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Analisi di rischio sul cospirazionismo militante

di Andrea Molle

Analisi diffusa in anteprima da ASIS Italy Chapter 

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Il cospirazionismo militante rappresenta sempre più un rischio per la sicurezza. Il motivo principale consiste nella facilità di diffusione nei sistemi politici, unitamente alla tendenza a provocare turbative dell’ordine pubblico e al sempre più evidente consolidamento dei legami con il mondo dei movimenti terroristici dell’estrema destra grazie alla sua struttura organizzativa cell-style.

In America la penetrazione del cospirazionismo militante nella società è ormai data per scontata dagli analisti come elemento sempre più dominante anche dell’agenda politica, grazie anche alla capacità di molti gruppi di fare proseliti tra le forze dell’ordine, i militari e infine direttamente nella classe politica, mentre in Europa è un fenomeno più recente che per adesso non mostra lo stesso grado di penetrazione istituzionale ma che in soli tre anni ha già dimostrato un notevole potenziale di radicalizzazione. Storicamente questo fenomeno, che si distingue dal semplice atto di credere in alcune teorie cospirazioniste, deve gran parte della sua trazione alla nascita del movimento americano della alt-right, preceduto da fenomeni mediatici come InfoWars, lanciato nel 1999 da Alex Jones, e si colloca approssimativamente nel 2009, a partire cioè dalla nascita del Tea Party a seguito dell’ultima Grande Recessione (2007/08). Tuttavia, è con le elezioni presidenziali del 2016 che il cospirazionismo militante, grazie al movimento QAnon e figure di riferimento come Steve Bannon, inizia ad assumere un ruolo di primo piano nella vita sociale e politica mondiale arrivando a un punto che oggi desta serie preoccupazioni a causa delle azioni di molti suoi membri. Il pericolo rappresentato dal cospirazionismo militante si colloca prevalentemente su tre livelli.

Prima di tutto la sua penetrazione politica. Diversi movimenti extraparlamentari e think tank, quelli che da sempre orientano il voto della galassia identitaria e militante verso l’estrema destra, da tempo riprendono e amplificano i messaggi del cospirazionismo militante e in alcuni casi ne sono diretti promotori. Accade dunque che per raccogliere consenso i partiti ufficiali rilancino, anche inavvertitamente, quegli stessi temi, soprattutto sui social media. Quasi sempre ciò avviene in quanto la semplicistica retorica cospirazionista ha un grande successo mediatico e un immediato ritorno di consenso. Tuttavia, nel farlo, i partiti si espongono al rischio di associarsi ad un movimento e una cultura politica estremamente pericolosi e, soprattutto, al rischio di essere infiltrati dai suoi esponenti con conseguente aumento della possibilità che in futuro il policy making venga basato su premesse non fattuali, ma anche un aumento del pericolo di connivenza con potenze ostili che sfruttano il cospirazionismo militante come strumento di politica estera (come ad esempio nel caso del memetic warfare).

In secondo luogo, l’aumento di disordini pubblici. In Nord America, l’aumento di azioni violente associabili al cospirazionismo militante ha portato diverse agenzie Statunitensi e Canadesi ad inserire diversi gruppi nelle liste che raccolgono le organizzazioni criminali e/o terroristiche. Tuttavia, la mancanza di un’organizzazione definita e strutturata, con mandanti identificabili, rende estremamente difficile controllare i militanti cospirazionisti. In molti casi si tratta infatti di individui che aderiscono semplicemente ai contenuti del cospirazionismo e ne sfruttano l’ideologia, ma operano in modo autonomo o tramite loose ties con organizzazioni strutturate. In questo caso il rischio consiste nell’incremento di aggressioni o reati classificabili come hate crimes. In altri, il fenomeno si presenta in modo più strutturato, come nel caso dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso o del prevedibile aumento di disordini durante manifestazioni pubbliche.

Infine, il terrorismo. Diversi analisti considerano come molto elevato il rischio di una radicalizzazione di massa, soprattutto tra le fasce giovani e meno istruite della popolazione, causata dal cospirazionismo militante. Ciò è dovuto al carattere interattivo, molto appagante, dei suoi contenuti cospiratori e ai continui riferimenti alla letteratura di genere fanta-politico che rendono l’esperienza di fruizione di contenuti estremamente avvincente. Per diffondersi, il cospirazionismo sfrutta meccanismi di coinvolgimento tipici dei videogiochi ARG (alternate reality game) creando una comunità simile alle esperienze LARP (live action role-playing game) che permette ai partecipanti di sviluppare la propria militanza attiva. Il suo fascino è di tipo pseudo-religioso in cui il messaggio è strutturato come una teologia in cui predomina la componente escatologica, che si riassume ad esempio nella guerra cosmica contro il deep state. Il controllo esercitato da diversi gruppi cospirazionisti sui loro membri, l’incapsulamento sociale, è così pervasivo da far perdere loro la distinzione tra la realtà e la fantasia. Il fallimento della profezia relativa alla rielezione di Donald Trump alla presidenza americana ha attivato meccanismi di razionalizzazione che fanno inoltre presagire una prossima escalation violenta. L’analisi dei social networks e dei repost evidenzia come il cospirazionismo militante si stia integrando nel mondo del suprematismo bianco e dell’estremismo di destra nel quale alcuni suoi membri hanno una funzione di vero e proprio front. Ovviamente, non è lecito sostenere che tutti i militanti cospirazionisti siano coinvolti con gruppi più o meno violenti di estrema destra, come gli Oath Keepers, i Boogaloo Bois, i Proud Boys e, anche, con organizzazioni terroristiche neonaziste come la Atomwaffen Division. Si tratta di una minoranza, ma per molti è un’evoluzione naturale soprattutto se in cerca di un’esperienza più militante. Inoltre, sono gli stessi movimenti estremisti a usare i networks cospirazionisti per portare nuovi membri alla loro causa pescandoli, ad esempio, tra i fan delusi di QAnon o tra gli espulsi da gruppi sciolti dalle autorità. Questi individui sembrano costituire un bacino di reclutamento ideale dell’estrema destra che potrebbe, con poco sforzo e in breve tempo, incrementare esponenzialmente i propri ranghi con individui facilmente indottrinabili. In questo caso il rischio sembra essere rappresentato da possibili attacchi ad infrastrutture e altri obiettivi sensibili, notoriamente esposti all’azione di singoli individui radicalizzati (lone wolves) che magari operano al loro interno. Non va inoltre dimenticato che spesso questi individui posseggono capacità tecniche e, in alcuni casi, hanno prestato servizio nelle forze armate. Un primo esempio lo si è avuto già pochi giorni fa nello Stato della Florida, dove un’attacco hacker alla rete idrica della città Oldsmar, con l’obiettivo di avvelenarne le acque potabili, è stato fortunatamente sventato.

In conclusione, l’azione deve essere indirizzata prima di tutto a comprendere questo nuovo fenomeno e, in seconda battuta, a contrastare le condizioni in cui si sviluppa. Relativamente al problema politico, è necessario sensibilizzare le direzioni dei partiti sulla necessità di ridurre l’ambiguità del proprio messaggio e impedire ad elementi cospirazionisti di conseguire posizioni di potere all’interno delle loro strutture organizzative. Relativamente ai disordini e alle attività criminali è necessario intervenire sia monitorando i gruppi cospirazionisti militanti, formali e informali, sciogliendoli laddove necessario, che prevedendo percorsi legali consoni volti a disincentivare l’attività criminale. Infine, relativamente al terrorismo, è necessario affrontare il problema del cospirazionismo militante imparando dall’esperienza del radicalismo islamista sia sotto il profilo operativo, degli interventi di contrasto che, soprattutto, nelle attività di prevenzione e de-radicalizzazione.

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Photo by Brendan Beale on Unsplash

 


#ReaCT2021 – Prefazione del co-editore Flavia Giacobbe, Direttore di Formiche – Airpress

di Flavia Giacobbe, Direttore di Formiche e Airpress

Pandemia, crisi, vaccini e rilancio. I grandi riflettori della politica e dell’opinione pubblica si concentrano ormai da mesi sull’emergenza Covid-19. Eppure, latenti ma concrete, continuano a premere sull’Europa (e non solo) altre minacce: il terrorismo, il radicalismo jihadista e varie forme di estremismo. A inizio gennaio, l’assalto al Campidoglio americano ha scosso il mondo. Un attacco al cuore della democrazia a stelle e strisce che ritenevamo impensabile, perpetuato grazie a movimenti come l’ormai nota organizzazione cospirazionista QAnon. Dimostra quanto la minaccia sia reale e quanta attenzione meriti, anche oggi che altri temi e altre urgenze hanno scalato le classifiche dell’attenzione pubblica. Il tema principale è come trattare questi rischi, mettendo in campo misure efficaci di prevenzione che consentano di anticipare i processi di radicalizzazione prima che si manifestino. Prima cioè che si trasformino in violenza tangibile, come quella alla quale abbiamo assistito a Capitol Hill.

Ma il terrorismo che continua a spaventare di più è quello jihadista, una sfida che vede l’Europa in prima linea sia per la vicinanza a zone di guerra, sia per la presenza di numerosi foreign fighters rientrati dalle zone di scontro. Tra i dati del rapporto ReaCT 2021, ce ne è uno che colpisce particolarmente: il 20% dei terroristi che ha agito lo scorso anno è riconducibile a immigrati irregolari. Ciò manifesta come la prevenzione sia inevitabilmente legata a doppio filo con le politiche migratorie, con il coordinamento tra partner europei e con il dialogo con i Paesi di origine e transito. Dimostra altresì che, quando si parla di terrorismo, è imprescindibile avere chiaro il quadro geopolitico, in continua evoluzione, che circonda il nostro Paese e l’Europa. Le ceneri dello Stato islamico in Siria e Iraq hanno lasciato molti interrogativi sul campo, primo su tutti lo spostamento o il rimpatrio di combattenti, fenomeno a cui non può non corrispondere un coordinamento internazionale. La via dei Balcani resta all’attenzione delle autorità, in particolare il Kosovo, da cui provenivano la maggior parte dei combattenti confluiti in Siria e nel quale, l’Italia ha un ruolo di primo piano, anche grazie alla guida della missione Nato Kfor.

Entro i confini nazionali, la minaccia è stata ben illustrata nelle ultime relazioni annuali della nostra Intelligence. Oltre a mettere in guardia la politica circa i rischi jihadisti che possono minare la sicurezza della Repubblica, hanno evidenziato di recente anche i rigurgiti di estrema destra. Un trend da attenzionare, contrario ai dati europei che invece mostrano una prevalenza del fenomeno legato all’estrema sinistra. Nel complesso, un impulso importante alla de-radicalizzazione può venire dal nostro Parlamento. Nella scorsa legislatura, dopo un iter molto travagliato, la proposta di legge Manciulli-Dambruoso è passata soltanto alla Camera. Ciò ha sicuramente fatto perdere un’occasione al Paese di avere, nel momento di maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica, uno strumento normativo idoneo a contrastare e prevenire il fenomeno del terrorismo. Nella nuova legislatura, si è rimesso in cantiere il testo, e l’auspicio non può che essere per un iter condiviso tra le varie forze politiche, nel comune intento di dotare il Paese di strumenti più efficaci e lungimiranti per combattere cause e diffusione di una minaccia tutt’altro che scomparsa. Il dialogo tra politica, esperti e servizi di sicurezza resta naturalmente la chiave per ottenere buoni risultati. A tal fine, il rapporto ReaCT 2021 si dimostra un utile strumento di lavoro, una bussola con cui orientarsi per comprendere il fenomeno, le sue radici ed evoluzioni.

