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Le carceri sono chiuse, ma il Coronavirus ha le chiavi. Radio 24

Le carceri di tutto il mondo sono chiuse ma il Coronavirus ha le chiavi: un problema di sicurezza, stabilità sociale, capacità di gestione dell’emergenza.

Di questo hanno parlato gli ospiti della trasmissione radiofonica Nessun Luogo è lontano, su Radio 24 – Il Sole 24 ore, intervistati da Giampaolo Musumeci.

Vi proponiamo lo stralcio dell’intervento di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, focalizzato sugli effetti del virus in Afghanistan.

Le prigioni, o meglio i detenuti, sono la chiave della recente politica afgana, con lo scambio di prigionieri taliban, precondizione per dialogo e pace. Come impatta il Covid-19?

Una situazione particolarmente grave che potrebbe avere un duplice effetto: da un lato positivo e dall’altro meno. Il governo afghano potrebbe sfruttare la necessità di alleggerire il peso del sistema carcerario rispondendo in tempi brevi alla premessa dell’accordo con i talebani, che prevede il rilascio di 5.000 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri governative. Le resistenze politiche potrebbero qui trovare la soluzione che toglierebbe l’imbarazzo del rilascio dei talebani.

L’aspetto negativo è rappresentato dal fatto che il governo afghano, già debole, non sarà in grado di contrastare né la diffusione del virus né le conseguenze economiche e sociali che saranno devastanti in un Paese prossimo al collasso.

Come sono le carceri afghane? Quali standard?

Ho avuto modo di visitare il carcere di Pol-e Charki molti anni fa e posso testimoniare che si tratta di standard molto lontani dai peggiori standard che si possono trovare nelle prigioni occidentali. Certo, molto cambia a seconda dell’area del Paese in cui ci si trova. A Herat vi è un carcere femminile molto ben attrezzato e che in un certo senso è un rifugio per molte donne che, pur di lasciare condizioni famigliari inaccettabili, trovano il modo per essere condannate e incarcerate. Ma nella maggior parte delle carceri afghane prevalgono la corruzione, l’assenza di controlli efficaci, il mancato rispetto dei diritti dei carcerati, le torture, le violenze, la scarsità e la bassa qualità del cibo e delle condizioni igieniche in generale.

Potranno reggere l’impatto? Cosa pensi farà il governo? Rilascio? Amnistie? Pene alternative?

È previsto il rilascio per il momento di almeno 10.000 detenuti (prevalentemente donne, minori e malati) sul totale di circa 34mila: parliamo di un terzo della popolazione carceraria. Non è escluso che sommosse e violenze possano portare ad ulteriori uscite non autorizzate come è molto probabile che, a fronte della diminuzione della capacità di gestire il sistema carcerario, aumenteranno le azioni degli insorti e dei gruppi criminali volte a liberare, armi in pugno, i propri compagni. La risposta dello stato potrebbe essere quella di procedere ad ulteriori rilasci quando, e non se, la situazione peggiorerà tenuto conto anche delle migliaia di afghani rientrati nel paese dall’Iran dove la diffusione del virus è estremamente grave.

 


Cause di morte per COVID19: non è l’età, ma la combinazione di alcune malattie (Chapman University)

di Steven Gjerstad e Andrea Molle – Chapman University, USA

Lo suggerisce uno studio della Chapman University statunitense, pubblicato in anteprima esclusiva da START InSight.

Malattie cardiache, ipertensione, diabete, ictus e malattie del fegato: identificare la presenza di questi fattori in fase di triage aumenta la possibilità di sopravvivenza.

La reazione globale all’epidemia di COVID-19 si basa sul presupposto critico che tutte le persone di età superiore ai 60 anni affrontano un inaccettabile rischio di morte se infettate dal virus. Un’analisi dettagliata dei dati dei singoli pazienti cinesi, americani e italiani indica invece chiaramente che questa ipotesi non è corretta. La nostra ricerca prova che solo lo 0,8% di tutti i decessi correlati al coronavirus in Italia riguarda individui altrimenti sani. Il restante 99,2% dei decessi riguarda individui che avevano almeno uno, e spesso almeno altri tre, fattori di malattia. Da questa scoperta derivano implicazioni significative in termini di politica sanitaria, e per le strategie di quarantena e di triage.

Statisticamente l’età non è il fattore determinante come causa di morte. Il decorso della malattia è identico tra pazienti anziani e giovani senza morbilità.

L’epidemia di coronavirus in Italia ha messo a dura prova le risorse ospedaliere, in particolare la disponibilità letti e ventilatori per la terapia intensiva dei pazienti che soffrono di insufficienza respiratoria acuta. I primi studi di comorbidità da COVID-19 effettuati in Cina [1], Italia [2] e Stati Uniti [3] suggeriscono che i tassi di mortalità aumentano rapidamente con l’età, in particolare oltre i 60 anni. Gli stessi studi mostrano anche che i decorsi nefasti aumentano sostanzialmente con la comorbilità fattori come malattie cardiache, ipertensione, diabete, ictus e malattie del fegato [1, 4]. È noto che questi fattori di morbilità aumentano rapidamente con l’età [5, 6]. Questa nota analizza in dettaglio l’ipotesi che l’età possa non essere un fattore indipendente che aumenta la mortalità COVID-19. Tra gli anziani la maggiore incidenza di malattie cardiache, diabete, ipertensione e altri fattori di comorbilità portano ad un aumento dell’incidenza di mortalità tra i pazienti più anziani con COVID-19. La distinzione è importante per guidare al meglio le decisioni di triage per ricoveri e terapia intensiva.

un triage più efficace aumenta le probabilità di sopravvivenza

Comprendere se sono i fattori di comorbidità che portano alla morte dei pazienti affetti da COVID-19, e non l’età, aiuterà a rendere il triage più efficace se le anche persone anziane sane riceveranno un trattamento, poiché le loro probabilità di sopravvivenza sono buone. I dati offerti dall’Istituto Suoperiore di Sanità (ISS) forniscono prove che in realtà sia la comorbidità a portare alla morte i pazienti di COVID-19.

I dati forniti dall’ISS possono essere usati per confermare che l’età da sola non porta alla morte per COVID-19. Il 48,5% dei casi fatali di COVID-19 in Italia fino al 17 marzo presentava 3 o più fattori di comorbilità. Un altro 25,6% aveva 2 di questi fattori e il 25,1% aveva un fattore. Solo lo 0,8% dei pazienti non soffriva di alcuna patologia. Quest’ultima statistica è importante. Se l’età da sola fosse un fattore indipendente che porta mortalità, allora ci aspetteremmo di vedere molti più decessi tra coloro che sono anziani ma altrimenti sani. In altre parole, siccome in Italia circa il 40% di tutti i casi di COVID-19 è rappresentato da persone di età superiore ai 70 anni, la frequenza senza fattori di comorbilità sarebbe molto più elevata dello 0,8%. Se anche un quarto di quelle persone fosse in buona salute e se gli anziani in buona salute fossero realmente ad alto rischio di decesso per COVID-19, stimiamo che almeno il 10% di tutti gli incidenti mortali causati da COVID-19 sarebbe tra riscontrarsi tra persone anziane con zero fattori di comorbilità. Ma sappiamo che solo lo 0,8% delle morti è tra persone anziane senza fattori di comorbilità.

l’età non è un fattore che porta alla mortalità per COVID-19

Da ciò concludiamo che l’età non è un fattore che porta alla mortalità per COVID-19. E’ evidente che i pazienti anziani senza comorbidità non muoiono di COVID-19 e quindi le decisioni di triage che risultano nella non ammissione in ospedale di questi soggetti non incrementano la mortalità di questo gruppo di età. È probabile che questi pazienti si riprendano, ma è anche probabile che si possano riprendere più rapidamente e con meno danni fisici ricevendo qualche forma di trattamento. È inoltre improbabile che richiedano un periodo di terapia intensiva molto più lungo di un giovane sano, poiché si stanno riprendendo in modo analogo ai giovani che non presentavano fattori di comorbilità.

gli anziani senza malattie pregresse si stanno riprendendo in modo analogo ai giovani

Se questo dato venisse recepito dalle strutture sanitarie, consentirebbe un turnover dei pazienti molto più rapido. Questo a sua volta potrebbe alleviare la pressione sull’infrastruttura sanitaria italiana. Per questi motivi, riteniamo che le decisioni sul triage debbano essere prese indipendentemente dall’età del paziente. Inoltre, se il dato venisse confermato da altri studi nazionali, una politica di quarantena più efficace potrebbe essere mirata solo alle persone identificate dai loro medici di base come a rischio.

Steven Gjerstad, Economic Science Institute, Chapman University, Orange, California, 92866 USA
Andrea Molle, Department of Political Science and Institute for the Study of Religion, Economics and Society, Chapman University, Orange, California, 92866 USA

[1] Wu, Zunyou and Jennifer M. McGoogan, “Characteristics of and Important Lessons From the Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) Outbreak in China,” Journal of the American Medical Association, Feb. 24, 2020.

