Audizione su fenomeni di estremismo violento di matrice jihadista. Commissione parlamentare – Affari Costituzionali

COMMISSIONE PARLAMENTARE  1 – AFFARI COSTITUZIONALI: AUDIZIONE  DI CLAUDIO BERTOLOTTI, DIRETTORE DI START INSIGHT

Alle ore 14 del 28 aprile 2021 la Commissione Affari costituzionali, nell’ambito dell’esame congiunto della proposta di legge recante “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista”, e della proposta di legge recante “Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di estremismo violento o terroristico e di radicalizzazione di matrice jihadista”, ha svolto, in videoconferenza, l’audizione di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight e delll’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT).

TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO

Presidente, Signore/i Onorevoli buon pomeriggio e grazie per questo invito

Seguo da tempo il dibattito su una legge per la prevenzione e il contrasto del terrorismo ideologico, e posso dire di aver ben analizzato e sostenuto la necessità dei testi di legge oggi in discussione:

Sulla base della mia esperienza, confermo, come già fatto in altre sedi, l’opportunità di proseguire nella direzione intrapresa dal Parlamento in tema di prevenzione e contrasto ritenendo quelle fatte, proposte coerenti con quello che è l’attuale quadro relativo al fenomeno della radicalizzazione, della manifestazione violenta di matrice jihadista e del terrorismo di matrice ideologica in senso più ampio.

E lo faccio focalizzando il mio contributo di pensiero sui numeri del terrorismo europeo:

Dei quasi 500 attacchi terroristici, compresi quelli falliti e sventati, registrati nell’Unione Europea il 63% sono attribuiti a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 16% a movimenti della sinistra radicale (in aumento, in particolare in Italia, paese più colpito), il 2,8% a gruppi di estrema destra (in diminuzione nel 2019; in aumento nel 2020), il 18% sono azioni di matrice jihadista. Sebbene gli atti riconducibili al jihadismo siano una parte marginale, sono però causa di tutte le morti per terrorismo nel 2019 e di 16 uccisioni nel 2020.

L’onda lunga del terrorismo in Europa, emerso con il fenomeno “Stato islamico” a partire dal 2014, ha fatto registrare 147 azioni in nome del jihad dal 2014 ad oggi: 189 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 407 le vittime decedute e 2.421 i feriti (database START InSight).

Nel 2020 gli eventi sono stati 25, contro i 19 dell’anno precedente e con un raddoppio di azioni di tipo “emulativo”, ossia ispirate da altri precedenti attacchi nei giorni precedenti: sono il 48% del totale le azioni emulative nel 2020 (erano il 21% l’anno precedente). E ciò evidenzia il rischio di “reazioni a catena” che possono conseguire dalla condotta di singole azioni terroristiche.

Due gli aspetti rilevanti emersi dall’analisi dell’ultimo quadriennio:

1. Cresce il numero di terroristi recidivi – soggetti già condannati per terrorismo che compiono azioni violente a fine pena detentiva e, in alcuni casi, in carcere: dal 3% del totale dei terroristi nel 2018, al 7% (2) nel 2019, al 27% (6) nel 2020. Ciò conferma la pericolosità sociale di soggetti che, a fronte di una condanna detentiva, non abbandonano l’intento violento ma lo posticipano; un’evidenza che suggerisce l’aumento della probabilità di azioni terroristiche nei prossimi anni, in concomitanza con la fine della pena dei molti terroristi attualmente detenuti.

2. A fronte di una partecipazione al terrorismo di soggetti nati e cresciuti in Europa (prime e seconde generazioni e comunque immigrati regolari) del periodo 2014-2018, è stato verificato l’aumento del numero di immigrati irregolari tra i terroristi con ciò suggerendo un rischio potenziale di collegamento tra il terrorismo e l’aumento dei migranti irregolari. Nel 2020 il 20% dei terroristi sono immigrati irregolari. In Francia è aumentato il ruolo degli irregolari nella condotta di azioni terroristiche: se fino al 2017 nessuno degli attacchi era stato condotto da immigrati irregolari, nel 2020 il 40% dei terroristi è un irregolare.

Infine, una considerazione sulla minaccia emergente del terrorismo associato a gruppi di estrema destra e cospirazionisti:

La violenza ideologica associata alla destra radicale è un fenomeno che sta fermentando da tempo e che negli ultimi anni si è manifestato in maniera concreta, come dimostrano i fatti di Capitol Hill negli Stati Uniti e gli eventi secondari associati al movimento QANon che si sono imposti in molti paesi europei, compresa l’Italia. Ad oggi gli attacchi terroristici associati all’estrema destra rappresentano meno del 3% del totale ma con un aumento progressivo registrato negli ultimi due anni.

QAnon desta serie preoccupazioni tra gli analisti per la velocità con la quale si diffonde. Inoltre, come evidenziato dal Prof. Andrea Molle nelle sue analisi sul fenomeno, esso ha già mostrato negli Stati Uniti il potenziale per azioni di stampo terroristico. Si consiglia pertanto un monitoraggio dei social media associati a tale movimento in Italia e di stabilire una rete di collaborazioni con istituzioni pubbliche e private che già si occupano di questo fenomeno in Europa come negli Stati Uniti.

Insieme agli analisti dell’Osservatorio che dirigo, rimango a vostra disposizione.

fonte sito web della Camera dei Deputati – Parlamento Italiano


Analisi di rischio sul cospirazionismo militante

di Andrea Molle

Analisi diffusa in anteprima da ASIS Italy Chapter 

Scarica l’analisi in formato PDF

Il cospirazionismo militante rappresenta sempre più un rischio per la sicurezza. Il motivo principale consiste nella facilità di diffusione nei sistemi politici, unitamente alla tendenza a provocare turbative dell’ordine pubblico e al sempre più evidente consolidamento dei legami con il mondo dei movimenti terroristici dell’estrema destra grazie alla sua struttura organizzativa cell-style.

In America la penetrazione del cospirazionismo militante nella società è ormai data per scontata dagli analisti come elemento sempre più dominante anche dell’agenda politica, grazie anche alla capacità di molti gruppi di fare proseliti tra le forze dell’ordine, i militari e infine direttamente nella classe politica, mentre in Europa è un fenomeno più recente che per adesso non mostra lo stesso grado di penetrazione istituzionale ma che in soli tre anni ha già dimostrato un notevole potenziale di radicalizzazione. Storicamente questo fenomeno, che si distingue dal semplice atto di credere in alcune teorie cospirazioniste, deve gran parte della sua trazione alla nascita del movimento americano della alt-right, preceduto da fenomeni mediatici come InfoWars, lanciato nel 1999 da Alex Jones, e si colloca approssimativamente nel 2009, a partire cioè dalla nascita del Tea Party a seguito dell’ultima Grande Recessione (2007/08). Tuttavia, è con le elezioni presidenziali del 2016 che il cospirazionismo militante, grazie al movimento QAnon e figure di riferimento come Steve Bannon, inizia ad assumere un ruolo di primo piano nella vita sociale e politica mondiale arrivando a un punto che oggi desta serie preoccupazioni a causa delle azioni di molti suoi membri. Il pericolo rappresentato dal cospirazionismo militante si colloca prevalentemente su tre livelli.

Prima di tutto la sua penetrazione politica. Diversi movimenti extraparlamentari e think tank, quelli che da sempre orientano il voto della galassia identitaria e militante verso l’estrema destra, da tempo riprendono e amplificano i messaggi del cospirazionismo militante e in alcuni casi ne sono diretti promotori. Accade dunque che per raccogliere consenso i partiti ufficiali rilancino, anche inavvertitamente, quegli stessi temi, soprattutto sui social media. Quasi sempre ciò avviene in quanto la semplicistica retorica cospirazionista ha un grande successo mediatico e un immediato ritorno di consenso. Tuttavia, nel farlo, i partiti si espongono al rischio di associarsi ad un movimento e una cultura politica estremamente pericolosi e, soprattutto, al rischio di essere infiltrati dai suoi esponenti con conseguente aumento della possibilità che in futuro il policy making venga basato su premesse non fattuali, ma anche un aumento del pericolo di connivenza con potenze ostili che sfruttano il cospirazionismo militante come strumento di politica estera (come ad esempio nel caso del memetic warfare).

In secondo luogo, l’aumento di disordini pubblici. In Nord America, l’aumento di azioni violente associabili al cospirazionismo militante ha portato diverse agenzie Statunitensi e Canadesi ad inserire diversi gruppi nelle liste che raccolgono le organizzazioni criminali e/o terroristiche. Tuttavia, la mancanza di un’organizzazione definita e strutturata, con mandanti identificabili, rende estremamente difficile controllare i militanti cospirazionisti. In molti casi si tratta infatti di individui che aderiscono semplicemente ai contenuti del cospirazionismo e ne sfruttano l’ideologia, ma operano in modo autonomo o tramite loose ties con organizzazioni strutturate. In questo caso il rischio consiste nell’incremento di aggressioni o reati classificabili come hate crimes. In altri, il fenomeno si presenta in modo più strutturato, come nel caso dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso o del prevedibile aumento di disordini durante manifestazioni pubbliche.