Per questo, Airpress e Formiche hanno scelto di coeditare la seconda edizione del rapporto, così da contribuire, nel loro piccolo, a mantenere vivo l’interesse dei decision makers su un tema che incide sensibilmente sulla sicurezza di ciascuno di noi.

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#ReaCT2021 – Estrema destra ed estrema sinistra in tempi pandemici: alcune riflessioni

di Barbara Lucini, ITSTIME Università “Cattolica”

Lo scenario pandemico emerso con la diffusione dell’epidemia da Covid -19 ha posto in evidenza alcune sfide, che molte società dovranno affrontare nei prossimi anni.

Le nuove tipologie di estremismo[1] che hanno preso forma nelle immediate settimane successive l’inizio della pandemia, sono una di quelle. Infatti, come ogni crisi, anche quella pandemica sanitaria ha avuto un impatto sulle organizzazioni terroristiche e i movimenti estremisti.

Le prime considerazioni che si possono muovere in questo ambito, si focalizzano su alcune caratteristiche emergenti e tipiche degli estremismi di destra e sinistra, che sembrano sempre più avere tendenze comuni nell’utilizzo di competenze, metodologie e strategie comunicative diffuse sia online sia nella vita reale.

Innanzitutto, il paradosso presente nella vocazione sempre più internazionale, che promuove la prospettiva di rete organizzativa, animata dal superamento dei confini geografici per unire correnti di pensiero e azione dissimili: questa internazionalizzazione sottende però per entrambi gli orientamenti di estrema destra e  sinistra, un forte radicamento sul territorio di origine, che assume sempre di più la firma culturale di questi gruppi estremisti. Un esempio per tutti, il gruppo di estrema destra PEGIDA in Germania, nato a Dresda e che da quella città e da quel contesto socio – culturale non potrebbe essere sradicato.

Questo gruppo è altresì interessante perché sottolinea un’altra caratteristica dei gruppi estremisti ai tempi della pandemia: il trasferimento delle loro attività di diffusione del pensiero, reclutamento e finanziamento, prevalentemente online. Così infatti è stato proprio per il gruppo PEGIDA, che ha organizzato delle marce su un canale Youtube durante il lockdown in Germania.

Nuove metodologie e diversi utilizzi della rete, appaiono oramai sempre più un trend sistematizzato per entrambi gli orientamenti estremisti.

Un altro aspetto da rilevare, che ha interessato gruppi di estrema destra nazionali e internazionale, è la promozione di disinformazione e fake news sulle tematiche riguardanti la pandemia. Questa modalità di azione è una nuova forma di estremismo comunicativo, che ha come fine quello di produrre ancora più caos e incertezza generati dalla crisi pandemica, andando a rinforzare l’orientamento di pensiero dominante del gruppo estremista di riferimento.

A questo proposito le varie teorie cospirazioniste sono state un terreno fertile, per l’utilizzo di questa metodologia da parte di alcuni movimenti di estrema destra, peraltro già in essere con lo scandalo di Cambridge Analytica.

In Italia la situazione che riguarda l’estremismo di destra e sinistra è simile a quella di altri Paesi Europei, pur conservando alcune specificità culturali.

Comparando forme di estrema destra e sinistra in Italia ai tempi della pandemia è possibile sostenere che è in atto una competizione, che riguarda la loro sopravvivenza in un quadro nazionale cambiato dalla pandemia; le rivendicazioni alternate fra i due orientamenti di alcune proteste anti – lockdown dimostrano una riorganizzazione in essere e soprattutto il nuovo assetto eterogeneo della minaccia futura, che vedrà sempre più forme estremiste culturali miste e variegate competere o allearsi, con lo scopo di provocare disordine sociale e crisi istituzionali.

In questo contesto, diventa indispensabile ripensare da una prospettiva teorica alle definizioni ideologiche, che non soddisfano più come in passato la classificazione di estremismo e terrorismo di destra e sinistra ed infine sviluppare metodologie di studio e analisi adatte alla considerazione degli aspetti socio – culturali, spesso sottostimati, espressi dalle varie forme di estremismo soprattutto in ambienti online.

[1] B. Lucini (2020), Extremist avantgarde and fake news in time of pandemic, https://www.itstime.it/w/extremist-avantgarde-and-fake-news-in-time-of-pandemic1-by-barbara-lucini/

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#ReaCT2021 – L’estremismo violento di destra, il suo carattere transnazionale e i suoi rapporti di interdipendenza con l’estremismo islamista

di Mattia Caniglia, World Terror Watch Director – European Strategic Intelligence and Security Center

L’attacco di Hanau (Germania) del febbraio 2020, è l’ultimo di una serie di gravi attacchi terroristici che, presentando caratteristiche e un modus operandi comuni, confermano una tendenza preoccupante: l’aumento della minaccia legata all’estremismo violento di destra in Europa.

Questo fenomeno, seppur tradizionalmente legato a rispettive dimensioni locali, sta acquisendo un carattere transnazionale e sembra aver sviluppato un rapporto simbiotico e una stretta interdipendenza con l’estremismo di matrice Islamista. La relazione tra i due fenomeni, che si rafforzano vicendevolmente, rappresenta una nuova minaccia per la sicurezza Europea.

Analogie con l’estremismo di matrice Islamista

Mentre assume le caratteristiche di una sfida globale, l’estremismo violento di destra sembra imitare tattiche, tecniche, narrazioni e modi operandi di gruppi come Al-Qaeda e Stato Islamico.  Somiglianze e analogie sostanziali esistono infatti con l’estremismo Islamista.

Gruppi estremisti di destra tendono sempre più a formare reti globali, in tutto simili a quelle formate da gruppi legati al terrorismo jihadista; la propaganda dei primi focalizzata sul mettere in guardia rispetto ad una presunta “grande sostituzione ai danni dell’uomo bianco”, rispecchia la narrazione jihadista di una supposta “guerra dell’Occidente contro l’Islam”; entrambi gli estremismi promuovono l’uso della violenza come mezzo legittimo, in un caso, per difendere l’integrità della “razza bianca”, nell’altro, per proteggere la purezza dell’Islam e dell’Umma.

Sia l’estrema destra che l’estremismo Islamico reclutano seguaci e rafforzano il loro messaggio propagandistico attraverso un uso intenso dei social media e delle applicazioni di messaggistica. Mentre i jihadisti diffondono “video di martirio”, i terroristi di destra pubblicano manifesti online e spesso trasmettono in diretta streaming i loro attacchi. Video, dirette streaming e manifesti servono gli stessi scopi propagandistici: creano una narrazione precisa e imitabile, una giustificazione ideologica, una lezione tattica e un’ispirazione/chiamata alle armi per i futuri terroristi, idolatrando al contempo la memoria dei “martiri” ed “eroi solitari” che hanno già compiuto attacchi.

Analogie ulteriori esistono a livello di tecniche di propaganda, finanziamento e reclutamento. Rispetto a quest’ultimo, come il fenomeno dei “Foreign Fighters” per l’estremismo di matrice islamica ha portato migliaia di individui a recarsi in Syria e Afghanistan, anche gli estremisti di destra hanno un loro teatro di conflitto designato dove acquisire esperienza di combattimento e completare processi di radicalizzazione. L’Ucraina è infatti emersa come centro nevralgico nella più ampia rete globale dell’estremismo violento di destra, attirando reclute straniere da tutto il mondo. Più di 17.000 individui provenienti da 50 Paesi hanno viaggiato per combattere nel Donbass, sia tra i ranghi delle milizie nazionaliste ucraine che di quelle separatiste pro-russe, utilizzando l’esperienza del conflitto come terreno di addestramento per possibili azioni in Europa e negli Stati Uniti, e allo stesso tempo rafforzando i legami transnazionali.

Un preoccupante rapporto d’interdipendenza

Oltre a quelle già espresse, a livello dottrinale, tra jihadismo ed estremismo violento di destra si notano tre analogie principali: una visione binaria del mondo, un particolare equilibrio tra rivoluzione e conservatorismo, e il culto dell’eroismo.  È a partire da queste similarità che recentemente si è venuto a creare un meccanismo di interdipendenza che permette a questi due estremismi e alle rispettive manifestazioni violente di rafforzarsi a vicenda.

Gli estremisti di destra ritraggono jihadisti ed estremisti islamici come rappresentanti dell’intera comunità musulmana, mentre jihadisti e islamisti radicali ritraggono gli estremisti di destra come rappresentanti di tutto l’Occidente. Ogni volta che l’una o l’altra parte sferra un attacco, le rispettive narrazioni e ideologie vengono confermate e rafforzate in quella che si potrebbe definire una “dinamica a ciclo continuo” che si autoalimenta.

All’indomani dei recenti attacchi jihadisti in Francia e in Austria, molti gruppi di estrema destra attivi su applicazioni di messaggistica, social media e altre piattaforme online sono stati particolarmente attivi nel condividere messaggi di odio verso la comunità musulmana, arrivando ad invocare “azioni di vendetta”. Si tratta di un fenomeno già osservato in precedenza e che si verifica con sempre maggiore puntualità; l’attacco di Christchurch del 2019, ad esempio, scatenò una reazione nei media ufficiali e non ufficiali dello Stato Islamico e di Al-Qaeda, con migliaia di comunicazioni ad invocare ritorsioni violente contro i “crociati”.

Questa dinamica, potenziata da media, social media e altri strumenti di propaganda, ha due effetti principali. Aumenta l’efficacia delle strategie di reclutamento degli estremisti espandendo quindi il numero di individui radicalizzati e/o pronti ad agire in nome di una parte o dell’altra. Mentre allo stesso tempo contribuisce a creare un circolo vizioso di violenza e polarizzazione che infiamma conflitti sociali già tesi facendo leva su processi di “othering”[1], storicamente comuni ad entrambi gli estremismi. L’ “othering” massimizza l’effetto di dicotomizzazione del discorso “noi contro loro”, potenziando le narrazioni di entrambi i fenomeni e facilitando l’ottenimento di uno dei principali scopi del terrorismo Islamico e di estrema destra: la destabilizzazione politica delle società Europee.

In un contesto europeo già lacerato dalla crisi COVID-19, dove le differenze di religione, etnia, cultura e condizione sociale diventano più divisive, il terrorismo trova il terreno ideale per sfruttare questa dinamica e rendere queste fratture sociali sempre più profonde. Lungo queste spaccature, lo spazio per processi di radicalizzazione e atti violenti si espande, al punto che la radicalizzazione rischia di diventare “mainstream”.

I dati del Global Terrorism Index 2020 confermano questa prospettiva, collegando l’aumento dell’estremismo violento di destra in Occidente all’aumento della violenza politica e al declino di specifici indicatori relativi al frazionamento delle élite, all’esistenza di tensioni sociali e all’ostilità verso gli stranieri. Se questi processi di radicalizzazione e polarizzazione diventeranno mainstream, potranno avere la forza d’urto per mettere alla prova la stabilità politica di molti paesi europei minando la loro coesione interna.