[2] Livingston, Edward and Karen Bucher, “Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) in Italy,” Journal of the American Medical Association, March 17, 2020.

[3] “Severe Outcomes Among Patients with Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) — United States, February 12–March 16, 2020.” Centers for Disease Control, Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR), 18 March 2020. DOI: http://dx.doi.org/10.15585/mmwr.mm6912e2

[4]  “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a COVID-19 in Italia,” Instituto Superiore di Sanita, 17 Marzo 2020.

[5] “Age-adjusted percentages of selected circulatory diseases among adults,” Centers for Disease Control, Summary Health Statistics: National Health Interview Survey, 2018.  https://ftp.cdc.gov/pub/Health_Statistics/NCHS/NHIS/SHS/2018_SHS_Table_A-1.pdf

[6] “Diabetes prevalence and glycemic control among adults,” Centers for Disease Control, 2018.  https://www.cdc.gov/nchs/data/hus/2015/040.pdf


#ReaCT2020: Presentazione del 1° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa – Camera dei Deputati

   

        Evento patrocinato dal Ministero della Difesa

#REACT2020

PRESENTAZIONE DEL 1° RAPPORTO SUL TERRORISMO E IL RADICALISMO IN EUROPA

ROMA, 25 FEBBRAIO 2020, ORE 16.30-19.00

CAMERA DEI DEPUTATI – COMPLESSO DI PALAZZO VALDINA, SALA DEL CENACOLO – PIAZZA IN CAMPO MARZIO 42

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT monitora ed analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo jihadista europeo. Con il suo primo Rapporto, offre al pubblico uno studio sintetico e ragionato sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio multidimensionale, quantitativo e qualitativo. Il risultato è una lettura completa e ragionata del fenomeno e del modus operandi terrorista: uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali e del più ampio pubblico.

La presentazione avviene con il patrocinio del Ministero della Difesa.

Intervengono: Claudio Bertolotti (Osservatorio ReaCT, Direttore esecutivo), On. Alberto Pagani (Commissione IV Difesa, Camera dei Deputati); Francesco Pettinari (Osservatorio ReaCT); Deborah Basileo (Osservatorio ReaCT); Matteo Bressan (SIOI, ReaCT); Marco Lombardi (ITSTIME, Università Cattolica e ReaCT); Andrea Manciulli (Europa Atlantica); Chiara Sulmoni (START InSight, ReaCT); Marco Rosi (Comandante Divisione antiterrorismo del R.O.S. – Raggruppamento Operativo Speciale – Carabinieri); Claudio Galzerano (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno DCPP/UCIGOS – Polizia di Stato). Chiusura dei lavori: On. Raffaele Volpi (COPASIR, Presidente).

La caduta dell’ultimo bastione del Califfato a Baghuz nel 2019 e, a seguire, l’uccisione del fondatore e leader storico dell’ISIS Ibrahim al-Baghdadi, non hanno impedito alle cellule dello Stato Islamico di continuare a colpire in varie parti del mondo e di ispirare attentati da parte di individui radicalizzati in Europa. Gli ultimi due episodi di violenza jihadista che si sono verificati a Londra (2019 e 2020), ad opera di estremisti recidivi rilasciati dopo aver scontato una breve pena per terrorismo, hanno segnato una nuova fase nella lotta al terrorismo, con la quale ci confronteremo negli anni a venire. Essa richiede attenzione e la messa a sistema di tutte le conoscenze e competenze accumulate in anni di studi ed esperienze a livello internazionale.

È con questa consapevolezza che l’Osservatorio ReaCT ha prodotto il suo primo Rapporto, composto da 12 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione e valutazione dei numeri del “nuovo terrorismo” in Europa, alla minaccia nel ‘dopo-Baghdadi’; dall’evolversi della comunicazione dello Stato Islamico, alla situazione controversa e irrisolta dei foreign fighters; dagli strumenti virtuali del cyber-terrorismo, cyber-jihad e guerra dell’informazione, ai limiti normativi anche in campo di lotta al finanziamento del terrore; dal calcolo del tempo di attivazione dei soggetti radicalizzati, al ‘capitolo’ droni e tecnologia, la questione spinosa e urgente della de-radicalizzazione e, non da ultimo, il nuovo approccio necessario per comprendere una minaccia che perdura.

I numeri del fenomeno analizzati. Il Direttore dell’Osservatorio, Claudio Bertolotti: 18 gli attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista nel 2019: Francia (9), Italia (2), Paesi Bassi (3), Norvegia (2), Regno Unito (1) e Svezia (1), per un totale di 10 persone uccise e 46 ferite. La maggior parte delle azioni ha visto l’uso di coltelli (76%) e armi da fuoco (18%); solo in un caso (Lione) è stato fatto uso di esplosivi. Un trend in linea con l’evoluzione di un fenomeno che ha registrato in Europa, nel 2014-2019, 120 azioni violente “in nome del jihad”, con 390 morti e 2359 feriti: sette attacchi su dieci si sono concentrati nel periodo di massima espansione dello Stato islamico (2015-2017). Il 56% degli attacchi è registrato come fallimentare, il 22% è un successo tattico, sebbene nel 78% dei casi sia stato ottenuto un risultato significativo in termini di danni: è questo un grande risultato per i terroristi, perchè non mirano solo ad uccidere e ferire, ma a dividere le nostre società e a diffondere odio e intolleranza.

ReaCT vuole contribuire alla divulgazione di conoscenze e prospettive utili affinché si possano comprendere le origini e la direzione di un fenomeno – l’estremismo – che chiama in causa ognuno di noi.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it info@startinsight.eu


Convegno a Torino – 2 dicembre: “Prevenire il radicalismo per contrastare il terrorismo”

Prevenire il radicalismo per contrastare il terrorismo. È il tema della mattina di studio in programma lunedì 2 dicembre con inizio alle 10.00 a Torino, presso il Palazzo del Consiglio Regionale – Palazzo Lascaris, Sala Consiliare, Via Alfieri 15, durante la quale verrà presentato l’Osservatorio denominato ReaCT. I vari interventi permetteranno di fare il punto della situazione in Italia e di ragionare su prospettive europee, offrendo spunti di lavoro.

L’evento è patrocinato dal Ministero della Difesa e dalla Regione Piemonte

L’Assessore alla Sicurezza della Regione Piemonte, Fabrizio Ricca, aprirà il convegno mentre al tavolo dei relatori siederanno Claudio Bertolotti (Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT), Giuseppe De Matteis (Questore della Provincia di Torino), Chiara Sulmoni (START InSight), Stefano Dambruoso (Magistrato, esperto di terrorismo), Andrea Beccaro (Università di Torino), Emilio Gatti (Magistrato, Procuratore aggiunto), Marco Maiolino (ITSTIME – Università Cattolica), Massimiliano Palma (General Manager – Regola Srl.), Luca Guglielminetti (RAN – Radicalisation Awareness Network), Massimo Corradetti (Colonnello, Comandante del Reparto Anticrimine dei R.O.S. dei Carabinieri di Torino), Farhad Bitani (scrittore – Fondatore del GAF). Modereranno i due panel: Valentina Ciappina (Torino Crime) e Gabriele Carrer (giornalista de “La Verità”).

È necessario accreditarsi scrivendo a: info@startinsight.eu

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L’Europa negli ultimi anni si è scoperta incubatrice di jihadisti, reclutatori, militanti e simpatizzanti delle ‘bandiere nere’ o di altre sigle estremiste. Con la radicalizzazione (non solo islamista) ci confronteremo ancora a lungo, a dirlo sono i numeri e i fatti. Da qui l’importanza dell’inchiesta e della ricerca, che da un punto di vista multidisciplinare e comparativo, permette di confrontare anche ciò che viene fatto nelle diverse nazioni per contrastare il fenomeno, fornendo prospettive e dati utili a

chi si muove sul territorio nel settore della prevenzione. In molti paesi – come l’Italia – questo aspetto della lotta al terrorismo rimane ancora da potenziare e coordinare. Da qui l’idea di fondare l’Osservatorio sulla Radicalizzazione e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT – sotto forma di un tavolo tecnico-accademico che unisce la competenza professionale e operativa con la ricerca e lo studio sul campo: una realtà non a scopo di lucro finalizzata a promuovere analisi, approfondimenti e iniziative attorno al tema. L’obiettivo è di mettere a disposizione capacità e conoscenze dei singoli partner a favore del dibattito pubblico e delle istituzioni impegnate nel contrasto al radicalismo e al terrorismo.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ di esperti e professionisti del Centro Studi svizzero START InSight (Lugano), del Centro di ricerca ITSTIME (Università Cattolica, Milano), del Centro di Ricerca CEMAS (Università La Sapienza, Roma) e della SIOI (Roma).

