sostegno all’attuazione dell’embargo sulle armi dell’ONU in Libia, la missione prevede ispezioni a navi in alto mare al largo della costa libica che siano sospettate di trasportare armi o equipaggiamenti militari conformemente alla risoluzione 2292 (2016) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Irini” ha ereditato alcuni compiti secondari dall’operazione “Sophia”, tra cui l’addestramento della Guardia costiera e della Marina libiche e i compiti di ricerca e salvataggio.

Ma “Irini”, finalizzata all’attuazione di un embargo sulle armi, non ha sinora raggiunto l’obiettivo primario e questo a causa di una debolezza politica di fondo, dovuta all’eterogeneità delle priorità date dai singoli paesi dell’unione Europea, a cui si somma una limitata capacità militare.

Obiettivi dell’operazione “Irini”

Il 31 marzo 2020, il Consiglio dell’Unione europea ha formalmente dato il via all’operazione militare della UE nel Mediterraneo EUNAVFOR MED “Irini” (in greco “pace”) per contribuire alla realizzazione dell’embargo di armi sulla Libia con mezzi aerei, satellitari e marittimi così come sanzionato dalle Nazioni Unite. L’Unione europea, intenta ad intensificare gli sforzi per far rispettare l’embargo, intende contribuire in tal modo al processo di pace in Libia, attraverso l’avvio di una nuova operazione militare nell’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC) nel Mediterraneo.

contrasto al traffico di esseri umani e distruzione delle reti criminali ad esso associate

L’operazione ha come fine principale l’attuazione dell’embargo anche attraverso la capacità di ispezione di navi dirette per e dalla Libia, dove vi sono ragionevoli motivi per ritenere che tali mezzi trasportino materiale direttamente o indirettamente utile alle parti in conflitto, in violazione dell’embargo; ma l’ampia azione di “Irini” prevede la raccolta di informazioni quanto più estese ed approfondite sul traffico di armi ed equipaggiamenti militari, in alto mare al largo delle coste della Libia. Inoltre, come compiti secondari, EUNAVFOR MED “Irini” svolge attività di:

– monitoraggio e raccolta di informazioni sulle esportazioni illecite dalla Libia di petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati:

– contributo al rafforzamento delle capacità e alla formazione della Guardia costiera libica e della Marina militare nelle attività di contrasto in mare di traffici illeciti;

– contributo al contrasto del business derivante dal traffico di esseri umani e alla distruzione delle reti criminali ad esso associate attraverso il pattugliamento aereo e navale e la raccolta di informazioni;

Il mandato dell’operazione è esteso al 31 marzo 2021 ed è sotto stretto controllo degli Stati membri dell’UE che ne esercitano il controllo politico e la direzione strategica attraverso il Comitato politico e di sicurezza (PSC), sotto la responsabilità del Consiglio e l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. L’attuale operazione è spostata a Est rispetto alla precedente, “Sophia”: non più nel Canale di Sicilia, ma nelle acque tra Egitto e Creta con gli occhi puntati sulla Cirenaica.

Una situazione in progressivo peggioramento: le armi continuano ad arrivare in Libia

A seguito della trasformazione del conflitto libico, che da guerra civile si è trasformato in una “guerra per procura”, i rifornimenti militari di equipaggiamenti tecnologicamente avanzati hanno continuato ad arrivare in Libia via aerea, terrestre e marittima. Il fatto che gruppi armati non statali siano addestrati all’utilizzo di tali equipaggiamenti e sistemi d’arma è una pericolosa premessa non solo per il paese, ma anche per i paesi confinanti con la Libia: tra il 2012 e il 2014, terroristi e gruppi separatisti hanno integrato i loro arsenali con le armi provenienti dai magazzini delle disciolte forze armate libiche; ora tali armi potrebbero essere trasferite nei paesi vicini, alcuni dei quali sono sempre più alle prese con i violenti fenomeni insurrezionali che vedono, tra gli attori attivi e più pericolosi, il cosiddetto Stato islamico (IS) e al-Qa’ida.

l’embargo sulle armi riaffermato alla Conferenza di Berlino è stato violato da molti dei paesi che hanno preso parte al vertice

In tale scenario, l’ottimismo manifestato in occasione della Conferenza di Berlino appare come del tutto ingiustificato. La conferma giunge direttamente dalle Nazioni Unite: l’embargo sulle armi riaffermato alla Conferenza di Berlino è stato da allora violato da molti degli stessi paesi che hanno preso parte al vertice; molti aerei sono atterrati negli aeroporti della Libia occidentale e orientale, trasferendo armi, veicoli blindati, combattenti stranieri e “consiglieri militari”. Come riportato dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) “molti di coloro che hanno partecipato alla Conferenza di Berlino” erano stati coinvolti nel “trasferimento in corso di combattenti stranieri, armi, munizioni e sistemi avanzati” e altre attrezzature militari (Kaim, Schulz, 2020).

Dalla teoria alla pratica: difficoltà operative e limiti politici

Dal 4 maggio la missione dell’Unione Europea EUNAVFORMED “Irini” ha iniziato le attività in mare nella propria area di operazione ma, nonostante l’ottimismo con cui la missione ha preso il via, le differenti visioni dei paesi europei hanno imposto fin da subito limiti evidenti: le navi greca (“Spetsai”, classe “Hydra”) e francese (“Jean Bart”, classe “Cassard”) si sono unite all’operazione alla fine di maggio, mentre Malta, che aveva promesso personale imbarcato appositamente addestrato per la missione, ha successivamente ritirato la propria partecipazione in quello che può essere letto come un apparente tentativo di influenzare il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA) e la Turchia.

Uno schieramento ridotto nelle risorse, sottodimensionato nelle capacità e debole

Alle fregate greca e francese e a un piccolo aereo da ricognizione marittima messo a disposizione da Lussemburgo e Polonia, insieme all’aereo da pattugliamento marittimo P-3C “Orion” tedesco, a luglio si è unita la nave italiana “San Giorgio” e, ad agosto, la tedesca “Hamburg” – una fregata classe “Sachsen” – con a bordo 250 militari; da parte italiana sono resi disponibili inoltre un drone per operazioni di sorveglianza, e le basi logistiche di Augusta, Pantelleria e Sigonella. Inoltre, un aereo P72 da pattugliamento marittimo, un velivolo per l’air early warning (Aew), e un sottomarino “saranno disponibili occasionalmente in supporto”. Uno schieramento che, sebbene il comandante dell’operazione abbia definito “presto capace di raggiungere la piena capacità operativa” (Pioppi, 2020), è di fatto molto ridotto nelle risorse, sottodimensionato nelle capacità rispetto agli obiettivi e reso debole dalla scarsa coesione politica dei 27 partner europei.

La sfida militare della Turchia all’Unione Europea

Il 10 giugno 2020, la fregata greca “Spetsai”, sotto comando italiano e impegnata nel tentativo di controllare il mercantile “Cirkin”, partito dalla Turchia e sospettato di trasportare armi a Tripoli, è stata contrastata nel golfo di Sirte dall’intervento diretto di un’unità militare di Ankara, impegnata nella scorta dello stesso mercantile (Hassad, 2020). Una seconda unità militare turca avrebbe inoltre avviato una manovra di avvicinamento alla fregata di Atene dopo il sorvolo da parte di un elicottero greco del “Cirkin”. L’evento si sarebbe concluso con l’azione turca di inquadramento radar della nave greca: premessa alla minaccia di apertura del fuoco che ha imposto alla “Spetsai” di ritirarsi.

Il mercantile “Cirkin”, battente bandiera della Tanzania, poi giunto senza rallentamenti nel porto di Tripoli l’11 giugno (il giorno successivo all’incidente), risulta essere partito dal Mar di Marmara, a sud di Istanbul, dopo essere stato attraccato in un porto “roll-on roll-off” (RORO) per un carico di armi, equipaggiamenti e mezzi pesanti, compresi veicoli corazzati trasferiti dalla vicina base militare dell’esercito turco. Il mercantile, varato nel 1980, con una lunghezza di 100 metri e un carico massimo di 4.000 tonnellate, è di fatto un cargo turco, già utilizzato in precedenza da Ankara per il trasporto di veicoli corazzati ed equipaggiamenti destinati al GNA.