Rischi per la sicurezza europea

Tecniche perfezionate di propaganda online – ora sempre più simili nell’estremismo di destra e in quello islamista – insieme agli effetti d’interdipendenza tra i due fenomeni, potrebbero ridurre drasticamente i tempi di radicalizzazione e abbreviare i cosiddetti ‘cicli di attacco’, rendendo più complesso per le forze di sicurezza intercettare e prevenire atti terroristici.

Il meccanismo di rafforzamento reciproco tra i due fenomeni e gli aumentati effetti polarizzanti su società già divise potrebbe portare a un numero maggiore di “Gefährder”, individui radicalizzati con un alto potenziale di pericolosità, sovraccaricando di lavoro le forze dell’ordine. In questo contesto, per valutare le minacce future sarà necessario migliorare la consapevolezza di come i due fenomeni si influenzano e alimentano a vicenda.

In passato l’estremismo violento di destra è stato in gran parte un fenomeno disorganizzato, con la maggior parte dei responsabili di attacchi non affiliati a specifici gruppi terroristici, e più che altro indicativo di uno stato d’animo di alienazione politica. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia che questo fenomeno rimanga tale. Se i processi di polarizzazione attualmente in corso nelle nostre società, e legittimati da un certo discorso politico, continueranno incontrollati nei prossimi anni, la probabilità di veder proliferare i livelli di organizzazione dell’estremismo violento di destra in europa potrebbe aumentare significativamente.

[1] Processo di definizione dell’altro come “diverso”, relegato fuori dalla sfera di ciò che è familiare. La connotazione è negativa poiché, in quanto altro, l’oggetto di questo processo diventa pericoloso. La reciproca dipendenza dei due concetti di “identità” e “alterità” si esprime infatti attraverso la definizione del termine oppositivo come minaccia per la sicurezza della comunità a cui l’io (il noi) sente di appartenere.

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#ReaCT2021 – Introduzione del Direttore: i terrorismi all’epoca del Covid-19

In qualità di Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT, ho l’onore di presentare #ReaCT2021, il 2° Rapporto sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo.

Il rapporto, che offre una sintetica analisi sull’evoluzione delle ideologie radicali e della minaccia terroristica in linea con la direttiva dell’Unione Europea 2017/541 sul contrasto al terrorismo, si inserisce nel dibattito generale come utile contributo all’armonizzazione delle divergenze presenti tra gli Stati membri dell’UE in merito a ciò che debba essere riconosciuto e gestito come un “atto di terrorismo”.

L’Osservatorio ReaCT, prevalentemente concentrato sul fenomeno di matrice jihadista, non manca di studiare e analizzare le altre forme di terrorismo, di radicalizzazione ideologica e di devianza sociale violenta, così come le nuove “teorie cospirazioniste” che potrebbero sfociare in forme di violenta opposizione.

#ReaCT2021 raccoglie i contributi degli Autori che hanno sviluppato le loro valutazioni tenendo conto dei riflessi delle dinamiche sociali e conflittuali legate alla pandemia da Covid-19.

E proprio la pandemia sembrava aver messo il terrorismo in secondo piano quando, improvvisamente, l’ottobre del 2020 ha riproposto una minaccia che “sembrava” essere superata: tra i primi giorni di settembre e l’inizio di novembre si è dipanata una catena di eventi che ha evidenziato con chiarezza uno scenario drammatico e articolato. Sessanta giorni di paura che ci dicono che il terrorismo è ormai un fenomeno “normale” piuttosto che “eccezionale”, quale strumento del conflitto in corso e perdurante.

L’evoluzione del terrorismo jihadista europeo all’alba del 2021

Nel 2019 Europol ha registrato 119 tra attacchi di successo, sventati o fallimentari: di questi 56 sono attribuiti a gruppi etno-nazionalisti e separatisti, 26 a gruppi di estrema sinistra radicale e anarco-insurrezionalisti, 6 a gruppi di estrema destra; 24 sono quelli di natura jihadista, di cui 3 di successo e 4 fallimentari. Il database START InSight ha identificato invece 19 azioni terroristiche e azioni di violenza di matrice jihadista portate a termine nello stesso anno (contro le 7 di Europol), mentre il 2020 si è chiuso con 25 eventi.

Nel 2019 tutte le vittime di terrorismo in Europa sono il risultato di attacchi jihadisti: secondo i dati di Europol sarebbero 10 i morti e 26 i feriti (1 ferito in seguito a un attacco attribuito a gruppi di estrema destra). START InSight rivela un numero superiore di feriti, che sono 48, prevalentemente vittime di attacchi secondari ed emulativi. Nel 2020 vi è stato un significativo aumento di morti rispetto all’anno precedente: 16 persone uccise e 55 ferite.

L’onda lunga del terrorismo associato al fenomeno “Stato islamico”, ha fatto registrare 146 azioni dal 2014 al 2020: 188 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 406 le vittime decedute e 2.421 i feriti (START InSight). Nel 2020 sono aumentati i terroristi recidivi: quasi tre terroristi su dieci. Così come sono aumentati i terroristi già noti all’intelligence (54% del totale nel 2020) e quelli con precedenti penali.

È stato verificato, inoltre, l’aumento del rischio potenziale di terrorismo con l’aumento dei migranti irregolari. Nel 2020 il 20% dei terroristi sono immigrati irregolari. In Francia è aumentato il ruolo degli irregolari nella condotta di azioni terroristiche: se fino al 2017 nessuno degli attacchi era stato condotto da immigrati irregolari, nel 2020 il 40% dei terroristi è un irregolare.

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19.

Le molteplici attività di propaganda svolte durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, e soprattutto gli attentati di Parigi, Nizza e Vienna, hanno ricordato quanto il terrorismo associato allo Stato islamico e ad al-Qa’ida sia attivo anzitutto attraverso Internet. In particolare, lo Stato Islamico ha confermato una narrazione aggressiva, identificando il Coronavirus come un “soldato di Allah”. Un alleato capace di offrire un’opportunità per colpire gli infedeli, in particolar modo i militari e le Forze di polizia a supporto dell’emergenza sanitaria.

Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto

Prevenzione e contrasto all’estremismo violento (PVE/CVE) sono oggi una parte integrante dell’architettura globale anti-terrorismo, ma per essere efficaci e avere una continuità, è necessario un dialogo costante fra ricercatori, operatori sul territorio, forze dell’ordine e legislatori che includa anche una discussione su priorità e aspettative. Misurare i risultati di queste attività rimane un esercizio complesso ma numerosi think tank europei si stanno occupando dell’argomento.

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo attraverso il diritto penale

Per sua stessa natura, il diritto penale antiterrorismo non incide sulle cause della radicalizzazione e del terrorismo. Il ricorso a un diritto penale onnicomprensivo e sproporzionato può anzi produrre effetti collaterali criminogeni. Inoltre, le modalità di esecuzione della pena carceraria prevalenti avrebbero dimostrato la loro inadeguatezza, evidenziando come la radicalizzazione debba essere affrontata come un processo reversibile.

La minaccia terroristica nel Regno Unito: è sempre più difficile identificare, definire, arrestare e condannare

Un esempio di difficoltà nel coordinamento tra attività investigativa, giudiziaria e preventiva è il caso britannico. La complessità della minaccia terroristica con cui si confronta la Gran Bretagna è stata recentemente messa in evidenza da alcuni casi giudiziari che hanno reso vani gli sforzi delle forze di sicurezza e intelligence. Gli eventi terroristici più recenti sono totalmente scollegati dai network terroristici, pianificano azioni talmente casuali e gli strumenti utilizzati dal terrorismo sono così banali che è diventato quasi impossibile riuscire a proteggersi totalmente dalla minaccia. Ciò sta producendo una nuova generazione di radicalizzati che le autorità hanno difficoltà a identificare, definire, arrestare e condannare.

Uno sguardo alle porte dell’Europa: i Balcani

L’attacco terroristico a Vienna, del 2 novembre 2020, ha riportato l’attenzione sulla presenza dello Stato islamico in Europa e i possibili legami nei Balcani, dove sono da tempo presenti soggetti jihadisti, tanto da poter guardare all’area come a un potenziale hub logistico per il jihadismo europeo.

Il Kosovo, piccola nazione dei Balcani occidentali, è uno dei paesi dell’area ad aver fornito il maggior numero di foreign fighter allo Stato islamico. Il Kosovo, nell’aprile del 2019, ha rimpatriato dalla Siria 110 connazionali, divenendo uno dei pochi paesi ad aver rimpatriato propri cittadini ex membri dello Stato Islamico ma lasciando aperta la questione del reinserimento degli ex combattenti terroristi.

Gli altri terrorismi: estrema destra, sinistra radicale e il nuovo fenomeno QAnon ai tempi della pandemia

La pandemia da Covid-19 ha avuto effetti rilevanti anche sulle strategie e le metodologie relazionali e comunicative tipiche sia degli ambienti di estrema destra ed estrema sinistra.

L’estremismo violento di destra si sta evolvendo verso una dimensione transnazionale, mentre sviluppa una preoccupante relazione simbiotica e una stretta interdipendenza con l’estremismo di matrice islamista. La relazione tra i due fenomeni, che si rafforzano vicendevolmente, rappresenta una nuova minaccia per la sicurezza Europea.

Una minaccia per la democrazia è rappresentata, inoltre, dal fenomeno emergente denominato QAnon: il movimento cospirazionista diffuso in più di 70 paesi che presenta un elevato rischio di radicalizzazione in Europa e che, per questo, necessita di un attento monitoraggio al fine di prevenire il rischio potenziale di azioni violente di stampo terroristico.

Grazie a tutti gli Autori che hanno contribuito alla realizzazione di #ReaCT2021. Un ringraziamento speciale va ai due co-editori che hanno contribuito alla realizzazione e alla pubblicazione di #ReaCT2021: Chiara Sulmoni, Presidente di START InSight, e Flavia Giacobbe, Direttore responsabile di Formiche e Airpress.

Claudio Bertolotti – Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT

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INDICE DEL RAPPORTO

Prefazione del co-editore Flavia Giacobbe, Direttore di Formiche – Airpress
Flavia Giacobbe

Introduzione: i terrorismi al tempo del Covid-19
Claudio Bertolotti

Numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa
Claudio Bertolotti

Sessanta giorni di paura: la lezione appresa
Marco Lombardi

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo internazionale attraverso il diritto penale: problemi e prospettive
Francesco Rossi

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19
Stefano Mele

Immigrazione e terrorismo: legami e sfide
Claudio Bertolotti

La minaccia terroristica nel Regno Unito
Raffaello Pantucci

Estremismo di matrice jihadista in Europa. Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto
Chiara Sulmoni

Le strategie di contrasto alla radicalizzazione violenta: il caso studio
Alessandra Lanzetti

L’attacco di Vienna e la pista balcanica
Enrico Casini

L’esperienza del Kosovo nel rimpatrio dei foreign fighters: lessons learned
Matteo Bressan

Estrema destra ed estrema sinistra in tempi pandemici: alcune riflessioni
Barbara Lucini

L’estremismo violento di destra: il suo carattere transnazionale e i suoi rapporti di interdipendenza con l’estremismo islamista
Mattia Caniglia

QAnon: una minaccia per la democrazia
Andrea Molle


#ReaCT2021: è online il 2° rapporto dell’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo

In qualità di Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT, ho l’onore di presentare #ReaCT2021, il 2° Rapporto sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (SCARICA).

Il rapporto, che offre una sintetica analisi sull’evoluzione delle ideologie radicali e della minaccia terroristica in linea con la direttiva dell’Unione Europea 2017/541 sul contrasto al terrorismo, si inserisce nel dibattito generale come utile contributo all’armonizzazione delle divergenze presenti tra gli Stati membri dell’UE in merito a ciò che debba essere riconosciuto e gestito come un “atto di terrorismo”.

L’Osservatorio ReaCT, prevalentemente concentrato sul fenomeno di matrice jihadista, non manca di studiare e analizzare le altre forme di terrorismo, di radicalizzazione ideologica e di devianza sociale violenta, così come le nuove “teorie cospirazioniste” che potrebbero sfociare in forme di violenta opposizione.

#ReaCT2021 raccoglie i contributi degli Autori che hanno sviluppato le loro valutazioni tenendo conto dei riflessi delle dinamiche sociali e conflittuali legate alla pandemia da Covid-19.

E proprio la pandemia sembrava aver messo il terrorismo in secondo piano quando, improvvisamente, l’ottobre del 2020 ha riproposto una minaccia che “sembrava” essere superata: tra i primi giorni di settembre e l’inizio di novembre si è dipanata una catena di eventi che ha evidenziato con chiarezza uno scenario drammatico e articolato. Sessanta giorni di paura che ci dicono che il terrorismo è ormai un fenomeno “normale” piuttosto che “eccezionale”, quale strumento del conflitto in corso e perdurante.

L’evoluzione del terrorismo jihadista europeo all’alba del 2021

Nel 2019 Europol ha registrato 119 tra attacchi di successo, sventati o fallimentari: di questi 56 sono attribuiti a gruppi etno-nazionalisti e separatisti, 26 a gruppi di estrema sinistra radicale e anarco-insurrezionalisti, 6 a gruppi di estrema destra; 24 sono quelli di natura jihadista, di cui 3 di successo e 4 fallimentari. Il database START InSight ha identificato invece 19 azioni terroristiche e azioni di violenza di matrice jihadista portate a termine nello stesso anno (contro le 7 di Europol), mentre il 2020 si è chiuso con 25 eventi.

Nel 2019 tutte le vittime di terrorismo in Europa sono il risultato di attacchi jihadisti: secondo i dati di Europol sarebbero 10 i morti e 26 i feriti (1 ferito in seguito a un attacco attribuito a gruppi di estrema destra). START InSight rivela un numero superiore di feriti, che sono 48, prevalentemente vittime di attacchi secondari ed emulativi. Nel 2020 vi è stato un significativo aumento di morti rispetto all’anno precedente: 16 persone uccise e 55 ferite.

L’onda lunga del terrorismo associato al fenomeno “Stato islamico”, ha fatto registrare 146 azioni dal 2014 al 2020: 188 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 406 le vittime decedute e 2.421 i feriti (START InSight). Nel 2020 sono aumentati i terroristi recidivi: quasi tre terroristi su dieci. Così come sono aumentati i terroristi già noti all’intelligence (54% del totale nel 2020) e quelli con precedenti penali.

È stato verificato, inoltre, l’aumento del rischio potenziale di terrorismo con l’aumento dei migranti irregolari. Nel 2020 il 20% dei terroristi sono immigrati irregolari. In Francia è aumentato il ruolo degli irregolari nella condotta di azioni terroristiche: se fino al 2017 nessuno degli attacchi era stato condotto da immigrati irregolari, nel 2020 il 40% dei terroristi è un irregolare.

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19.

Le molteplici attività di propaganda svolte durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, e soprattutto gli attentati di Parigi, Nizza e Vienna, hanno ricordato quanto il terrorismo associato allo Stato islamico e ad al-Qa’ida sia attivo anzitutto attraverso Internet. In particolare, lo Stato Islamico ha confermato una narrazione aggressiva, identificando il Coronavirus come un “soldato di Allah”. Un alleato capace di offrire un’opportunità per colpire gli infedeli, in particolar modo i militari e le Forze di polizia a supporto dell’emergenza sanitaria.

Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto

Prevenzione e contrasto all’estremismo violento (PVE/CVE) sono oggi una parte integrante dell’architettura globale anti-terrorismo, ma per essere efficaci e avere una continuità, è necessario un dialogo costante fra ricercatori, operatori sul territorio, forze dell’ordine e legislatori che includa anche una discussione su priorità e aspettative. Misurare i risultati di queste attività rimane un esercizio complesso ma numerosi think tank europei si stanno occupando dell’argomento.

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo attraverso il diritto penale

Per sua stessa natura, il diritto penale antiterrorismo non incide sulle cause della radicalizzazione e del terrorismo. Il ricorso a un diritto penale onnicomprensivo e sproporzionato può anzi produrre effetti collaterali criminogeni. Inoltre, le modalità di esecuzione della pena carceraria prevalenti avrebbero dimostrato la loro inadeguatezza, evidenziando come la radicalizzazione debba essere affrontata come un processo reversibile.

La minaccia terroristica nel Regno Unito: è sempre più difficile identificare, definire, arrestare e condannare

Un esempio di difficoltà nel coordinamento tra attività investigativa, giudiziaria e preventiva è il caso britannico. La complessità della minaccia terroristica con cui si confronta la Gran Bretagna è stata recentemente messa in evidenza da alcuni casi giudiziari che hanno reso vani gli sforzi delle forze di sicurezza e intelligence. Gli eventi terroristici più recenti sono totalmente scollegati dai network terroristici, pianificano azioni talmente casuali e gli strumenti utilizzati dal terrorismo sono così banali che è diventato quasi impossibile riuscire a proteggersi totalmente dalla minaccia. Ciò sta producendo una nuova generazione di radicalizzati che le autorità hanno difficoltà a identificare, definire, arrestare e condannare.

Uno sguardo alle porte dell’Europa: i Balcani

L’attacco terroristico a Vienna, del 2 novembre 2020, ha riportato l’attenzione sulla presenza dello Stato islamico in Europa e i possibili legami nei Balcani, dove sono da tempo presenti soggetti jihadisti, tanto da poter guardare all’area come a un potenziale hub logistico per il jihadismo europeo.

Il Kosovo, piccola nazione dei Balcani occidentali, è uno dei paesi dell’area ad aver fornito il maggior numero di foreign fighter allo Stato islamico. Il Kosovo, nell’aprile del 2019, ha rimpatriato dalla Siria 110 connazionali, divenendo uno dei pochi paesi ad aver rimpatriato propri cittadini ex membri dello Stato Islamico ma lasciando aperta la questione del reinserimento degli ex combattenti terroristi.

Gli altri terrorismi: estrema destra, sinistra radicale e il nuovo fenomeno QAnon ai tempi della pandemia

La pandemia da Covid-19 ha avuto effetti rilevanti anche sulle strategie e le metodologie relazionali e comunicative tipiche sia degli ambienti di estrema destra ed estrema sinistra.

L’estremismo violento di destra si sta evolvendo verso una dimensione transnazionale, mentre sviluppa una preoccupante relazione simbiotica e una stretta interdipendenza con l’estremismo di matrice islamista. La relazione tra i due fenomeni, che si rafforzano vicendevolmente, rappresenta una nuova minaccia per la sicurezza Europea.

Una minaccia per la democrazia è rappresentata, inoltre, dal fenomeno emergente denominato QAnon: il movimento cospirazionista diffuso in più di 70 paesi che presenta un elevato rischio di radicalizzazione in Europa e che, per questo, necessita di un attento monitoraggio al fine di prevenire il rischio potenziale di azioni violente di stampo terroristico.

Grazie a tutti gli Autori che hanno contribuito alla realizzazione di #ReaCT2021. Un ringraziamento speciale va ai due co-editori che hanno contribuito alla realizzazione e alla pubblicazione di #ReaCT2021: Chiara Sulmoni, Presidente di START InSight, e Flavia Giacobbe, Direttore responsabile di Formiche e Airpress.

Claudio Bertolotti – Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT

SCARICA IL VOLUME COMPLETO (ITA/ENG)

INDICE DEL RAPPORTO

Prefazione del co-editore Flavia Giacobbe, Direttore di Formiche – Airpress
Flavia Giacobbe

Introduzione: i terrorismi al tempo del Covid-19
Claudio Bertolotti

Numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa
Claudio Bertolott

Sessanta giorni di paura: la lezione appresa
Marco Lombardi

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo internazionale attraverso il diritto penale: problemi e prospettive
Francesco Rossi

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19
Stefano Mele

Immigrazione e terrorismo: legami e sfide
Claudio Bertolotti

La minaccia terroristica nel Regno Unito
Raffaello Pantucci

Estremismo di matrice jihadista in Europa. Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto
Chiara Sulmoni

Le strategie di contrasto alla radicalizzazione violenta: il caso studio
Alessandra Lanzetti

L’attacco di Vienna e la pista balcanica
Enrico Casini

L’esperienza del Kosovo nel rimpatrio dei foreign fighters: lessons learned
Matteo Bressan

Estrema destra ed estrema sinistra in tempi pandemici: alcune riflessioni
Barbara Lucini

L’estremismo violento di destra: il suo carattere transnazionale e i suoi rapporti di interdipendenza con l’estremismo islamista
Mattia Caniglia

QAnon: una minaccia per la democrazia
Andrea Molle

SCARICA IL VOLUME COMPLETO (ITA/ENG)


Presentazione del 2° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa #ReaCT2021: il 25 febbraio

Con il patrocinio del Ministero della Difesa

Presentazione del 2° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa #ReaCT202125 febbraio 2021  ore 17.30-18.30

 

 

Evento online trasmesso in diretta video
sul sito internet e la pagina Facebook di formiche.net

Come combattere (e prevenire) il terrorismo. Il 2° rapporto dell’Osservatorio ReaCT

Castaldo, Pagani, Perego di Cremnago e Rauti. E poi Bertolotti, Bressan e Sulmoni. Sono loro i protagonisti della presentazione dell’Osservatorio ReaCT 2021. In diretta sulla pagina di Formiche (link), giovedì 25 febbraio alle 17:30, il punto sulla minaccia terroristica e sugli strumenti per prevenirla e contrastarla.

In collaborazione con Formiche e Airpress

Per dettagli e informazioni: info@startinsight.eu

Roma-Milano-Lugano, 22 febbraio 2021

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT monitora e analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo in Europa, principalmente di matrice jihadista. Con il suo secondo Rapporto, offre al pubblico uno studio sintetico sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio quantitativo e qualitativo. Il risultato è una lettura completa e ragionata del fenomeno e del modus operandi terrorista: uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali e del più ampio pubblico.

La presentazione avviene con il patrocinio del Ministero della Difesa

Interverranno il Direttore dell’Osservatorio ReaCT Claudio Bertolotti; l’esperto e docente della SIOI Matteo Bressan (membro di ReaCT); Chiara Sulmoni, Presidente di Start InSight (membro di ReaCT). Con loro, ci saranno gli onorevoli Alberto Pagani (Pd) e Matteo Perego di Cremnago (FI), membri della Commissione Difesa della Camera, e la senatrice Isabella Rauti (FdI), della Commissione Difesa al Senato. La chiusura dei lavori sarà affidata a Fabio Massimo Castaldo, Vice-Presidente del Parlamento europeo. La diretta sarà moderata dal Direttore di Formiche e Airpress Flavia Giacobbe.

Perché un Rapporto sul terrorismo e radicalismo in Europa: a quali necessità risponde?

Il Rapporto #ReaCT2021 nasce con l’intenzione di condividere competenze e analisi che fanno capo a singoli Centri di ricerca, istituti, think tank che, a diverso titolo e con approcci differenti, guardano all’evoluzione dei fenomeni del radicalismo e del terrorismo in Europa. Il Rapporto si basa su un approccio multidisciplinare ed è il primo di questo genere a livello nazionale, volto a definire in maniera quanto più completa il tema, nell’intento di portare un contributo concreto e prospettive utili per intavolare un dialogo continuativo con chi a vari livelli si occupa della questione e delle sue problematiche pratiche. #ReaCT2021 guarda all’evoluzione del fenomeno terroristico analizzandone le manifestazioni violente -dagli attacchi, agli eventi associabili al jihadismo individuale- e presta attenzione alle nuove forme di estremismo militante che stanno emergendo in modo sempre più aggressivo, innestandosi su orientamenti ideologici pre-esistenti, come ad esempio il movimento cospirazionista QAnon con il suo avvicinamento alla destra. L’urgenza di focalizzarsi anche su queste derive è dettata dalla progressiva crescita della radicalizzazione avvenuta a livello globale nel corso della pandemia di COVID19, e con la quale saremo confrontati sul medio e lungo termine.

L’attenzione mediatica nei confronti del terrorismo si è concentrata nel periodo di massima espansione del sedicente Stato islamico (in particolare dal 2015 al 2017) e degli attentati più importanti verificatisi in Europa (Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza, Londra); tuttavia gli attacchi secondari a bassa intensità, pur avendo provocato un numero di vittime decisamente inferiore, rappresentano la maggior parte delle azioni terroristiche degli anni successivi. L’Osservatorio ReaCT tramite il database di START InSight, ha registrato e analizzato tutti gli eventi riconducibili alla violenza jihadista in Europa, dal 2004 a oggi; un lavoro di ricerca e analisi che è ora a disposizione di tutti per comprenderne la natura e l’evoluzione. È con la consapevolezza dell’utilità di questo tipo di sguardo, che la squadra di ReaCT ha rinnovato il proprio impegno e prodotto il suo secondo Rapporto, composto da 13 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione dei numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa, alla propaganda online durante l’emergenza del COVID-19; dal contrasto alla radicalizzazione attraverso il diritto penale, ai risultati di un programma di de-radicalizzazione sperimentato dal Tribunale per i minori di Trieste; dall’esperienza del Kosovo nel rimpatrio dei foreign fighters, all’estremismo di destra e i rapporti che intrattiene con quello islamista; dalla lezione appresa nei 60 giorni di paura che hanno contraddistinto l’autunno 2020, ai legami tra terrorismo e immigrazione; dal concetto della prevenzione in Europa, alla minaccia attuale nel Regno Unito; dall’attacco di Vienna agli estremismi di destra e sinistra in tempo di pandemia, alla comprensione del fenomeno QAnon.

ReaCT vuole contribuire in questo modo alla divulgazione di informazioni e studi utili affinché si possano comprendere le origini e la direzione di un fenomeno – l’estremismo – che chiama in causa ognuno di noi.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.itinfo@startinsight.eu


Il cospirazionismo: un pericolo per la sicurezza nazionale e la stabilità globale?

di Andrea Molle

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L’influenza del cospirazionismo sulla politica preoccupa per le ricadute immediate nell’ambito della sicurezza nazionale e per la futura stabilità delle relazioni internazionali. La tendenza di alcuni movimenti politici populisti a riprenderne i contenuti per convenienza elettorale e la crescente presenza di cospirazionisti nella pubblica amministrazione (civile e militare) sono una chiara minaccia per la tenuta democratica dell’occidente.

Il cospirazionismo rappresenta un problema di sicurezza nazionale per la facilità con la quale sembra aver infettato i sistemi politici occidentali, in aggiunta alla crescente minaccia costituita dal consolidamento dei suoi legami con il mondo dei movimenti neo-nazisti e la potenziale apertura di una stagione terroristica cell-style. Anche questa volta l’allarme viene dall’America, dove la penetrazione del cospirazionismo in politica è ormai data per scontata dagli analisti come elemento sempre più dominante dell’agenda politica. Ne è l’esempio lampante Marjorie Taylor Greene, classe 1974, recentemente eletta con il 74.7% delle preferenze per lo Stato della Georgia, un tempo roccaforte repubblicana ma che ha recentemente consegnato a Biden la vittoria e il controllo del Senato. Nota per avere appoggiato numerose teorie del complotto di estrema destra ed espresso varie volte opinioni razziste, antisemite e islamofobiche, oggi Green è sotto accusa per aver avallato l’ipotesi di procedere all’arresto e all’esecuzione dei vertici del partito Democratico per “alto tradimento”. Green, e come lei altri rappresentanti che attraggono il consenso dell’estrema destra, fanno parte di un vero e proprio “caucus cospirazionista” cioè una sorta di gruppo parlamentare. Quest’ultimo è diventato un attore fondamentale nella nuova realtà della competizione politica caratterizzata dalla normalizzazione di gruppi estremisti e ideologie post-fattuali, i cui rappresentanti siedono già in alcune commissioni parlamentari e occupano posizioni di rilievo in diverse agenzie governative.

Il cospirazionismo nella politica americana

Un gruppo politico, per ora informale, che annovera ancora pochi rappresentanti nel Congresso, alcuni dei quali accusati di aver facilitato gli eventi del 6 Gennaio 2021, ma il cui reale peso numerico e diffusione a livello locale, così come nell’apparato burocratico e militare del paese, è ancora largamente sconosciuto. Gli stessi vertici del Partito Repubblicano ammettono che a livello statale il complottismo, anche condito da elementi di neonazismo, è ormai endemico. È comunque difficile indicare una data precisa nella quale il cospirazionismo ha iniziato a infiltrarsi nella politica e nella pubblica amministrazione americana. Non si è certo arrivati alla situazione odierna in pochi mesi. Tuttavia, l’espansione politica del cospirazionismo è stata relativamente veloce. Se nella base elettorale si trovano da sempre persone affascinate dal cospirazionismo, e anche qualche isolato esponente politico che ne ha abbracciato alcuni elementi a titolo personale, in generale i soggetti politici istituzionali maggioritari hanno sempre preso le distanze da questo mondo. L’unica eccezione degna di nota fu un piccolo partito politico conosciuto come “American Party”. Questo movimento venne fondato a New York nel 1843 assumendo inizialmente il nome di “American Republican Party” e si diffuse poi in altri stati come “Native American Party” (laddove per nativi si intendevano esclusivamente i discendenti, bianchi, dei coloni britannici), diventando infine un partito politico nazionale nel 1855, con il nome di “American Party”, per sciogliersi solo 5 anni dopo, nel 1860. Si trattò un movimento “nativista”, oggi si direbbe sovranista, che traeva consenso dall’idea molto diffusa nel paese che l’America stesse per cadere sotto il controllo di una cabala governativa, ostile ai valori dell’America bianca e protestante, controllata dal Papa che, grazie all’immigrazione massiccia dei cattolici, voleva sostituire la popolazione “nativa” del paese. Presto il partito venne conosciuto dal pubblico come know nothing (non so nulla) a causa della sua struttura organizzativa semisegreta e dal fatto che, quando a un membro fosse stato chiesto delle sue attività, avrebbe dovuto rispondere con un lapidario “io non so nulla”.

Alt-right  tra USA ed Europa

Il fatto però che un movimento politico importante come il Partito Repubblicano americano sia stato infiltrato dal cospirazionismo, al punto da annoverare tra i suoi esponenti di punta personaggi vicini a queste teorie, è invece una novità molto inquietante. Questo fenomeno, la cui dimensione è internazionale, deve gran parte della sua trazione alla nascita del movimento trasnazionale Alt-right, preceduto da fenomeni mediatici come InfoWars, lanciato nel 1999 da Alex Jones, e si colloca approssimativamente nel 2009, a partire cioè dalla nascita del Tea Party a seguito dell’ultima Grande Recessione (2007/08). Tuttavia, è con le elezioni presidenziali del 2016 che il cospirazionismo inizia ad assume un ruolo di primo piano nella vita sociale e politica americana e mondiale arrivando a un punto che oggi è forse di non ritorno. Così come avvenuto nell’America di Trump, anche alcuni leader politici e capi di stato e di governo europei espressione di movimenti estremisti di destra hanno approfittato del boost elettorale dato dallo sdoganamento del cospirazionismo. Questi non sembrano aver infatti esitato, nè tantomento esitano oggi, ad attingere ai temi cospirazionisti facendo leva sull’irrazionalità più estrema e le paure della popolazione. Politicamente utile ed estremamente fruttuosa dal punto di vista elettorale, l’elevata utilità marginale del cospirazionismo sta velocemente avvicinando le posizioni politiche della destra sovranista a quelle dei movimenti estremisti, aprendo loro la strada verso posizioni di potere all’interno del sistema partitico continentale. Potenzialmente ciò potrà portare alcune figure cospirazioniste a ricoprire cariche istituzionali, sia a livello nazionale che dell’Unione Europea, in modo non dissimile da quanto accaduto in poco più di venti anni con Marjorie Taylor Greene e con i tanti sconosciuti burocrati che hanno un peso rilevante nell’influenzare decisioni politiche e militari di interesse nazionale così come per la stabilità delle relazioni internazionali. Il rischio di assistere a un aumento del policy making basato su premesse non fattuali è oggi estremamente elevato, ma è anche presente un pericolo di connivenza con potenze ostili ovviamente interessate a destabilizzare i governi occidentali, che può tradursi in attività di sabotaggio o vere e proprie operazioni false flag per indirizzare l’azione di governo.

Conclusioni

Sfortunatamente non conosciamo ancora l’entità di questa inflitrazione, nè tantomeno quella del danno fatto fino a oggi, ma è comunque necessario interrogarsi approfonditamente sul da farsi per correre ai ripari nel modo più efficace, magari avviando indagini a tutti i livelli dell’apparato amministrativo ovvero riforme normative che tutelino l’indipendenza della politica dal cospirazionismo, e nel più breve tempo possibile.

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Chaos a Capitol Hill: cosa è mancato

di Luca Tenzi, Security and Resilience Strategist e Andrea Molle, START InSight

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La storia ci insegna che l’assalto coordinato al Campidoglio, avvenuto mercoledì 6 Gennaio 2021 a Washington DC, è stato tutto fuorché imprevedibile. Nonostante si tratti di eventi poco conosciuti al pubblico, il Campidoglio è stato in passato l’obiettivo di diversi attacchi. Nel 1954, ad esempio, un gruppo di separatisti provenienti dallo Stato libero associato, cioè un territorio non incorporato degli Stati Uniti, aprirono il fuoco all’interno dell’edificio, ferendo cinque membri del Congresso. Nel 1998, invece, un singolo individuo armato riuscì a superare tutti i controlli di sicurezza del Campidoglio uccidendo due poliziotti prima di essere fermato. Infine, il Campidoglio fu probabilmente il quarto obiettivo, fortunatamente non raggiunto, dei dirottatori del 9/11 2001. Da allora, la possibilità di un attentato terroristico all’edificio è stata presa seriamente in considerazione. O almeno avrebbe dovuto esserlo.

Nella sottovalutazione della minaccia, ha sicuramente inciso il fatto che nella storia americana recente non si erano mai avute delle dimostrazioni di tale violenza dirette verso un luogo governativo. Neppure durante manifestazioni di protesta, vere e proprie rivolte, contro la guerra del Vietnam i dimostranti presero d’assalto i luoghi simbolo dello Stato, men che meno il Campidoglio. Infine, nemmeno le più recenti dimostrazioni organizzate del movimento Black Lives Matter, pur arrivando fino alla soglia dei palazzi del potere americano, avevano mai infranto la sottile linea di demarcazione tra la disubbidienza civile e l’atto di sovversione nei confronti di un governo legittimo e democraticamente eletto.

Tuttavia, tutto faceva presagire che non sarebbe stata una manifestazione come le altre. Nei giorni precedenti al 6 gennaio, si erano registrati molti segnali che avrebbero dovuto allarmare la comunità dell’intelligence americana. Fonti di open-source intelligence avevano lanciato l’allarme che i sostenitori di Donald Trump stavano condividendo, sui social media, piani per la giornata e, tra le discussioni monitorate, vi erano thread sospetti, tra i quali, ad esempio, una discussione sui modi per introdurre illegalmente armi nella Capitale federale. In casi come questo, non solo di semplici manifestazioni di protesta ma con la concreta possibilità di episodi violenti, le agenzie locali e federali, in totale circa una dozzina, avrebbero dovuto prestare molta attenzione alla pianificazione e al coordinamento delle operazioni. La raccolta di informazioni e la pianificazione delle misure di sicurezza preventiva avviene, di norma, sotto la guida dell’FBI o dell’NSA (National Security Agency), ma non è chiaro quanto di tutto ciò sia avvenuto nel caso del 6 Gennaio.

Va sottolineato che la capitale Americana, Washington DC, vive di vita propria relativamente alle forze di sicurezza, con una moltitudine di agenzie locali, statali e federali che si occupano della protezione dei simboli e dei rappresentati del governo. Come da protocollo, la sicurezza è stata inizialmente gestita dalla sola Capitol Police, una forza di polizia di circa 2.000 membri sotto il controllo diretto del Congresso e dedicata unicamente alla protezione del Campidoglio. Il Capo della Capitol Police, che viste le forti pressioni politiche si è dimesso con decorrenza dal 16 Gennaio, ha dichiarato di aver presentato la richiesta di rinforzi ben due giorni prima della rivolta, avendo ricevuto e esaminato l’intelligence che indicava che la manifestazione sarebbe stata più grande e potenzialmente più violenta di quanto previsto. Per ragioni che ancora oggi rimangono poco chiare, gli altri elementi del vasto apparato di sicurezza del governo federale degli Stati Uniti hanno ignorato la richiesta e non sono intervenuti per tempo.

Il periodo di transizione tra il governo uscente e la nuova amministrazione ha influenzato il processo decisionale. Il fatto che posizioni chiave, occupate ad interim da dirigenti prossimi a lasciare, ha sicuramente rallentato o addirittura indebolito la forza delle decisioni operative e tattiche. Ciò emerge anche dall’analisi delle tempistiche decisionali. La timeline degli eventi sembra prendere sempre più forma lasciando intendere che gli errori siano stati molti. Un funzionario della Difesa ha ad esempio dichiarato che il sindaco di Washington, Muriel Bowser, ha richiesto l’invio della Guardia Nazionale intorno alle ore 14:00 e cioè circa 45 minuti dopo che gli assalitori avevano superato la prima barricata del perimento esterno di sicurezza dell’edificio. Non è chiaro perché il sindaco lo dovesse fare, e non piuttosto il Capo della polizia del Campidoglio Steven Sund, a riprova del fatto che le linee gerarchiche, molto particolari, della capitale hanno sicuramente aggravato la confusione. Il segretario alla Difesa ad interim, Chris Miller, ha poi attivato la Guardia Nazionale, ma solo circa 30 minuti dopo la richiesta ricevuta dal sindaco e alla quale si sono anche aggiunti reparti tattici (SWAT) di polizia provenienti dagli Stati confinanti. A quel punto, purtroppo il Campidoglio era ormai indifendibile. Nonostante la presenza di un sottile perimetro di sicurezza esterna, non era stato previsto, apparentemente, nessuno perimetro di sicurezza all’interno dell’edificio, eccezione fatta per lo schieramento di alcuni agenti a difesa dei luoghi più importanti. Nessun corridoio era stato bloccato e una volta raggiunto l’interno, gli assalitori hanno potuto girare liberamente nell’edificio, inseguiti dalla polizia ormai in preda alla confusione.

Durante la fase interna dell’assalto, nella Rotunda, l’iconica sala circolare situata sotto la cupola del Campidoglio, sono state distribuite maschere antigas. È noto che la polizia abbia anche usato spray al peperoncino e gas lacrimogeni per rallentare il movimento dei manifestanti, trovandosi chiaramente in inferiorità numerica. Allo stesso tempo, il servizio segreto procedeva all’evacuazione del vicepresidente Mike Pence e, questa volta la polizia, dei diversi membri del Congresso tra cui la Speaker Nancy Pelosi. Le forze di sicurezza hanno anche cercato di barricare le porte con espedienti di fortuna, usando ad esempio i mobili degli uffici e dell’aula parlamentare. Una credenza, ad esempio, è stata spinta davanti alle porte dell’aula, mentre i parlamentari si nascondevano sotto le scrivanie in attesa di essere estratti.

A vent’anni dal 9/11, si stima che il budget annuale del dipartimento della sicurezza del Campidoglio sia triplicato e si assesti sui $450 milioni. Ma allora cosa non ha funzionato nella difesa del Campidoglio? Tra le cose importanti da sottolineare, la prima è l’impreparazione della Capitol Police nel gestire una situazione di vera e propria guerriglia nel Campidoglio che si sovrappone a una debolezza strutturale dell’edificio. Si tratta di una lacuna fondamentalmente addestrativa, ma che non lascia molto spazio a soluzioni alternative. Gli agenti sono infatti principalmente addestrati allo scopo di tenere eventuali manifestanti lontani dai gradini esterni del Campidoglio e proteggere il complesso alla stregua di una cittadella. L’obiettivo di difendere i gradini è giustificato dal fatto che il complesso del Campidoglio, risalente al 19° secolo, è caratterizzato dalla presenza di molte porte e finestre. È difficile pertanto pensare che una forza di polizia, sebbene numerosa, possa difenderle tutte contemporaneamente. Una volta conquistati i gradini, come purtroppo prevedibile, gli assalitori hanno avuto gioco facile per trovare una via di ingresso nell’edificio. La seconda debolezza, questa volta operativa, è che la Capitol Police dispone di piani di contingenza unicamente per quelle che vengono definite, legalmente, come “attività previste del Primo Emendamento” e cioè attività di protesta, anche moderatamente violenta, ma che non si configurano come un attacco di stampo terroristico o come un’operazione di guerriglia.

Le dimostrazioni di protesta e gli atti di disubbidienza civile dei sostenitori repubblicani erano state certamente ipotizzate, e in un certo senso date per scontate per la dialettica confrontazionale impostata dal Presidente uscente, ma la violenza che si è risolta in un vero e proprio assalto ha sorpreso tutti gli esperti sia nazionali che stranieri. Tale veemenza fisica e dialettica, ha scioccato il mondo proprio per la facilità con cui è stato violato un luogo che veniva reputato tra i più sicuri in assoluto e che invece ha dimostrato una imperdonabile debolezza.

Nonostante la presunta esistenza di molteplici meccanismi di contingenza, la sicurezza è stata evidentemente mal progettata, insufficiente, e affidata a una forza di polizia inadeguata al compito. La risposta è apparsa del tutto improvvisata al punto che i direttori dei Dipartimenti di Giustizia, Difesa, e Homeland Security hanno avviato un rigoroso procedimento di inchiesta relativo alle mancanze delle proprie agenzie durante l’assalto.

Sorvolando sulla dinamica del movimento di folla, se coordinato o meno, e lasciando per un momento da parte un’analisi più precisa della gestione da parte delle forze dell’ordine preposte all’intelligence e alla gestione dei facinorosi, ciò che stupisce è la fragilità delle difese fisiche dell’immobile. Anche le risorse umane, cosi come il materiale individuale e di gruppo a disposizione delle forze preposte alla difesa fa ben capire che lo scenario che si è realizzato davanti gli occhi, e le telecamere dei media e dei social media, non era mai stato veramente preso in considerazione.

Per misure fisiche si intendono sia gli elementi di tipo architettonico a difesa della struttura che i sistemi meccanici o manuali che avrebbero dovuto impedire, ritardare o anche solo limitare l’accesso all’edificio da parte del gruppo più violento dei manifestanti. Misure che nel mondo degli esperti della security e protezione di luoghi sensibili vengo riassunte nel paradigma delle 5D (deter, detect, deny, delay, defend), modello che è ormai considerato best practice da tutte le agenzie di sicurezza sia pubblica che privata. La loro mancanza lascia molto perplessi, proprio perché negli Stati Uniti, più che altrove, le misure di sicurezza relative alla protezione dei luoghi simbolo del governo sono notevolmente aumentate dopo gli eventi del 9/11. Nel “dopo 9/11”, tutti gli obiettivi sensibili, sia su suolo americano che all’estero come le sedi diplomatiche, hanno subito un completo restyling di sicurezza anche grazie all’incremento esponenziale dei budget dedicati. Le ambasciate Americane nel mondo vengo oggi prese ad esempio proprio per le loro misure di sicurezza, teutoniche e draconiane. Misure architettoniche, restyling urbanistico, nuove soluzioni tecniche, e presenza costante di personale armato sono oggi diventati la norma. L’uso dei concetti di prevenzione del crimine attraverso la progettazione ambientale (Crime prevention through environmental design, CPTED) sono tra gli elementi chiave della rivoluzione stilistica della sicurezza, che vede la sua apoteosi nella sede diplomatica americana a Londra. Qui l’approccio multi-disciplinare per sviluppare un deterrente al comportamento criminale è stato portato quasi al parossismo trasformando l’Ambasciata in una fortezza quasi inespugnabile.

Lo stesso non si può invece dire per molti dei luoghi chiave della politica americana nella capitale federale. Il Campidoglio rimane, come tanti altri luoghi governativi, parzialmente aperto al pubblico e questo lo rende un soft target. I visitatori, durante le visite guidate ma anche durante incontri con i propri rappresentanti governativi, possono tranquillamente osservare e raccogliere informazioni e muoversi quasi liberamente all’interno dell’edificio. Dove non arrivano le visite dirette lo fa internet con siti specialistici che pubblicano mappe estremamente dettagliate del Campidoglio. Mappe che vengono anche aggiornate ogni qualvolta si fanno delle modifiche o vi sono delle ristrutturazioni. Dopo i fatti del 6 Gennaio, persino le misure di sicurezza e gli spostamenti del Vice Presidente sono stati studiati, analizzati e mostrati dai mass media.