Infine, il terrorismo. Diversi analisti considerano come molto elevato il rischio di una radicalizzazione di massa, soprattutto tra le fasce giovani e meno istruite della popolazione, causata dal cospirazionismo militante. Ciò è dovuto al carattere interattivo, molto appagante, dei suoi contenuti cospiratori e ai continui riferimenti alla letteratura di genere fanta-politico che rendono l’esperienza di fruizione di contenuti estremamente avvincente. Per diffondersi, il cospirazionismo sfrutta meccanismi di coinvolgimento tipici dei videogiochi ARG (alternate reality game) creando una comunità simile alle esperienze LARP (live action role-playing game) che permette ai partecipanti di sviluppare la propria militanza attiva. Il suo fascino è di tipo pseudo-religioso in cui il messaggio è strutturato come una teologia in cui predomina la componente escatologica, che si riassume ad esempio nella guerra cosmica contro il deep state. Il controllo esercitato da diversi gruppi cospirazionisti sui loro membri, l’incapsulamento sociale, è così pervasivo da far perdere loro la distinzione tra la realtà e la fantasia. Il fallimento della profezia relativa alla rielezione di Donald Trump alla presidenza americana ha attivato meccanismi di razionalizzazione che fanno inoltre presagire una prossima escalation violenta. L’analisi dei social networks e dei repost evidenzia come il cospirazionismo militante si stia integrando nel mondo del suprematismo bianco e dell’estremismo di destra nel quale alcuni suoi membri hanno una funzione di vero e proprio front. Ovviamente, non è lecito sostenere che tutti i militanti cospirazionisti siano coinvolti con gruppi più o meno violenti di estrema destra, come gli Oath Keepers, i Boogaloo Bois, i Proud Boys e, anche, con organizzazioni terroristiche neonaziste come la Atomwaffen Division. Si tratta di una minoranza, ma per molti è un’evoluzione naturale soprattutto se in cerca di un’esperienza più militante. Inoltre, sono gli stessi movimenti estremisti a usare i networks cospirazionisti per portare nuovi membri alla loro causa pescandoli, ad esempio, tra i fan delusi di QAnon o tra gli espulsi da gruppi sciolti dalle autorità. Questi individui sembrano costituire un bacino di reclutamento ideale dell’estrema destra che potrebbe, con poco sforzo e in breve tempo, incrementare esponenzialmente i propri ranghi con individui facilmente indottrinabili. In questo caso il rischio sembra essere rappresentato da possibili attacchi ad infrastrutture e altri obiettivi sensibili, notoriamente esposti all’azione di singoli individui radicalizzati (lone wolves) che magari operano al loro interno. Non va inoltre dimenticato che spesso questi individui posseggono capacità tecniche e, in alcuni casi, hanno prestato servizio nelle forze armate. Un primo esempio lo si è avuto già pochi giorni fa nello Stato della Florida, dove un’attacco hacker alla rete idrica della città Oldsmar, con l’obiettivo di avvelenarne le acque potabili, è stato fortunatamente sventato.

In conclusione, l’azione deve essere indirizzata prima di tutto a comprendere questo nuovo fenomeno e, in seconda battuta, a contrastare le condizioni in cui si sviluppa. Relativamente al problema politico, è necessario sensibilizzare le direzioni dei partiti sulla necessità di ridurre l’ambiguità del proprio messaggio e impedire ad elementi cospirazionisti di conseguire posizioni di potere all’interno delle loro strutture organizzative. Relativamente ai disordini e alle attività criminali è necessario intervenire sia monitorando i gruppi cospirazionisti militanti, formali e informali, sciogliendoli laddove necessario, che prevedendo percorsi legali consoni volti a disincentivare l’attività criminale. Infine, relativamente al terrorismo, è necessario affrontare il problema del cospirazionismo militante imparando dall’esperienza del radicalismo islamista sia sotto il profilo operativo, degli interventi di contrasto che, soprattutto, nelle attività di prevenzione e de-radicalizzazione.

Scarica l’analisi in formato PDF

Photo by Brendan Beale on Unsplash

 


#ReaCT2021: è online il 2° rapporto dell’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo

In qualità di Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT, ho l’onore di presentare #ReaCT2021, il 2° Rapporto sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (SCARICA).

Il rapporto, che offre una sintetica analisi sull’evoluzione delle ideologie radicali e della minaccia terroristica in linea con la direttiva dell’Unione Europea 2017/541 sul contrasto al terrorismo, si inserisce nel dibattito generale come utile contributo all’armonizzazione delle divergenze presenti tra gli Stati membri dell’UE in merito a ciò che debba essere riconosciuto e gestito come un “atto di terrorismo”.

L’Osservatorio ReaCT, prevalentemente concentrato sul fenomeno di matrice jihadista, non manca di studiare e analizzare le altre forme di terrorismo, di radicalizzazione ideologica e di devianza sociale violenta, così come le nuove “teorie cospirazioniste” che potrebbero sfociare in forme di violenta opposizione.

#ReaCT2021 raccoglie i contributi degli Autori che hanno sviluppato le loro valutazioni tenendo conto dei riflessi delle dinamiche sociali e conflittuali legate alla pandemia da Covid-19.

E proprio la pandemia sembrava aver messo il terrorismo in secondo piano quando, improvvisamente, l’ottobre del 2020 ha riproposto una minaccia che “sembrava” essere superata: tra i primi giorni di settembre e l’inizio di novembre si è dipanata una catena di eventi che ha evidenziato con chiarezza uno scenario drammatico e articolato. Sessanta giorni di paura che ci dicono che il terrorismo è ormai un fenomeno “normale” piuttosto che “eccezionale”, quale strumento del conflitto in corso e perdurante.

L’evoluzione del terrorismo jihadista europeo all’alba del 2021

Nel 2019 Europol ha registrato 119 tra attacchi di successo, sventati o fallimentari: di questi 56 sono attribuiti a gruppi etno-nazionalisti e separatisti, 26 a gruppi di estrema sinistra radicale e anarco-insurrezionalisti, 6 a gruppi di estrema destra; 24 sono quelli di natura jihadista, di cui 3 di successo e 4 fallimentari. Il database START InSight ha identificato invece 19 azioni terroristiche e azioni di violenza di matrice jihadista portate a termine nello stesso anno (contro le 7 di Europol), mentre il 2020 si è chiuso con 25 eventi.

Nel 2019 tutte le vittime di terrorismo in Europa sono il risultato di attacchi jihadisti: secondo i dati di Europol sarebbero 10 i morti e 26 i feriti (1 ferito in seguito a un attacco attribuito a gruppi di estrema destra). START InSight rivela un numero superiore di feriti, che sono 48, prevalentemente vittime di attacchi secondari ed emulativi. Nel 2020 vi è stato un significativo aumento di morti rispetto all’anno precedente: 16 persone uccise e 55 ferite.

L’onda lunga del terrorismo associato al fenomeno “Stato islamico”, ha fatto registrare 146 azioni dal 2014 al 2020: 188 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 406 le vittime decedute e 2.421 i feriti (START InSight). Nel 2020 sono aumentati i terroristi recidivi: quasi tre terroristi su dieci. Così come sono aumentati i terroristi già noti all’intelligence (54% del totale nel 2020) e quelli con precedenti penali.

È stato verificato, inoltre, l’aumento del rischio potenziale di terrorismo con l’aumento dei migranti irregolari. Nel 2020 il 20% dei terroristi sono immigrati irregolari. In Francia è aumentato il ruolo degli irregolari nella condotta di azioni terroristiche: se fino al 2017 nessuno degli attacchi era stato condotto da immigrati irregolari, nel 2020 il 40% dei terroristi è un irregolare.

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19.

Le molteplici attività di propaganda svolte durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, e soprattutto gli attentati di Parigi, Nizza e Vienna, hanno ricordato quanto il terrorismo associato allo Stato islamico e ad al-Qa’ida sia attivo anzitutto attraverso Internet. In particolare, lo Stato Islamico ha confermato una narrazione aggressiva, identificando il Coronavirus come un “soldato di Allah”. Un alleato capace di offrire un’opportunità per colpire gli infedeli, in particolar modo i militari e le Forze di polizia a supporto dell’emergenza sanitaria.

Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto

Prevenzione e contrasto all’estremismo violento (PVE/CVE) sono oggi una parte integrante dell’architettura globale anti-terrorismo, ma per essere efficaci e avere una continuità, è necessario un dialogo costante fra ricercatori, operatori sul territorio, forze dell’ordine e legislatori che includa anche una discussione su priorità e aspettative. Misurare i risultati di queste attività rimane un esercizio complesso ma numerosi think tank europei si stanno occupando dell’argomento.

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo attraverso il diritto penale

Per sua stessa natura, il diritto penale antiterrorismo non incide sulle cause della radicalizzazione e del terrorismo. Il ricorso a un diritto penale onnicomprensivo e sproporzionato può anzi produrre effetti collaterali criminogeni. Inoltre, le modalità di esecuzione della pena carceraria prevalenti avrebbero dimostrato la loro inadeguatezza, evidenziando come la radicalizzazione debba essere affrontata come un processo reversibile.

La minaccia terroristica nel Regno Unito: è sempre più difficile identificare, definire, arrestare e condannare

Un esempio di difficoltà nel coordinamento tra attività investigativa, giudiziaria e preventiva è il caso britannico. La complessità della minaccia terroristica con cui si confronta la Gran Bretagna è stata recentemente messa in evidenza da alcuni casi giudiziari che hanno reso vani gli sforzi delle forze di sicurezza e intelligence. Gli eventi terroristici più recenti sono totalmente scollegati dai network terroristici, pianificano azioni talmente casuali e gli strumenti utilizzati dal terrorismo sono così banali che è diventato quasi impossibile riuscire a proteggersi totalmente dalla minaccia. Ciò sta producendo una nuova generazione di radicalizzati che le autorità hanno difficoltà a identificare, definire, arrestare e condannare.

Uno sguardo alle porte dell’Europa: i Balcani

L’attacco terroristico a Vienna, del 2 novembre 2020, ha riportato l’attenzione sulla presenza dello Stato islamico in Europa e i possibili legami nei Balcani, dove sono da tempo presenti soggetti jihadisti, tanto da poter guardare all’area come a un potenziale hub logistico per il jihadismo europeo.