A ReaCT ha aderito come partner il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST). Sono media partner: Formiche.net, Report Difesa, L’Indro, Cybernaua.it e il Torino Crime Festival.

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Il Comitato Scientifico include: Marco Cochi (Nodo di Gordio), Stefano Dambruoso (Magistrato), Valeria Giannotta (Università di Ankara), Luca Guglielminetti (RAN – Radicalisation Awareness Network) Andrea Manciulli (Europa Atlantica, Presidente), Giampaolo Malgeri (LUMSA, Professore), Alessia Melcangi (Università La Sapienza), Stefano Mele (Avvocato e Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano), Carmine Munizza (GRIST, Presidente), Raffaello Pantucci (RUSI – ISS, Direttore), Niccolò Petrelli (Università Roma Tre, Professore), Michele Pierri (Cyber Affairs, Direttore), Alessandro Politi (Nato Defense College Foundation, Direttore), Alessandro Ricci (Università di Roma 2), Luis Tome (Università di Lisbona, Centro Observare, Direttore), Elisabetta Trenta (già Ministro della Difesa, Professore), Francesco Tuccari (Università di Torino, Professore).

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it

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Camera dei Deputati – Analisi degli attacchi terroristici in Europa tra “blocco funzionale” e spinta all’emulazione

La relazione alla Camera dei Deputati di Claudio Bertolotti, Direttore esecutivo dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT e Direttore di START InSight, in occasione del convegno “Il futuro del terrorismo di matrice jihadista”, martedì 29 ottobre (VIDEO).

Il successo del terrorismo: “blocco funzionale” e spinta all’emulazione

Il terrorismo non è il problema. Il terrorismo è la manifestazione violenta di un problema oggettivo che è la diffusione dell’ideologia jihadista; un’ideologia che si muove su un piano comunicativo estremamente efficace e che coinvolge un numero importante di soggetti che possono rappresentare una minaccia seria e concreta alla sicurezza.

L’ideologia jihadista alimenta il fenomeno della radicalizzazione. È dunque sull’ideologia (anche attraverso la contro-narrativa) che devono essere concentrati gli sforzi maggiori, così da contenerne o sconfiggerne le manifestazioni violente.

La nostra generazione è testimone di un fenomeno che si è imposto mediaticamente, ancor più che su quei campi di battaglia che dall’Afghanistan all’Iraq alla Siria sono giunti sino alle porte di casa, in Nord Africa e poi nel cuore stesso dell’Europa con gli attacchi principali di Parigi, Bruxelles, Londra, Berlino, ecc…. e dei tantissimi attacchi secondari a bassa intensità che portano a un totale di 116 azioni violente “in nome del jihad” registrate dal 2014 a oggi.

Parliamo certamente di terroristi che hanno importato la violenza in Europa, ma parliamo di un numero ben superiore di individui che invece, nati e cresciuti in Europa, sono cittadini europei o comunque regolarmente residenti in Europa, e dall’interno hanno colpito. Parliamo di soggetti prevalentemente immigrati regolari o di seconda o terza generazione appartenenti, prevalentemente, alle comunità Marocchina, Algerina, Tunisina – con un’età mediana di 22 anni (44 percento di età inferiore ai 26 anni). Solo una minima parte sono “irregolarmente entrati all’interno dell’Unione Europea: l’11 percento del totale.

In tale scenario, e in particolare nel momento in cui lo Stato islamico nel 2014 fa appello per entrare a far parte del proto-stato teocratico e sunnita che si impone in Siria e Iraq, e dunque a trasferirsi, dall’Europa rispondono in migliaia all’appello. E l’Europa diviene dunque esportatrice di terrorismo, con oltre 5.000 volontari che vanno a combattere in Siria.

Ma quel terrorismo che in Europa si impone, violentemente nelle nostre quotidianità, lo fa con una violenza micidiale e con numeri ben superiori, per quanto limitati, rispetto all’attenzione mediatica sugli stessi. Parliamo di 116 azioni, portate a termine in Europa dal 2014 a oggi da 157 terroristi (dei quali 56 sono deceduti) e che hanno provocato la morte di 388 persone e il ferimento di altre 2353: l’ultimo il 3 ottobre in Francia, a Parigi.

Ma soltanto 11 del totale sono attacchi terroristici ad alta intensità (con un numero di vittime superiore a 20); gli altri sono eventi che classifichiamo come eventi a media intensità con un numero di vittime compreso tra 3 e 20 (il 36 percento del totale,) e a bassa intensità, meno di due vittime (il 56 percento – circa 6 su 10).

Ma al di là del numero dei morti e dei feriti, o degli attentatori che effettivamente hanno portato a compimento le azioni terroristiche, quali i risultati effettivi del terrorismo jihadista in Europa all’epoca dello Stato islamico che fu di Abu Bakr al Baghdadi? Attraverso l’analisi del dataset sul terrorismo di START InSight, ci concentreremo su questo aspetto, tra i tanti interessanti: quello del terrorismo è successo o insuccesso?

il successo degli attacchi terroristici: ottenuto il “blocco funzionale” nel 74 percento dei casi

In primo luogo, gli anni di maggior espansione territoriale e mediatica dello Stato islamico sono stati quelli in cui vi sono i principali attacchi terroristici in Europa: 2016-2017 e 2018. Nel 2017 si concentrano gli attacchi che percentualmente hanno maggior successo (4 su 10 provocano almeno una morte).

Ma nel complesso, guardando all’intero periodo, il 24 percento sono attacchi fallimentari (nessuna vittima, solo feriti o nulla); il 34 percento ottengono “successo tattico” (almeno una vittima deceduta); il 18 percento ottengono successo strategico (blocco traffico aereo, mobilitazione delle Forze armate, coinvolgimento opinione pubblica a livello internazionale).

Ma un aspetto ancora più importante, che in genere non viene riconosciuto, sia sul piano divulgativo-informativo, sia su quello tecnico-accademico è quello che abbiamo voluto chiamare “blocco funzionale”: il più importante dei risultati ottenuti dai terroristi sul moderno campo di battaglia europeo.

All’interno di questa categoria sono inseriti tutti quegli eventi che hanno influito in maniera significativa sul livello operativo delle forze di sicurezza, pensiamo alla mobilitazione militare conseguente all’attacco parigino del Bataclan, ma anche sulla limitazione o lo svolgimento regolare delle normali attività quotidiane degli apparati pubblici, o di mobilità urbana a danno delle comunità colpite. Si tratta di ripercussioni dirette sulle attività delle forze di sicurezza e sulle comunità in grado di agire sulla libertà di accesso a determinate aree, imponendo tempistiche dilatate e, ancora, riducendo in maniera efficace il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo.

I risultati sono tangibili e, a livello operativo, gli attacchi hanno ottenuto dal 2004 a oggi, un successo relativo (il blocco funzionale) in media nel 74 percento dei casi (84 percento nel 2017). Un risultato impressionante considerando le limitate risorse messe in campo dai gruppi, o dai singoli terroristi. E sono danni, quelli provocati dagli attacchi terroristici, che si traducono in costi elevati per la collettività.

un terzo degli attacchi terroristici sono “emulativi”

Un altro aspetto interessante è il ruolo di “attivatore” giocato dagli eventi ad alta intensità che, in relazione al numero di vittime provocato, stimola soggetti autonomi ad agire con atti “EMULATIVI”. Guardando all’elenco degli attacchi ad alta e media intensità (quelli che cioè provocano un maggiore numero di vittime) ci rendiamo subito conto di una concentrazione di eventi a bassa intensità entro gli otto giorni successivi ai principali eventi (quelli che ottengono maggiore attenzione mediatica): il 27percento.

Questi eventi, secondari, spesso fallimentari, raramente ottengono l’attenzione dei media che vada oltre il livello locale ma suggeriscono come il coinvolgimento di soggetti “autonomi” avvenga attraverso lo stimolo emotivo alimentato dall’attenzione mediatica e dalla narrativa utilizzata dai gruppi terroristi attraverso i social.

Questo, in estrema sintesi, può essere letto sul terrorismo in Europa, un fenomeno che, a livello di manifestazione si è significativamente ridotto, ma che sul piano potenziale continua ad essere una grandissima sfida su cui è necessario agire con crescente impegno sul piano della prevenzione. Tanto più che con la morte del leader jihadista, Abu Bakr al-Baghdadi, la struttura multipla dello Stato Islamico gli sopravvive.