Un primo elemento di debolezza è che, pur avendo in passato stabilito una prima linea di difesa in occasione delle manifestazioni del movimento Black Lives Matter, sembra che in questo caso non si sia pensato di fare lo stesso utilizzando barriere antisfondamento e anti-scavalcamento. Di fatto le barriere usate il 6 Gennaio erano di tipo classico, come quelle usate solitamente per direzionare le folle, come nel caso del pubblico di un concerto, e non certo le barriere viste a difesa del Campidoglio e della Casa Bianca successivamente alle proteste collegate alla morte di George Floyd. In quell’occasione la reazione dell’apparato di sicurezza fu probabilmente anche esagerata. Va ricordato che allora il presidente Trump fece costruire una cancellata molto alta a protezione della Casa Bianca e anche che durante le proteste vi fu una famosa photo ops dove si vedevano i manifestanti rimossi manu militari dalla Guardia Nazionale. Paradossalmente, la cosa fu accolta con orrore da molti osservatori perché, a loro dire, la Casa Bianca deve rimanere un simbolo accessibile al popolo che ha diritto costituzionalmente a manifestare in protesta.

Un secondo aspetto che ci sorprende è la presenza di alcuni punti d’ingresso mal protetti e facilmente accessibili. Parliamo, ad esempio, di come le finestre ai piani inferiori non fossero protette né anti-sfondamento. Dalle immagini diffuse abbiamo potuto osservare come solo un limitato numero di vetri sulle porte principali lo fossero, e altre siano state sfondate con dei semplici oggetti disponibili sul campo, es. sedie o sbarre di metallo. Questo ha facilitato l’accesso di alcuni elementi sovversivi che hanno poi permesso di dare indicazioni e sicuramente liberare porte che fossero state chiuse dall’interno. Le porte interne, per esempio, non erano anti-sfondamento, né i vetri erano balistici. L’immagine degli agenti a difesa della sala del senato con le armi in pugno, con quello che sembra essere un armadio a difesa della porta, ce lo conferma. Così come anche la morte della manifestante a causa di un colpo sparato attraverso una porta finestra da parte di un agente di polizia. Da mesi inoltre il Campidoglio è parzialmente ricoperto da impalcature per lavori di conservazione delle facciate. Impalcature mal protette che hanno fatto da torre temporanea d’assalto, facilitando l’accesso ai piani superiori fino al tetto e fornendo armi improprie agli aggressori. Impalcatura e cantiere che non erano protetti o difesi e, sembra, di facile accesso.

In conclusione, se la democrazia ha dimostrato grandi capacità di tenuta, la sicurezza ha fallito e in modo spettacolare. L’inadeguatezza dimostrata dalla mancanza di pianificazione operativa e fisica, oltre che dalla presenza di problemi sistemici nella catena di comando dell’apparato di sicurezza di Capitol Hill non può che far riflettere sul fatto che gli Stati Uniti sono sostanzialmente impreparati ad affrontare una minaccia eversiva interna ad opera di individui appartenenti alla maggioranza della popolazione – cioè rappresentata da cittadini americani di classe medio-bassa e di razza caucasica.

Questo non solo a causa dei ritardi nella comunità dell’intelligence nell’adeguare la propria percezione del rischio a un target che non sia lo stereotipo del jihadista straniero, di origine medio-orientale, ma anche e forse soprattutto per la presenza di un vizio ab originem racchiuso nella stessa Costituzione del paese. Il primo e il secondo emendamento garantiscono rispettivamente infatti, ai cittadini ed ai residenti permanenti, il diritto ad esprimere anche in modo aggressivo la propria opinione e di possedere armi da fuoco, organizzandosi nella forma di milizie per rispondere alle minacce esterne e interne comprese, nell’immaginario collettivo, quelle provenienti da un governo considerato dittatoriale. Questa miscela infiammabile ha contribuito a causare i fatti del 6 Gennaio e contribuisce anche oggi a fare di obiettivi high profile, come il Campidoglio ma anche la stessa Casa Bianca, dei soft target.

Come vi è stato un prima e dopo 9/11, vi sarà un prima e dopo 1/6. Laddove i diritti costituzionali sanciti dal primo e secondo emendamento non potranno probabilmente essere modificati, possiamo ipotizzare e auspicare che i movimenti nazionalisti e le milizie diventeranno osservati speciali. Avremo inoltre discussioni, anche animate, su quali possono e dovranno essere le misure di sicurezza per gli edifici governativi aperti al pubblico, in primis proprio il Campidoglio. Discussioni che a ben vedere sono già iniziate nei giorni seguenti all’assalto, quando la Speaker Democratica Nancy Pelosi ha ordinato, non senza proteste e defezioni, che Capitol Police introducesse dei controlli simili a quelli aereoportuali anche per l’accesso di parlamentari e senatori al Congresso.

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Anche senza Trump, il cospirazionismo di QAnon può diventare la nuova minaccia globale

di Andrea Molle

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I movimenti cospirazionisti rappresentano oggi un’emergenza sempre più paragonabile al terrorismo di matrice religiosa. Se in passato la preoccupazione degli addetti ai lavori era per il pericolo di diffusione di fake news (Altay et al., 2019), compresi gli effetti perversi sulle elezioni (Allcott e Gentzkow, 2017), oggi l’attenzione degli esperti è monopolizzata dal rischio sicurezza (Amarasingam e Argentino, 2020; Rottweiler e Gill, 2020; Schabes, 2020) e dalle voci insistenti che suggeriscono una penetrazione attiva del cospirazionismo nelle forze armate e nelle forze dell’ordine. Se la presunta infiltrazione fosse realmente pervasiva, alcuni osservatori temono per la futura tenuta delle società democratiche. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, tra questi movimenti in costante evoluzione spiacca quello di QAnon. Su queste stesse pagine abbiamo già messo in luce come QAnon agisce e quanto si è diffuso a partire dalla sua nascita nel 2016. Tuttavia, riteniamo che sia necessario approfondire alcuni concetti fondamentali per comprenderne meglio la natura.

Un movimento cospirazionista che è anche una setta religiosa

In primo luogo, va sottolineato come il fascino esercitato dal cospirazionismo e in particolare da QAnon su certi individui, e settori della società, possa essere direttamente paragonabile a quello di matrice politico-religiosa tipica della minaccia jihadista (Basit, 2020; Day e Kleinmann, 2017). L’impianto teorico di QAnon è infatti strutturato, ad arte, come una teologia sui generis e diventa per i suoi seguaci una vera e propria lente attraverso la quale interpretare la realtà proprio come accade nel caso della religione. Predomina inoltre un secondo elemento, tipico delle sette più violente (Juergensmeyer, 2018), e cioè una componente escatologica, apocalittica, che possiamo riassumere nell’idea per la quale il mondo starebbe vivendo le fasi finali di una guerra santa cosmica tra il bene e il male, rappresentati rispettivamente dai “QAnonisti” e dal deep state. Non sorprende che, secondo il movimento cospirazionista, la battaglia sarà vinta dalle “forze della luce”, il bene, ed è invece interessante notare l’assenza di un’idea definita di ciò che le seguirà. Ma ciò non desta che un interesse marginale tra i seguaci di Q, per i quali l’accento è piuttosto sul concetto di battaglia cosmica in sè che sulle sue conseguenze, a riprova di quanto sia forte la dimensione settaria di QAnon. Nemmeno il fallimento della profezia, in questo caso a seguito della sconfitta elettorare di Trump, può considerato come l’inizio della fine di QAnon. L’analisi di numerosi movimenti religiosi settari, o gruppi terroristici millenaristi, che hanno affrontano uno o più casi di “fallimento profetico” suggerisce infatti come esistanto meccanismi di salvaguardia, di razionalizzazione, che si attivano al fine di contenere il danno e fanno sì che i membri del gruppo si impegnino in atti di riaffermazione, spesso di natura ritualistica e in certi comportanto una escalation violenta (Cameron, 1999), per riaffermare la propria ideologia e permettere al gruppo di continuare a esistere (Dawson, 1999).

Un terzo e ultimo aspetto, da tenere sempre presente quando si affronta il tema del cospirazionismo assimilandolo alle esperienze religiose e in particolare a quelle violente, è la sua deriva totalizzante (Dawson, 2007). La presa del movimento sulle persone che lo abbracciano è così forte che finisce per renderle psicologicamente dipendenti, facendo anche sì che la loro capacità critica si indebolisca gradualmente fino a perdere cognizione della differenza tra realtà e fantasia (Lawton, 2020; Straus, 1986). In psicologia sociale questo effetto è noto come apofenia (Fyfe et al., 2008; Leman e Cinnirella, 2007), cioè il riconoscimento di patterns o connessioni logiche in dati casuali o addirittura privi di senso. Nel caso di QAnon si tratta di una forma eterodiretta di apofenia, resa possibile dalle modalità, pseudo-interattive, che il movimento usa per diffondersi (Papasavva, 2020).

Come avviene nel caso delle sette religiose, i nuovi affiliati a QAnon si inseriscono (o vengono appositamente inseriti) in una bolla sociale fatta di persone con opinioni sostanzialmente omogenee, creando così quella dinamica che in sociologia è definita come “incapsulamento sociale” (Greil e Rudy, 1984), ovvero l’isolamento del soggetto da influenze esterne che ne potrebbero compromettere la radicalizzazione. Pertanto, l’appartenenza al gruppo e la socializzazione alle teorie di QAnon diviene, progressivamente, un’esperienza altamente gratificante. L’aspetto totalizzante di questo processo rende inoltre molto difficile e pericoloso uscirne, tanto da richiedere agli aspiranti apostati un percorso di vera e propria disintossicazione. Negli Stati Uniti, per esempio, si stanno moltiplicando i casi di persone che si sono dedicate anima e corpo alla causa di QAnon fino a perdere il lavoro, ad alienarsi dagli amici o dalla famiglia, perdendosi completamente nella realtà alternativa del cospirazionismo. Ciò ha portato col tempo anche alla creazione di gruppi di ex-membri, come r/QAnonCasualties, che offrono supporto a chi vuole uscirne e che si battono per contrastare la diffusione di QAnon così come è avvenuto, e avviene, per altre sette religiose (Durocher, 1999).

Sembra un gioco, ma non lo è

Se l’intensità dell’incapsulamento sociale è paragonabile a quello di una setta, o addirittura di un’organizzazione terroristica religiosa, il tipo di controllo cognitivo – e cioè il livello di ortodossia richiesto agli aderenti –  è qualitativemanete differente. Diversamente da altri gruppi cospirazionisti, o apertamente terroristi più tradizionali, nei quali il paradigma teorico è estremamente rigido e si richiede di esercitare un controllo cognitivo più stringente sui nuovi membri (Levy, 2007; Harambam e Aupers, 2015), QAnon ha invece adottato una strategia differente (Zuckerman, 2019) sapendo sfruttare magistralmente i meccanismi di “ludicizzazione” e “customizzazione” tipici di alcuni videogiochi ARG (Alternate Reality Games) open world. Ciò ne ha consentito l’espansione su internet all’interno di bolle comunicative fluide e interattive, facilmente adattabili alle esigenze individuali dei suoi membri che si sentono dunque liberi di esplorare ciò che più gli aggrada, ma sostanzialmente impermeabili a confutazioni esterne. Se la diffusione di QAnon avviene principalmente grazie ai social network (Al-Rawi, 2020; Beach et al., 2012), ciò non vuol dire che il movimento non abbia avuto gravi ricadute nella vita reale, contribuendo anche a ispirare azioni violente, che ne hanno irrimediabilmente aumentato il fascino, proprio come avviene nel caso dei gruppi LARP (live action role-playing game). Per questo, in genere, QAnon ha successo con le persone che vedono nella rete internet il mezzo principale per l’acquisizione di informazioni e interazione sociale, ma che conducono uno stile di vita sostanzialmente estroverso e comunitario.