L’incidente conferma i limiti politici e operativi dell’operazione europea

L’evento, che ha anticipato un analogo fatto che ha visto coinvolta la nave francese (anch’essa “minacciata” da una nave turca), è stato denunciato dalla Grecia come violazione dell’embargo delle Nazioni Unite, mentre la risposta turca ha evidenziato che essendo la “Cirkin” sotto la protezione della Turchia non era necessario l’intervento dell’operazione “Irini”. La Turchia, che ha di fatto messo a nudo le criticità dell’operazione europea nel Mediterraneo e ne ha denunciato la “faziosità e l’unilateralità a favore del generale Khalifa Haftar”, ha suggerito la creazione di un nuovo meccanismo da parte delle Nazioni Unite.

L’incidente, che solo in Grecia ha ottenuto un’ampia eco mediatica, è una conferma dei limiti politici, prima ancora che operativi, dell’operazione “europea e del suo obiettivo di imporre un embargo militare in Libia che, di fatto, al momento non è efficace lungo le rotte navali e non perseguito sui rifornimenti di armi ed equipaggiamenti che giungono alla fazione guidata dal generale Haftar via terra dall’Egitto e via aerea dalla Russia.

I due punti deboli di “Irini”

Il fatto che l’operazione “Irini” sia impegnata prevalentemente nell’attività di contrasto navale alle violazioni dell’embargo solleva interrogativi sulla sua reale efficacia. Due i punti di ingresso in Libia per gli aiuti militari alle due fazioni: il confine marittimo occidentale, che la Turchia ha usato per inviare armi, equipaggiamenti e combattenti al GNA, e il confine orientale, usato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti per sostenere l’Esercito Nazionale libico (LNA) guidato da Haftar. Se l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti intendono trarre vantaggio dalla situazione, la Turchia non ha altra scelta che rifornire Tripoli di armi via mare, attraverso l’area che l’UE si è impegnata a controllare.

Nel merito il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha lamentato che “la missione dell’UE non ha fatto nulla per fermare le spedizioni di altre potenze in Libia”, incluse “le armi che sarebbero state inviate dalla Francia ad Haftar”. Per contro, la Francia, che nega il supporto di Haftar ma è da tempo sospettata di favorirlo, ha espresso rabbia dopo che lo scorso 17 giugno la fregata “Courbet” è stata oggetto di “inquadramento radar” da parte delle fregate turche durante l’ispezione di un mercantile diretto in Libia.

Dell’operazione europea ha parlato anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, evidenziando cosa essa non è e cosa non può fare: “Non si tratta di un blocco navale. Il quadro normativo internazionale include il blocco navale tra i metodi di guerra. Quindi, il blocco rappresenta una misura adottabile solo nel corso di conflitti armati internazionali. “Irini” prevede esclusivamente misure selettive, legittime e pienamente rispettose del diritto internazionale, finalizzate a promuovere il ritorno della pace e della sicurezza in Libia” (di Feo, 2020). Un’affermazione, quella del ministro degli esteri italiano, che conferma implicitamente i limiti strutturali di un’operazione che nasce con due criticità per l’imposizione di un effettivo embargo sulle armi in Libia

Le due criticità: l’attuazione e la difficoltà di allargare il monitoraggio alle frontiere terrestri

La prima criticità è l’attuazione. L’operazione della UE e degli Stati che hanno aderito alla decisione del Consiglio di sicurezza si limita a far rispettare l’embargo sulle armi lungo le rotte marittime. Il Consiglio di sicurezza ha invitato gli Stati a ispezionare tutti i carichi da e per la Libia “nel loro territorio, compresi porti marittimi e aeroporti” se in possesso di informazioni utili a confermare o valutare come possibile la presenza di armi. L’assenza di un quadro giuridico e di un accordo per operare in territorio libico o nei Paesi ad esso confinanti, ha dato la possibilità agli Stati decisi ad infrangere l’embargo di fornire direttamente armi alle parti in conflitto via terra, mare e aria.

La seconda criticità è rappresentata dalla possibilità di allargare il monitoraggio alle frontiere terrestri della Libia, dunque con personale UE a terra, ma solo in caso di richiesta delle autorità locali. Se fino ad oggi era difficile pensare che le due fazioni, Tobruk e il GNA di Tripoli, potessero trovassero un accordo in tal senso, il cessate il fuoco annunciato il 21 agosto da al-Sarraj e Aguila Saleh, portavoce della Camera dei rappresentanti di Tobruk, apre a qualche possibilità (un’ipotesi a cui si somma la possibilità di dimissioni da parte dello stesso al-Sarraj e di un possibile cambio alla guida del GNA, di cui sono circolate voci il 15 settembre). Ad oggi però, in assenza dell’autorizzazione del Consiglio di sicurezza o il consenso delle parti libiche, l’UE non può condurre attività di sorveglianza nello spazio aereo libico, né tanto meno fermare la fornitura di armi per via aerea o imporre l’embargo sulle armi a terra in Libia. Poiché la maggior parte delle armi destinate alle forze del generale Haftar sono trasportate via terra o via aerea, una più severa applicazione dell’embargo sulle armi in mare svantaggia in maniera rilevante il GNA che viene rifornito prevalentemente dalla Turchia attraverso la rotta marittima.

Tuttavia, ci si può chiedere se l’operazione dell’UE non sarà altro che simbolismo, poiché gli Stati membri dell’UE difficilmente saranno disposti a impegnare le risorse navali e di sorveglianza necessarie per applicare efficacemente l’embargo sulle armi.

Analisi, valutazioni, previsioni

Nonostante l’embargo sulle armi approvato dalle Nazioni Unite e parzialmente realizzato dall’operazione “Irini”, la Turchia ha firmato un accordo di cooperazione militare con il GNA e ha inviato droni, veicoli corazzati, mercenari siriani e consiglieri militari turchi a sostegno del governo libico guidato da al-Sarraj, impegnato a contrastare le forze di Haftar. Un sostegno che ha cambiato gli equilibri sul campo, imponendo al LNA di ritirarsi dall’ovest del paese dopo un tentativo fallito di catturare Tripoli, poi trasformatosi in un assedio logorante durato oltre un anno.

È chiaro che con le attuali regole non sarà possibile fermare il flusso di armi e materiali dalla Turchia che ha reso possibile la battuta d’arresto imposta al generale Haftar e consolidato la posizione e il ruolo di Ankara a Tripoli, così come confermato dalla cessione del porto di Misurata alla Turchia e il contemporaneo allontanamento dell’Italia dalla stessa area.

senza una capacità di effettivo intervento e di contrasto alle violazioni dell’embargo la deterrenza viene meno

L’obiettivo di “Irini” è la realizzazione di una barriera deterrente: ma senza una capacità di effettivo intervento e di contrasto alle violazioni dell’embargo la deterrenza viene meno e impone all’Europa una posizione dalla quale potrà al massimo documentare l’impegno bellico della Turchia, prendendo atto del suo trionfo in Libia.

L’impatto complessivo di “Irini” sugli obiettivi prioritari della missione, alla luce di un’assenza di controllo delle rotte terrestri e aeree – ma anche marittime – attraverso le quali tali equipaggiamenti possono giungere, e ad oggi giungono, alle parti in Libia, è al momento parziale. La missione UE, se è parte di una strategia ampia, che deve essere definita e implementata, allora può avere successo. Altrimenti no.

