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Giovani ed estremismo. START InSight ha partecipato al Congresso della Lega Islamica Mondiale a Ginevra

Il 18 e 19 febbraio alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra si è tenuto il congresso internazionale

organizzato dalla Lega Islamica Mondiale sul tema

“Initiatives for Protecting the Youth from Extremist and Violent Ideologies: Implementation Measures”

 

 

Alla presenza del Segretario Generale della Lega, Sua Eccellenza Mohammad bin Abdul Karim al-Issa, di numerosi dignitari e leader religiosi di ogni confessione, rappresentanti politici e governativi e studiosi della materia si è discusso di

  1. Thoughts, Ideologies and Milieux leading to Extremism
  2. National Identity and its Role in Building Intellectual Security
  3. Europe’s Muslim Youth in Europe and the Threat of Extremism
  4. Religious and Cultural Pluralism, and the Culture of Tolerance

Fra i relatori invitati a partecipare ai diversi panels, anche la Presidente di START InSight, Chiara Sulmoni, che nel corso del suo intervento, dopo aver tracciato età e tempi della radicalizzazione in Europa da un punto di vista comparativo, si è focalizzata sulla questione della prevenzione portando alcuni spunti raccolti nel corso delle ricerche sul terreno in 5 paesi, menzionando fra l’altro l’importanza di un maggiore coinvolgimento del privato e terzo settore, di modelli positivi nella contro-narrativa e dei pericoli di una politicizzazione del tema. Ha poi riassunto in modo conciso come è organizzata la prevenzione in Svizzera sulla base del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. Per concludere, poiché si invoca giustamente la questione del senso di appartenenza e della cittadinanza come antidoto all’estremismo, l’invito a collaborare maggiormente e a considerare i musulmani parte della soluzione, in quanto cittadini europei.

In chiusura dei lavori, hanno preso la parola anche la Vice-Presidente del Consiglio nazionale svizzero On. Isabelle Moret e l’Ambasciatore statunitense e inviato per la lotta contro l’anti-semitismo Elan Carr che ha portato i saluti del Presidente Trump.

       

Alcuni contenuti delle varie relazioni si possono leggere sull’account Twitter della Muslim World League.


#ReaCT2020: Presentazione del 1° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa – Camera dei Deputati

   

        Evento patrocinato dal Ministero della Difesa

#REACT2020

PRESENTAZIONE DEL 1° RAPPORTO SUL TERRORISMO E IL RADICALISMO IN EUROPA

ROMA, 25 FEBBRAIO 2020, ORE 16.30-19.00

CAMERA DEI DEPUTATI – COMPLESSO DI PALAZZO VALDINA, SALA DEL CENACOLO – PIAZZA IN CAMPO MARZIO 42

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT monitora ed analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo jihadista europeo. Con il suo primo Rapporto, offre al pubblico uno studio sintetico e ragionato sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio multidimensionale, quantitativo e qualitativo. Il risultato è una lettura completa e ragionata del fenomeno e del modus operandi terrorista: uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali e del più ampio pubblico.

La presentazione avviene con il patrocinio del Ministero della Difesa.

Intervengono: Claudio Bertolotti (Osservatorio ReaCT, Direttore esecutivo), On. Alberto Pagani (Commissione IV Difesa, Camera dei Deputati); Francesco Pettinari (Osservatorio ReaCT); Deborah Basileo (Osservatorio ReaCT); Matteo Bressan (SIOI, ReaCT); Marco Lombardi (ITSTIME, Università Cattolica e ReaCT); Andrea Manciulli (Europa Atlantica); Chiara Sulmoni (START InSight, ReaCT); Marco Rosi (Comandante Divisione antiterrorismo del R.O.S. – Raggruppamento Operativo Speciale – Carabinieri); Claudio Galzerano (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno DCPP/UCIGOS – Polizia di Stato). Chiusura dei lavori: On. Raffaele Volpi (COPASIR, Presidente).

La caduta dell’ultimo bastione del Califfato a Baghuz nel 2019 e, a seguire, l’uccisione del fondatore e leader storico dell’ISIS Ibrahim al-Baghdadi, non hanno impedito alle cellule dello Stato Islamico di continuare a colpire in varie parti del mondo e di ispirare attentati da parte di individui radicalizzati in Europa. Gli ultimi due episodi di violenza jihadista che si sono verificati a Londra (2019 e 2020), ad opera di estremisti recidivi rilasciati dopo aver scontato una breve pena per terrorismo, hanno segnato una nuova fase nella lotta al terrorismo, con la quale ci confronteremo negli anni a venire. Essa richiede attenzione e la messa a sistema di tutte le conoscenze e competenze accumulate in anni di studi ed esperienze a livello internazionale.