Terrorismo: una risposta alla sfida dei droni

di Ginevra Fontana, Osservatorio ReaCT

Articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 4/2019

Comunemente chiamati “droni”, gli aeromobili a pilotaggio remoto (APR, ai quali ci si riferisce anche con gli acronimi UAV, RPA o UAS) hanno visto un incremento esponenziale delle vendite negli ultimi anni[1]. La tecnologia degli APR per fotografia e videografia di piccole dimensioni[2] si è evoluta a tal punto da offrire prodotti accessibili al consumatore medio, con prezzi simili a fotocamere digitali con caratteristiche qualitative praticamente identiche[3]. Rappresentano dunque un interessante caso di studio, includendo già nella loro forma originale un sistema di cattura immagine relativamente avanzato e avendo una capacità di volo tale da sopportare un carico pagante (payload) maggiore rispetto a quello che trasportano ad impostazioni di fabbrica, il che permette migliori stabilità e manovrabilità.

Già senza subire alcuna manomissione, possono essere utilizzati per violare la privacy e/o infrangere la normativa sulle zone non sorvolabili. Negli USA è sorto il problema dell’individuazione dei colpevoli di anche semplici infrazioni della legislazione sul volo[4]; mentre in Europa, i casi dei droni sugli aeroporti inglesi di Gatwick e Heathrow hanno evidenziato il potenziale di queste tecnologie nel creare disordine e disagi[5].

I sistemi di geo-fencing[6] di cui questi apparecchi sono dotati risultano fallibili. Il processo per rimuovere il GPS è abbastanza semplice – il drone viene poi manovrato basandosi solo su ciò che il sistema di raccolta immagini integrato trasmette. Anche il software appare disattivabile scaricando programmi dal web[7] o, in alcuni casi, risulta virtualmente inesistente[8].

l’acquisto sul mercato online è semplice. Hanno dimensioni e volano senza attirare l’attenzione dei radar né degli scudi protettivi, difficili da vedere. È facile manometterli e possono essere armati in diverse maniere

Nel teatro operativo siro-iracheno, i primi report sull’uso di ‘droni’ o ‘droni armati’ da parte di ISIS[9] risalgono al 2014 ed includono lo spionaggio dei movimenti delle linee nemiche curde e statunitensi nelle battaglie tra il 2014 e il 2017 in Iraq, il rilascio di esplosivi o l’uso di ‘droni kamikaze’[10]. Molte sono le ragioni che hanno consentito ad ISIS di includerli nel proprio arsenale: l’acquisto anche per prodotti di seconda mano sul mercato online è semplice. Hanno dimensioni e volano ad altezze tali da non attirare l’attenzione dei radar né degli scudi protettivi, allo stesso tempo essendo difficili da vedere o engage dal personale a terra[11]. È facile manometterli e possono essere armati in diverse maniere. Da ultimo, servono il doppio scopo di offrire un’arma e al contempo le immagini delle loro attività: i video possono essere usati per propaganda, come è stato il caso già nel tardo 2017[12].

Questa tipologia di APR ha dunque il potenziale per divenire una seria problematica di sicurezza nazionale. Il ruolo della Difesa assurge a fondamentale, soprattutto nell’identificazioni di possibili soluzioni e/o risposte a breve, medio e lungo termine, che garantiscano la sicurezza della popolazione civile in patria. Una risposta concertata tra Forze Armate e Forze dell’Ordine appare auspicabile[13].

In prima analisi, sorge il problema dell’individuazione dei potenziali obiettivi sensibili, più difficili da determinare rispetto alle infrastrutture critiche[14]. Il rischio sarebbe quello di dover ‘coprire’ con sistemi anti-drone l’intero territorio nazionale – un obiettivo, al momento, irraggiungibile per tempistiche, costi e livello della tecnologia attuale.

Sorge dunque la necessità di sviluppare un sistema integrato di search, find and ID totalmente automatizzato. Due le motivazioni: le tecnologie attualmente disponibili sul mercato non presentano un rapporto costi-benefici soddisfacente, considerato l’investimento necessario ad acquisirle; in secondo luogo, un sistema fully automated, avendo la capacità di resistere alla saturazione, esenterebbe dal mantenimento del man in the loop[15], in previsione di un futuro in cui gli attacchi possano essere condotti da swarms[16]. Attenzione particolare andrebbe dunque posta nei confronti della tempestività di reazione ed intervento, che si lega alla questione dell’engagement.

Il pericolo deriva anche dal rischio di un drone armato balisticamente e/o con esplosivo, o minaccia CBRN

L’obiettivo a lungo termine dovrebbe presupporre lo sviluppo di sistemi che possano agire sugli algoritmi di controllo al fine di “rubare” il drone – il che permetterebbe di farlo atterrare in una zona sicura. Il pericolo infatti non deriva solo dal rischio di un drone armato balisticamente e/o con esplosivo, ma anche CBRN[17]. Si necessita dunque di un protocollo che preveda una zona di quarantena, nella prospettiva di salvaguardare non solo la popolazione civile, ma anche il personale specializzato addetto.

Essendo comunque questo un obiettivo non raggiungibile nel breve periodo, va effettuata un’analisi dei costi/benefici relativi alle attuali possibilità di engagement. Nella conduzione di tale analisi, rimangono sempre da ricordare i problemi relativi alla tipologia di comando del drone (pilotato a distanza o con route preimpostata) e alla tipologia di armamento (il rilascio della carica esplosiva/CBRN avviene con comando manuale del pilota, o quando il drone si trova su determinate coordinate, o con timer).

I possibili outcome sono sostanzialmente quattro. Perso il segnale con il telecomando, il drone può rimanere in fase di stallo (frozen) a mezz’aria, fare ritorno al punto in cui si trova il telecomando, o atterrare. In assenza di un sistema fail-safe[18], potrebbe schiantarsi al suolo[19]: in questo caso, se dotato di carica esplosiva, potrebbe detonare; se armato con cariche CBRN, queste nell’impatto potrebbero contaminare l’area.

Una prima opzione di tecnologia anti-drone riguarderebbe l’impiego di jammer, traslando il loro utilizzo dal teatro operativo come counter-IED system[20]. Il loro impatto su tecnologie e infrastrutture civili se utilizzate in territorio urbano rimane da valutare caso per caso[21]. Considerando le relativamente brevi distanza e durata di volo di droni con potenziale malevolo, l’assenza di un sistema jammer in loco, mobile[22] o fisso, comporterebbe un mancato engagement. I sistemi fissi in ambienti urbani possono però presentare problematiche riguardanti il rumore di sottofondo.

Una seconda ipotesi sarebbe l’utilizzo di armi convenzionali balistiche allo scopo di abbattere il drone, o eventualmente armate con proiettili a rete[23]. Questa opzione andrebbe in realtà considerata solo come una last resort, per le motivazioni riguardanti la tipologia di armamento riportate sopra. Indubbio è comunque il rischio per la popolazione civile, nel caso la minaccia si materializzasse in luoghi affollati.

Una terza opzione sarebbe l’uso di rapaci. La reattività di questi animali e il loro impatto economico li rendono una competitiva soluzione a breve termine. Un nucleo di falconeria è stimato ad un costo massimo di 50.000€ – ciò significa che, con un budget di tre milioni[24], si potrebbero installare circa sessanta nuclei di falconeria. Il costo per il mantenimento di un singolo nucleo non supererebbe le poche decine di migliaia di euro all’anno[25].

Una quarta opzione riguarderebbe le armi ad emissione di onde radio, tra le quali un sistema di manifattura americana: nonostante le specifiche siano interessanti, ricade nella categoria necessitante l’autorizzazione della Federal Communications Commission per essere venduto o affittato ad utilizzatori non-federali[26].

Infine, interesse crescente stanno acquisendo le armi ad energia diretta – come il dispositivo Counter Unmanned Aerial System (C-UAS) messo a disposizione dei fucilieri del 16° Stormo dell’Aeronautica Militare durante la visita del Presidente russo Vladimir Putin a Roma nel luglio 2019: si tratta di un “sistema radar di rilevamento munito di dispositivi e ottiche diurne e notturne per l’interdizione elettronica del volo”[27].

nel momento in cui l’idea per l’utilizzo di un APR viene messa in circolo, la minaccia diventa reale

Sul breve termine, appare come una soluzione percorribile la costituzione di un progetto pilota che utilizzi un nucleo di falconeria al fine di monitorare situazioni eccezionali che presentano un’alta concentrazione di persone, ed eventualmente intervenire in caso di necessità, quali per esempio la S. Messa domenicale in Vaticano o le future Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.

Andrebbe inoltre accentuato il lavoro di scambio di informazioni tra Forze Armate, intelligence e Forze dell’Ordine, con l’obiettivo di prevedere possibili trend basandosi sulle manomissioni definite come “apportabili” in rete da hobbisti, appassionati e/o attori malintenzionati. Sarebbe infatti da evitare il ragionamento per il quale una possibile manomissione, non risultando funzionante, possa essere scartata dall’elenco delle possibili minacce: nel momento in cui l’idea per l’utilizzo di un APR viene messa in circolo, essa andrebbe considerata come attuabile, nell’immediato o in un più distante futuro.

 

NOTE

[1] European Commission (2014), “Remotely Piloted Aviation Systems (RPAs) – Frequently Asked Questions”, p. 2 Link: https://bit.ly/2J2gmX9

European Aviation Safety Agency (2016). “Explanatory Note”, Prototype Commission Regulation on Unmanned Aircraft Regulation, p. 13. Link: https://bit.ly/2IZFpKq

[2] Classificazione Aeromobili a Pilotaggio Remoto

Categoria Raggio operativo (km) Quota di volo (m) Durata del volo (h) MTOW (kg)
Nano < 1 100 < 1 < 0,0250
Micro < 10 250 1 < 5
Mini < 10 150 – 300 < 2 < 30

 

[3] Una Canon Reflex entry-level, quale la EOS 1300D, è venduta sul sito ufficiale della Canon per € 470,99. Nella stessa fascia di ricadono anche le Nikon, per esempio la Nikon D3400.I droni delle serie Phantom e Mavic, le più famose dell’azienda cinese DJi, leader nel settore, hanno un prezzo compreso tra i 500 e i 1.200 dollari e sono tra i più venduti al mondo. Nel 2017, la DJi deteneva oltre il 36% del mercato nordamericano per questa tipologia di prodotti.

Chandler, C. (2017). “For China’s high-flying drone maker, the sky’s the limit”, Fortune. Link: https://bit.ly/2vt9BWr

Glaser, A. (2017). “DJi is running away with the drone market”, Recode. Link: https://bit.ly/2nNIhkd

[4] Un esempio è il Caso Neistat a Manhattan.

P.A. Aitken (2017) “Copy of FAA message sent. Casey Neistat investigation lacks conclusive evidence”, Taitkenflight. Link: https://bit.ly/2W2f5SY;

Andy (2017) “EXCLUSIVE: Details of Casey Neistat’s FAA investigations”, Andy’s Travel Blog. Link: https://bit.ly/2TfKoli.

[5] BBC (2018), “Gatwick airport: Drones ground flights”, BBC. Link: https://bbc.in/2EvX5uW

BBC (2019), “Heathrow airport drone investigated by police and military”, BBC. Link: https://bbc.in/2Hs4768

BBC (2019), “Heathrow airport: Drone sighting halts departures”, BBC. Link: https://bbc.in/2RokRAL

[6] “Geo-fencing is the concept of restricting drone access by designating specific areas where the drone’s soft- ware and/or hardware is designed not to enter, even if the pilot, without intent, instructs the drone to go” European Aviation Safety Agency (2015), “Concept of Operations for Drones…”, ibidem.

[7] Ryan Whitman (2017) “Russian Company Is Selling Mods to Bypass DJI Drone Safety Features”, Extreme Tech. Link: https://bit.ly/2YCHFj6

[8] Dalle interviste condotte con appassionati del settore risulterebbe infatti che, nel momento in cui il drone DJi si avvicina ad aree non sorvolabili, l’operatore viene allertato con un avviso pop-up. Accettando l’avviso, il drone continua comunque a funzionare ed è ancora da accertare se e come il sistema di geo-fencing si comporterebbe in questo caso. Qui sotto si riporta il testo del pop-up che appare su un drone di marca DJi —

No-Fly Zones. There are 1 Authorization Zone(s) nearby. Authorization zone type: Military Facility(Military Zones). Your aircraft may experience RTH interruption, hovering, or Intelligent Flight Mode cancellation. Please fly with caution. Do you wish to apply for Self-Unlocking to access these zones? No / Yes”

[9] “[ISIS] è un progetto politico di lungo termine con confini mobili […] Frutto delle idee di Abu Musab al-Zarqawi, proclamato “Califfato” il 29 giugno 2014 da Abu Bakr al Baghdadi, ha ridisegnato la geografia del Medio Oriente cancellando i confini di Iraq e Siria prodotti dagli accordi di Sykes Picot del 1916. Si proietta contro gli stati postcoloniali che sorgono all’interno della mappa di “Bilad al Sham”, la leggendaria nazione araba del Levante che corrisponde agli attuali territori di Iraq, Siria, Giordania, Libano, Israele e Autorità nazionale Palestinese”, cit. M. Molinari (2015), “Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente”, Rizzoli, pp. 10-11.

[10] Peter Bergen e Emily Schneider (2014) “Now ISIS has drones?”, CNN. Link: https://cnn.it/2SMwMWm

Ben Watson (2017) “The Drones of ISIS”, Defense One. Link: https://bit.ly/2YmIus0

Mike Peshmerganor (2018), Blood Makes the Grass Grow: A Norwegian Volunteer’s Fight Against the Islamic State, Independently Published.

[11] L. E. Davis et al. (2014) “Armed and Dangerous? UAVs and U.S. Security”, RAND Corporation. Link: https://bit.ly/2LMqWUu

[12] In questo caso, si fa riferimento ad un video, circolato su internet dall’agenzia Amaq (affiliata ad ISIS) e rilanciato da ABC News (https://ab.co/2Ybr6en), in cui si vedeva un drone sganciare munizioni su un deposito di armamenti siriano. Nonostante lo scetticismo dell’autore di questo studio sull’autenticità delle immagini, rimane innegabile il potenziale propagandistico di queste tecnologie. Link al video: https://bit.ly/2Yxz9BH

[13] Al momento, infatti, sono dotati di sistemi jammer i servizi centrali di Polizia, i quali sono coinvolti in casi di esigenza specifica, oppure gli uffici in cui vengono discussi argomenti riservati, al fine di effettuare le bonifiche periodiche.

[14] Decreto Legislativo 11 aprile 2011, n. 61, in attuazione della Direttiva 2008/114/CE recante l’individuazione e la designazione delle infrastrutture critiche europee e la valutazione della necessità di migliorarne la protezione.

Testo del Decreto Legislativo: https://bit.ly/2NRjMQj

Testo della Direttiva europea: https://bit.ly/2Y6pUZ8

[15]Human-in-the-loop (HITL). A model that requires human interaction.” Cit. USA Department of Defense (1998), “DoD Modeling and Simulation (M&S) Glossary”, DOD 5000.59-M, p. 124 (enfasi nel testo).

[16] “UAV swarms, inspired mainly by the swarms of insects, are groups of small independent unmanned vehicles that coordinate their operations through autonomous communications to accomplish goals as an intelligent group, with or without human supervision. It may be a heterogeneous mix of machines with dissimilar tasks but contributing synergistically to the overall mission objectives”, cit. Puneet Bhalla (2015), “Emerging Trends in Unmanned Aerial Systems”, Scholar Warrior, Autumn 2015, p. 89.

[17] Chemical, Biological, Radiological and Nuclear.

[18] Definitions of “fail-safe” —

(American English): adj. “[D]esignating, of, or involving a procedure designed to prevent malfunctioning or unintentional operation […]”.

(British English): adj. “Something that is fail-safe is designed or made in such a way that nothing dangerous can happen if a part of it goes wrong”.

Collins Dictionary, link: https://bit.ly/2Y98T1i

[19] Durante una gara di droni svoltasi a Torino nell’estate 2019, un attacco hacker al Wi-Fi dell’organizzazione ha reso i droni incontrollabili da parte degli operatori. Questo è dovuto al fatto che tutti gli APR erano telecomandati a distanza sulla stessa rete Wi-Fi, offerta dagli organizzatori – dunque, attaccare questa infrastruttura equivaleva ad un attacco cyber che non aveva nessun effetto diretto sui droni (non si interveniva infatti sulle macchine), bensì sulla comunicazione wireless in senso lato. Le cause dell’“impazzimento” sono da ritrovarsi nel fatto che questi APR fossero droni da corsa di fattura artigianale, presumibilmente senza alcun sistema di fail-safe, già lanciati a forte velocità nel momento in cui l’attacco li ha scollegati dai loro telecomandi.

Alessandro Contaldo (2019), “Attacco hacker alla drone race: i quadricotteri fuori costretti ad atterraggi di emergenza”, La Repubblica. Link: https://bit.ly/2NPVGv

[20] Qui di seguito si forniscono alcune definizioni —

“An improvised explosive device (IED) is a type on unconventional explosive weapon that can take any form and be activated in a variety of ways. They target soldiers and civilians alike. In today’s conflicts, IEDs play an increasingly important role and will continue to be part of the operating environment for future NATO military operations. NATO must remain prepared to counter IEDs in any land or maritime operation involving asymmetrical threats, in which force protection will remain a paramount priority.” in NATO (2018), Improvised explosive devices, www.bit.ly/2Ykd4qb.

Electronic Warfare: The use of electromagnetic (EM) or directed energy to exploit the electromagnetic spectrum. It may include interception or identification of EM emissions (es.: SIGINT), employment of EM energy, prevention of hostile use of the EM spectrum by an adversary, and actions to ensure efficient employment of that spectrum by the user-State. An example of electronic warfare is radio frequency jamming” in Michael N. Schmitt, editor (2016), Tallinn Manual 2.0 on the international law applicable to cyber operations, Cambridge University Press, p. 565 (enfasi nel testo).

[21] L’utilizzo di jammer di uso comune (civili) è legale, ancorché vengano rispettati i limiti di emissione ed esposizione previsti per legge e non causino interruzione di pubblico servizio (art. 340 del Codice Penale). Le Forze Armate e dell’Ordine possono farne uso in casi particolari, quando cioè operano in deroga, per es. per questioni di pubblica sicurezza, protezione di personalità, ordine pubblico et simili.

[22] Come può essere, per esempio, la pistola jammer Wilson.

[23] COMFOTER SPT (2018), “Sperimentazione antidrone del COMACA”, Esercito. Link: https://bit.ly/2HeeZnR

Stato Maggiore Esercito (2018), “Sperimentazione antidrone del COMACA”, Difesa Online. Link: https://bit.ly/32Xf9b5

Maurizio Tortorella (2019), “Abbattete quel drone”, Panorama. Link: https://bit.ly/2GwHUBF.

Secondo indiscrezioni, queste esercitazioni sarebbero state condotte utilizzando fucile Beretta calibro 12.

[24] La scelta di questo dato non è casuale. Apparentemente, il sistema ‘Drone Dome’, di manifattura israeliana, usato presso l’aeroporto di Gatwick contro il drone che aveva causato lo stop del traffico aereo sarebbe costato al Regno Unito circa 2.6 milioni di sterline – al cambio attuale, quasi 2.9 milioni di euro.

Joe Pinkstone (2018), “The £2.6m Israeli ‘Drone Dome’ system that the Army used to defeat the Gatwick UAV after the technology was developed to fight ISIS in Syria”, Daily Mail Online. Link: https://dailym.ai/2T4PKXb

[25] Come risulta da alcune stime fatte da esperti del settore in sede d’intervista.

[26] Si tratta del DronekillerTM, prodotto dalla IXI Technology. Sito aziendale: https://bit.ly/30ZSOaU

IXI Technology, documento recante le specifiche del Dronekiller: https://bit.ly/2Ykc5ax

[27] Cit. da Ministero della Difesa / Stato Maggiore della Difesa (2019), “Le Forze Armate concorrono alla cornice di sicurezza per la visita del Presidente Putin”, Difesa. Link: https://bit.ly/2YzxkF4

Tutti gli indirizzi web indicati nel presente studio sono stati consultati in ultima istanza il 27 settembre 2019.


Swiss jihad – due testimonianze raccolte in Siria dalla RadioTelevisione Svizzera

Svizzera, radicalizzata, pentita

di Roberto Antonini, RSI – Rete Due
immagini: Dario Bosio 

Viveva a Losanna e un giorno è partita per la Siria per unirsi ai combattenti dell’ISIS. Ora vorrebbe tornare nella Confederazione ma per lei le porte sono chiuse. La storia di Hayaam (nome di fantasia).

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO

ASCOLTA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA RADIO SVIZZERA DI LINGUA ITALIANA NEL CAMPO ROJ – SIRIA (COPYRIGHT RSI)

ACCEDI AL DOSSIER SPECIALE  CON TUTTI I REPORTAGE REALIZZATI IN SIRIA DA
ROBERTO ANTONINI E DARIO BOSIO PER RSI

(MAGGIO-GIUGNO 2019)
con la collaborazione di Aras Maman e Chiara Sulmoni 

‘If I can’t return to Switzerland, I’d prefer a bullet in the head’

by Olivier Pauchard and RTS

In northeast Syria, Swiss public television (RTS) interviewed a Swiss jihadist detained by the Kurds since January 2018, who claims he is being mistreated.

There are a dozen adults with links to Switzerland in a territory controlled by the Kurds.

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO

GUARDA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA TELEVISIONE SVIZZERA DI LINGUA FRANCESE IN SIRIA (COPYRIGHT RTS)


L’esperienza italiana nel contrasto al terrorismo: il ruolo e l’evoluzione del C.A.S.A.

di Alessandro Boncio Osservatorio ReaCT

 

 

 

 

Cosa è il C.A.S.A: tra prevenzione e azione

Nel maggio del 2018 quattordici persone vennero arrestate in due diverse operazioni di controterrorismo in Italia. La Guardia di Finanza portò a termine un’indagine su un circuito internazionale di finanziamento hawala che aveva raccolto oltre due milioni di euro, frutto di attività di riciclaggio e destinato a finanziare l’acquisto di armi da fuoco per uso terroristico; nello stesso tempo, l’indagine della Polizia di Stato svelò la presenza di una cellula logistica in Sardegna, responsabile dell’invio del denaro raccolto al gruppo terrorista di Jabhat al-Nusra . Infine, personale sotto copertura, in collaborazione con le agenzie di intelligence riuscì a penetrare entrambe le organizzazioni, raccogliendo informazioni decisive per corroborare le attività investigative .
Questa è solo una delle recenti operazioni antiterrorismo promosse e coordinate dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo. Il suo acronimo, C.A.S.A., identifica perfettamente la natura del Comitato, ovvero un luogo di condivisione e approfondimento istituzionale in cui le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence possano analizzare in tempo reale informazioni vitali per il contrasto del terrorismo .
Molte parole sono state spese sul perché – e come – l’Italia rappresenti un’eccezione rispetto agli altri paesi europei, avendo evitato negli ultimi anni attentati terroristici sul proprio territorio. Diversi analisti e ricercatori hanno giustificato questa “peculiarità” evidenziando le differenze sociali e demografiche esistenti tra il nostro paese e le altre nazioni europee.

L’Italia è stata inoltre spesso descritta più come centro logistico per le attività dei jihadisti piuttosto che come obiettivo delle stesse, mentre altri ancora hanno addirittura menzionato il crimine organizzato come barriera contro tale minaccia.

Tuttavia, un aspetto spesso sottovalutato nell’interpretazione dell’efficienza italiana nel contrasto ad una minaccia in costante evoluzione, è il contesto istituzionale che Roma ha istituito per affrontare il problema.

Il C.A.S.A., nel tempo, si è dimostrato particolarmente utile nel rafforzare la sinergia tra tutti gli attori coinvolti nelle attività di controterrorismo, diventando nel contempo un polo fiorente per “istituzionalizzare” la cultura del sistema di sicurezza nazionale originata dalle precedenti esperienze nel contrasto al terrorismo interno e ai gruppi criminali organizzati.

Nei suoi quindici anni di esistenza, il C.A.S.A. è stato più volte elogiato per il suo valore strategico e la sua aderenza alle minacce più attuali; la condivisione in tempo reale di informazioni aggiornate tra tutte le agenzie coinvolte nel contrasto al terrorismo ha permesso all’Autorità Politica di prevenire episodi di violenza e fronteggiare la minaccia terroristica interna ed internazionale .

Lezione appresa: la creazione dei centri di coordinamento

I cosiddetti centri di coordinamento antiterrorismo furono inizialmente introdotti negli Stati Uniti dopo i catastrofici eventi dell’11 settembre 2001 quando l’efficace cooperazione e condivisione delle informazioni divennero argomenti di discussione urgenti negli USA. Gli attentati terroristici compiuti a Madrid (2004) e Londra (2005) fornirono successivamente anche agli europei la consapevolezza del mutato panorama jihadista in ambito internazionale con l’emergere del fenomeno del terrorismo homegrown ; ciò comportò la valutazione delle strutture antiterrorismo esistenti e la creazione dei centri di coordinamento per il contrasto al fenomeno anche nel nostro continente.
Nel novembre del 2003, un attentato suicida contro il contingente militare italiano impiegato ad Al-Nassiriya (Iraq) provocò 28 vittime (19 tra Carabinieri e personale dell’Esercito) oltre al ferimento di altre 58 persone. L’Autorità Politica dell’epoca prese coscienza della necessità di creare una struttura ad hoc per prevenire attacchi terroristici nel paese e all’estero, attraverso la condivisione e l’analisi in tempo reale di tutte le informazioni pertinenti provenienti dagli attori coinvolti nel contrasto al terrorismo.
Nel maggio 2004, dopo un periodo di prova, venne istituito ufficialmente il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo con un decreto del Ministro degli Interni, che disciplina il Piano nazionale per la gestione degli eventi terroristici . Il Comitato è direttamente collegato all’Unità di Crisi Nazionale, altro organismo convocato dal Ministro degli Interni in vista di eventi con implicazioni sulla sicurezza nazionale.

Il mandato giuridico del C.A.S.A. vincola l’intera struttura delle informazioni per la sicurezza italiana a collaborare con il Comitato. Questo è un organo permanente, che riferisce direttamente al Ministro degli Interni, con riunioni tenute su base settimanale in cui si condividono e analizzano le informazioni più attuali associate alla minaccia terroristica sul territorio italiano e contro gli interessi ed assetti del nostro paese all’estero.

Il Ministro dell’Interno può inoltre convocare delle riunioni straordinarie ogniqualvolta lo ritenga opportuno, a causa di eventi in corso o imminenti, ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale .

Le competenze: analisi in tempo reale

La competenza principale del C.A.S.A. è quella di analizzare in tempo reale le informazioni provenienti dalle forze dell’ordine e dalle agenzie di intelligence oltre che dai contributi qualificati forniti da ufficiali di collegamento o nell’ambito di rapporti di cooperazione internazionale.

Durante le riunioni settimanali vengono discusse e valutate le indagini e le attività di monitoraggio in corso, prevedendo i possibili sviluppi futuri e analizzando eventuali provvedimenti da intraprendere. Le segnalazioni ricevute vengono esaminate ogni settimana e le diverse agenzie vengono successivamente incaricate di valutare l’attendibilità delle notizie e l’affidabilità delle fonti informative, arricchendo poi il dato informativo con una analisi di contesto.

Un’altra responsabilità di C.A.S.A è quella di pianificare e coordinare attività per la prevenzione di incidenti terroristici sul suolo italiano, monitorando (tra gli altri) i potenziali hub e gli individui a rischio di radicalizzazione, oltre che la propaganda terroristica sul web.

Un gruppo di lavoro tecnico – composto da rappresentanti del Comitato – stabilisce inoltre le procedure per l’attuazione di iniziative di prevenzione dell’estremismo violento, approvate dal C.A.S.A. e delegate alle Autorità di Polizia sul territorio nazionale .
Il mandato del Comitato lo autorizza ad implementare relazioni bilaterali con altri centri di coordinamento antiterrorismo, anche al di fuori dei confini europei. L’Italia e gli Stati Uniti ad esempio, hanno siglato un accordo di cooperazione per condividere informazioni e monitorare le persone indagate per attività terroristiche; i dati e le informazioni ricevute dal partner USA vengono gestite direttamente dal C.A.S.A., che fornisce alle forze dell’ordine tutti i dati necessari per l’espletamento delle loro attività.

Composizione ed evoluzione del ruolo del C.A.S.A.

Il Comitato è rappresentato da un tavolo operativo condiviso presieduto dal Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione o dallo stesso Ministro dell’Interno, e ospita i più alti rappresentanti nel contrasto al terrorismo delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, della Guardia di Finanza e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.).

Talvolta vengono invitati alle riunioni periodiche anche gli ufficiali di collegamento delle polizie di altri paesi, in grado di fornire contributi qualificati all’analisi informativa richiesta. La struttura ridotta e compatta e gli incontri settimanali rendono il C.A.S.A. un organo snello ed adattabile alle contingenze, che opera contemporaneamente sia come strumento di analisi bottom-up che come dispositivo esecutivo top-down.
Relativamente agli attori presenti stabilmente all’interno del Comitato, entrambe le forze dell’ordine italiane (Arma dei Carabinieri e Polizia di Stato) hanno una giurisdizione generale sulle indagini di controterrorismo, con unità specializzate nazionali, regionali e provinciali a cui l’Autorità Giudiziaria delega le attività investigative di contrasto al terrorismo interno ed internazionale.
Per quanto attiene alle agenzie di intelligence (Agenzia per le Informazioni e la Sicurezza Interna – AISI e Agenzia per le Informazioni e Sicurezza Esterna – AISE), il loro compito principale relativamente alla lotta al terrorismo è quello della raccolta ed analisi informativa (anche in collaborazione con analoghe agenzie estere) fornita alle forze dell’ordine, per dare impulso alle indagini di polizia e valutare le priorità nel contrastare la minaccia.
La Guardia di Finanza, per la sua competenza specialistica viene invece di solito incaricata dal Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per lo svolgimento di indagini relative al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo .
Infine, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria è responsabile per il monitoraggio e le investigazioni sui detenuti accusati o condannati per reati di terrorismo, così come per i criminali comuni ritenuti a rischio di radicalizzazione violenta .
Fin dalla sua istituzione, il Comitato esamina le segnalazioni ricevute e le indagini in corso per valutare la presenza di minacce terroristiche attuali o potenziali. Nel tempo, tuttavia, le competenze del Comitato si sono evolute e adattate alla mutata minaccia terroristica, così che il C.A.S.A. può essere oggi considerato allo stesso tempo come uno strumento strategico e tattico di prevenzione e contrasto del terrorismo.

A livello strategico il Comitato “analizza e valuta le informazioni rilevanti relative al terrorismo interno e internazionale” in una cornice di cooperazione internazionale, fornendo all’Autorità Politica tutti gli elementi necessari per determinare lo stato della minaccia e dare origine alle direttive esecutive.

In un modello top-down, attraverso il C.A.S.A. viene rispettato il coordinamento nelle attività investigative e vengono discusse le best practices implementate in altri paesi . Inoltre, il livello nazionale di allerta sul terrorismo è fissato dal Ministro dell’Interno sentito il parere del Comitato dopo la sua valutazione complessiva della situazione .
A livello tattico invece, gli incontri settimanali consentono la discussione sulle indagini e sull’attività di intelligence in corso. Le informazioni bottom-up che le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence forniscono relativamente ai soggetti ritenuti a rischio di radicalizzazione violenta, assicurano al Ministro degli Interni i dati per valutare l’adozione di possibili linee d’azione e limitare la minaccia terroristica. Un importante aspetto correlato a questa a questa attività e connesso alla minaccia jihadista, è lo strumento dell’espulsione per ragioni di sicurezza dello Stato, utilizzato anche per prevenire la diffusione di ideologie jihadiste; il livello di radicalizzazione raggiunto dalle persone monitorate viene esaminato durante le riunioni del C.A.S.A. con successiva proposta di decreto di espulsione per le persone ritenute potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale .
Dal 2014 il Comitato redige infine un elenco che comprende i foreign terrorist fighters del nostro paese (cittadini italiani, stranieri residenti in Italia e cittadini italiani residenti all’estero), mappando percorsi da e verso le zone di combattimento, i facilitatori e altre informazioni investigative pertinenti, sempre nell’ottica della cooperazione internazionale di polizia, in considerazione della minaccia transnazionale rappresentata sia dai potenziali foreign terrorist fighters, che dai reduci di ritorno dai teatri di conflitto .
Evidenziando i numeri e le attività del C.A.S.A., nel solo 2017 il Comitato ha tenuto cinquanta riunioni regolari e dieci incontri di emergenza; Sono stati inoltre esaminati 806 argomenti, sono state valutate 420 segnalazioni (warnings) e sono stati emessi 105 decreti di espulsione a seguito di consultazioni in commissione.

Conclusioni: le peculiarità del Comitato

La “nuova” minaccia terroristica è attualmente fluida e transnazionale, rappresentata spesso più da individui che simpatizzano con le ideologie jihadiste piuttosto che da veri e propri affiliati alle compagini terroristiche; è inoltre una minaccia cibernetica, ultramoderna e spesso tangenziale alla criminalità comune. Per contrastare un fenomeno così complesso e sfaccettato, il C.A.S.A. rappresenta lo strumento centrale e più idoneo allo scopo, assicurando una perfetta sinergia tra tutti gli attori coinvolti nella lotta al terrorismo.

Il Comitato rappresenta perfettamente la cultura del sistema di sicurezza nazionale originata dalla pregressa esperienza contro il terrorismo interno e nella lotta alle differenti forme di criminalità organizzata . Il C.A.S.A. si dimostra uno strumento flessibile ed efficiente che, nonostante il suo incardinamento istituzionale, non risulta gravato da pericolose pastoie burocratiche.

Le peculiarità del Comitato, quale struttura strategica e organismo operativo incaricato di analisi investigative e di intelligence, lo rendono a pieno titolo uno strumento duttile ed efficace, caratterizzato dalla rapidità nell’acquisizione, condivisione e verifica delle informazioni; ciò consente il miglioramento dell’analisi operativa e dello scambio di informazioni a livello centrale, per poi riversare il prodotto finale del ciclo di intelligence ai reparti interessati sul territorio. Come ha affermato un ex direttore dell’intelligence italiana, “abbiamo imparato una dura lezione durante gli anni della lotta al terrorismo interno; da ciò abbiamo tratto l’esperienza di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e le forze dell’ordine “.
A causa del minor numero di eventi legati al terrorismo in Italia, c’è solo una percezione generica del C.A.S.A. nell’opinione pubblica, in quanto il Comitato viene solo saltuariamente menzionato come strumento sinergico di contrasto al terrorismo. Tuttavia, il mondo politico e giudiziario loda la struttura come modello virtuoso e gli stessi analisti di controterrorismo sono ben consapevoli del suo valore intrinseco. Questo breve elaborato voluto evidenziare il ruolo fondamentale della struttura e l’evoluzione della stessa nei suoi 15 anni di esistenza, che riflette la trasformazione del terrorismo anche in Italia. Ciò a conferma dell’immutato impegno della nostra nazione nella prevenzione dei rischi e nel contrasto alla minaccia terroristica, frutto delle lezioni apprese e delle esperienze maturate dall’organizzazione per la sicurezza nazionale .