Come recentemente suggerito dall’European Council for Foreign Affairs (ECFR), l’Italia dovrebbe cogliere l’opportunità offerta dalla presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione Europea per creare una piattaforma dalla quale possa, insieme agli alleati, far rispettare le norme internazionali sul conflitto, mediare tra i competitor internazionali impegnati ad alimentare la guerra per procura in Libia e dare il via a una nuova conferenza delle Nazioni Unite sulla Libia. Un impegno in questa direzione renderebbe vani gli sforzi della Russia, intenta a prolungare la guerra, e potrebbe colmare il vuoto tra la Turchia su un fronte e gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto sull’altro. La recente risoluzione 2473 (2019) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a sostegno dell’operazione “Irini” può essere un ottimo punto di partenza per rafforzare (o creare) una visione politica europea che possa trasformarsi in azione diplomatica e militare. In tale quadro, per i paesi dell’Unione sarebbe auspicabile l’avvio di una vera operazione, imparziale ed equilibrata, basata su una strategia condivisa che possa concretamente realizzare gli impegni della Conferenza di Berlino, che sono a premessa dell’operazione “Irini”. Per fare ciò, l’embargo non potrà che essere esteso alle vie di accesso aeree e terrestri, e non limitato a un mero e parziale sforzo navale (Varvelli e Megerisi, 2020).

analisi pubblicata sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N° 2/2020


Crisi del Mar Nero. Il contesto regionale e internazionale

di  Gregorio Baggiani

Negli ultimi anni la situazione nel Mare d’Azov, un mare collegato al Mar Nero attraverso lo Stretto di Kerch che ne regola l’entrata a navi civili e militari, regolata da un trattato bilaterale tra Russia ed Ucraina del 2003, è andata progressivamente peggiorando, anche in seguito alla costruzione da parte russa di un ponte ferroviario che ne limita fortemente l’accesso, mediante estenuanti controlli, alle navi civili e militari di nazionalità ucraina.

Le conseguenze diplomatiche, politiche ed economiche di un eventuale conflitto nel Mar Nero

Nonostante la considerevole superiorità militare della Russia in campo navale, l’ipotesi di un conflitto aperto nel Mar Nero appare alquanto improbabile. Un conflitto militare solleverebbe la protesta diplomatica degli Stati occidentali e comporterebbe l’ulteriore inasprimento delle sanzioni contro la Federazione Russa, il possibile intervento della NATO e l’interruzione del traffico marittimo della Federazione Russa attraverso l’intero Mar Nero e la Crimea, a seguito della sua condanna dalle Nazioni Unite come stato aggressore. Tutto ciò sarebbe estremamente controproducente per le esportazioni commerciali russe verso il Medio Oriente e Mediterraneo orientale ma anche per gli importanti flussi di denaro, più o meno opachi, verso l’isola di Cipro, che vengono considerati un settore importante dell’attività economica russa; flusso di denaro che trova poi anche diverse modalità di impiego, lecite o non lecite, anche in Europa.

L’inasprimento delle tensioni è principalmente dovuto alla necessità di vigilare sul funzionamento delle condotte energetiche e di quelle relative alle infrastrutture di comunicazioni sottostanti il bacino

A questo già complesso scenario si aggiunge la questione dei gasdotti e delle reti di comunicazioni che passano sotto il Mar Nero, i primi, fondamentali per le esportazioni russe, le seconde per tutti gli stakeholders di questa complessa questione geopolitica. L’inasprimento delle tensioni, infatti, è principalmente dovuto alla necessità di vigilare sul funzionamento delle condotte energetiche e di quelle relative alle infrastrutture di comunicazioni sottostanti il bacino. L’ostacolo, il danneggiamento grave o addirittura l’interruzione di queste forniture o comunicazioni in caso di conflitto provocherebbe un danno sostanziale all’economia o alla sicurezza della Federazione Russa ed anche degli Stati europei, la prima già fortemente indebolita dalle sanzioni. Ne consegue che lo scoppio di un conflitto aperto nel Mar Nero non appare come la scelta più probabile a causa delle gravi ripercussioni sulle forniture energetiche e sulla stessa sicurezza degli stakeholder, eventualità cui la Federazione Russa ha recentemente cercato di porre rimedio attraverso l’isolamento della propria infrastruttura informatica, in parte dipendente dalle connessioni estere, comprese quelle legate alle infrastrutture di tipo sottomarino presenti sotto la superficie del Mar Nero. L’opzione che quindi molto probabilmente sarà adottata, è quella meglio descritta come “l’invasione silenziosa e strisciante” del Mar Nero che, azzerando il commercio necessario alla sopravvivenza dell’Ucraina e trasformando i suoi porti in una terra desolata, porterebbe alla depressione economica e all’impotenza di Kiev, rafforzando la fazione filo-russa nell’area sudorientale.

La grande strategia geopolitica russa in Ucraina

L’obiettivo primario di questa strategia è quello di respingere le aspirazioni della NATO in Ucraina e soffocare l’aspirazione del Paese a diventare una piena democrazia sul modello occidentale eliminando al contempo un potenziale concorrente commerciale nel Mar Nero. L’apparato politico e militare russo e il sistema economico sono, ovviamente, ben consapevoli di questo stato di cose. È pertanto improbabile che la Russia scelga una risposta militare per contrastare la presenza ucraina nel Mar Nero. I commerci russi sarebbero, infatti, i primi a soffrire del blocco causato da eventuali operazioni belliche e delle inevitabili ricadute derivanti dalle misure politiche e giuridiche che la comunità internazionale adotterebbe nei confronti della Federazione Russa.

Il fattore turco e la Convenzione di Montreux

Inoltre, in caso di un attacco militare russo a strutture militari, civili o petrolifere ucraine, la Turchia sarebbe costretta, a norma delle disposizioni legali contenute nell’accordo di Montreux del 1936, a chiudere gli Stretti Turchi alle navi militari russe e forse anche alle navi civili russe. L’atteggiamento turco si rivelerà quindi determinante nel caso di una crisi nel Mar Nero e della sua possibile evoluzione che al momento appare difficile prevedere con assoluta esattezza perché lo scenario appare particolarmente complesso. L’eventuale chiusura degli Stretti Turchi danneggerebbe gravemente le esportazioni e le fiorenti relazioni politiche con l’area del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente in cui la Russia intende invece assumere un ruolo più rilevante rispetto al passato riempiendo, in una certa misura, il vuoto lasciato dagli interessi USA in arretramento da questa zona altamente lacerata da gravi e crescenti tensioni internazionali.

Controllando gli Stretti, la Turchia si rivela un attore essenziale per l’equilibrio strategico del Mar Nero, del Mediterraneo in senso lato e, infine, del Medio Oriente e del Mar Caspio

In quest’ottica, le relazioni politico-diplomatiche che saranno instaurate tra la Russia e la Turchia e tra la Turchia e la NATO giocheranno un ruolo fondamentale. In caso di conflitto nel Mar Nero e in particolare nel Mar d’Azov, se il Trattato bilaterale del 2003 dovesse venir meno e le restrizioni in esso sancite dovessero decadere, la Turchia – secondo stato militarmente più forte del Mar Nero dopo la Russia e, soprattutto, Stato NATO, almeno formalmente – potrebbe diventare decisiva.

La Turchia quale gestore della Convenzione di Montreux e degli Stretti Turchi

Alla Turchia è infatti affidato il controllo e la gestione della navigazione, sia civile che militare, negli Stretti e in caso di conflitto, conformemente alla Convenzione di Montreux, sarebbe autorizzata a precluderne l’accesso. Controllando gli Stretti, la Turchia si rivela un attore essenziale per l’equilibrio strategico del Mar Nero, del Mediterraneo in senso lato e, infine, del Medio Oriente e del Mar Caspio il cui accesso a potenze straniere viene progressivamente ridotto dalla Russia e dagli altri Stati che si affacciano sul Mar Caspio mediante un Trattato firmato nel 2016 che proibisce l’installazione o comunque la presenza di basi militari straniere. La Cina, a sua volta, agisce in modo implicito od esplicito nel contenimento dell’avanzata USA e NATO verso il bacino del Caspio, di cui il Mar Nero appare strategicamente il retroterra. Anche l’Iran, a sua volta, ha instradato un progetto energetico che dovrà collegare il Golfo Persico con il Mar Nero, fatto che gli fa assumere un’importanza geopolitica ancora maggiore per tutti gli stakeholder regionali ed extraregionali. E questo spiega anche perché per gli USA è importante o fondamentale assumere o almeno mantenere il controllo strategico del Mar Nero. Chi controlla il Mar Nero, controlla il potenziale accesso al Mar Caspio, al Medio Oriente, al Golfo Persico ed al Mediterraneo.