È con questa consapevolezza che l’Osservatorio ReaCT ha prodotto il suo primo Rapporto, composto da 12 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione e valutazione dei numeri del “nuovo terrorismo” in Europa, alla minaccia nel ‘dopo-Baghdadi’; dall’evolversi della comunicazione dello Stato Islamico, alla situazione controversa e irrisolta dei foreign fighters; dagli strumenti virtuali del cyber-terrorismo, cyber-jihad e guerra dell’informazione, ai limiti normativi anche in campo di lotta al finanziamento del terrore; dal calcolo del tempo di attivazione dei soggetti radicalizzati, al ‘capitolo’ droni e tecnologia, la questione spinosa e urgente della de-radicalizzazione e, non da ultimo, il nuovo approccio necessario per comprendere una minaccia che perdura.

I numeri del fenomeno analizzati. Il Direttore dell’Osservatorio, Claudio Bertolotti: 18 gli attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista nel 2019: Francia (9), Italia (2), Paesi Bassi (3), Norvegia (2), Regno Unito (1) e Svezia (1), per un totale di 10 persone uccise e 46 ferite. La maggior parte delle azioni ha visto l’uso di coltelli (76%) e armi da fuoco (18%); solo in un caso (Lione) è stato fatto uso di esplosivi. Un trend in linea con l’evoluzione di un fenomeno che ha registrato in Europa, nel 2014-2019, 120 azioni violente “in nome del jihad”, con 390 morti e 2359 feriti: sette attacchi su dieci si sono concentrati nel periodo di massima espansione dello Stato islamico (2015-2017). Il 56% degli attacchi è registrato come fallimentare, il 22% è un successo tattico, sebbene nel 78% dei casi sia stato ottenuto un risultato significativo in termini di danni: è questo un grande risultato per i terroristi, perchè non mirano solo ad uccidere e ferire, ma a dividere le nostre società e a diffondere odio e intolleranza.

ReaCT vuole contribuire alla divulgazione di conoscenze e prospettive utili affinché si possano comprendere le origini e la direzione di un fenomeno – l’estremismo – che chiama in causa ognuno di noi.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it info@startinsight.eu


Swiss Jihad. Le Temps ricostruisce i dettagli di un attentato sventato

Un’inchiesta del quotidiano svizzero Le Temps racconta in modo dettagliato i retroscena di un attentato sventato su suolo elvetico.

Alcuni sostenitori svizzeri dello Stato Islamico avevano/avrebbero progettato di fare esplodere, nel maggio del 2019, alcune cisterne di idrocarburi nelle vicinanze dell’aeroporto di Ginevra. Al centro del piano, quale “istigatore”, ci sarebbe il noto jihadista Daniel D. -conosciuto con il ‘nom de guerre’ o ‘kunya’ Abu Ilias al-Swisri, 25enne ora detenuto nelle carceri curde e convertitosi all’Islam nel 2013-.

Nel 2015, Daniel D. aveva raggiunto il Califfato, operando poi nell’Amnyat -nel ‘dipartimento’ di pianificazione degli attentati all’estero, in soldoni-. Si sa come per lo Stato Islamico le operazioni in Europa per mano di radicalizzati dei diversi paesi avessero grande valore, più del viaggio verso i territori del jihad. Daniel D. sarebbe rimasto in contatto con diversi radicalizzati della scena svizzera (l’inchiesta ricostruisce i contesti con precisione). Nel 2014 attorno alla moschea di Petit-Saconnex si era formato un gruppo di radicalizzati convertiti (“…dell’Islam, comprendevamo soprattutto la nozione del jihad, era una scusa per esprimere la nostra violenza”, spiega uno di loro citato da Le Temps) a cui appartenevano tra l’altro anche Kevin Z. e Nicolas P. che sono stati recentemente condannati in Marocco in relazione all’inchiesta sulla decapitazione delle due turiste scandinave nel 2018. Durante la permanenza nel Califfato, Daniel D. sarebbe poi venuto a contatto con altri combattenti provenienti da cantoni diversi. Le informazioni circa le intenzioni degli jihadisti rossocrociati sono state segnalate ai servizi svizzeri dalla controparte americana, che a sua volta le ha apprese dai documenti requisiti all’ISIS. Ginevra non era l’unico obiettivo nelle mire dello Stato Islamico e dei suoi accoliti svizzeri.

Daniel D., riporta Le Temps, figura su una lista dell’Interpol di 173 jihadisti che potrebbero commettere attentati suicidi.

L’articolo è disponibile sul sito del quotidiano in lingua francese.


Perché in Europa la minaccia del terrorismo jihadista è ancora alta?

articolo originale di C. Bertolotti per Europa Atlantica, su Formiche.net

I Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra

A giugno, due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nel centro di Tunisi: l’azione è stata seguita dalla rivendicazione dello Stato islamico. A luglio è stato diffuso, attraverso il web, un video edito dal franchise tunisino dello Stato islamico in cui compaiono alcuni uomini armati che, dichiarandosi seguaci del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, hanno incitato all’azione attraverso la condotta di attacchi violenti.

Alla fine di giugno, in ottemperanza alla misura cautelare in carcere emessa dal Gip di Brescia per il reato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, la Polizia di Stato di Brescia, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con il supporto dell’Fbi statunitense, ha arrestato il foreign terrorist fighter Samir Bougana. L’arrestato è un 25enne italo marocchino che nel 2013, partendo dalla Germania per la Siria, è accusato di essersi unito prima alle milizie associate ad al-Qa’ida e poi allo Stato Islamico. Bougana era stato catturato dalle milizie curde in Siria il 27 agosto 2018.

Casi, tra i tanti, che mantengono i riflettori accesi sulla minaccia del terrorismo jihadista associato allo Stato islamico, a conferma della strategia post-territoriale di ciò che fu l’Isis. Ora le cellule nascoste, i singoli “combattenti”, l’effetto emulativo, l’aumento della propaganda e il reclutamento in tutto il mondo, sono le principali armi su cui il gruppo terrorista sta concentrando gli sforzi, così come evidenziato nell’ultimo video in cui al-Baghdadi ha chiesto ai “lupi solitari” di colpire con “coltelli e veicoli” lanciati contro civili inermi, trasferendo così il campo di battaglia dal Medio Oriente all’Occidente.

Degli oltre 5mila foreign terrorist fighter “europei” partiti per combattere in Medio Oriente (di cui il 14% donne), mille sarebbero caduti in Siria e Iraq. Un numero significativo è però sopravvissuto; un terzo (1500) sarebbero tornati nei propri Paesi, altri 2500 avrebbero trovato rifugio in Paesi terzi unendosi ai gruppi jihadisti locali (dall’Afghanistan alla Libia, dall’Africa all’Asia centrale). Circa 800 al momento sono detenuti nelle carceri curde in Iraq: molte le donne e i bambini. Una condizione di “prigionia” che ha sollevato ampi e legittimi dibattiti in Europa e negli Stati Uniti sull’opportunità di limitare loro la possibilità di rientro nei Paesi di origine, a cui ha fatto seguito la decisione di molti Paesi europei di togliere loro la nazionalità così da non permetterne il ritorno.

Un problema di sicurezza collettiva che, seppur limitato nei numeri e interessante principalmente quattro paesi (Francia, Regno Unito, Germania e Belgio da cui sono partiti almeno 3mila e 700 dei 5000 combattenti), si muove su due binari paralleli e in competizione tra di loro che hanno portato al bipolarismo dello jihadismo globale, diviso tra due principali attori in competizione per il potere e l’influenza: da un lato al-Qa’ida, dall’altro l’evoluzione dello Stato islamico.

Le reti jihadiste ispirate ad al-Qa’ida hanno costituito la base dell’emigrazione jihadista dall’Europa alla Siria e all’Iraq sino a tutto il 2015: le reti europee collegate al movimento Sharia4 hanno rappresentato il punto di riferimento per i gruppi radicali europei impegnati nell’inviare combattenti e supporto finanziario in Siria e Iraq. L’ascesa al potere dello Stato islamico a partire dalla fine del 2014, è poi riuscita a far (temporaneamente) eclissare al-Qa’ida dal panorama jihadista, almeno quello comunicativo.

Ma se lo Stato islamico ha perso, insieme alla sua natura territoriale, anche parte della spinta mediatica e comunicativa, la maggior parte dei social network e dei leader di al-Qaida in Europa è riuscita a sopravvivere all’Isis, dando inizio a una nuova battaglia, quella per “i cuori e le menti”, che è appena all’inizio.

A guardare l’attuale situazione in Europa, Medio Oriente e in Nord Africa, ci possiamo rendere conto di come i principali modelli organizzativi dell’attività del terrorismo islamista – in termini di struttura, reclutamento e formazione – non siano cambiati in modo significativo, ma si siano evoluti in maniera estremamente efficace.

La fine territoriale dello Stato islamico ha portato il movimento a reinterpretare la propria natura originale, basata su un approccio insurrezionale clandestino (principalmente nelle aree sunnite in Iraq) a cui si sono affiancati due linee d’azione: da un lato la delocalizzazione e i franchise in Afghanistan, Libia e in Africa i cui attori principali sono i gruppi locali a cui si sono uniti i reduci fuggiti dal fronte siriano; dall’altro lato l’espansione all’interno dell’arena globale, inclusa l’Europa, in cui le azioni sono lasciate all’iniziativa individuale e delle cellule.

JIHADISTI IN EUROPA

Relativamente a età e genere, il 70% dei terroristi europei sono nati negli anni Ottanta e Novanta, dunque relativamente giovani, sebbene un 20% sia costituito da soggetti nati prima del 1980: un elemento interessante poiché pone in evidenza la presenza di una quota importante di uomini di “mezza età” al fianco della massa più giovane.

Le donne hanno svolto e svolgono un ruolo molto più attivo di quanto non sia stato posto in evidenza, e rappresentano una minaccia crescente; delle circa 650 partite dall’Europa per il fronte siriano e iracheno, 21 hanno fatto rientro in Belgio e 28 in Francia.

I bambini al di sotto dei dieci anni rappresentano un problema estremamente serio e una potenziale minaccia alla sicurezza europea per il futuro. Delle centinaia di bambini che avrebbero lasciato l’Europa, 16 sono rientrati in Belgio e 68 in Francia; gli altri sono detenuti in Iraq e Siria, altri trasferiti in paesi terzi con almeno uno dei genitori, ma della maggior parte non si sa nulla.

Se da un lato i convertiti radicalizzati pongono seri problemi in termini securitari, ma anche culturali e sociali, va posta una particolare attenzione alle carceri che continuano a svolgere un ruolo fondamentale sia nell’attivazione che nel rafforzamento del processo di radicalizzazione.

L’origine etnica e geografica dei terroristi jihadisti si impone come importante elemento e strumento di analisi e nel monitoraggio delle reti e delle cellule jihadiste. I gruppi principalmente afflitti dall’adesione al modello jihadista sono quelli marocchini (in Belgio, Spagna e Italia), algerini (in Francia), turchi (in Germania e Paesi Bassi).

Infine, una considerazione sulla questione che si concentra sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso, il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terrorista in genere associata allo Stato islamico (di successo o sventata) è di 26 mesi.

In conclusione, più della metà dei jihadisti sono nati in un Paese dell’Unione Europea, l’11% sono immigrati naturalizzati o di prima generazione, mentre solo il 17% sono terroristi “stranieri”, cioè cittadini non comunitari che non avevano precedentemente vissuto in Europa.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Sebbene gli attacchi diretti ed effettivamente collegati allo Stato islamico abbiano meno probabilità di verificarsi nei Paesi europei dove la sicurezza è stata significativamente rafforzata, gli attacchi emulativi ispirati allo Stato islamico rappresentano una minaccia potenzialmente in crescita. Usando la sofisticata ed efficace propaganda, gli jihadisti si rivolgono direttamente ai potenziali “combattenti” del jihad incitandoli ad agire nel paese di residenza. È un quadro in cui il terrorismo nostrano definisce una tendenza alla  violenza particolarmente preoccupante e in cui la minaccia futura dipende da come l’uditorio, a cui il sedicente “califfo” al-Baghdadi si rivolge, seguirà i suoi appelli ad aderire alla “guerra di logoramento” contro le nazioni “crociate”, al centro delle nuove minacce di terrorismo che provengono dallo Stato islamico. A tale fattore si inserisce la volontà di al-Qa’ida di riconquistare quel terreno perso negli anni dello Stato islamico territoriale; una volontà che potrà manifestarsi attraverso la condotta di azioni spettacolari ed eclatanti, dal forte impatto mediatico e comunicativo.

Nel complesso i Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra.


Terrorismo in Europa nel 2018 – Il rapporto Europol

Il terrorismo in Europa? La minaccia viene dai gruppi indipendentisti, jihadisti e di estrema sinistra anarco-insurrezionalisti. Non significativo il terrorismo di estrema destra.

La sintesi di Claudio Bertolotti, Direttore START InSight

La realtà dei numeri a confronto con la percezione dell’opinione pubblica e dei media: gli attacchi terroristici perpetrati da gruppi di estrema sinistra e anarco-insurrezionalisti nel 2018 in Europa – per un totale di 19 eventi, di cui 13 in Italia – si situano al secondo posto dopo quelli di matrice jihadista – 24 azioni, che hanno provocato 13 morti; al primo posto il terrorismo etno-nazionalista, con 83 episodi. In ultima posizione gli attentati terroristici attribuiti all’estrema destra, con un singolo evento.

Sono questi i numeri ufficiali appena resi noti dall’Europol, attraverso la pubblicazione del report annuale Te-SAT (Terrorism Situation and Trend Report 2019) che indica come nel complesso la violenza del terrorismo sia diminuita in termini assoluti, sebbene in maniera differente in base all’ideologia di riferimento e a giustificazione degli atti di terrorismo.

Nel complesso si impone l’inconsistenza degli attacchi attribuiti a gruppi di estrema destra, storicamente marginali nelle statistiche del terrorismo in Europa: un solo evento nel 2018, a fronte dei cinque registrati nel 2017.

Diminuiscono anche gli attacchi terroristici dell’estrema sinistra e dei gruppi anarco-insurrezionalisti: 19 eventi nel 2018 rispetto ai 24 del 2017.

Le azioni maggiormente rilevanti rimangono quelle riconducibili ai gruppi etno-nazionalisti: 83 contro le 137 del 2017; sebbene quelle più pericolose in termini di danni e vittime rimangano le azioni terroristiche associate allo jihadismo: 24 eventi nel 2018 contro i 33 del 2017.

Il Regno Unito è il paese più interessato dalle azioni violente del terrorismo indipendentista, in particolare da parte dei Dissident Republican (seguito da Francia e Spagna – Euskadi ta Askatasuna e Resistencia Galega); la Francia è invece il Paese nel mirino del terrorismo jihadista (seguita dal Regno Unito).

L’Italia, nella graduatoria europea, è il Paese più colpito da attacchi di estrema sinistra: il 70% di tutti gli attacchi in Europa. Nel nostro Paese, questi gruppi terroristici hanno confermato la propria volontà violenta, l’intensità e il modus operandi rilevati negli ultimi cinque anni. La Federazione Anarchica Informale / Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI) è considerato il gruppo più pericoloso. È tristemente noto per le sue campagne contro bersagli italiani e stranieri, attraverso l’impiego di IED (ordigni esplosivi improvvisati) o pacchi bomba. Altri gruppi terroristici anarchici hanno preso di mira obiettivi fisici, quali sedi di partiti, e gruppi di estrema destra.

Una fotografia della violenza, quella consegnata dall’Europol, che descrive come il terrorismo continui a costituire una grave minaccia per la sicurezza degli Stati membri dell’Unione EuropeaDa quelli più cruenti, come quelli jihadisti di Trèbes, Parigi, Liegi e Strasburgo che hanno portato alla morte di tredici persone, a quelli dell’estrema sinistra: unevoluzione della forma di violenza terroristica che tende a imporsi sempre più come un mezzo di confronto e competizione politica. I terroristi, di qualunque appartenenza politica e ideologica, si impongono come soggetti che non solo mirano a uccidere e ferire, ma anche a dividere le nostre società diffondendo odio e intolleranza.


Radicalizzazione jihadista e prevenzione. Aggiornamenti dalla Svizzera. PRIMA PARTE

La Scuola Universitaria di Scienze Applicate di Zurigo (ZHAW) ha pubblicato uno studio aggiornato che fa il punto sui contesti della radicalizzazione jihadista in Svizzera, sulla gestione della situazione nelle carceri e sulla prevenzione, integrando i dati forniti dall’intelligence con una serie di interviste a figure impegnate in vari ruoli -direttori di carcere, responsabili della sicurezza, cappellani e imam, procuratori, unità specialistiche di prevenzione dell’estremismo e forze di polizia attive sul territorio-. Ad emergere è una fotografia delle tendenze e delle misure adottate a livello locale e cantonale per contrastare il fenomeno. In particolare, vengono messe in rilievo le aree e gli approcci che necessitano di maggiore attenzione.

Nel 2017 la Confederazione ha adottato un piano d’azione nazionale per coordinare gran parte delle iniziative e dei progetti di prevenzione, disimpegno dalla violenza e reintegrazione; attività che sostiene con 5 milioni di CHF elargiti su un periodo di 5 anni.

LEGGI LO STUDIO COMPLETO IN DIVERSE LINGUE

Contesti della radicalizzazione jhadista in Svizzera – sintesi

autori dello studio: Fabien Merz (CSS – Zurigo) e Johannes Saal (Università di Lucerna)

Ascolta Fabien Merz anche nel reportage radiofonico intitolato
RADICALISMO ISLAMICO, PIANIFICARE ALLA SVIZZERA
trasmesso dalla Rete Due della RSI

L’analisi è basata sulle informazioni relative a 130 casi di cui si sono occupati i servizi nel corso degli ultimi dieci anni, che erano o che sono ancora considerati ad alto rischio per la sicurezza interna o esterna della Svizzera, con una prevalenza di ‘viaggiatori (o aspiranti viaggiatori) con finalità jihadiste’. Questo termine viene preferito al più diffuso ‘foreign terrorist fighter’ poiché fa riferimento alla motivazione ideologica specifica dietro la scelta di raggiungere fronti di guerra. Il campione non include unicamente estremisti violenti ma anche sostenitori di gruppi jihadisti e soggetti dediti alla propaganda. Utile l’approccio comparativo con tre paesi vicini -Germania, Francia, Italia- che permette di inserire la Svizzera nel contesto europeo, soprattutto in considerazione del fatto che la scena radicale jihadista nel paese è caratterizzata da network transnazionali, ovvero collegamenti con reti o persone attive nelle nazioni che confinano con le tre diverse regioni linguistiche del paese. In sintesi, si delineano le seguenti tendenze (al netto di fragilità ed esiguità dei dati quantitativi a disposizione, problema sottolineato più volte dagli autori).

Sesso Il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Svizzera coinvolge soprattutto gli uomini (90% circa dei profili forniti). Il numero di donne radicalizzate in Svizzera è più basso rispetto alla media europea. Età La media è di 28 anni, e coincide con le tendenze di Germania e Francia. Il 18% del campione al momento della radicalizzazione aveva un’età inferiore ai 20 anni, con un 6% di minorenni. Gli autori dello studio sottolineano come la radicalizzazione di giovanissimi su cui si sono spesso concentrati i media, in Svizzera possa considerarsi un problema marginale. Stato civile Metà degli individui è single o separata; metà di coloro che hanno una famiglia, si è ‘sistemato/a’ dentro il contesto salafita-jihadista. Metà del campione ha almeno un figlio. Istruzione e lavoro La maggior parte degli individui profilati ha un diploma di scuola media; oltre la metà del campione nel periodo pre-radicalizzazione aveva un lavoro mentre i disoccupati rappresentavano un terzo dei casi. Durante la radicalizzazione, la percentuale di questi ultimi raddoppia fino a raggiungere il 58%. Gli autori invitano a considerare come l’attivismo ideologico-religioso (la dedizione alla causa, in altre parole) possa in parte spiegare questa alta percentuale. Indirettamente, il ragionamento sottolinea come la radicalizzazione sia appunto spesso causa, piuttosto che effetto, di un’esclusione sociale o dal mondo del lavoro. Altro dato rilevante: il 41% dei soggetti è in assistenza (cioè beneficia di sostegno finanziario da parte dello Stato). Geografia del fenomeno I radicalizzati tendono a vivere in aree urbane. Oltre la metà nella Svizzera tedesca, più del 40% nella Svizzera francese e poco meno del 4% nel Canton Ticino. Messi in relazione con il totale della popolazione (NON della popolazione di fede islamica) nelle tre diverse aree linguistiche, i dati segnalano una prevalenza del fenomeno nella Svizzera francese. La regione di Ginevra è quella più interessata. Nazionalità L’intelligence ha recentemente indicato come solo un terzo dei viaggiatori con finalità jihadiste detenga la nazionalità svizzera. Il 35% circa del campione analizzato dai ricercatori Merz e Saal è nato in Svizzera, mentre più del 30% aveva meno di 18 anni quando è giunto nel paese. Per questo motivo, anche i radicalizzati svizzeri possono considerarsi a pieno titolo ‘homegrown’ (cioè autoctoni). In oltre il 30% dei casi, le famiglie sono originarie dei Balcani (il che riflette i trend migratori in Svizzera). Contesti sociali I problemi personali dei singoli individui -famiglie spezzate, lutti, episodi di discriminazione, uso di droghe, problemi psichiatrici, identità fragile etc.- fanno spesso da sfondo. I dati a disposizione non confermano la teoria del ‘crime-terror nexus’ -cioè il rapporto fra radicalizzazione jihadista e passato criminale-; poche indicazioni anche riguardo a processi di radicalizzazione iniziati dentro il carcere. I casi di reati precedenti legati alla violenza fisica (aggressioni) sono predominanti. Fattori di radicalizzazione I ricercatori tengono a precisare che anche sulla base dei dati empirici svizzeri non si può affermare, come avviene invece spesso nel dibattito pubblico, che l’Islam ‘per se’ rappresenti un fattore di radicalizzazione. La religiosità -intesa come osservanza più o meno stretta- ricopre un ruolo secondario. Se ben il 20% del campione preso in esame è rappresentato da convertiti, su 59 individui di cui si hanno informazioni al riguardo, solo 7 hanno seguito una qualche forma di istruzione teologica islamica. Su 34 famiglie d’origine di cui si conoscono tali sfumature, 19 sono di orientamento liberale o secolare, 15 osservanti o fondamentaliste. E se il ‘consumo’ di contenuti jihadisti in internet ha un ruolo importante nel processo di radicalizzazione, gli analisti ribadiscono, in linea con quanto osservato anche da altri studiosi, che la visione, per esempio, di video di propaganda dell’ISIS o di sermoni estremisti, non è un elemento che da solo può condurre alla radicalizzazione: sono invece le relazioni personali a fare la differenza e a rappresentare un fattore decisivo, in particolare quelle fra compagni della stessa età oppure con il partner, nel caso delle donne. Solo 35 le persone di cui si hanno informazioni circa i contatti con predicatori salafiti; tuttavia emerge un aspetto interessante, e cioè che gran parte di questi predicatori (fra cui anche reclutatori) proviene dall’estero. Il che per gli analisti sta ad indicare come la scena jihadista svizzera non abbia figure di riferimento al suo interno. La conferma dei legami transnazionali menzionati a inizio articolo, viene anche da attività di proselitismo condivise, come la distribuzione pubblica del Corano da parte di militanti del gruppo ‘Lies!’, diffuso in Germania e anche in Svizzera. Tempistica La radicalizzazione lampo rappresenta l’eccezione; nel 72% dei casi il processo ha avuto una durata di oltre un anno. Natura dell’attività jihadista Due terzi degli individui presi in esame sono entrati nel radar della sicurezza fra il 2013 e il 2015 ed erano impegnati principalmente in attività di propaganda.

Confronto europeo (Germania, Francia, Italia) Nel rapporto fra popolazione totale e numero di viaggiatori con finalità jihadiste la Svizzera supera l’Italia ed è preceduta, ma di poco, dalla Germania. La maggior parte delle 77 persone che hanno raggiunto la Siria e l’Iraq, è partita nel lasso di tempo che va dal 2013 al 2016 per unirsi allo Stato Islamico. Fra le altre destinazioni, l’Afghanistan e la Somalia (in 8 per al-Shabaab). A tornare sono stati finora in 16. La varia natura dei dati a disposizione e delle metodologie di analisi rendono difficile un confronto; tuttavia, l’insieme dei numeri permette di individuare tendenze e tratti comuni. Per la Germania, lo studio ha preso come punto di riferimento l’‘Analyse der Radikalisierungshintergründe und -verläufe der Personen, die aus Islamistischer Motivation aus Deutschland in Richtung Syrien oder Irak ausgereist sind’ (2016). Il campione era in questo caso rappresentato da 784 individui che hanno cercato di raggiungere la Siria e l’Iraq. Ecco le caratteristiche principali: prevalenza di uomini (79%), età media 25 anni, la metà con diploma di scuola media o di grado inferiore, 166 senza lavoro, 89% residente in aree urbane e oltre la metà proveniente da sole 13 città. 81% con passato migratorio, il 61% nato in Germania, poco meno del 40% cresciuto in Germania. 17% di convertiti. 2/3 circa noti alla polizia a causa di reati precedenti (prevalentemente recidivi). La durata del processo di radicalizzazione ha superato l’anno nella maggior parte dei casi. Per ciò che riguarda il paragone con la Francia, i ricercatori svizzeri si sono basati sullo studio di Marc Hecker intitolato ‘137 nuances de terrorisme. Les djihadistes de France face à la justice’ (2018), che ha preso in esame le informazioni disponibili relative a 137 individui condannati per terrorismo fra il 2004 e il 2017. L’analisi rileva un’età media di 26 anni al momento del reato, un basso livello di istruzione, scarsa integrazione nel mercato del lavoro e anche qui, aree geografiche di provenienza ben precise; gran parte dei condannati nata e cresciuta in Francia ma con passato migratorio (origini in prevalenza sub-sahariane e nordafricane), 26% di convertiti. Molti già noti alla giustizia per reati minori. Le dinamiche di gruppo sono fondamentali e la durata del processo di radicalizzazione si estende anche sul lungo periodo (diversi anni).

Ascolta Mark Hecker anche nel reportage intitolato
‘REPUBBLICA E JIHAD. IL CASO DELLA FRANCIA’

trasmesso dalla Rete Due della RSI

L’identikit italiano è stato tracciato da Francesco Marone e Lorenzo Vidino per il dossier ISPI ‘Destinazione Jihad: i Foreign Fighters d’Italia’ (2019). I ricercatori hanno esaminato le informazioni relative a 125 foreign fighters, delineando un quadro che a tratti si discosta anche sensibilmente da quanto osservato in altri paesi europei. In sintesi, il campione ‘disegna’ le seguenti caratteristiche: prevalenza di uomini (oltre il 90%); età media di 30 anni alla partenza; oltre la metà rappresentata da immigrati di prima generazione con solo un 8% di radicalizzati nati dentro i confini nazionali e un esiguo 19.2% in possesso di cittadinanza italiana; l’area geografica maggiormente interessata dalla scena radicale e dall’attivismo jihadista è la Lombardia. Il 44.8% svolgeva lavori non qualificati, un basso livello di istruzione per l’88% circa degli individui, 11% di convertiti, il 44% con precedenti penali. Il 42% almeno in contatto con altri foreign fighters provenienti dall’Italia, il 24% collegato a network estremisti in Italia o in Europa.

 


Swiss jihad – due testimonianze raccolte in Siria dalla RadioTelevisione Svizzera

Svizzera, radicalizzata, pentita

di Roberto Antonini, RSI – Rete Due
immagini: Dario Bosio 

Viveva a Losanna e un giorno è partita per la Siria per unirsi ai combattenti dell’ISIS. Ora vorrebbe tornare nella Confederazione ma per lei le porte sono chiuse. La storia di Hayaam (nome di fantasia).

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ASCOLTA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA RADIO SVIZZERA DI LINGUA ITALIANA NEL CAMPO ROJ – SIRIA (COPYRIGHT RSI)

ACCEDI AL DOSSIER SPECIALE  CON TUTTI I REPORTAGE REALIZZATI IN SIRIA DA
ROBERTO ANTONINI E DARIO BOSIO PER RSI

(MAGGIO-GIUGNO 2019)
con la collaborazione di Aras Maman e Chiara Sulmoni 

‘If I can’t return to Switzerland, I’d prefer a bullet in the head’

by Olivier Pauchard and RTS

In northeast Syria, Swiss public television (RTS) interviewed a Swiss jihadist detained by the Kurds since January 2018, who claims he is being mistreated.

There are a dozen adults with links to Switzerland in a territory controlled by the Kurds.