Il Kosovo, piccola nazione dei Balcani occidentali, è uno dei paesi dell’area ad aver fornito il maggior numero di foreign fighter allo Stato islamico. Il Kosovo, nell’aprile del 2019, ha rimpatriato dalla Siria 110 connazionali, divenendo uno dei pochi paesi ad aver rimpatriato propri cittadini ex membri dello Stato Islamico ma lasciando aperta la questione del reinserimento degli ex combattenti terroristi.

Gli altri terrorismi: estrema destra, sinistra radicale e il nuovo fenomeno QAnon ai tempi della pandemia

La pandemia da Covid-19 ha avuto effetti rilevanti anche sulle strategie e le metodologie relazionali e comunicative tipiche sia degli ambienti di estrema destra ed estrema sinistra.

L’estremismo violento di destra si sta evolvendo verso una dimensione transnazionale, mentre sviluppa una preoccupante relazione simbiotica e una stretta interdipendenza con l’estremismo di matrice islamista. La relazione tra i due fenomeni, che si rafforzano vicendevolmente, rappresenta una nuova minaccia per la sicurezza Europea.

Una minaccia per la democrazia è rappresentata, inoltre, dal fenomeno emergente denominato QAnon: il movimento cospirazionista diffuso in più di 70 paesi che presenta un elevato rischio di radicalizzazione in Europa e che, per questo, necessita di un attento monitoraggio al fine di prevenire il rischio potenziale di azioni violente di stampo terroristico.

Grazie a tutti gli Autori che hanno contribuito alla realizzazione di #ReaCT2021. Un ringraziamento speciale va ai due co-editori che hanno contribuito alla realizzazione e alla pubblicazione di #ReaCT2021: Chiara Sulmoni, Presidente di START InSight, e Flavia Giacobbe, Direttore responsabile di Formiche e Airpress.

Claudio Bertolotti – Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT

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INDICE DEL RAPPORTO

Prefazione del co-editore Flavia Giacobbe, Direttore di Formiche – Airpress
Flavia Giacobbe

Introduzione: i terrorismi al tempo del Covid-19
Claudio Bertolotti

Numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa
Claudio Bertolotti

Sessanta giorni di paura: la lezione appresa
Marco Lombardi

Il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo internazionale attraverso il diritto penale: problemi e prospettive
Francesco Rossi

La propaganda terroristica online dello Stato Islamico e di al-Qa’ida durante l’emergenza Covid-19
Stefano Mele

Immigrazione e terrorismo: legami e sfide
Claudio Bertolotti

La minaccia terroristica nel Regno Unito
Raffaello Pantucci

Estremismo di matrice jihadista in Europa. Il concetto e l’importanza della prevenzione e del contrasto
Chiara Sulmoni

Le strategie di contrasto alla radicalizzazione violenta: il caso studio
Alessandra Lanzetti

L’attacco di Vienna e la pista balcanica
Enrico Casini

L’esperienza del Kosovo nel rimpatrio dei foreign fighters: lessons learned
Matteo Bressan

Estrema destra ed estrema sinistra in tempi pandemici: alcune riflessioni
Barbara Lucini

L’estremismo violento di destra: il suo carattere transnazionale e i suoi rapporti di interdipendenza con l’estremismo islamista
Mattia Caniglia

QAnon: una minaccia per la democrazia
Andrea Molle

SCARICA IL VOLUME COMPLETO (ITA/ENG)


Presentazione del 2° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa #ReaCT2021: il 25 febbraio

Con il patrocinio del Ministero della Difesa

Presentazione del 2° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa #ReaCT202125 febbraio 2021  ore 17.30-18.30

 

 

Evento online trasmesso in diretta video
sul sito internet e la pagina Facebook di formiche.net

Come combattere (e prevenire) il terrorismo. Il 2° rapporto dell’Osservatorio ReaCT

Castaldo, Pagani, Perego di Cremnago e Rauti. E poi Bertolotti, Bressan e Sulmoni. Sono loro i protagonisti della presentazione dell’Osservatorio ReaCT 2021. In diretta sulla pagina di Formiche (link), giovedì 25 febbraio alle 17:30, il punto sulla minaccia terroristica e sugli strumenti per prevenirla e contrastarla.

In collaborazione con Formiche e Airpress

Per dettagli e informazioni: info@startinsight.eu

Roma-Milano-Lugano, 22 febbraio 2021

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT monitora e analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo in Europa, principalmente di matrice jihadista. Con il suo secondo Rapporto, offre al pubblico uno studio sintetico sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio quantitativo e qualitativo. Il risultato è una lettura completa e ragionata del fenomeno e del modus operandi terrorista: uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali e del più ampio pubblico.

La presentazione avviene con il patrocinio del Ministero della Difesa

Interverranno il Direttore dell’Osservatorio ReaCT Claudio Bertolotti; l’esperto e docente della SIOI Matteo Bressan (membro di ReaCT); Chiara Sulmoni, Presidente di Start InSight (membro di ReaCT). Con loro, ci saranno gli onorevoli Alberto Pagani (Pd) e Matteo Perego di Cremnago (FI), membri della Commissione Difesa della Camera, e la senatrice Isabella Rauti (FdI), della Commissione Difesa al Senato. La chiusura dei lavori sarà affidata a Fabio Massimo Castaldo, Vice-Presidente del Parlamento europeo. La diretta sarà moderata dal Direttore di Formiche e Airpress Flavia Giacobbe.

Perché un Rapporto sul terrorismo e radicalismo in Europa: a quali necessità risponde?

Il Rapporto #ReaCT2021 nasce con l’intenzione di condividere competenze e analisi che fanno capo a singoli Centri di ricerca, istituti, think tank che, a diverso titolo e con approcci differenti, guardano all’evoluzione dei fenomeni del radicalismo e del terrorismo in Europa. Il Rapporto si basa su un approccio multidisciplinare ed è il primo di questo genere a livello nazionale, volto a definire in maniera quanto più completa il tema, nell’intento di portare un contributo concreto e prospettive utili per intavolare un dialogo continuativo con chi a vari livelli si occupa della questione e delle sue problematiche pratiche. #ReaCT2021 guarda all’evoluzione del fenomeno terroristico analizzandone le manifestazioni violente -dagli attacchi, agli eventi associabili al jihadismo individuale- e presta attenzione alle nuove forme di estremismo militante che stanno emergendo in modo sempre più aggressivo, innestandosi su orientamenti ideologici pre-esistenti, come ad esempio il movimento cospirazionista QAnon con il suo avvicinamento alla destra. L’urgenza di focalizzarsi anche su queste derive è dettata dalla progressiva crescita della radicalizzazione avvenuta a livello globale nel corso della pandemia di COVID19, e con la quale saremo confrontati sul medio e lungo termine.

L’attenzione mediatica nei confronti del terrorismo si è concentrata nel periodo di massima espansione del sedicente Stato islamico (in particolare dal 2015 al 2017) e degli attentati più importanti verificatisi in Europa (Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza, Londra); tuttavia gli attacchi secondari a bassa intensità, pur avendo provocato un numero di vittime decisamente inferiore, rappresentano la maggior parte delle azioni terroristiche degli anni successivi. L’Osservatorio ReaCT tramite il database di START InSight, ha registrato e analizzato tutti gli eventi riconducibili alla violenza jihadista in Europa, dal 2004 a oggi; un lavoro di ricerca e analisi che è ora a disposizione di tutti per comprenderne la natura e l’evoluzione. È con la consapevolezza dell’utilità di questo tipo di sguardo, che la squadra di ReaCT ha rinnovato il proprio impegno e prodotto il suo secondo Rapporto, composto da 13 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione dei numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa, alla propaganda online durante l’emergenza del COVID-19; dal contrasto alla radicalizzazione attraverso il diritto penale, ai risultati di un programma di de-radicalizzazione sperimentato dal Tribunale per i minori di Trieste; dall’esperienza del Kosovo nel rimpatrio dei foreign fighters, all’estremismo di destra e i rapporti che intrattiene con quello islamista; dalla lezione appresa nei 60 giorni di paura che hanno contraddistinto l’autunno 2020, ai legami tra terrorismo e immigrazione; dal concetto della prevenzione in Europa, alla minaccia attuale nel Regno Unito; dall’attacco di Vienna agli estremismi di destra e sinistra in tempo di pandemia, alla comprensione del fenomeno QAnon.

ReaCT vuole contribuire in questo modo alla divulgazione di informazioni e studi utili affinché si possano comprendere le origini e la direzione di un fenomeno – l’estremismo – che chiama in causa ognuno di noi.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.itinfo@startinsight.eu


Libia in transizione – è online il 1° volume “InSight”

Guerra per procura, interessi divergenti, traffici illegali

L’instabilità libica è il principale ostacolo alla sicurezza dell’intero Mediterraneo ma gli stati europei sembrano incapaci di intraprendere un percorso unitario per la sicurezza del confine meridionale della UE: e questo avrà dirette ripercussioni sulla sicurezza del Nord Africa e dell’Europa meridionale, che coincide con il fianco sud della NATO.  La competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse. Su tale situazione si innesta il processo elettorale del 2021, frutto del dialogo negoziale che si è svolto a Ginevra attraverso la mediazione delle Nazioni Unite, a cui è seguito, il 16 marzo, l’insediamento del Governo di Unità Nazionale provvisorio (GNU).

Il volume “Libia in transizione” è inserito nella collana “InSight“.