La Turchia quale “honest broker” della Convenzione di Montreux e degli Stretti Turchi. La posizione della Turchia in caso di tensioni o di conflitto.

Sulla base di un ravvicinamento stabile tra la Turchia e la Russia, come quello osservato nei mesi scorsi, l’ipotesi di un ruolo di “onesto intermediario” della Turchia nella questione del Mar Nero appare sempre meno credibile. La Turchia probabilmente rafforzerà la sua cooperazione con Mosca ma non reciderà completamente il legame transatlantico con Washington e con l’UE per potere ottenere il prezzo migliore da entrambi i contendenti ed anche per non privarsi completamente dello “scudo” NATO di fronte alla Russia. Restando quindi in bilico tra i due contendenti la Turchia si troverà nella posizione di poter gestire  al meglio per sé il suo ruolo geopolitico nel Mar Nero ed in Medio Oriente, qualunque siano i suoi partner.

Il grande problema è come attenuare le dissonanze o addirittura ricucire il divario e la freddezza crescenti tra UE, USA e Turchia. Tutto ciò si ripercuoterà, più o meno direttamente, sugli equilibri di potere in gioco nell’attuale disputa tra Ucraina e Russia nel Mar d’Azov

Conseguentemente, in caso di conflitto o gravi tensioni nel Mar Nero, è prevedibile che la Turchia aumenti la posta in gioco in cambio del suo sostegno politico all’uno o all’altro contendente o della sua neutralità. Invero, sulle basi giuridiche della Convenzione di Montreux, la Turchia dovrebbe agire in modo neutrale nei confronti di qualsiasi contendente ma, molto probabilmente, non terrà fede agli accordi.

Ciò è probabilmente vero anche nel caso del sempre più discutibile trattato NATO che lega la Turchia all’Alleanza Atlantica. Il grande problema è come riuscire ad attenuare le dissonanze o addirittura a ricucire il divario e la freddezza crescenti tra UE, USA e Turchia. Chiaramente, tutto ciò si ripercuoterà, più o meno direttamente, sugli equilibri di potere in gioco nell’attuale disputa tra Ucraina e Russia nel Mar d’Azov.

Le regole imposte dal Trattato di Montreux

Le rigide regole del Trattato di Montreux del 1936 oggi limitano l’accesso delle navi militari degli Stati non rivieraschi a una permanenza massima di 3 settimane. In caso di gravi tensioni, se gli Stati Uniti saranno in grado di ottenere un allentamento di queste regole con la modifica della Convenzione di Montreux, il rapporto tra le forze potrebbe cambiare notevolmente determinando una alterazione sostanziale dell’equilibrio di potere nel Mar Nero grazie alla grande capacità di proiezione militare statunitense (fatto che rimanda immediatamente al concetto strategico- militare, ma anche economico, di “profondità strategica” o strategic depth o стратегическая глубина in russo), giustamente temuta da Mosca e, di conseguenza, nel Mar d’Azov, che è ben collegato con la regione circostante per mezzo di collegamenti fluviali, fatto che lo rende particolarmente strategico per la Federazione Russa. Il Mare d’Azov serve evidentemente anche da retroterra strategico a protezione della Crimea.

Ciò dipenderà dal modo in cui, in caso di crisi o di conflitto, la Turchia gestirà l’accesso delle navi militari attraverso gli Stretti Turchi e dalla permanenza in vigore delle disposizioni sul Mar d’Azov regolate dal trattato del 2003 tra Russia e Ucraina che si configura come un trattato di tipo bilaterale e non risponde alla normativa sul diritto internazionale del mare fissata dalle Nazioni Unite a Bodega Bay del 1982 e che risponde al nome di UNCLOS.

La Russia è sicuramente interessata ad ottenere vantaggi concreti dalla parte settentrionale del Mar Nero e nel Mar d’Azov; il deterioramento delle condizioni economiche potrebbe condurre a un calo di popolarità, cosa che Vladimir Putin teme al di sopra di ogni cosa

Il calcolo geopolitico ed economico della Russia

In linea generale, la Russia è sicuramente interessata ad ottenere vantaggi concreti e spinta propulsiva dalla parte settentrionale del Mar Nero e nel Mar d’Azov, ma non è insensibile al rischio di perdite economiche e dell’improvviso aumento dei prezzi che le inevitabili tensioni politiche dovute al conflitto potrebbero comportare o, peggio, alle gravi ripercussioni che un serio stallo militare potrebbe provocare, anche in termine di vite umane. Il possibile deterioramento delle condizioni economiche potrebbe inoltre condurre a un calo di popolarità, cosa che Vladimir Putin teme al di sopra di ogni cosa.

 


CORONAVIRUS ADESSO. I NUMERI CHE CONTANO, IL MESSAGGIO CHE DEVE PASSARE E IL CASO ITALIA. LE VALUTAZIONI DI ANDREA MOLLE.

Nel corso delle ultime settimane Andrea Molle (Chapman University, USA e ricercatore associato START InSight) ha seguito l’andamento della pandemia di COVID19 e condiviso in anteprima con START InSight una serie di studi, statistiche e approfondimenti (consultabili in versione inglese e italiana sul sito www.startinsight.eu).

Mentre i vari paesi si avviano verso una riapertura graduale, facciamo il punto sui dati di cui bisogna tenere conto e sui messaggi che devono passare.

L’INTERVISTA

La pandemia è stata caratterizzata da una continua produzione e diffusione di numeri, curve, previsioni. Quali sono i dati più affidabili, anche per capire la direzione in cui andare adesso?

Durante eventi come questo è molto difficile, per non dire impossibile, produrre delle stime o delle previsioni che siano assolutamente valide ed incontrovertibili. È naturale ed aggiungerei legittimo essere critici sui numeri. La situazione è estremamente fluida. I dati di riferimento cambiano continuamente e ci sono problemi relativi alla loro effettiva qualità. Parlo ad esempio dei cosiddetti soggetti asintomatici non identificati, per i quali provvedere una stima precisa è francamente impossibile, a meno di ricorrere a test di massa. Il problema è dovuto anche ai criteri diagnostici, che sono cambiati nel tempo, o a quelli utilizzati per dichiarare una morte come causata dal coronavirus anziché come avvenuta indipendentemente da esso in un soggetto infetto. Sembrano questioni semplici, ma non lo sono. Soprattutto perché non abbiamo ancora dei criteri universali. Ad esempio, quando si cerca di stimare la mortalità della pandemia o, ancora più importante, di offrire previsioni sul suo sviluppo, la scarsa qualità dei dati a disposizione pesa parecchio. Partiamo dalla mortalità. Essa è variata nel tempo, ma sarebbe ingenuo pensare che ciò sia dovuto principalmente ad un cambiamento del virus dal punto di vista biologico. La variazione è quasi certamente dovuta ad aggiustamenti nel calcolo della percentuale di individui deceduti sui casi attivi rispetto ai diversi criteri utilizzati dagli statistici. Se ad esempio usiamo una finestra di 8 giorni dal manifestarsi dei sintomi al decesso, (per l’Italia) otteniamo una mortalità di circa lo 0.6%. Ma se consideriamo 10 giorni, la mortalità aumenta. Parliamo in fin dei conti di eventi che si protraggono nel tempo e seguono meccanismi non ancora del tutto chiari alla scienza; è dunque difficile offrire certezze. Per questo, per quanto le stime e le previsioni sull’andamento del contagio siano importanti -direi imprescindibili- al fine di pianificare le politiche sanitarie e sociali, esse non devono essere prese per oro colato. Al contrario, devono essere viste nel quadro di assunti e paradigmi che sono per loro stessa natura incompleti. La scienza opera, o almeno dovrebbe operare, in condizioni di incertezza. Essa rimane un processo di scoperta sempre provvisorio e mai definitivo. La politica d’altro canto dovrebbe servirsi degli esperti per adempiere al proprio ruolo: e cioè di prendere delle decisioni difficili in momenti di incertezza e assumersene la responsabilità. Per questo, ritengo sempre e comunque utile produrre modelli statistici e computazionali sull’andamento della pandemia, e della sua mortalità, ma bisogna capirsi bene su cosa rappresentino, quali siano i loro limiti, e sul come debbano essere utilizzati.