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GUARDA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA TELEVISIONE SVIZZERA DI LINGUA FRANCESE IN SIRIA (COPYRIGHT RTS)


A ovest di Allah – trasmissione ‘Moby Dick’ (RSI)

Moby Dick – due ore di approfondimento in diretta che la Rete Due della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana dedica a
varie tematiche culturali e dell’attualità ogni sabato dalle ore 10.00 alle ore 12.00

18 maggio 2019 – A Ovest di Allah 
il punto su jihadismo e Occidente
RIASCOLTA LA PUNTATA PER INTERO NEL LINK

di Roberto Antonini e Alessandro Bertellotti. Ospiti in studio: Chiara Sulmoni, Claudio Bertolotti, Massimo Campanini. 

Da Theo in poi. Olanda e jihad. Reportage (RSI)

Il 2 novembre del 2004 il regista olandese Theo van Gogh, autore di un cortometraggio provocatorio nei confronti di un Islam che condona la violenza contro le donne, viene brutalmente ucciso ad Amsterdam. Questo è l’anno in cui emergono chiari i segnali dell’esistenza e della pericolosità di una scena islamista violenta europea; qualche mese prima, a marzo, avevano avuto luogo anche gli attentati sui treni a Madrid.

L’estremista dietro il gesto efferato si muoveva dentro un gruppo di radicalizzati (Hofstad Group). Conoscerne e seguirne la parabola è utile per confrontarsi con ciò che avviene anche nel resto dell’Europa ancora oggi. E l’Olanda, da allora, come si è confrontata con il problema della radicalizzazione?

ASCOLTA IL REPORTAGE ‘DA THEO IN POI. OLANDA E JIHAD’-TRASMESSO DAL PROGRAMMA ‘LASER’ – RSI RETE DUE (9 MAGGIO 2019 – COPYRIGHT RSI – per avviare, aprire il link e cliccare sull’immagine)

Nel reportage, sentiamo l’analisi di Bart Schuurman, ricercatore all’Istituto per la Sicurezza e gli Affari Globali della Leiden University con sede all’Aja, autore del libro ‘Becoming a European Homegrown Jihadist’. Incontriamo poi il giornalista Maarten Zeegers che per tre anni ha frequentato in incognito moschee e cerchie islamiche nelle aree di Schilderswijk e Transvaal, considerate focolai di radicalismo. Nella zona è stata raccolta anche la voce di Itai Cohn, che prova a contrastare questa fama portando i turisti a visitare il quartiere, mentre Peter de Schwamm, che lavora con i ragazzi del posto, spiega la realtà sul territorio.

Non solo i Paesi Bassi ma tutta l’Europa è oggi alle prese con riflessioni e interrogativi circa la gestione di un gran numero di radicalizzati, aspiranti jihadisti, reclutatori, simpatizzanti, combattenti negli stadi più diversi del loro percorso. Siamo così stati anche a Rotterdam per discuterne con l’avvocato André Seebregts. Il suo studio è noto per seguire la difesa nei casi legati al terrorismo.

Il reportage termina con l’opinione della giornalista Janny Groen, che ci parla della componente femminile nel radicalismo e nella prevenzione.

Il ricordo di Theo van Gogh è affidato al suo caro amico e produttore, Gijs van de Westelaken. 

‘Da Theo in poi’ è l’ultima puntata di un viaggio attraverso il fenomeno del radicalismo jihadista in Europa che ha toccato Gran Bretagna, Italia, Svizzera, Francia e Olanda, raccogliendo voci e prospettive diverse che contribuiscono alla comprensione dei fatti e alla profondità dell’analisi.  

LA SERIE RSI CON TUTTE LE PUNTATE È OSPITATA E SI PUÒ RIASCOLTARE SUL  SITO DELL’OSSERVATORIO SUL RADICALISMO E IL CONTRASTO AL TERRORISMO -REACT- 

 


Che fare dei Foreign Fighters dell’ISIS. A ‘Omnibus’ (La7) si discute il caso italiano

Bloccati in Siria e in Iraq : gli italiani sono 140 (ma il problema si pone anche per altri paesi europei, e non solo). Come muoversi?

Si è parlato di questo nella puntata di Omnibus (La7) dello scorso 20 aprile, condotta da Frediano Finucci con la partecipazione del Direttore di Start InSight Claudio Bertolotti e con Matteo Bressan (SIOI), condirettori di REACT – Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo. Il punto nel servizio è di Carla Rumor.

Diversi i problemi sollevati nel corso della discussione: chi si è recato in Siria nel 2013 ha le stesse motivazioni di chi ha resistito fino all’assedio di Baghuz?
E poi: i combattenti stranieri delle fila dei curdi, l’approccio caso per caso che si scontra con il problema della mancanza di prove, la successiva gestione in carcere, il disegno di legge (Dambruoso-Manciulli) già depositato ma ancora in attesa di diventare realtà.