È necessario tuttavia precisare che se è vero che, come suggerito nella letteratura specialistica (Uscinski, 2018; Uscinski, 2013), caratteristiche sociali quali una minore cultura, una tendenza al pensiero irrazionale, visioni politiche estremiste di destra, l’estremismo religioso cristiano, la giovane età o l’instabilità economica rendono le persone mediamente più attratte da QAnon, nessuno di questi tratti permette di definire un profilo ideale di reclutamento. Come avvenne negli anni ’80 in occasione del cosiddetto “Panico Satanico” (Victor, 1994), QAnon ha infatti presa anche su persone estremamente razionali, di ottima cultura e include anche progressisti e militanti di sinistra oltre che aderenti a varie religioni e anche atei. Ciò avviene, ricordiamo, perché QAnon permette di avvicinarvisi percorrendo strade diverse nelle quali ci si può trovare a partecipare in varie modalità, privilegiando alcuni aspetti o teorie e tralasciandone altre, a seconda di come si decide di avvicinarsi alla codifica degli “indizi” e alla risoluzione dei “puzzle” proposti da Q (Chandler, 2020). Allo stesso modo si può essere coinvolti nel movimento in modo pacifico, come semplici diffusori di informazioni, come “ricercatori” oppure, nei casi più gravi, come “miliziani” e finire per farsi coinvolgere in atti criminali e violenti. Va aggiunto, tuttavia, che una volta che si partecipa attivamente al “gioco”, gli effetti socio-psicologici, che sono ben documentati in letteratura (McAdam, 1986), dell’attività di gruppo prendono il sopravvento e si passa, a livello individuale, a una maggiore conformità alle aspettative del gruppo e, a livello collettivo, a una maggiore tolleranza nei confronti di azioni rischiose e addirittura di tipo terroristico.

Il cospirazionismo non è pertanto un fenomeno che riguarda esclusivamente alcuni settori demografici (Miller e Saunders, 2016). Guardano al caso americano, ad esempio, si è visto come tra i partecipanti all’assalto al Campidoglio, avvenuto il 6 Gennaio 2021, figurassero disoccupati quanto affermati professionisti, donne e uomini, giovani e anziani e anche come, paradossalmente, ebrei sionisti ortodossi e cristiani evangelici neonazisti non abbiano esitato ad unirsi in protesta. I fatti di Washington hanno dimostrato senza ombra di dubbio la pericolosità di QAnon come fenomeno collettivo, ma è almeno dal 2019 che l’FBI e diverse agenzie internazionali di intelligence ne seguono le attività, spesso criminali. In aggiunta agli attacchi perpretati e alla loro sporadica attività criminale, i seguaci americani di QAnon mostrano indiscriminatamente un allarmante e crescente livello di iper-aggressività, anche nel corso di normali interazioni con persone che non la pensano come loro ma che non sono considerati dei nemici (de Zeeuw, 2020).

Possibili conseguenze per il sistema politico europeo

In Europa, l’unico esempio simile a quanto sta avvenendo in America è la strage di Hanau in Germania (Baele et al., 2020a; Ibidem, 2020b), dove il 19 febbraio 2020 un estremista di estrema destra vicino a diverse teorie cospirazioniste, tra le quali QAnon, ha ucciso 10 persone e ne ha ferite altre 5 in un attacco suicida. Non è ancora chiaro invece il coinvolgimento dei suoi seguaci in attività criminali o terroristiche sul modello di quanto registrato dall’FBI. Ciò dipende certamente da diversi fattori culturali e legali oltre che, ovviamente, dall’accesso limitato ad armamenti personali, ma anche dall’assenza di una massa critica di individui tali da consentire a QAnon di compiere il “salto di qualità”. Con meno di un terzo di affiliati rispetto all’America, la diffusione di QAnon nel continente europeo è infatti ancora abbastanza marginale. Anche se numericamente circoscritti, i gruppi e i singoli account che fanno capo a QAnon sono però ormai ben radicati sui maggiori social media e nella vita politica del continente. Ad esempio, l’analisi della presenza online di QAnon nel 2020 mostra che la sua attività in Italia è una frazione paragonata a quella americana e quantitativamente anche più modesta rispetto ad altri paesi europei quali Germania e Regno Unito, dove comunque il movimento non supera i 200.000 seguaci. Pur non esistendo ancora analisi sistematiche, si contano circa 30.000 seguaci stabili di QAnon anche nella penisola, ma si tratta purtroppo di un fenomeno in crescita, anche grazie anche alla pandemia di COVID-19, e sempre più aggressivo.

Anche rispetto ai contenuti diffusi il QAnon europeo non è ha ancora raggiunto la complessità dimostrata negli Stati Uniti. Per adesso la bolla Europea di QAnon si occupa sostanzialmente di tre temi: le elezioni presidenziali americane, la pandemia di COVID-19 e la lotta contro l’Unione Europea, in tutti i casi considerandoli aspetti dello stesso complotto internazionale ordito dalla cabala satanico-pedofila del deep state. L’uso politico di QAnon è comunque molto preoccupante. Negli USA, dove ormai QAnon opera di concerto con altri gruppi del suprematismo bianco come Boogalo Bois, Oath Keepers, Guardians of the Republic, 3%rs, Krakens e Proud Boys, la penetrazione del cospirazionismo in politica è purtroppo oramai data per scontata. Il cosiddetto “caucus cospirazionista” è oggi un elemento fondamentale di quello che possiamo chiamare il Trumpverse, e cioè una nuova realtà della politica caratterizzata dalla normalizzazione di gruppi ideologicamente estremisti e dall’assenza di riferimenti logici e fattuali (Partin e Marwick, 2020). Non dimentichiamo che, con l’appoggio esplicito ricevuto in passato da Donald Trump, QAnon è riuscito a far eleggere due suoi rappresentanti nel Congresso americano e molti più occupano posizioni chiave a livello locale (Margulies, 2020).

Nonostante esistanto diversi studi in proposito, è invece difficile indicare una data precisa nella quale QAnon, e in generale il cospirazionismo militante, ha iniziato a penetrare nella società (Plenta, 2020; Juhász e Szicherle, 2017) e soprattutto nell’agenda politica dei paesi europei. Il primo passo è stato quasi certamente l’uso politico inconsapevole di alcuni temi cari al cospirazionismo, come ad esempio le scie chimiche, i vaccini, i microchip sottocutanei, e la finanza internazionale. Tuttavia, se nella base elettoriale di quasi tutti i partiti troviamo ormai persone vicine al cospirazionismo e qualche sporadico esponente che ne abbraccia alcuni elementi a titolo personale, in generale i soggetti politici istituzionali europei hanno più volte preso ufficialmente le distanze da questo mondo. Per il momento dunque nessun movimento politico sembra essere infiltrato da QAnon come è invece avvenuto in USA, anche se isolati capi di governo dichiaratamente populisti come ad esempio Orban, il premier ungherese, sembrano propendere per un avvicinamento al cospirazionismo in chiave internazionale (Antonio, 2019).

L’interesse per il populismo e i movimenti sovranisti

È comunque evidente nell’analisi della presenza mediatica dei seguaci di QAnon un crescente interesse del movimento verso gli estremismi politici e in particolare verso la destra sovranista. Si tratta di un trend che desta serie preoccupazioni tra gli analisti (Bodner et al., 2020; Bergmann, 2018; Castanho Silva, 2017; Oliver e Rahn, 2016). Tra la posizioni politiche che hanno suscitato più interesse troviamo, in primo luogo, la vicinanza, se non il vero e proprio “tifo”, a Donald Trump espresse più volte da diversi partiti sovranisti. A questo si è aggiunge la posizione di netta di avversità all’Unione Europea e, infine, le varie posizioni negazioniste espresse relativamente all pandemia di coronavirus e il giudizio negativo sui provvedimenti di contenimento intrapresi dai governi in carica e riscritte in chiave di una presunta “dittatura sanitaria” globale. Infine, il vero e proprio cedere a tentazioni cospirazioniste, come ad esempio alla narrazione del cosiddetto Piano Kalergi o l’aperta ostilità nei confronti del finanziere internazionale di origine ebraica Soros, considerato nel mondo cospirazionista come una figura demoniaca. Così come avvenuto in un primo momento nell’America di Trump, anche i leader politici europei dei movimenti estremisti non sembrano esitare ad attingere a questi temi facendo leva sull’irrazionalità più estrema, in quanto politicamente utile ed estremamente fruttuosa dal punto di vista elettorale. L’elevata utilità marginale del cospirazionismo sta finendo per avvicinarne le posizioni politiche a quelle di QAnon, non solo attirandone l’attenzione dal punto di vista elettorale, ma aprendo la strada ai suoi membri per conquistare posizioni di potere all’interno del sistema partitico continentale in modo non dissimile da quanto accaduto nel caso del Partito Repubblicano Americano.

Dal canto suo la comunità americana dei followers di Q ha dimostrato un forte interesse per una penetrazione più attiva nella società europea, come recentemente segnalato con l’aumento del coinvolgimento dell’Europa nella propria narrazione cospirazionista. L’ultima presunta novità sulla millantata frode elettorale, e cioè il coinvolgimento diretto dell’Italia, ne è un esempio palese. Da qualche settimana circola infatti la voce che il software usato per truccare le elezioni sarebbe opera di aziende italiane, realizzato dietro richiesta diretta, tramite la CIA e l’Ambasciata Americana a Roma, di Barack Obama al ex-premier Matteo Renzi. Oggi si legge, nelle parole di uno dei più fedeli sostenitori di Trump, l’imprenditore Mike Lindell, che a tirare le fila dell’operazione ci sarebbe addirittura il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, segnalando convinzione di una sostanziale continuità di appoggio della politica italiana al progetto del deep state. Non sappiamo se questa teoria abbia avuto origine in Italia o in America, ma come sempre va notato che QAnon mescola fatti reali, come l’arresto di un dipendente di Leonardo per presunta compravendita di informazioni riservate, con supposizioni e fantasie vere e proprie.

Conclusioni

In conclusione, QAnon rappresenta un pericolo crescente per l’Europa. I seguaci di Q non sono pericolosi solo a causa del loro progetto eversivo, ma soprattutto lo sono per la facilità con cui si moltiplicano, radicalizzano, e per le modalità totalizzanti e potenzialmente violente con cui perseguono i loro obiettivi. Rifiutando la fattualità distruggono ogni terreno comune di discussione erodendo la base stessa del confronto razionale, rendendo estremamente difficile attuare politiche di mitigazione e anti-radicalizzazione. Inoltre, essendo sostanzialmente zeloti privi di dubbi, perché tutto diventa giustificabile grazie alla cripticità dei messaggi di Q, dimostrano uno spiccato livello di coesione e perseguimento degli obbiettivi preposti paragonabile a quello di movimenti terroristici di matrice religiosa. Infine, potenzialmente, non sembrano porsi limiti nella lotta, anche violenta, verso coloro che percepiscono come avversari all’interno della cornice di una battaglia tra bene e male. In virtù di queste sue caratteristiche è dunque necessario trattare QAnon come un movimento terrorista di matrice religiosa radicale che è sempre più chiaramente una minaccia per la democrazia.

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