I dati più sicuri li avremo a crisi terminata, potenzialmente tra diversi anni. Oggi guarderei al dato, promettente, di una riduzione costante dei ricoveri ospedalieri ed in particolare di quelli in terapia intensiva che ad oggi rappresenta meno del 5% dei casi accertati. Sappiamo infatti che è lì che maggiormente si concentrano i casi di decesso (con una stima di mortalità tra il 60% e l’80% – globalmente) e la pressione sul sistema sanitario nazionale. È anche un dato estremamente utile per stimare le conseguenze di una necessaria riapertura dell’economia. Specialmente se lo si riuscisse ad usare per capire quali sono i soggetti più a rischio e dunque da monitorare attivamente e proteggere. La riapertura del paese deve avvenire in relativa sicurezza ed in tempi brevi, ed è impensabile aspettare un azzeramento del contagio o la distribuzione di un vaccino. Altrimenti il rischio è quello di trasferire la pressione dal sistema sanitario a quello economico in quella che è già definita come la più grande depressione dal 1929. A livello globale ciò risulterebbe in una crisi sociale senza precedenti e l’ingresso in una fase di estrema volatilità politica che produrrebbe conseguenze molto più pericolose dello stesso virus nell’ambito delle relazioni internazionali.

Ci sono stati errori nella comunicazione dei dati scientifici relativi al coronavirus?

Non penso che i dati siano errati, più precisamente erano e sono incompleti e di scarsa qualità come è naturale avvenga in frangenti di crisi. Certamente però vi sono stati errori di comunicazione. Oggi sappiamo che la pandemia è stata inizialmente sottovalutata, ma ultimamente mi sembra che si sia passati al fronte opposto e che la paranoia stia determinando le nostre scelte. Sarebbe facile accusare i media di questo. La politica ha le sue responsabilità, ma a mio avviso l’errore è principalmente negli scienziati. Spesso non siamo stati completamente onesti, o espliciti, e il messaggio che è passato è che le stime ed i modelli previsionali siano delle vere e proprie profezie. Pensiamo ad esempio come i modelli, provvisori ed estremamente limitati, elaborati dall’Imperial College di Londra siano stati usati come unico criterio di riferimento per le politiche pubbliche di molti paesi (v. nota in calce per la critica dettagliata del modello)[1].

Come ho premesso, ciò non è solo impossibile ma contrario al metodo scientifico. Oltretutto le previsioni odierne sembrano essere quasi sempre orientate al ‘worst case scenario’; a mio modo di vedere per non essere più accusati di sottovalutarne le conseguenze.

A pandemia inoltrata, come leggere quella che inizialmente era considerata l’anomalia Italia?

Non ritengo che l’Italia sia più da considerarsi un’anomalia. Senz’altro, almeno in una fase iniziale, il virus si è diffuso in modo estremamente veloce e con un livello di letalità inaspettato. E questo era certamente anomalo. E tuttavia da un lato abbiamo visto che, col passare del tempo, quasi tutti i paesi si stanno allineando tra di loro sia in termini di diffusione del contagio che di mortalità.

I dati indicano che il case fatality rate è stabilmente sotto l’1% dal 5 di aprile.

Ad oggi (16 aprile), il valore è dello 0.61% a 8 giorni dal manifestarsi dei sintomi (0.65% a 10 giorni). I dati relativi al fattore di crescita sono stabilmente sotto il valore di 1, e quindi indicano la decrescita del contagio, a partire dal 12 aprile (v. i dettagli nello studio pubblicato in precedenza a questo link).

Inoltre, i ricoverati in terapia intensiva sono in costante rapida diminuzione dal 4 aprile, mentre in generale i ricoveri sono in flessione dal 7 aprile.

D’altro lato, è certo che sappiamo ancora molto poco del virus e dei fattori che ne facilitano la diffusione. Gli studi che stanno emergendo in questi giorni, ad esempio, suggeriscono che non tanto l’età, quanto la presenza di condizioni croniche di salute come diabete, ipertensione e obesità, siano da ritenersi responsabili dei casi più gravi di infezione. Relativamente alla diffusione geografica, il dato che emerge sembra suggerire che questa avvenga più facilmente in aree altamente industrializzate e magari con scarsa attenzione alla qualità ambientale. Non sorprende dunque che i paesi più industrializzati, e al loro interno le aree maggiormente sviluppate come la pianura padana, la città di New York o la provincia di Wuhan, siano quelli più colpiti dal virus. Forse ciò accade per colpa di una popolazione molto più affetta da patologie preesistenti e già indebolita da fattori ambientali ma anche, come suggeriamo alla Chapman University in uno studio in via di pubblicazione, a causa della particolare struttura della popolazione e dei network sociali che è tipica delle aree più operose di un paese: cioè una popolazione attiva più giovane e dinamica, e un’importanza maggiore del tessuto di supporto sociale dato dalle relazioni intergenerazionali.

Come valuta il dialogo / scontro fra politica e ricercatori al tempo del COVID19?

Certamente la politica deve ascoltare la scienza prima di prendere delle decisioni, ma la scienza non può pensare di sostituirsi alla politica né assumere le caratteristiche di una religione infallibile. Personalmente ritengo che sia importante mantenere una distinzione chiara dei ruoli e che gli scienziati, in particolare, non cedano alla tentazione di fare i politici. Questo perché i politici sono soggetti al controllo democratico degli elettori; un principio fondamentale dell’ordinamento democratico. Mentre la scienza non opera, e non deve operare, in modo democratico. Leggo ad esempio, e con una certa preoccupazione, che alcuni esperti virologi vorrebbero creare una struttura permanente di monitoraggio sui rischi pandemici. Fin qui nulla di male; ben venga. Bisognerebbe anzi inquadrarla in una discussione complessiva sulla creazione di strutture di resilienza e difesa civile. Ma che la si voglia legalmente in grado di imporre misure di quarantena o limitazione dei diritti individuali è francamente inaccettabile in un paese democratico. Insomma se, come vorrebbero gli epidemiologi, il modello auspicato è quello della Corea non possiamo certo ispirarci a quella del Nord.

Come valuta l’impatto della pandemia sul futuro delle relazioni internazionali?

Sto leggendo diverse teorie sull’origine del virus. Mentre sembra ormai scontata un’origine naturale, vi sono sospetti che il suo rilascio possa dipendere da errori avvenuti in un laboratorio cinese dove il virus, come accade in molte altre nazioni, era studiato. Se fosse confermato che la Cina ha avuto delle responsabilità dirette sulla pandemia, in aggiunta alla sua gestione tardiva e poco trasparente del contagio, si profilerebbero scenari inquietanti per le relazioni internazionali. Ciò porterebbe infatti ad un inasprimento delle già difficili relazioni diplomatiche, e potenzialmente di quelle economiche, con il gigante asiatico che potrebbe reagire in modo molto aggressivo. Questo si aggiungerebbe alle già evidenti tendenze isolazioniste americane e alla possibile implosione dell’Unione Europea, sempre più disarmonica, che già esce con le ossa rotte dalla pandemia. Uno scenario del genere getterebbe non poche ombre sulla già precaria governance mondiale e minerebbe di fatto importanti progetti comuni sul fronte dei cambiamenti climatici e dei processi di pace oggi in atto in diverse aree del pianeta.