Claudio Bertolotti, Direttore START InSight

SCARICA IL VOLUME “LIBIA IN TRANSIZIONE”

Introduzione

1. 2020: l’evoluzione del conflitto in quattro

Il vertice europeo di Berlino del 19 gennaio

La fine dell’assedio di Tripoli

L’accordo di Ginevra

Le elezioni per il governo unificato

2. La strategia turca indebolisce l’Italia

Consolidamento in Libia e attivismo militare nel Mediterraneo

Tra guerra e il riposizionamento diplomatico

Italia e Turchia: alleati e rivali

3. Due attori e due strategie in Libia: le ambizioni di Egitto e Turchia

Lo sforzo militare in Libia: l’accordo militare turco-libico

Il sostegno militare al GNA

Il sostegno militare all’Esercito Nazionale Libico

Il rifornimento aereo e marittimo

La strategia egiziana: tra diplomazia e interventismo (Melcangi A.)

4. L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner

L’arrivo dei contractor “russi” e l’escalation nella guerra per procura

5. La nuova economia: traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio, droga e armi

Il traffico illegale di migranti: nuovo modus operandi, vecchio approccio al profitto

La oil connection: criminalità organizzata e terrorismo

La droga come sistema di pagamento per gli affari illeciti

La Libia come epicentro del traffico illegale di armi

6. Operazione EUNAVFOR-MED “Irini”: limiti e criticità

Il vertice di Berlino come premessa all’operazione “Irini”

Obiettivi dell’operazione “Irini”

Una situazione che peggiora: continua l’afflusso di armi

Dalla teoria alla pratica: difficoltà operative e limiti politici

La sfida militare della Turchia all’Unione Europea

I due punti deboli di “Irini”

“Irini”: l’opportunità che l’Italia deve cogliere

SCARICA IL VOLUME “LIBIA IN TRANSIZIONE”


Chaos a Capitol Hill: cosa è mancato

di Luca Tenzi, Security and Resilience Strategist e Andrea Molle, START InSight

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La storia ci insegna che l’assalto coordinato al Campidoglio, avvenuto mercoledì 6 Gennaio 2021 a Washington DC, è stato tutto fuorché imprevedibile. Nonostante si tratti di eventi poco conosciuti al pubblico, il Campidoglio è stato in passato l’obiettivo di diversi attacchi. Nel 1954, ad esempio, un gruppo di separatisti provenienti dallo Stato libero associato, cioè un territorio non incorporato degli Stati Uniti, aprirono il fuoco all’interno dell’edificio, ferendo cinque membri del Congresso. Nel 1998, invece, un singolo individuo armato riuscì a superare tutti i controlli di sicurezza del Campidoglio uccidendo due poliziotti prima di essere fermato. Infine, il Campidoglio fu probabilmente il quarto obiettivo, fortunatamente non raggiunto, dei dirottatori del 9/11 2001. Da allora, la possibilità di un attentato terroristico all’edificio è stata presa seriamente in considerazione. O almeno avrebbe dovuto esserlo.

Nella sottovalutazione della minaccia, ha sicuramente inciso il fatto che nella storia americana recente non si erano mai avute delle dimostrazioni di tale violenza dirette verso un luogo governativo. Neppure durante manifestazioni di protesta, vere e proprie rivolte, contro la guerra del Vietnam i dimostranti presero d’assalto i luoghi simbolo dello Stato, men che meno il Campidoglio. Infine, nemmeno le più recenti dimostrazioni organizzate del movimento Black Lives Matter, pur arrivando fino alla soglia dei palazzi del potere americano, avevano mai infranto la sottile linea di demarcazione tra la disubbidienza civile e l’atto di sovversione nei confronti di un governo legittimo e democraticamente eletto.

Tuttavia, tutto faceva presagire che non sarebbe stata una manifestazione come le altre. Nei giorni precedenti al 6 gennaio, si erano registrati molti segnali che avrebbero dovuto allarmare la comunità dell’intelligence americana. Fonti di open-source intelligence avevano lanciato l’allarme che i sostenitori di Donald Trump stavano condividendo, sui social media, piani per la giornata e, tra le discussioni monitorate, vi erano thread sospetti, tra i quali, ad esempio, una discussione sui modi per introdurre illegalmente armi nella Capitale federale. In casi come questo, non solo di semplici manifestazioni di protesta ma con la concreta possibilità di episodi violenti, le agenzie locali e federali, in totale circa una dozzina, avrebbero dovuto prestare molta attenzione alla pianificazione e al coordinamento delle operazioni. La raccolta di informazioni e la pianificazione delle misure di sicurezza preventiva avviene, di norma, sotto la guida dell’FBI o dell’NSA (National Security Agency), ma non è chiaro quanto di tutto ciò sia avvenuto nel caso del 6 Gennaio.

Va sottolineato che la capitale Americana, Washington DC, vive di vita propria relativamente alle forze di sicurezza, con una moltitudine di agenzie locali, statali e federali che si occupano della protezione dei simboli e dei rappresentati del governo. Come da protocollo, la sicurezza è stata inizialmente gestita dalla sola Capitol Police, una forza di polizia di circa 2.000 membri sotto il controllo diretto del Congresso e dedicata unicamente alla protezione del Campidoglio. Il Capo della Capitol Police, che viste le forti pressioni politiche si è dimesso con decorrenza dal 16 Gennaio, ha dichiarato di aver presentato la richiesta di rinforzi ben due giorni prima della rivolta, avendo ricevuto e esaminato l’intelligence che indicava che la manifestazione sarebbe stata più grande e potenzialmente più violenta di quanto previsto. Per ragioni che ancora oggi rimangono poco chiare, gli altri elementi del vasto apparato di sicurezza del governo federale degli Stati Uniti hanno ignorato la richiesta e non sono intervenuti per tempo.

Il periodo di transizione tra il governo uscente e la nuova amministrazione ha influenzato il processo decisionale. Il fatto che posizioni chiave, occupate ad interim da dirigenti prossimi a lasciare, ha sicuramente rallentato o addirittura indebolito la forza delle decisioni operative e tattiche. Ciò emerge anche dall’analisi delle tempistiche decisionali. La timeline degli eventi sembra prendere sempre più forma lasciando intendere che gli errori siano stati molti. Un funzionario della Difesa ha ad esempio dichiarato che il sindaco di Washington, Muriel Bowser, ha richiesto l’invio della Guardia Nazionale intorno alle ore 14:00 e cioè circa 45 minuti dopo che gli assalitori avevano superato la prima barricata del perimento esterno di sicurezza dell’edificio. Non è chiaro perché il sindaco lo dovesse fare, e non piuttosto il Capo della polizia del Campidoglio Steven Sund, a riprova del fatto che le linee gerarchiche, molto particolari, della capitale hanno sicuramente aggravato la confusione. Il segretario alla Difesa ad interim, Chris Miller, ha poi attivato la Guardia Nazionale, ma solo circa 30 minuti dopo la richiesta ricevuta dal sindaco e alla quale si sono anche aggiunti reparti tattici (SWAT) di polizia provenienti dagli Stati confinanti. A quel punto, purtroppo il Campidoglio era ormai indifendibile. Nonostante la presenza di un sottile perimetro di sicurezza esterna, non era stato previsto, apparentemente, nessuno perimetro di sicurezza all’interno dell’edificio, eccezione fatta per lo schieramento di alcuni agenti a difesa dei luoghi più importanti. Nessun corridoio era stato bloccato e una volta raggiunto l’interno, gli assalitori hanno potuto girare liberamente nell’edificio, inseguiti dalla polizia ormai in preda alla confusione.

Durante la fase interna dell’assalto, nella Rotunda, l’iconica sala circolare situata sotto la cupola del Campidoglio, sono state distribuite maschere antigas. È noto che la polizia abbia anche usato spray al peperoncino e gas lacrimogeni per rallentare il movimento dei manifestanti, trovandosi chiaramente in inferiorità numerica. Allo stesso tempo, il servizio segreto procedeva all’evacuazione del vicepresidente Mike Pence e, questa volta la polizia, dei diversi membri del Congresso tra cui la Speaker Nancy Pelosi. Le forze di sicurezza hanno anche cercato di barricare le porte con espedienti di fortuna, usando ad esempio i mobili degli uffici e dell’aula parlamentare. Una credenza, ad esempio, è stata spinta davanti alle porte dell’aula, mentre i parlamentari si nascondevano sotto le scrivanie in attesa di essere estratti.

A vent’anni dal 9/11, si stima che il budget annuale del dipartimento della sicurezza del Campidoglio sia triplicato e si assesti sui $450 milioni. Ma allora cosa non ha funzionato nella difesa del Campidoglio? Tra le cose importanti da sottolineare, la prima è l’impreparazione della Capitol Police nel gestire una situazione di vera e propria guerriglia nel Campidoglio che si sovrappone a una debolezza strutturale dell’edificio. Si tratta di una lacuna fondamentalmente addestrativa, ma che non lascia molto spazio a soluzioni alternative. Gli agenti sono infatti principalmente addestrati allo scopo di tenere eventuali manifestanti lontani dai gradini esterni del Campidoglio e proteggere il complesso alla stregua di una cittadella. L’obiettivo di difendere i gradini è giustificato dal fatto che il complesso del Campidoglio, risalente al 19° secolo, è caratterizzato dalla presenza di molte porte e finestre. È difficile pertanto pensare che una forza di polizia, sebbene numerosa, possa difenderle tutte contemporaneamente. Una volta conquistati i gradini, come purtroppo prevedibile, gli assalitori hanno avuto gioco facile per trovare una via di ingresso nell’edificio. La seconda debolezza, questa volta operativa, è che la Capitol Police dispone di piani di contingenza unicamente per quelle che vengono definite, legalmente, come “attività previste del Primo Emendamento” e cioè attività di protesta, anche moderatamente violenta, ma che non si configurano come un attacco di stampo terroristico o come un’operazione di guerriglia.

Le dimostrazioni di protesta e gli atti di disubbidienza civile dei sostenitori repubblicani erano state certamente ipotizzate, e in un certo senso date per scontate per la dialettica confrontazionale impostata dal Presidente uscente, ma la violenza che si è risolta in un vero e proprio assalto ha sorpreso tutti gli esperti sia nazionali che stranieri. Tale veemenza fisica e dialettica, ha scioccato il mondo proprio per la facilità con cui è stato violato un luogo che veniva reputato tra i più sicuri in assoluto e che invece ha dimostrato una imperdonabile debolezza.

Nonostante la presunta esistenza di molteplici meccanismi di contingenza, la sicurezza è stata evidentemente mal progettata, insufficiente, e affidata a una forza di polizia inadeguata al compito. La risposta è apparsa del tutto improvvisata al punto che i direttori dei Dipartimenti di Giustizia, Difesa, e Homeland Security hanno avviato un rigoroso procedimento di inchiesta relativo alle mancanze delle proprie agenzie durante l’assalto.

Sorvolando sulla dinamica del movimento di folla, se coordinato o meno, e lasciando per un momento da parte un’analisi più precisa della gestione da parte delle forze dell’ordine preposte all’intelligence e alla gestione dei facinorosi, ciò che stupisce è la fragilità delle difese fisiche dell’immobile. Anche le risorse umane, cosi come il materiale individuale e di gruppo a disposizione delle forze preposte alla difesa fa ben capire che lo scenario che si è realizzato davanti gli occhi, e le telecamere dei media e dei social media, non era mai stato veramente preso in considerazione.

Per misure fisiche si intendono sia gli elementi di tipo architettonico a difesa della struttura che i sistemi meccanici o manuali che avrebbero dovuto impedire, ritardare o anche solo limitare l’accesso all’edificio da parte del gruppo più violento dei manifestanti. Misure che nel mondo degli esperti della security e protezione di luoghi sensibili vengo riassunte nel paradigma delle 5D (deter, detect, deny, delay, defend), modello che è ormai considerato best practice da tutte le agenzie di sicurezza sia pubblica che privata. La loro mancanza lascia molto perplessi, proprio perché negli Stati Uniti, più che altrove, le misure di sicurezza relative alla protezione dei luoghi simbolo del governo sono notevolmente aumentate dopo gli eventi del 9/11. Nel “dopo 9/11”, tutti gli obiettivi sensibili, sia su suolo americano che all’estero come le sedi diplomatiche, hanno subito un completo restyling di sicurezza anche grazie all’incremento esponenziale dei budget dedicati. Le ambasciate Americane nel mondo vengo oggi prese ad esempio proprio per le loro misure di sicurezza, teutoniche e draconiane. Misure architettoniche, restyling urbanistico, nuove soluzioni tecniche, e presenza costante di personale armato sono oggi diventati la norma. L’uso dei concetti di prevenzione del crimine attraverso la progettazione ambientale (Crime prevention through environmental design, CPTED) sono tra gli elementi chiave della rivoluzione stilistica della sicurezza, che vede la sua apoteosi nella sede diplomatica americana a Londra. Qui l’approccio multi-disciplinare per sviluppare un deterrente al comportamento criminale è stato portato quasi al parossismo trasformando l’Ambasciata in una fortezza quasi inespugnabile.

Lo stesso non si può invece dire per molti dei luoghi chiave della politica americana nella capitale federale. Il Campidoglio rimane, come tanti altri luoghi governativi, parzialmente aperto al pubblico e questo lo rende un soft target. I visitatori, durante le visite guidate ma anche durante incontri con i propri rappresentanti governativi, possono tranquillamente osservare e raccogliere informazioni e muoversi quasi liberamente all’interno dell’edificio. Dove non arrivano le visite dirette lo fa internet con siti specialistici che pubblicano mappe estremamente dettagliate del Campidoglio. Mappe che vengono anche aggiornate ogni qualvolta si fanno delle modifiche o vi sono delle ristrutturazioni. Dopo i fatti del 6 Gennaio, persino le misure di sicurezza e gli spostamenti del Vice Presidente sono stati studiati, analizzati e mostrati dai mass media.

Un primo elemento di debolezza è che, pur avendo in passato stabilito una prima linea di difesa in occasione delle manifestazioni del movimento Black Lives Matter, sembra che in questo caso non si sia pensato di fare lo stesso utilizzando barriere antisfondamento e anti-scavalcamento. Di fatto le barriere usate il 6 Gennaio erano di tipo classico, come quelle usate solitamente per direzionare le folle, come nel caso del pubblico di un concerto, e non certo le barriere viste a difesa del Campidoglio e della Casa Bianca successivamente alle proteste collegate alla morte di George Floyd. In quell’occasione la reazione dell’apparato di sicurezza fu probabilmente anche esagerata. Va ricordato che allora il presidente Trump fece costruire una cancellata molto alta a protezione della Casa Bianca e anche che durante le proteste vi fu una famosa photo ops dove si vedevano i manifestanti rimossi manu militari dalla Guardia Nazionale. Paradossalmente, la cosa fu accolta con orrore da molti osservatori perché, a loro dire, la Casa Bianca deve rimanere un simbolo accessibile al popolo che ha diritto costituzionalmente a manifestare in protesta.

Un secondo aspetto che ci sorprende è la presenza di alcuni punti d’ingresso mal protetti e facilmente accessibili. Parliamo, ad esempio, di come le finestre ai piani inferiori non fossero protette né anti-sfondamento. Dalle immagini diffuse abbiamo potuto osservare come solo un limitato numero di vetri sulle porte principali lo fossero, e altre siano state sfondate con dei semplici oggetti disponibili sul campo, es. sedie o sbarre di metallo. Questo ha facilitato l’accesso di alcuni elementi sovversivi che hanno poi permesso di dare indicazioni e sicuramente liberare porte che fossero state chiuse dall’interno. Le porte interne, per esempio, non erano anti-sfondamento, né i vetri erano balistici. L’immagine degli agenti a difesa della sala del senato con le armi in pugno, con quello che sembra essere un armadio a difesa della porta, ce lo conferma. Così come anche la morte della manifestante a causa di un colpo sparato attraverso una porta finestra da parte di un agente di polizia. Da mesi inoltre il Campidoglio è parzialmente ricoperto da impalcature per lavori di conservazione delle facciate. Impalcature mal protette che hanno fatto da torre temporanea d’assalto, facilitando l’accesso ai piani superiori fino al tetto e fornendo armi improprie agli aggressori. Impalcatura e cantiere che non erano protetti o difesi e, sembra, di facile accesso.

In conclusione, se la democrazia ha dimostrato grandi capacità di tenuta, la sicurezza ha fallito e in modo spettacolare. L’inadeguatezza dimostrata dalla mancanza di pianificazione operativa e fisica, oltre che dalla presenza di problemi sistemici nella catena di comando dell’apparato di sicurezza di Capitol Hill non può che far riflettere sul fatto che gli Stati Uniti sono sostanzialmente impreparati ad affrontare una minaccia eversiva interna ad opera di individui appartenenti alla maggioranza della popolazione – cioè rappresentata da cittadini americani di classe medio-bassa e di razza caucasica.

Questo non solo a causa dei ritardi nella comunità dell’intelligence nell’adeguare la propria percezione del rischio a un target che non sia lo stereotipo del jihadista straniero, di origine medio-orientale, ma anche e forse soprattutto per la presenza di un vizio ab originem racchiuso nella stessa Costituzione del paese. Il primo e il secondo emendamento garantiscono rispettivamente infatti, ai cittadini ed ai residenti permanenti, il diritto ad esprimere anche in modo aggressivo la propria opinione e di possedere armi da fuoco, organizzandosi nella forma di milizie per rispondere alle minacce esterne e interne comprese, nell’immaginario collettivo, quelle provenienti da un governo considerato dittatoriale. Questa miscela infiammabile ha contribuito a causare i fatti del 6 Gennaio e contribuisce anche oggi a fare di obiettivi high profile, come il Campidoglio ma anche la stessa Casa Bianca, dei soft target.

Come vi è stato un prima e dopo 9/11, vi sarà un prima e dopo 1/6. Laddove i diritti costituzionali sanciti dal primo e secondo emendamento non potranno probabilmente essere modificati, possiamo ipotizzare e auspicare che i movimenti nazionalisti e le milizie diventeranno osservati speciali. Avremo inoltre discussioni, anche animate, su quali possono e dovranno essere le misure di sicurezza per gli edifici governativi aperti al pubblico, in primis proprio il Campidoglio. Discussioni che a ben vedere sono già iniziate nei giorni seguenti all’assalto, quando la Speaker Democratica Nancy Pelosi ha ordinato, non senza proteste e defezioni, che Capitol Police introducesse dei controlli simili a quelli aereoportuali anche per l’accesso di parlamentari e senatori al Congresso.

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Unione della sicurezza: un programma di lotta al terrorismo e un Europol più forte per potenziare la resilienza dell’UE

Bruxelles, 9 dicembre 2020: la Commissione ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo affinché l’UE intensifichi la lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento e diventi più resiliente nei confronti delle minacce terroristiche. Sulla base del lavoro svolto negli ultimi anni, il programma intende aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire meglio la minaccia terroristica e a proteggersi e reagire più efficacemente. Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto, fornirà un migliore sostegno operativo alle indagini degli Stati membri in virtù del nuovo mandato proposto il 9 dicembre.

Un nuovo programma di lotta al terrorismo: prevedere, prevenire, proteggersi e reagire

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “La nostra protezione più forte contro la minaccia terroristica risiede nelle fondamenta della nostra Unione, inclusive e basate sui diritti. Costruendo società inclusive in cui ciascuno possa trovare il suo posto, riduciamo l’attrattiva delle argomentazioni estremiste. Allo stesso tempo, lo stile di vita europeo non può essere messo in discussione: dobbiamo fare tutto il possibile per impedire a chi lo desidera di cancellarlo. Con il programma di lotta al terrorismo presentato oggi, investiamo nella resilienza delle nostre società combattendo più efficacemente la radicalizzazione e proteggendo gli spazi pubblici dagli attentati tramite misure mirate”.

Ylva Johansson, Commissario per gli Affari interni, ha dichiarato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato oggi potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta lecomunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati. Proponiamo inoltre di dotare Europol dei mezzi moderni necessari persostenere i paesi dell’UE nelle loro indagini“.

Misure per prevedere, prevenire, proteggere e reagire

La recente ondata di attentati perpetrati sul suolo europeo ci ha bruscamente ricordato che ilterrorismo rimane un pericolo reale ed attuale. Con l’evolvere di questa minaccia, deve evolvereanche la nostra cooperazione diretta a contrastarla. Il programma di lotta al terrorismo si prefigge i seguenti obiettivi:

Individuare le vulnerabilità e sviluppare la capacità di prevedere le minacce

Per prevedere meglio le minacce e individuare potenziali punti deboli, gli Stati membri accertarsi cheil Centro di situazione e di intelligence (ITCEN) possa contare su contributi di alta qualità al fine di aumentare la nostra conoscenza situazionale. Nell’ambito della sua imminente proposta sulla resilienza delle infrastrutture critiche, la Commissione organizzerà missioni consultive per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni del rischio, basandosi sull’esperienza di un gruppo di consulenti UE sulla sicurezza protettiva. La ricerca in materia di sicurezza contribuirà a migliorare l’individuazione precoce delle nuove minacce, mentre gli investimenti nelle nuove tecnologie manterranno all’avanguardia la reazione dell’Europa al terrorismo.

Prevenire gli attentati combattendo la radicalizzazione

Per contrastare la diffusione delle ideologie estremiste online è importante che il Parlamento europeo e il Consiglio adottino con urgenza le norme sulla rimozione dei contenuti terroristici online. La Commissione sosterrà poi la loro applicazione. Il Forum dell’UE su Internet elaborerà linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico per i materiali estremisti online. Promuovere l’inclusione e offrire opportunità tramite l’istruzione, la cultura, lo sport e le misure per i giovani può contribuire a rendere le società più coese e prevenire la radicalizzazione. Il piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione aiuterà a sviluppare la resilienza delle comunità. Il programma si prefigge inoltre di rafforzare l’azione preventiva nelle carceri, con particolare attenzione alla riabilitazione e al reinserimento dei detenuti con idee radicali, anche dopo il loro rilascio. Per diffondere conoscenze e competenze sulla prevenzione della radicalizzazione, la Commissione proporrà la creazione di un polo di conoscenze dell’UE che riunisca responsabili politici, operatori e ricercatori. Consapevole dei problemi specifici relativi ai combattenti terroristi stranieri e ai loro familiari, la Commissione favorirà la formazione e la condivisione delle conoscenze per aiutare gli Stati membri agestire il loro rimpatrio.

Promuovere la sicurezza fin dalla progettazione e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione

Molti dei recenti attentati perpetrati nell’UE sono stati commessi in luoghi densamente popolati o di elevato contenuto simbolico. L’UE intensificherà l’impegno per garantire la protezione fisica degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, mediante la sicurezza fin dalla progettazione. La Commissione proporrà di raccogliere le città intorno a un impegno dell’UE sulla sicurezza e la resilienza urbane e metterà a disposizione finanziamenti per aiutarle a ridurre le vulnerabilità degli spazi pubblici. La Commissione proporrà inoltre misure volte a rendere più resilienti le infrastrutture critiche, quali nodi di trasporto, centrali elettriche od ospedali. Per potenziare la sicurezza aerea, la Commissione esplorerà le opzioni per un quadro giuridico europeo che permetta la presenza di agenti di sicurezza sugli aerei. Tutti coloro che entrano nell’UE, che siano o meno cittadini dell’UE, devono essere controllati consultando le banche dati pertinenti. La Commissione aiuterà gli Stati membri a predisporre tali verifiche sistematiche alle frontiere. La Commissione proporrà inoltre un sistema per impedire, colmando una lacuna esistente, che una persona a cui è stata negata l’autorizzazione ad acquisire un’arma da fuoco per motivi di sicurezza in uno Stato membro possa presentare una richiesta analoga in un altro Stato membro.

Rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati

La cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire efficacemente agli attentati e consegnare i responsabili alla giustizia. Nel 2021 la Commissione proporrà un codice di cooperazione di polizia dell’UE per rafforzare la cooperazione tra le autoritàdi contrasto, anche nella lotta contro il terrorismo. Una parte sostanziale delle indagini sulla criminalità e sul terrorismo comporta informazioni cifrate. La Commissione collaborerà con gli Stati membri per individuare le possibili soluzioni giuridiche, operative e tecniche per l’accesso legittimo e promuoverà un approccio che mantenga l’efficacia della cifratura nella protezione della privacy e della sicurezza delle comunicazioni, permettendo al contempo una valida risposta alla criminalità e al terrorismo. Al fine di favorire meglio le indagini e l’azione penale, la Commissione proporrà di creare una rete di investigatori finanziari antiterrorismo, comprendente Europol, per contribuire a seguire le tracce del denaro e identificarele persone coinvolte. La Commissione, inoltre, aiuterà ulteriormente gli Stati membri a usare le informazioni raccolte sul campo di battaglia per identificare, scoprire e perseguire i combattenti terroristi stranieri di ritorno. La Commissione lavorerà per rafforzare la protezione delle vittime degli atti terroristici, anche per aumentare l’accesso al risarcimento. L’attività volta a prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo coinvolgerà i paesi partner, nel vicinato dell’UE e nel resto del mondo, e si baserà su una collaborazione più intensa con le organizzazioni internazionali. La Commissione e l’Alto rappresentante/Vicepresidente rafforzeranno, ove opportuno, la cooperazione con i partner dei Balcani occidentali nel settore dellearmi da fuoco, negozieranno accordi internazionali con i paesi del vicinato meridionale per lo scambio di dati personali con Europol, e intensificheranno la cooperazione strategica e operativa con altre regioni come il Sahel, il Corno d’Africa, altri paesi africani e le principali regioni dell’Asia. La Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo incaricato di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo nell’ambito della Commissione stessa, e in stretta cooperazione con gli Stati membri e il Parlamento europeo.

Un mandato più forte per Europol

La Commissione propone oggi di rafforzare il mandato di Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto. Dato che i terroristi abusano spesso di servizi offerti da imprese private per reclutare seguaci, pianificare attentati e diffondere propaganda che inciti a nuovi attacchi, il mandato riveduto aiuterà Europol a cooperare efficacemente con soggetti privati e trasmettere le prove agli Stati membri. Ad esempio, Europol potrà agire come punto focale qualora non sia chiaro quale Stato membro abbia la competenza giurisdizionale. Il nuovo mandato permetterà inoltre a Europol di trattare serie di dati ampie e complesse, di cooperare meglio con la Procura europea e con paesi terzi e di contribuire a sviluppare nuove tecnologie che soddisfino le esigenze delle autorità di contrasto. Rafforzerà altresì il quadro di Europolper la protezione dei dati e il controllo parlamentare.

Contesto

Il programma odierno fa seguito alla strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza per il periodo 2020-2025, nella quale la Commissione si è impegnata a concentrarsi sui settori prioritari in cui l’UE può apportare un valore aggiunto per aiutare gli Stati membri a rafforzare la sicurezza di tutti coloro che vivono in Europa. Il programma di lotta al terrorismo si basa sulle misure già adottate per sottrarre ai terroristi i mezzi per commettere attentati e rafforzare la resilienza nei confronti delle minacce terroristiche, tra cui le norme dell’UE sulla lotta contro il terrorismo e il finanziamento del terrorismo e sull’accesso alle armida fuoco.

Per ulteriori informazioni:

Comunicazione sul programma di lotta al terrorismo dell’UE: prevedere, prevenire, proteggere, reagire
Proposta di regolamento che rafforza il mandato di Europol
Rafforzare il mandato di Europol – Valutazione d’impatto
Rafforzare il mandato di Europol – Sintesi della valutazione d’impatto
Un programma di lotta al terrorismo per l’UE e un mandato più forte per Europol: domande e risposte
Comunicato stampa: strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza: integrare le singole misure in unnuovo ecosistema della sicurezza, 24 luglio 2020
Unione della sicurezza – sito web della Commissione

Illustration 2020/2
© Copyright European Commission 2020

RaiNews24 Flussi migratori e jihadismo nel Mediterraneo. Ne parla Claudio Bertolotti

L’Evoluzione del terrorismo, i punti di contatto tra jihadismo e flussi migratori. La minaccia terroristica tra adattamento ed evoluzione.

Ne ha parlato a Rainews24 il Direttore Claudio Bertolotti, partendo da un approfondimento del suo ultimo libro “Immigrazione e terrorismo. I legami tra flussi migratori e terrorismo di matrice jihadista“.

La connessione tra criminalità organizzata e gruppi terroristici jihadisti include, in particolare, le organizzazioni criminali tunisine e italiane coinvolte nella migrazione irregolare e nel traffico di droga dalla Tunisia all’Italia, e la capacità della criminalità organizzata italiana di produrre documenti contraffatti dell’UE utilizzati dai migranti illegali, potenzialmente legati a gruppi terroristici, per viaggiare all’interno dell’area Schengen. Questa immigrazione irregolare dalla Tunisia all’Italia è diversa da quella dalla Libia all’Italia per il coinvolgimento diretto e la stretta cooperazione tra mafie italiane e trafficanti e contrabbandieri tunisini.
Il fenomeno migratorio è dunque caratterizzato da una significativa componente irregolare ed è, al tempo stesso, sfruttato da soggetti e gruppi radicali, criminalità organizzata e organizzazioni terroristiche; tutto ciò fa del fenomeno migratorio irregolare ed illegale una seria sfida per gli stati europei”.

 


La posta in gioco. Come leggere la serie di attentati in Francia?

di Chiara Sulmoni e Claudio Bertolotti

La Francia non è il paese europeo con il maggior numero di individui radicalizzati nel radar dei servizi di intelligence (è superata in questo dalla Gran Bretagna). Sicuramente però, è quello più toccato dalla violenza di matrice islamista. Il database di START InSight ha registrato 58 episodi di questa natura dal 2015 ad oggi.

L’accelerazione sanguinaria dell’ultimo mese – il fatto che i terroristi che hanno colpito a Parigi il 25 settembre (attacco nei pressi della vecchia sede del Charlie Hebdo), il 16 ottobre (decapitazione del Prof. Samuel Paty) e a Nizza il 29 ottobre (brutali attacchi all’arma bianca nella cattedrale di Notre-Dame) siano individui giunti da poco in Europa – ha segnato un cambio di passo. Le ragioni degli attacchi, è stato detto ormai da più parti, hanno a che vedere con i valori della Repubblica – laicità e conseguente totale libertà d’espressione che include il diritto alla blasfemia – che non sono allineati con il sentire di chi aderisce a una lettura fondamentalista dell’Islam. Una lettura diffusa e propagata anche attraverso reti, associazioni, media.

Da 15 anni ormai analisti e ricercatori dedicano il loro lavoro a comprendere le ragioni, le strade e i mezzi del terrorismo cosiddetto homegrown – della porta accanto – emerso in Europa all’inizio degli anni 2000 dall’incrocio esplosivo tra la “militarizzazione” dell’Islam avviata con l’11 settembre (cioè, il suo utilizzo come strumento di vendetta e di supremazia nei confronti dell’Occidente) e situazioni di disagio e marginalizzazione dentro il cuore del Vecchio continente, nelle sue strade e nei suoi quartieri.

Di fronte a un’onda violenta di sempre maggiori dimensioni, che l’approccio securitario non è in grado di contenere, anche il linguaggio degli organismi internazionali è progressivamente cambiato e dalla lotta al terrorismo si è progressivamente passati all’impegno nel contrasto e nella prevenzione dell’estremismo, per approdare al tentativo ancora incerto della de-radicalizzazione. Se il terrorismo homegrown aveva motivazioni prevalentemente – anche quando inconsciamente – politiche (come richiede l’idea stessa di “costruzione” di uno Stato Islamico, concreto o utopico che sia), ci troviamo ora ai piedi della scala. Perché già il primo evento tragico che aveva messo in evidenza l’esistenza di una scena estremista tipicamente europea, avvenuto il 2 novembre 2004 ad Amsterdam, era maturato in un contesto di fondo simile a quello della recente ondata. Si è trattato dell’omicidio brutale del regista Theo van Gogh, colpevole di aver girato un film sulla violenza di genere nell’Islam, considerato blasfemo. Un “sentire” che può accomunare musulmani tanto rigoristi quanto terroristi in ogni angolo del mondo, portandoli a manifestare ma anche ad agire indiscriminatamente a ogni latitudine (come nell’attacco al consolato francese a Jeddah del 29 ottobre).

Gli attentatori che hanno colpito la Francia ad ottobre non sono i cosiddetti homegrown cresciuti nelle sue banlieues: la motivazione di questi attacchi è prevalentemente religiosa

Gli attentatori che hanno colpito la Francia ad ottobre non sono cresciuti nelle sue banlieues. Non hanno operato in rappresentanza dello Stato Islamico o di altre sigle, ma hanno agito per una convinzione che stride con i valori di una Repubblica, alla quale d’altra parte non appartengono. La motivazione di questi attacchi è prevalentemente religiosa. Se la radicalizzazione homegrown – attraverso la violenza organizzata – porta in un certo senso al prevalere dell’aspetto politico su quello religioso (almeno agli occhi di chi ha studiato il fenomeno), gli ultimi eventi hanno portato al prevalere della religione sulla politica (anche se poi, il sentire religioso viene politicamente manipolato).

Il piano preannunciato da Macron accosta pericolosamente lo Stato (laico) all’Islam

Il piano preannunciato dal Presidente Macron, che intende combattere il “separatismo islamista”, accosta pericolosamente lo Stato (laico) all’Islam. Il rischio e la grande incomprensione che ne potrebbe derivare, è il pensiero che lo Stato intenda sanzionare e determinare cosa sia lecito e cosa no, in termini di fede e pratica; che voglia modellare un Islam europeo – o francese. Un concetto già in voga in passato, ma che è oggi inadeguato e ormai superato, e che deve essere sostituito – anche a livello linguistico – con l’idea della cittadinanza, di cittadini europei musulmani con diritti e doveri. Un modello in gran parte già acquisito.

La questione dell’immigrazione

A partire dall’autunno del 2015, momento in cui l’Europa è stata colpita dai più cruenti attacchi terroristici di matrice jihadista, l’opinione pubblica ha iniziato a sentirsi fortemente minacciata. Due questioni si sono improvvisamente imposte all’interno del dibattito pubblico e politico come fattori tra di loro indissolubilmente collegati: il terrorismo e i flussi migratori. I recenti attacchi avvenuti in Francia, a Parigi e a Nizza il 25 settembre, il 16 e il 29 ottobre, impongono una riflessione ulteriore sull’evoluzione della minaccia terroristica in Europa, dove agli aspetti politici e sociali si sommano quelli religiosi ed ideologici.

Preoccupa che potenziali jihadisti possano penetrare in Europa nascosti tra i migranti

Il fatto che jihadisti possano penetrare in Europa nascosti tra i migranti provenienti dal Nord Africa (ma anche dai Balcani) è un fattore di preoccupazione e allarme per i paesi europei, in particolare quelli che sono sulla prima linea dell’immigrazione come l’Italia.

La connessione tra criminalità organizzata e gruppi terroristici jihadisti include, in particolare, le organizzazioni criminali tunisine e italiane coinvolte nella migrazione irregolare e nel traffico di droga dalla Tunisia all’Italia, e la capacità della criminalità organizzata italiana di produrre documenti contraffatti dell’UE utilizzati dai migranti illegali, potenzialmente legati a gruppi terroristici, per viaggiare all’interno dell’area Schengen. Questa immigrazione irregolare dalla Tunisia all’Italia è diversa da quella dalla Libia all’Italia per il coinvolgimento diretto e la stretta cooperazione tra mafie italiane e trafficanti e contrabbandieri tunisini.

Il fenomeno migratorio è dunque caratterizzato da una significativa componente irregolare ed è, al tempo stesso, sfruttato da soggetti e gruppi radicali, criminalità organizzata e organizzazioni terroristiche; tutto ciò fa del fenomeno migratorio irregolare ed illegale una seria sfida per gli stati europei.

Nel 2020 ci sono stati 21 attacchi terroristici e azioni violente riconducibili al jihadismo

La minaccia di terrorismo in Europa è significativa. Nel 2020 ci sono stati 21 attacchi terroristici e azioni violente riconducibili al jihadismo; erano 19 nel 2019, 27 nel 2018. Le vittime sono in prevalenza civili. In Italia sono stati 8 gli episodi di violenza di questo tipo negli ultimi cinque anni: un dato inferiore rispetto a Francia, Regno Unito e Germania ma che nei prossimi anni potrebbe allinearsi con il resto d’Europa per la maggior presenza di immigrati di seconda generazione che per varie ragioni sono in genere più vulnerabili al richiamo jihadista.

Il pericolo maggiore è costituito dai radicalizzati cresciuti in Europa ma stimolati dall’attivazione emotiva della propaganda islamista e jihadista

Il pericolo maggiore è rappresentato dai radicalizzati cresciuti all’interno dei contesti nazionali ma stimolati dal sistema di “attivazione emotiva” della propaganda islamista e jihadista. Dalla radicalizzazione all’azione il passo è breve.

Aumentano i jihadisti tra gli adolescenti e i giovani adulti, con un’età compresa tra i 15 e i 27 anni, molti giunti in Italia in tenera età; un’evoluzione che obbliga gli organi investigativi a concentrarsi su un numero sempre maggiore di radicalizzati da monitorare o da espellere nel caso di soggetti privi di cittadinanza italiana. Sono circa 500 i soggetti identificati ed espulsi per terrorismo dall’Italia dal 2015 a oggi. La maggior parte proveniva dall’area del Maghreb e del Mashreq (Marocco, Tunisia, Egitto) e dai Balcani: per lo più immigrati irregolari o di recente regolarizzazione.

Fra ciò che è emerso a margine del processo sull’attentato che ha avuto luogo alla Manchester Arena nel 2017, c’è la dichiarazione di una guardia di sicurezza che, allertata circa il comportamento sospetto di Salman Abedi, avrebbe preferito non procedere con un controllo, per il timore di essere considerato razzista.

Anche in funzione preventiva, è necessario poter affrontare di petto tutti gli aspetti legati ai processi di radicalizzazione e di violenza jihadista (o di altri orientamenti), incluso quello migratorio che è peraltro sostenuto dai numeri, in modo costruttivo, aperto e onesto.

Photo by Fabien Maurin


Libia: le ambizioni della Turchia. La competizione tra Ankara, Mosca e il Cairo nel settore Security Force Assistance (SFA)

Lo sforzo militare in Libia: le conseguenze della collaborazione militare turco-libica

di Claudio Bertolotti

Il 15 settembre, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto al Segretario Generale Antonio Guterres di nominare un inviato speciale per la pace in Libia; in tale occasione Russia e Cina si sono astenute dal voto sulla risoluzione che avrebbe esteso anche la missione Onu nel Paese.

Il giorno successivo, 16 settembre, il primo ministro libico Fayez al-Sarraj, alla guida del governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli – che controlla parte della Libia occidentale –, ha annunciato la sua intenzione di dimettersi; una decisione, le cui ragioni non sono note, che ha lasciato spazio a numerose speculazioni. Molti ritengono che la decisione sia frutto delle forti pressioni internazionali – in particolare da parte statunitense – allo scopo di assecondare i paesi che si sentono più minacciati dagli accordi firmati dalla Libia con la Turchia, in particolare l’accordo di demarcazione del confine marittimo – exclusive economic zone (EEZ) – che più preoccupa gli europei, in primis la Francia e la Grecia. Un accordo che è stato accompagnato dall’aiuto militare della Turchia al GNA e grazie al quale, a giugno, è stato posto termine all’assedio di Tripoli durato oltre un anno da parte delle forze del generale Khalifa Haftar, comandante dell’esercito nazionale libico (Libyan National Army, LNA) del governo della Libia orientale di Tobruk.

Si tratta di un’evoluzione politica significativa e con rilevanti conseguenze strategiche sebbene, ad oggi, la Libia rimanga ancora fortemente divisa sui due principali fronti – Tripoli e Tobruk – in cui più attori perseguono propri obiettivi. Ma le dimissioni di al-Sarraj, se confermate, potrebbero compromettere seriamente i rapporti tra Ankara e Tripoli poiché l’accordo siglato dai ministri della difesa turchi e qatarioti il 17 agosto prevede che i due paesi forniscano assistenza alle forze di sicurezza libiche. E in tale quadro il GNA e la Turchia hanno già avviato una serie di programmi per la ricostruzione delle forze armate libiche: una collaborazione che è stata formalmente confermata il 20 settembre dal ministro della Difesa libico Salah Eddine al-Namrush.

I programmi, che ufficialmente mirano a istituire una forza militare in linea con gli standard internazionali, includono la ristrutturazione delle forze armate di terra, della marina, delle difese aeree, delle unità antiterrorismo e per operazioni speciali. In base all’accordo, i “consiglieri militari” turchi dovrebbero svolgere attività di addestramento e di assistenza logistica in cooperazione con il Qatar. Secondo il  quotidiano “Daily Sabah”, l’esercito turco fornirà assistenza (security force assistance, SFA) nella fase di transizione che dovrebbe portare, attraverso un processo di disarmo, smobilitazione e reinserimento (disarmament, demobilisation and reintegration, DDR) all’integrazione delle milizie irregolari in un esercito regolare; un ruolo, quello giocato dalla Turchia, che segue il copione  già utilizzato da Ankara nell’addestramento dell’esercito dell’Azerbaijan, dove le forze turche hanno fornito supporto, formazione, assistenza ed equipaggiamenti alle loro controparti azere. Il processo avviato in Libia da Turchia e Qatar, in linea con l’esperienza azera, mira a standardizzare sia l’addestramento che il reclutamento.

Combattenti, istruttori militari ed equipaggiamenti: la competizione tra Ankara, Mosca e il Cairo nel settore Security Force Assistance (SFA)

Come abbiamo visto, dunque, da un lato Ankara sta supportando il GNA con una missione di Security Force Assistance, formalmente attuata mediante accordi bilaterali con Tripoli; una missione supportata dalla fornitura di equipaggiamento militare e dal corredo di armi che Ankara fornisce a Tripoli, con ciò confermando l’inefficacia dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite – autorizzato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016) e 2473 (2019) – , e attuato in maniera non efficace dalla missione EUNAVFORMED “Irini”, il cui compito è quello di prevenire la fornitura di armi alla Libia. Un dispiegamento di personale militare da parte della Turchia che si accompagna al trasferimento di almeno dieci tipi di equipaggiamento militare tra cui sistemi di guerra elettronica, missili guidati anticarro, droni da combattimento, cannoni semoventi di difesa aerea, artiglieria, sistemi missilistici terra-aria, equipaggiamenti di marina e sistemi leggeri anti-aereo.

D’altro lato la Turchia ha svolto e svolgerebbe un ruolo da cui derivano maggiori criticità. È ormai nota la presenza di mercenari siriani inviati dalla Turchia in Libia per combattere a supporto del GNA: almeno 5.000 combattenti siriani, in parte provenienti dalla cosiddetta “Divisione Hamza” e la formazione estremista “Sultan Murad” (tra i gruppi ribelli siriani, sostenuti dalla Turchia, che hanno inviato combattenti in Libia), sono stati inviati in aiuto delle milizie alleate di Tripoli impegnate a contrastare le forze dell’LNA guidato dal generale Khalifa Haftar. Elementi reclutati, addestrate ed equipaggiati dalla Turchia e armati di mezzi corazzati Fnss Acv-15, lancia granate Milkor Mgl e missili anticarro statunitensi Bgm-71 Tow. È probabile che la presenza di jihadisti siriani finanziati dalla Turchia possa peggiorare le condizioni di sicurezza del paese portando a una reazione ostile da parte dell’opinione pubblica libica. Un pericolo di cui lo stesso GNA sarebbe consapevole, tanto da aver favorito il trasferimento da parte della Turchia di alcuni di questi jihadisti-mercenari in Azerbaigian, dove le ostilità contro l’Armenia aumentano al pari delle ambizioni turche nella regione.

Guardando all’altro fronte, quello tenuto dall’LNA e sostenuto da Emirati Arabi Uniti (EAU), Egitto e Russia, è possibile constatare un impegno in termini militari tutt’altro che marginale.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno dispiegato personale militare e trasferito in Libia almeno cinque tipi di equipaggiamento, inclusi veicoli corazzati, veicoli da ricognizione aerea e un caccia francese Dassault Mirage 2000-9.

La Russia ha trasferito almeno due tipi di equipaggiamento, tra cui jet da combattimento Mig-29A operativo presso la base aerea di Al Jufra e un aereo d’attacco supersonico Sukhoi SU-24, operativo dalle basi aeree di Al Jufra e Al Khadim. A questi equipaggiamenti si uniscono componenti corazzate a favore della compagnia di sicurezza privata russa “Wagner”, che consente alla Russia di poter operare militarmente nell’area senza essere coinvolta sul piano formale, con ciò potendo negare o minimizzare qualunque coinvolgimento diretto o eventuali perdite russe in Libia. Il gruppo “Wagner” avrebbe trasferito operatori militari privati ​​armati e attrezzature militari in Libia per sostenere le operazioni militari di Haftar, inclusi due mezzi corazzati da trasporto truppe. Gli operatori della “Wagner” risulta abbiano preso parte al ritiro delle forze di Haftar da Bani Walid tra il 27 maggio e il 1 luglio scorsi. Risulta che tali operatori fossero, e in parte ancora siano, dislocati nelle cinque basi aeree di Al Jufra, Brak, Ghardabiya, Sabha e Wadden, e presso l’impianto petrolifero di Sharara, il più grande del paese. Il coinvolgimento della “Wagner” in Libia, con un numero complessivo di circa mille operatori, consiste di fatto nel supporto tecnico per la riparazione di veicoli militari e nella partecipazione diretta a operazioni di combattimento in qualità di tecnici di artiglieria, osservazione aerea, oltre a fornire supporto nelle contromisure elettroniche e a schiera squadre di tiratori scelti. Il personale è principalmente russo, ma tra le fila del gruppo sono presenti anche cittadini di Bielorussia, Moldavia, Serbia e Ucraina.

Il rifornimento aereo di entrambe le parti è un fatto accertato, come dimostra l’intenso traffico aereo dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto occidentale e alla Libia orientale, così come dalla Russia, attraverso la Siria, alla Libia orientale e dalla Turchia alla Libia occidentale. Numerose, in particolare, le compagnie commerciali che, per conto degli attori statali impegnati nel conflitto libico, sono accusate di violare l’embargo sulle armi fornendo supporto logistico alle forze di Haftar; tra queste le compagnie aeree di Kazakistan, Siria, Ucraina e Tagikistan e due compagnie aeree degli Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda i rifornimenti via mare, cinque navi battenti bandiera di Albania, Libano, Tanzania e Panama e dirette verso i porti libici controllati dal GNA sono state accusate di violazione dell’’embargo sulle armi insieme a due destinate ai porti orientali in mano all’LNA: un bastimento battente bandiera liberiana, ma di proprietà di una compagna emiratina, l’altro battente bandiera delle Bahamas, ma di proprietà giapponese.

BBC (2020), Wagner, shadowy Russian military group fighting in Libya‘, 7 maggio.
Bertolotti, C. (2020, [1]), EUNAVFORMED “Irini” operation: constraints and two critical issues, START InSight
Bertolotti, C. (2020, [2]), La Libia è instabile: nessuna soluzione politica senza impegno militare. La strategia turca indebolisce l’Italia, Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N. 1/2020.
Bertolotti, C. (2020, [3]), L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner, START InSight e Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S.
Butler, D., Gumrukcu, T. (2020), Turkey signs maritime boundaries deal with Libya amid exploration row, 28 novembre.
Daily Sabah (2020), Libya starts implementing joint military programs with Turkey, defense minister says.
Lederer, E.M. (2020), Experts: Libya rivals UAE, Russia, Turkey violate UN embargo, Associated Press, 9 settembre, 2020.
Magdy, S. (2020), US: Turkey-sent Syrian fighters generate backlash in Libya, The Washington Post, 2 settembre.