 

Tutte le informazioni della presente pubblicazione sono state pubblicate su fonti aperte e derivano da ricerche e studi personali dell’autore. La ricerca originale originale è stata utilizzata come contributo per un report pubblicato in lingua inglese dall’International Centre for Counter Terrorism – The Hague; R. van der Veer, W. Bos, L. van der Heide, “Fusion Centres in Six European Countries: Emergence, Roles and Challenges”, International Centre for Counter Terrorism – The Hague, February 4, 2019; quella qui riportata è una versione aggiornata e tradotta in italiano. Le opinioni espresse così come eventuali errori e imprecisioni sono da imputare solamente all’autore.


Terrorismo in Svizzera: pubblicato il Rapporto dei Servizi Segreti

I Servizi della Svizzera hanno pubblicato il “Rapporto sulla situazione del Servizio delle attività informative della Confederazione 2019”.
Un interessante documento di 79 pagine diviso in otto capitoli principali: L’apporto dell’intelligence alla sicurezza della Svizzera, Il Rapporto sulla situazione in breve, Contesto strategico, Terrorismo di matrice jihadista ed etnico-nazionalistica, Estremismo violento di destra e di sinistra, Proliferazione, Spionaggio, Indicatori.
Con un nuovo design e una struttura semplificata il presente rapporto annuale del SIC illustra al pubblico interessato gli sviluppi più importanti della situazione in termini di intelligence. In ogni capitolo il SIC illustra le proprie osservazioni in merito alla relativa tematica e gli sviluppi previsti.

Minaccia rappresentata dai militanti jihadisti

Relativamente alla minaccia del “Terrorismo”, il Vicino Oriente, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale, compresa la regione del Sahel, rimangono teatro di numerosi conflitti bellici e armati. I gruppi jihadisti nonché le persone o i piccoli gruppi che essi dirigono o ispirano caratterizzano la minaccia terroristica in Europa; tale minaccia, secondo il report, rimane elevata anche in Svizzera. La propaganda dello «Stato islamico» rimane una fonte continua d’ispirazione. La sua ideologia jihadista antioccidentale e antidemocratica resta popolare. Finora la Svizzera è stata risparmiata da atti violenti di matrice jihadista. Il SIC osserva però che in Svizzera l’ideologia legittimante la violenza dello «Stato islamico» o di Al-Qaida continua a incontrare il favore di persone radicalizzate o ad essa propense, in particolare di adolescenti e giovani adulti.

Meno attentati di matrice jihadista in Europa

La frequenza degli attentati terroristici in Europa è nettamente calata. Dall’autunno del 2017 sono stati constatati sette atti di violenza connessi al jihadismo, quattro dei quali rivendicati dallo «Stato islamico». Nel frattempo però le rivendicazioni dello «Stato islamico» hanno perso la loro forza espressiva.

Imam e predicatori contribuiscono alla radicalizzazione in Svizzera

La Svizzera è interessata dagli sviluppi nei Paesi limitrofi: i movimenti islamisti e jihadisti, infatti, si fermano più davanti alle barriere linguistiche che ai confini nazionali. Conseguentemente, nelle regioni linguistiche della Svizzera si rilevano grandi influenze di siffatti ambienti dei Paesi limitrofi dove si parla la stessa lingua. Le influenze provenienti dall’estero sono constatabili anche tra imam e predicatori in grado di contribuire alla radicalizzazione di persone in Svizzera. Come altri Stati, la Svizzera ha emanato divieti d’entrata o applicato altre le misure previste dal diritto degli stranieri a numerosi predicatori che esaltano o legittimano la violenza.

Radicalizzazione jihadista in Europa e in Svizzera

I successi ottenuti dallo «Stato islamico» nel 2014 e nel 2015 sono stati il fattore scatenante dell’aumento significativo dei casi di radicalizzazione in Svizzera e all’estero. L’esperienza fatta negli ultimi anni mostra che in Svizzera sono in particolare gli adolescenti e i giovani adulti a essere stati radicalizzati in senso jihadista.

Radicalizzazione nelle prigioni e scarcerazione di detenuti radicalizzati

Da alcuni anni il SIC constata un aumento dei casi di radicalizzazione durante l’esecuzione della pena. Nelle prigioni europee si trovano centinaia di jihadisti nonché individui che si sono radicalizzati durante la detenzione. Nei prossimi mesi e anni tali persone saranno scarcerate. Nonostante la funzione riabilitativa prevista dal diritto penale, esse possono rimanere influenzate dall’ideologia jihadista o esserlo ancora di più.

I jihadisti nei movimenti migratori

I movimenti migratori sono sempre più oggetto di attenzione da parte delle autorità preposte alla sicurezza da quando, nel 2015 e nel 2016, sono stati resi noti casi isolati di attentatori giunti in Europa sotto le mentite spoglie di rifugiati. I richiedenti l’asilo arrivati di recente in Svizzera e per i quali vi sono indizi di attività terroristiche o di nessi con reti terroristiche costituiscono l’eccezione.

Previsioni e valutazioni: tendenza alla radicalizzazione jihadista

Tendenzialmente la radicalizzazione di matrice jihadista continuerà a diffondersi in Europa, in particolare tra gli adolescenti. Difficilmente in un prossimo futuro potranno essere allentate le rafforzate misure delle autorità che negli ultimi anni, nell’ambito della lotta al terrorismo, sono state adottate anche in Svizzera. Tali misure possono però essere percepite come discriminatorie da singole persone interessate, corroborandole così nel loro presunto ruolo di vittime e contribuendo quindi alla loro radicalizzazione.


Radicalizzazione in carcere – Ticino e Italia a confronto

Se ne è parlato venerdì 12 aprile 2019 a Lugano in una serata speciale di OTHERMOVIE LUGANO FILM FESTIVAL 2019 in collaborazione con FRANKLIN UNIVERSITY SWITZERLANDTORINO CRIME FESTIVAL

Il Califfato è caduto nel Levante ma il terrorismo di matrice jihadista continua a colpire in Occidente e in altre parti del mondo. Oltre alle incognite e agli interrogativi sul futuro dei foreign fighters, in Europa a preoccupare è anche la radicalizzazione interna che in parte passa dalle carceri, da sempre terreno fertile per gli estremismi di ogni genere. Ma qual è la situazione effettiva dietro le sbarre? Come nasce e come si diffonde il radicalismo nelle prigioni? Quali iniziative di prevenzione vengono messe in campo nelle due realtà vicine del Ticino e dell’Italia? E quali sono il ruolo e i punti di vista della politica e dei legislatori?

Al dibattito hanno partecipato il Consigliere di Stato Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle Istituzioni (Repubblica e Cantone Ticino); Stefano Laffranchini, Direttore delle Strutture Carcerarie Cantonali; Claudio Bertolotti, analista dell’ISPI (Milano) e direttore di START InSight; Fra’ Ignazio De Francesco, monaco, islamologo, volontario in carcere (Dozza, Bologna). Moderatrice: Chiara Sulmoni.

È seguita la proiezione del documentario:

Dustur di Marco Santarelli | Italia | 2016 | 74’ | vo italiano con sottotitoli in inglese.

Sinossi: Nella biblioteca del carcere di Bologna, un gruppo di detenuti musulmani partecipano a un corso organizzato da insegnanti e volontari sulla Costituzione italiana. Un giovane arabo in attesa del fine pena è alle prese con gli «inverni e le primavere» della libertà e un futuro tutto da scrivere. Un viaggio dentro e fuori il carcere, per raccontare l’illusione e la speranza di chi ha sognato e continua a sognare un «mondo più giusto».

All’interno del carcere si affrontano numerosi temi quali l’uguaglianza, la libertà, il diritto al lavoro e all’istruzione; all’esterno invece scorre la storia del giovane Samad, ex-detenuto marocchino che, in attesa della fine della pena, ottiene il permesso di partecipare agli incontri come libero cittadino. Samad insieme ai suoi ex-compagni proverà a stilare una nuova dustur, che tradotto in lingua araba, significa “costituzione”.

Premi: Cinema du Réel 2016: International Competition – The Youth Award; Italia in Doc – Bruxelles 2016: Concorso – Premio del Pubblico; Torino Film Festival 2015: Italiana.doc – Premio Avanti, Premio Gli Occhiali di Gandhi