 

[1] Il modello è quello che più di tutti ha informato le strategie di contenimento dell’infezione; in particolare l’idea di “flatten the curve”; è molto sofisticato ma si basa su assunti che derivano da informazioni imperfette. Ad esempio, il valore di R0 che il modello assume, il numero di riproduzione di base, ovvero il numero medio di nuovi casi per ogni persona infetta, e’ stabilito a priori su circa 2 individui. In altre parole, il modello assume che ogni individuo infetto tende ad infettarne altri due, ma questa non è una misura reale della sua infettività. Va da sé che anche una minima differenza tra il dato assunto e quello effettivo si amplifica in eccesso o difetto quando viene estesa a livello nazionale. Inoltre, per fare un altro esempio, i ricercatori hanno usato un periodo di incubazione di cinque giorni e hanno ipotizzato che la trasmissione abbia inizio 12 ore prima dell’inizio dei sintomi. Altra cosa che, col tempo, abbiamo scoperto non essere vera. La lista è lunga: i ricercatori hanno anche assunto che la percentuale di casi ospedalizzati, cioè quelli che avrebbero richiesto strutture di terapia intensiva si aggirava attorno al 30% dei ricoverati mentre il dato è molto minore, o che il tasso di mortalità dei pazienti in terapia infettiva fosse del 50%, che gli anziani fossero i più colpiti, ecc. Venendo al punto, i valori utilizzati come assunti del modello si basano sulle informazioni che i ricercatori avevano all’epoca dell’elaborazione del modello e pertanto i suoi risultati sono da considerarsi molto limitati. Gli stessi ricercatori, ovviamente, non hanno fatto segreto di queste limitazioni ma spesso i nostri giornali ed esperti televisivi le hanno omesse. Un’altra cosa che il modello ha offerto è una stima della popolazione degli infetti non identificati; che veniva stimata attorno a 6 milioni di individui ed è stata riportata da tutti i quotidiani ed esperti. Quello che tuttavia è stato spesso omesso, è che lo stesso modello riportava come intervallo di confidenza, e cioè un insieme di valori che con una certa “confidenza” contiene il valore vero, andava dai circa 2 ai quasi 16 milioni di individui. Insomma, non esattamente la stima puntuale che si voleva far passare. Ciò è esemplificativo dell’uso spregiudicato che si è fatto dei modelli.


#COVID19: buone notizie, parlano i numeri

La data in cui i decessi giornalieri dovrebbero raggiungere il livello minimo è l’11 di Aprile

di Andrea Molle – START InSight, Chapman University (USA)

ultimo aggiornamento 10.04.2020

Sulla base dei dati diffusi dal Dipartimento della Protezione Civile (3 Aprile), vi presentiamo in anteprima un’importante aggiornamento sulla situazione in Italia. Una sintesi grafica a cura di Andrea Molle, ricercatore presso la Chapman University della California (USA) e ricercatore associato di START InSight.

Il numero dei casi identificati giornalmente in Italia è sempre alto, ma non possiamo leggerlo come un segno che il contagio sia in ripresa.

Se osserviamo infatti la tendenza dell’ultima settimana, ciò sta probabilmente accadendo perché i test sono aumentati. Il numero dei test effettuati è quasi raddoppiato negli ultimi tre giorni rispetto al mese di Marzo. Vengono quindi identificati più casi, ma sin dall’inizio di Aprile i ricoveri e in particolare i pazienti in terapia intensiva sono in costante declino. Anche i tassi di mortalità si sono finalmente stabilizzati al di sotto dell’1% e oggi sono, rispettivamente, allo 0,69% per il CFR a 8 giorni e allo 0,75% per il CFR a 10 giorni . Inoltre, il tasso di positività al test (TPR) è sceso dal 20% a circa 7%. Cio’ suggerisce che le stime di milioni di infetti non identificati prodotte dall’Imperial College e dall’Universita’ di Oxford potrebbero essere estremamente imprecise e pertanto fuorvianti. Abbiamo bisogno di dati migliori per definire politiche pubbliche piu efficaci per la Fase 2.

Il primo grafico illustra il fattore di crescita (Growth Factor) del contagio registrato ufficialmente in Italia. Come si può notare, il fattore di crescita si sta stabilizzando sotto il valore di 1.00 (0.98). E’ una bella notizia perche’ significa che il contagio per COVID19 non cresce piu’ esponenzialmente.

Il secondo grafico – a) e b) – offre la visualizzazione dei decessi giornalieri in Italia nel periodo tra il 1 marzo e il 5 aprile (dati ufficiali Dipartimento della Protezione Civile). Il primo grafico a) riporta i valori assoluti e il secondo b) in versione logaritmica. Il dato giornaliero dei decessi (asse delle ordinate) e’ riportato in relazione al numero dei casi attivi all’ottavo giorno precedente il decesso (asse delle ascisse). Da notare come nelle prime due settimane di marzo il numero dei decessi aumenti in maniera proporzionale all’aumento dei casi.  A partire dal 28 marzo, possiamo osservare un’inversione radicale di tendenza laddove all’aumento dei casi si riscontra una repentina e costante diminuzione della quota di decessi. Una minore proporzione di decessi rispetto ai casi riscontrati puo’ essere attribuita al successo delle misure di quarantena, all’incremento dei test effettuati e al ridursi della pressione sul sistema sanitario nazionale.

Dato l’andamento curvilineo della distribuzione dei decessi giornalieri, e assumendo che il trend sia stabile, abbiamo impiegato un modello di regressione quadratica (R2 = .936) per stimare la data in cui i decessi giornalieri dovrebbero raggiungere il livello minimo possible a fronte della mancanza di una cura e/o di un vaccino efficaci. Il modello indica come giorno piu’ probabile l’11 di Aprile, con un intervallo di confidenza di +/- 2 giorni.

Il terzo grafico illustra l’indice di mortalità: il case fatality ratio a 8 giorni. Considerando una finestra di 8 giorni tra l’onset dei sintomi e il decesso, questo è l’indicatore piu’ attendibile di letalità del virus. La situazione italiana si sta allineando a quelle di altri paesi colpiti dalla pandemia, con un dato a 8 giorni dell’1.24%. Considerando 10 giorni di finestra, il tasso cresce leggermente, pur mantenendosi all’1.52%, pur sempre in linea con altri paesi. Importante evidenziare come i dati riportati da alcuni media italiani (tra il 5% e il 10%) non siano corretti.

Infine, il tasso di mortalità. La proporzione di ricoveri in terapia intensiva si attesta sui livelli medi internazionali. Il terzo grafico illustra che i casi gravi spesso fatali, cui la mortalità specifica si aggira sul 40%, sul totale dei pazienti attivi è oggi inferiore al 5% (4.88%).

 


Giovani ed estremismo. START InSight ha partecipato al Congresso della Lega Islamica Mondiale a Ginevra

Il 18 e 19 febbraio alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra si è tenuto il congresso internazionale

organizzato dalla Lega Islamica Mondiale sul tema

“Initiatives for Protecting the Youth from Extremist and Violent Ideologies: Implementation Measures”

 

 

Alla presenza del Segretario Generale della Lega, Sua Eccellenza Mohammad bin Abdul Karim al-Issa, di numerosi dignitari e leader religiosi di ogni confessione, rappresentanti politici e governativi e studiosi della materia si è discusso di

  1. Thoughts, Ideologies and Milieux leading to Extremism
  2. National Identity and its Role in Building Intellectual Security
  3. Europe’s Muslim Youth in Europe and the Threat of Extremism
  4. Religious and Cultural Pluralism, and the Culture of Tolerance

Fra i relatori invitati a partecipare ai diversi panels, anche la Presidente di START InSight, Chiara Sulmoni, che nel corso del suo intervento, dopo aver tracciato età e tempi della radicalizzazione in Europa da un punto di vista comparativo, si è focalizzata sulla questione della prevenzione portando alcuni spunti raccolti nel corso delle ricerche sul terreno in 5 paesi, menzionando fra l’altro l’importanza di un maggiore coinvolgimento del privato e terzo settore, di modelli positivi nella contro-narrativa e dei pericoli di una politicizzazione del tema. Ha poi riassunto in modo conciso come è organizzata la prevenzione in Svizzera sulla base del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. Per concludere, poiché si invoca giustamente la questione del senso di appartenenza e della cittadinanza come antidoto all’estremismo, l’invito a collaborare maggiormente e a considerare i musulmani parte della soluzione, in quanto cittadini europei.

In chiusura dei lavori, hanno preso la parola anche la Vice-Presidente del Consiglio nazionale svizzero On. Isabelle Moret e l’Ambasciatore statunitense e inviato per la lotta contro l’anti-semitismo Elan Carr che ha portato i saluti del Presidente Trump.

       

Alcuni contenuti delle varie relazioni si possono leggere sull’account Twitter della Muslim World League.


#ReaCT2020: Presentazione del 1° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa – Camera dei Deputati

   

        Evento patrocinato dal Ministero della Difesa

#REACT2020

PRESENTAZIONE DEL 1° RAPPORTO SUL TERRORISMO E IL RADICALISMO IN EUROPA

ROMA, 25 FEBBRAIO 2020, ORE 16.30-19.00

CAMERA DEI DEPUTATI – COMPLESSO DI PALAZZO VALDINA, SALA DEL CENACOLO – PIAZZA IN CAMPO MARZIO 42

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT monitora ed analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo jihadista europeo. Con il suo primo Rapporto, offre al pubblico uno studio sintetico e ragionato sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio multidimensionale, quantitativo e qualitativo. Il risultato è una lettura completa e ragionata del fenomeno e del modus operandi terrorista: uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali e del più ampio pubblico.

La presentazione avviene con il patrocinio del Ministero della Difesa.

Intervengono: Claudio Bertolotti (Osservatorio ReaCT, Direttore esecutivo), On. Alberto Pagani (Commissione IV Difesa, Camera dei Deputati); Francesco Pettinari (Osservatorio ReaCT); Deborah Basileo (Osservatorio ReaCT); Matteo Bressan (SIOI, ReaCT); Marco Lombardi (ITSTIME, Università Cattolica e ReaCT); Andrea Manciulli (Europa Atlantica); Chiara Sulmoni (START InSight, ReaCT); Marco Rosi (Comandante Divisione antiterrorismo del R.O.S. – Raggruppamento Operativo Speciale – Carabinieri); Claudio Galzerano (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno DCPP/UCIGOS – Polizia di Stato). Chiusura dei lavori: On. Raffaele Volpi (COPASIR, Presidente).

La caduta dell’ultimo bastione del Califfato a Baghuz nel 2019 e, a seguire, l’uccisione del fondatore e leader storico dell’ISIS Ibrahim al-Baghdadi, non hanno impedito alle cellule dello Stato Islamico di continuare a colpire in varie parti del mondo e di ispirare attentati da parte di individui radicalizzati in Europa. Gli ultimi due episodi di violenza jihadista che si sono verificati a Londra (2019 e 2020), ad opera di estremisti recidivi rilasciati dopo aver scontato una breve pena per terrorismo, hanno segnato una nuova fase nella lotta al terrorismo, con la quale ci confronteremo negli anni a venire. Essa richiede attenzione e la messa a sistema di tutte le conoscenze e competenze accumulate in anni di studi ed esperienze a livello internazionale.

È con questa consapevolezza che l’Osservatorio ReaCT ha prodotto il suo primo Rapporto, composto da 12 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione e valutazione dei numeri del “nuovo terrorismo” in Europa, alla minaccia nel ‘dopo-Baghdadi’; dall’evolversi della comunicazione dello Stato Islamico, alla situazione controversa e irrisolta dei foreign fighters; dagli strumenti virtuali del cyber-terrorismo, cyber-jihad e guerra dell’informazione, ai limiti normativi anche in campo di lotta al finanziamento del terrore; dal calcolo del tempo di attivazione dei soggetti radicalizzati, al ‘capitolo’ droni e tecnologia, la questione spinosa e urgente della de-radicalizzazione e, non da ultimo, il nuovo approccio necessario per comprendere una minaccia che perdura.

I numeri del fenomeno analizzati. Il Direttore dell’Osservatorio, Claudio Bertolotti: 18 gli attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista nel 2019: Francia (9), Italia (2), Paesi Bassi (3), Norvegia (2), Regno Unito (1) e Svezia (1), per un totale di 10 persone uccise e 46 ferite. La maggior parte delle azioni ha visto l’uso di coltelli (76%) e armi da fuoco (18%); solo in un caso (Lione) è stato fatto uso di esplosivi. Un trend in linea con l’evoluzione di un fenomeno che ha registrato in Europa, nel 2014-2019, 120 azioni violente “in nome del jihad”, con 390 morti e 2359 feriti: sette attacchi su dieci si sono concentrati nel periodo di massima espansione dello Stato islamico (2015-2017). Il 56% degli attacchi è registrato come fallimentare, il 22% è un successo tattico, sebbene nel 78% dei casi sia stato ottenuto un risultato significativo in termini di danni: è questo un grande risultato per i terroristi, perchè non mirano solo ad uccidere e ferire, ma a dividere le nostre società e a diffondere odio e intolleranza.

ReaCT vuole contribuire alla divulgazione di conoscenze e prospettive utili affinché si possano comprendere le origini e la direzione di un fenomeno – l’estremismo – che chiama in causa ognuno di noi.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it info@startinsight.eu


Swiss Jihad. Le Temps ricostruisce i dettagli di un attentato sventato

Un’inchiesta del quotidiano svizzero Le Temps racconta in modo dettagliato i retroscena di un attentato sventato su suolo elvetico.

Alcuni sostenitori svizzeri dello Stato Islamico avevano/avrebbero progettato di fare esplodere, nel maggio del 2019, alcune cisterne di idrocarburi nelle vicinanze dell’aeroporto di Ginevra. Al centro del piano, quale “istigatore”, ci sarebbe il noto jihadista Daniel D. -conosciuto con il ‘nom de guerre’ o ‘kunya’ Abu Ilias al-Swisri, 25enne ora detenuto nelle carceri curde e convertitosi all’Islam nel 2013-.

Nel 2015, Daniel D. aveva raggiunto il Califfato, operando poi nell’Amnyat -nel ‘dipartimento’ di pianificazione degli attentati all’estero, in soldoni-. Si sa come per lo Stato Islamico le operazioni in Europa per mano di radicalizzati dei diversi paesi avessero grande valore, più del viaggio verso i territori del jihad. Daniel D. sarebbe rimasto in contatto con diversi radicalizzati della scena svizzera (l’inchiesta ricostruisce i contesti con precisione). Nel 2014 attorno alla moschea di Petit-Saconnex si era formato un gruppo di radicalizzati convertiti (“…dell’Islam, comprendevamo soprattutto la nozione del jihad, era una scusa per esprimere la nostra violenza”, spiega uno di loro citato da Le Temps) a cui appartenevano tra l’altro anche Kevin Z. e Nicolas P. che sono stati recentemente condannati in Marocco in relazione all’inchiesta sulla decapitazione delle due turiste scandinave nel 2018. Durante la permanenza nel Califfato, Daniel D. sarebbe poi venuto a contatto con altri combattenti provenienti da cantoni diversi. Le informazioni circa le intenzioni degli jihadisti rossocrociati sono state segnalate ai servizi svizzeri dalla controparte americana, che a sua volta le ha apprese dai documenti requisiti all’ISIS. Ginevra non era l’unico obiettivo nelle mire dello Stato Islamico e dei suoi accoliti svizzeri.

Daniel D., riporta Le Temps, figura su una lista dell’Interpol di 173 jihadisti che potrebbero commettere attentati suicidi.

L’articolo è disponibile sul sito del quotidiano in lingua francese.


Perché in Europa la minaccia del terrorismo jihadista è ancora alta?

articolo originale di C. Bertolotti per Europa Atlantica, su Formiche.net

I Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra

A giugno, due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nel centro di Tunisi: l’azione è stata seguita dalla rivendicazione dello Stato islamico. A luglio è stato diffuso, attraverso il web, un video edito dal franchise tunisino dello Stato islamico in cui compaiono alcuni uomini armati che, dichiarandosi seguaci del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, hanno incitato all’azione attraverso la condotta di attacchi violenti.

Alla fine di giugno, in ottemperanza alla misura cautelare in carcere emessa dal Gip di Brescia per il reato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, la Polizia di Stato di Brescia, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con il supporto dell’Fbi statunitense, ha arrestato il foreign terrorist fighter Samir Bougana. L’arrestato è un 25enne italo marocchino che nel 2013, partendo dalla Germania per la Siria, è accusato di essersi unito prima alle milizie associate ad al-Qa’ida e poi allo Stato Islamico. Bougana era stato catturato dalle milizie curde in Siria il 27 agosto 2018.

Casi, tra i tanti, che mantengono i riflettori accesi sulla minaccia del terrorismo jihadista associato allo Stato islamico, a conferma della strategia post-territoriale di ciò che fu l’Isis. Ora le cellule nascoste, i singoli “combattenti”, l’effetto emulativo, l’aumento della propaganda e il reclutamento in tutto il mondo, sono le principali armi su cui il gruppo terrorista sta concentrando gli sforzi, così come evidenziato nell’ultimo video in cui al-Baghdadi ha chiesto ai “lupi solitari” di colpire con “coltelli e veicoli” lanciati contro civili inermi, trasferendo così il campo di battaglia dal Medio Oriente all’Occidente.

Degli oltre 5mila foreign terrorist fighter “europei” partiti per combattere in Medio Oriente (di cui il 14% donne), mille sarebbero caduti in Siria e Iraq. Un numero significativo è però sopravvissuto; un terzo (1500) sarebbero tornati nei propri Paesi, altri 2500 avrebbero trovato rifugio in Paesi terzi unendosi ai gruppi jihadisti locali (dall’Afghanistan alla Libia, dall’Africa all’Asia centrale). Circa 800 al momento sono detenuti nelle carceri curde in Iraq: molte le donne e i bambini. Una condizione di “prigionia” che ha sollevato ampi e legittimi dibattiti in Europa e negli Stati Uniti sull’opportunità di limitare loro la possibilità di rientro nei Paesi di origine, a cui ha fatto seguito la decisione di molti Paesi europei di togliere loro la nazionalità così da non permetterne il ritorno.

Un problema di sicurezza collettiva che, seppur limitato nei numeri e interessante principalmente quattro paesi (Francia, Regno Unito, Germania e Belgio da cui sono partiti almeno 3mila e 700 dei 5000 combattenti), si muove su due binari paralleli e in competizione tra di loro che hanno portato al bipolarismo dello jihadismo globale, diviso tra due principali attori in competizione per il potere e l’influenza: da un lato al-Qa’ida, dall’altro l’evoluzione dello Stato islamico.

Le reti jihadiste ispirate ad al-Qa’ida hanno costituito la base dell’emigrazione jihadista dall’Europa alla Siria e all’Iraq sino a tutto il 2015: le reti europee collegate al movimento Sharia4 hanno rappresentato il punto di riferimento per i gruppi radicali europei impegnati nell’inviare combattenti e supporto finanziario in Siria e Iraq. L’ascesa al potere dello Stato islamico a partire dalla fine del 2014, è poi riuscita a far (temporaneamente) eclissare al-Qa’ida dal panorama jihadista, almeno quello comunicativo.

Ma se lo Stato islamico ha perso, insieme alla sua natura territoriale, anche parte della spinta mediatica e comunicativa, la maggior parte dei social network e dei leader di al-Qaida in Europa è riuscita a sopravvivere all’Isis, dando inizio a una nuova battaglia, quella per “i cuori e le menti”, che è appena all’inizio.

A guardare l’attuale situazione in Europa, Medio Oriente e in Nord Africa, ci possiamo rendere conto di come i principali modelli organizzativi dell’attività del terrorismo islamista – in termini di struttura, reclutamento e formazione – non siano cambiati in modo significativo, ma si siano evoluti in maniera estremamente efficace.

La fine territoriale dello Stato islamico ha portato il movimento a reinterpretare la propria natura originale, basata su un approccio insurrezionale clandestino (principalmente nelle aree sunnite in Iraq) a cui si sono affiancati due linee d’azione: da un lato la delocalizzazione e i franchise in Afghanistan, Libia e in Africa i cui attori principali sono i gruppi locali a cui si sono uniti i reduci fuggiti dal fronte siriano; dall’altro lato l’espansione all’interno dell’arena globale, inclusa l’Europa, in cui le azioni sono lasciate all’iniziativa individuale e delle cellule.

JIHADISTI IN EUROPA

Relativamente a età e genere, il 70% dei terroristi europei sono nati negli anni Ottanta e Novanta, dunque relativamente giovani, sebbene un 20% sia costituito da soggetti nati prima del 1980: un elemento interessante poiché pone in evidenza la presenza di una quota importante di uomini di “mezza età” al fianco della massa più giovane.

Le donne hanno svolto e svolgono un ruolo molto più attivo di quanto non sia stato posto in evidenza, e rappresentano una minaccia crescente; delle circa 650 partite dall’Europa per il fronte siriano e iracheno, 21 hanno fatto rientro in Belgio e 28 in Francia.

I bambini al di sotto dei dieci anni rappresentano un problema estremamente serio e una potenziale minaccia alla sicurezza europea per il futuro. Delle centinaia di bambini che avrebbero lasciato l’Europa, 16 sono rientrati in Belgio e 68 in Francia; gli altri sono detenuti in Iraq e Siria, altri trasferiti in paesi terzi con almeno uno dei genitori, ma della maggior parte non si sa nulla.

Se da un lato i convertiti radicalizzati pongono seri problemi in termini securitari, ma anche culturali e sociali, va posta una particolare attenzione alle carceri che continuano a svolgere un ruolo fondamentale sia nell’attivazione che nel rafforzamento del processo di radicalizzazione.

L’origine etnica e geografica dei terroristi jihadisti si impone come importante elemento e strumento di analisi e nel monitoraggio delle reti e delle cellule jihadiste. I gruppi principalmente afflitti dall’adesione al modello jihadista sono quelli marocchini (in Belgio, Spagna e Italia), algerini (in Francia), turchi (in Germania e Paesi Bassi).

Infine, una considerazione sulla questione che si concentra sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso, il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terrorista in genere associata allo Stato islamico (di successo o sventata) è di 26 mesi.

In conclusione, più della metà dei jihadisti sono nati in un Paese dell’Unione Europea, l’11% sono immigrati naturalizzati o di prima generazione, mentre solo il 17% sono terroristi “stranieri”, cioè cittadini non comunitari che non avevano precedentemente vissuto in Europa.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Sebbene gli attacchi diretti ed effettivamente collegati allo Stato islamico abbiano meno probabilità di verificarsi nei Paesi europei dove la sicurezza è stata significativamente rafforzata, gli attacchi emulativi ispirati allo Stato islamico rappresentano una minaccia potenzialmente in crescita. Usando la sofisticata ed efficace propaganda, gli jihadisti si rivolgono direttamente ai potenziali “combattenti” del jihad incitandoli ad agire nel paese di residenza. È un quadro in cui il terrorismo nostrano definisce una tendenza alla  violenza particolarmente preoccupante e in cui la minaccia futura dipende da come l’uditorio, a cui il sedicente “califfo” al-Baghdadi si rivolge, seguirà i suoi appelli ad aderire alla “guerra di logoramento” contro le nazioni “crociate”, al centro delle nuove minacce di terrorismo che provengono dallo Stato islamico. A tale fattore si inserisce la volontà di al-Qa’ida di riconquistare quel terreno perso negli anni dello Stato islamico territoriale; una volontà che potrà manifestarsi attraverso la condotta di azioni spettacolari ed eclatanti, dal forte impatto mediatico e comunicativo.

Nel complesso i Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra.