RAI News 24: “Afghanistan: il ritiro della NATO anticipa il caos”. Intervento di C. Bertolotti

Usa e Nato si ritirano dall’Afghanistan. Bertolotti (Start InSight): “Fallimento di una guerra lunga 20 anni”

Le truppe Usa e quelle della Nato si ritirano dall’Afghanistan. La decisione è stata assunta ieri dal presidente Biden e dai vertici dell’Alleanza Atlantica. Dal 1° maggio all’11 settembre torneranno a casa 2.500 soldati americani, con loro anche altri mille operatori della difesa, 7.000 forze straniere, la maggior parte delle quali truppe della Nato. Tra loro anche 800 italiani. Si apre ora un nuovo capitolo della travagliata storia del Paese asiatico. Claudio Bertolotti, direttore di Start InSight e tra i massimi esperti di Afghanistan, commenta la decisione del presidente Biden e descrive ciò che ne deriverà.


Il vertice NATO e la questione afghana: cosa accadrà? L’intervista a C. Bertolotti

L’intervista di Paola Nurnberg a Claudio Bertolotti per la Radio e televisione Svizzera italiana – RSI

Radiogiornale del 24 marzo 2021

Cosa possiamo aspettarci dalla nuova amministrazione usa dopo le parole di Blinken che partecipa al vertice NATO?

Il conflitto afghano va «concluso in modo responsabile», lo ha detto il segretario alla difesa Austin nella sua recente visita a Kabul, e questo implica un posticipo di almeno sei mesi per il ritiro statunitense dall’Afghanistan, invece delle sei settimane come imporrebbe l’accordo con i talebani. Ma questo i talebani non lo accetteranno, se non in cambio di ulteriori concessioni, delle tante che sono state già fatte.

Biden ha dichiarato di voler sostenere la “diplomazia” con i talebani, esortando il gruppo a ridurre la violenza, a partecipare “in buona fede” ai negoziati tagliando i legami con al-Qa’ida – cosa che però non è avvenuto, consentendo a Washington un appiglio formale per posticipare il disimpegno dalla guerra più lunga. Ma sebbene spostato in la nel tempo, il risultato non cambierà: di fatto Biden vorrebbe ottenere in pochi mesi ciò che i suoi predecessori hanno tentato di fare nel corso di anni. Ovviamente non ci riuscirà.

Qual è la reale influenza degli USA in Afghanistan dato che hanno poche truppe anche rispetto ad altri paesi (Germania-Italia)?

La differenza è concreta: se è vero che gli Stati Uniti hanno un minor numero di truppe all’interno della missione Resolute Support della NATO, Washington è però l’unica a schierare nel paese truppe combattenti e forze speciali in numero sufficiente a condurre operazioni mirate, di cui un migliaio oltre ai numeri ufficiali. La NATO si limita invece ad addestrare un numero sempre più esiguo di truppe afghane, senza però operare sul campo di battaglia.

Inoltre gli Stati Uniti sono maggiormente impegnati nel sostegno economico e materiale alle forze di sicurezza afghane, che senza quel sostegno collasserebbero.

Dopo quasi 20 dall’invasione del 2001 la situazione nel paese è drammatica. L’accordo di pace coi talebani non di concretizza, in più nel paese agisce anche lo Stato islamico

Dobbiamo partire dal presupposto che quella afghana è una guerra persa, che può essere prolungata ma non risolta. Una guerra che ha devastato il paese, lasciandolo in macerie e preda di una nuova guerra civile che cova sotto la cenere. I talebani hanno ottenuto da Washington tutto quello che hanno chiesto, ora si preparano a prendere il potere, e a pagare il conto sarà il governo afghano di Asraf Ghani che dovrà gestire anche le resistenze e le ambizioni dei signori della guerra e delle milizie personali che potrebbero opporsi ai talebani e dare il via a una nuova fase di guerra civile. Lo Stato Islamico in Afghanistan è un fattore di ulteriore destabilizzazione, che al momento alterna l’attivismo con l’attesa: quando la NATO e Washington se ne saranno andati, allora si aprirà la partita anche per i jihadisti dello Stato islamico che sono numericamente pochi rispetto ai talebani ma molto ambiziosi.


Pressioni migratorie dall’Africa nel lungo periodo: un aumento progressivo

di Claudio Bertolotti

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La migrazione, regolare e irregolare, dai paesi subsahariani al Maghreb è un fenomeno storico che si è evoluto nel tempo.  La migrazione irregolare è aggravata da conflitti armati, povertà e cambiamento climatico e le prospettive di cambiare questa dinamica nel prossimo futuro non sono molto ottimistiche. Inoltre, nel 2048 l’Africa avrà una popolazione più giovane e forte dell’Europa: questo significa che in trent’anni il continente africano avrà una popolazione in età lavorativa di molto superiore a quella europea.

La “sfida migratoria” del secolo

La “sfida migratoria” del secolo si manifesta nei numeri di un fenomeno strutturale di lungo periodo basato sull’aumento costante della popolazione mondiale che, secondo le previsioni, nel periodo 2021-2100 passerà dagli attuali 7 miliardi di individui ad oltre 10 miliardi.

Tra le conseguenze di tale evoluzione in termini quantitativi si impone l’andamento dei flussi migratori che ad oggi è di 4,4 milioni di migranti/anno, per un totale di circa 250 milioni di migranti; un aumento che, come dimostrato dai trend più recenti, ci consegna la fotografia di un fenomeno caratterizzato da un incremento pressoché costante di migranti pari al 2% per anno.

Come evidenziato da un recente studio dell’ISPI (Villa, et. al., 2018), dal 1990 al 2018 la popolazione dell’area africana subsahariana è raddoppiata, passando da 500 milioni di persone a 1 miliardo – di cui il 60% è rappresentata da giovani di età compresa tra zero e 24 anni – e i migranti internazionali provenienti dall’area sono aumentati del 67%: da 15 a 25 milioni. Ciò significa che l’aumento dei migranti dall’Africa subsahariana segue l’andamento demografico dei paesi di origine; se nel 1990 la popolazione emigrante dell’area subsahariana era il 3% del totale, il dato attuale si attesta al 2,5%: una flessione nel complesso non significativa.

Dati significativi, quelli riportati, relativi a una parte dei flussi migratori africani, sia interni che esterni, a cui contribuisce, come fattore di limitazione e contenimento, il ruolo delle barriere naturali.

L’Africa sub-sahariana a est e ad ovest non ha sbocchi poiché chiusa tra i due oceani, e dunque guarda al nord come alternativa. Un alternativa che ha però limiti oggettivi rappresentati dal deserto del Sahara e dal Mare Mediterraneo che di fatto limitano quei flussi migratori che altrimenti sarebbero incontenibili.

Problema futuro: crescita dell’Africa e decrescita dell’Europa

I Paesi del continente europeo e di quello africano costituiscono due macro realtà che hanno caratteristiche divergenti e problematicità reciproche.

Se in entrambi i continenti vi è un sostanziale equilibrio di genere, con un rapporto bilanciato tra uomini e donne, si impone però un forte disequilibrio sull’età delle due popolazioni di riferimento: quella europea è una popolazione che sta progressivamente invecchiando, mentre quella africana è composta da una crescente fascia generazionale giovane. Questo è il risultato di un differente rapporto tra tasso di fecondità e tasso di mortalità. Il primo, il tasso di fecondità è l’elemento determinante: è basso in Europa (1,69 figli per donna) mentre è alto in Africa, quasi il doppio (4,4 figli per donna), con una crescita nella sola Nigeria di 8milioni/anno; il tasso di “stabilità” è pari a 2. Nel 2050 una persona su quattro nascerà in Africa. Si evince da questo dato come la popolazione giovane in Europa si stia progressivamente riducendo a fronte di un aumento di quella anziana.

Parallelamente influisce sullo sbilanciamento generazionale anche il tasso di mortalità infantile (sotto i 5 anni), ossia il rapporto tra il numero delle morti durante un periodo di tempo e la quantità della popolazione media dello stesso periodo; il tasso di mortalità è alto in Africa (75 su 1000) e molto basso in Europa (5 su 1000).

Un quadro più generale ci mostra una situazione in cui metà della popolazione africana ha meno di 15 anni ed è valutato che nel 2048 l’Africa avrà una popolazione più giovane e forte dell’Europa, il che significa che in trent’anni il continente africano avrà una popolazione in età lavorativa significativamente superiore a quella europea.

Foto: Samuel Aboh

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L’impatto del coronavirus sulla minaccia jihadista in Africa sub-sahariana

di Marco Cochi

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Dalla metà del febbraio dello scorso anno, la pandemia di Covid-19 ha raggiunto l’Africa con il primo caso registrato in Egitto per poi espandersi tredici giorni più tardi in Africa sub-sahariana colpendo la Nigeria. Nelle settimane successive, il virus ha esteso la sua letale presenza in tutti i 54 Stati del continente, come attestano le rilevazioni quotidiane che giungono dall’agenzia di sanità pubblica dell’Unione africana, il Centro africano di controllo delle malattie (Africa Cdc) con sede ad Addis Abeba. Nel complesso, nella prima decade di marzo 2021, i casi confermati in tutta l’Africa avevano superato quota 3 milioni e 975mila, e i decessi hanno superato i 106mila. Un numero di contagi molto più contenuto rispetto agli Stati Uniti, all’America Latina e anche all’Europa, che finora ha reso l’Africa la regione del pianeta con la minore diffusione del virus, dove non si è ancora registrata alcuna crescita esponenziale.

Tuttavia, è altamente probabile che il numero dei contagiati sia molto più alto di quelli finora accertati, anche perché in molti giovani, che costituiscono la maggior parte della popolazione africana, il virus si trasmette in maniera asintomatica. Allo stesso modo, è possibile che la diffusione del virus nel continente africano resti in larga parte sottostimata, perché le strutture sanitarie non dispongono dell’elevata capacità di effettuare tamponi o test sierologici che hanno i paesi più sviluppati.

Di conseguenza, è ancora presto per affermare che l’Africa sia riuscita a contenere la trasmissione del Sars-CoV-2; quello che invece appare certo è che per il continente le conseguenze economiche della pandemia Covid-19 saranno gravi e di lunga durata. Come attestato dalle proiezioni della Banca Mondiale, l’impatto della crisi sanitaria nei paesi sub-sahariani produrrà in media un calo del Pil tra il 2,1% e il 5,1%, configurando la peggiore recessione dell’ultimo quarto di secolo: queste stime evidenziano il rischio che la crisi economica rappresenti una minaccia più temibile della stessa malattia.

In questo possibile allarmante scenario futuro, si potrebbe innestare una diffusa crisi di legittimità governativa in Africa, che andrebbe a rafforzare la capacità di proselitismo dei movimenti estremisti presenti in diverse aree del continente, specialmente nelle regioni del Corno d’Africa e del Sahel. La doppia crisi, sanitaria ed economica, minaccia di ridurre alla fame vaste fasce di popolazione, mentre la produzione e la distribuzione di cibo è in sempre più vistosa diminuzione. Lo confermano le ultime valutazioni del Programma alimentare mondiale, che mostrano un drammatico aumento dell’insicurezza alimentare acuta in tutto il mondo, ma soprattutto in Africa sub-sahariana. Nella sola Repubblica democratica del Congo, quasi 22 milioni di persone stanno affrontando livelli di crisi di insicurezza alimentare, mentre in Burkina Faso è triplicato il numero di persone che versano in una situazione di grave insicurezza alimentare rispetto allo stesso periodo del 2019 e in Sud Sudan, nella regione del Sahel e nella Nigeria nord-orientale, l’emergenza alimentare si è associata ai conflitti e agli shock climatici. A ciò si aggiunge la peggiore piaga di locuste degli ultimi 70 anni, che va diffondendosi in tutta la regione orientale del continente, costituendo un grave rischio per l’approvvigionamento alimentare di decine di milioni di persone.

La crisi economico-sanitaria sta anche mettendo in serio pericolo la già fragile stabilità che caratterizza molti Stati africani, come rileva l’Indice degli Stati fragili del 2020, pubblicato da Fund For Peace (Ffp), organizzazione non governativa con base a Washington che dal 2005 monitora annualmente la stabilità politica e sociale di 178 Paesi nel mondo:ben 15 paesi africani sono compresi nei 22 classificati nella categoria “allerta”, 4 su 5 compaiono in quella di “elevata allerta”, e tra i quattro paesi che figurano nella categoria di massima allerta ci sono Somalia e Sud Sudan.

Di questa serie di criticità potrebbero avvalersi i gruppi jihadisti, che già prima dell’emergenza epidemiologica stavano tentando di sostituirsi alle autorità locali nelle aree rurali del Mali centrale, del nord del Burkina Faso e del Niger sud-orientale beneficiando del malcontento di larghe fasce della popolazione. Una governance considerata illegittima da alcuni segmenti della popolazione è spesso foriera di molte minacce, tra cui la violenza di origine etnica, le guerre civili, la frammentazione o il collasso dello stato, la cooptazione dei conflitti da parte di poteri esterni e l’ascesa di gruppi armati non statali, in primis i gruppi estremisti. La pandemia sta invertendo i fragili progressi di consolidamento nel garantire alle popolazioni la sicurezza alimentare in modo sostenibile, lo sviluppo rurale e l’accesso all’istruzione, che erano stati portati avanti in Mali e in Burkina Faso. Questa involuzione sta creando condizioni favorevoli per l’espansione della minaccia dei gruppi estremisti islamici, che potrebbero sfruttare la crisi sanitaria da Covid-19 per rafforzare la loro presa sulle popolazioni locali, sfruttando i vuoti creati da politiche fallimentari per presentarsi come attori credibili.

Il movimento salafita è sempre pronto a sferrare attacchi per raggiungere il suo obiettivo generale: rimuovere i governi attuali e instaurare con ogni mezzo l’interpretazione letterale della legge coranica. E infatti gli attacchi, come certificato dall’Africa Center for Strategic Studies (ACSS)di Washington, si sono intensificati nei dodici mesi che vanno dal 1° luglio 2019 al 30 giugno 2020, registrando un incremento del 31%, per un totale di 4.161 attacchi registrati nel periodo preso in esame; un dato preoccupante, poiché per la prima volta in dieci anni gli eventi violenti hanno superato quota quattromila. E mentre la pandemia sembra aver rallentato l’attività terroristica in molti paesi del mondo, in Africa l’insorgenza jihadista al tempo del Covid-19 è invece in aumento.

Un effetto collaterale della diffusione del virus potrebbe riguardare i Paesi che attualmente forniscono supporto e competenze per affrontare la crescente violenza negli Stati africani, i quali potrebbero spostare la loro attenzione e le loro risorse verso le esigenze domestiche dettate dalla diffusione del contagio. Il sostegno delle missioni militari (europee e delle Nazioni Unite) per contrastare il terrorismo nella regione, pur non avendo sradicato il fenomeno, finora è risultato importante per affrontare quei fattori, come la marginalizzazione e il sottosviluppo, che possono creare un ambiente che porta alla radicalizzazione e al reclutamento nelle file del terrorismo. Di conseguenza, senza un continuo sostegno esterno i paesi africani interessati dalla minaccia sarebbero ancora più vulnerabili nei confronti dei gruppi estremisti, che hanno già dimostrato la capacità di riscuotere il favore e la legittimazione delle comunità locali. Come avvenuto con il Fronte di liberazione del Macina, uno dei gruppi confluiti nel cartello saheliano di al-Qaeda, che nell’ottobre 2019, per opera del suo leader Amadou Koufa, ha raggiunto un cessate il fuoco con la milizia di autodifesa dogon Dan Na Ambassagou, dettando condizioni che hanno incluso la fine dell’ostilità verso la vessata comunità fulani e il riconoscimento dell’autorità del gruppo.

In quest’ottica, si deve anche considerare che le risorse dei governi africani sono sempre più gravate dalla lotta per contrastare il Covid-19, con il rischio di minare ulteriormente la loro capacità di fornire servizi di base alle popolazioni locali; le opportunità che un simile scenario potrebbe fornire ai gruppi estremisti non vanno dunque sottovalutate. Questo può essere particolarmente vero nella regione del Sahel, dove l’appoggio a gruppi come lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) e al Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani (GSIM), che costituisce la più recente evoluzione della rete di al-Qaeda nella regione, è spesso separato dalle prospettive ideologiche e legato piuttosto a fattori economici, come la capacità di fornire incentivi finanziari al momento dell’adesione.

Un altro fattore di criticità da monitorare è rappresentato dall’impatto del Covid-19 sulle carceri in tutti i Paesi africani interessati dalla minaccia terroristica, che spesso versano in condizioni di sovraffollamento con il rischio latente della diffusione di malattie contagiose come la tubercolosi. Questi istituti penitenziari ospitano un numero sempre maggiore di detenuti accusati o condannati per reati di terrorismo, e hanno bisogno di un sostegno particolare per prevenire la diffusione del Covid-19 tra la popolazione carceraria. Per ridurre il sovraffollamento che accelera la diffusione del coronavirus, la Nigeria ha liberato i detenuti con basse pene residue da scontare, mentre ha lasciato in cella quelli accusati o condannati per reati gravi, come il terrorismo, che con l’emergenza causata dal coronavirus necessitano di maggiore sorveglianza per evitare lo scoppio di eventuali rivolte o fughe di massa. È quindi assai probabile che con l’aumento della diffusione della pandemia, per i gruppi terroristici aumenterà la possibilità di ottenere maggior sostegno. Di conseguenza, è fondamentale che né i governi nazionali della regione, né la comunità internazionale distolgano la loro attenzione dal contrastare la minaccia rappresentata dai gruppi militanti islamici che operano nella macroregione sub-sahariana attraverso una cooperazione continua e un approccio allargato, che affronti i fattori alla base della radicalizzazione. Senza di esso, la diffusione di Covid-19 servirà a rafforzare le frustrazioni e le lamentele delle popolazioni locali, che hanno permesso ai gruppi islamisti di affermarsi. Già prima della pandemia il network jihadista africano aveva dato vita a diverse attività di insorgenza soprattutto nell’Africa occidentale e orientale, dove da tempo sta espandendo e intensificando la propria presenza.

In conclusione, la pandemia potrà favorire i gruppi jihadisti attivi in Africa sub-sahariana solo se i governi locali e gli attori internazionali non riusciranno ad affrontare alle sfide poste dalla pandemia, ma anche alla più ampia crisi della sicurezza e dalla scarsa fiducia delle popolazioni nelle autorità locali e nazionali.

Foto di Brijesh Nirmal

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Il presidente Joe Biden e il dossier siriano

di Claudio Bertolotti

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Il passaggio dall’amministrazione di Donald J. Trump alla nuova amministrazione del presidente Joe Biden potrebbe portare a pochi cambiamenti alla politica statunitense nel Medioriente. Gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante nella stabilizzazione dell’area e nel tentativo di dissuadere attori locali e regionali dal prendere iniziative sfavorevoli.

Il 25 febbraio, aerei statunitensi hanno bombardato alcuni obiettivi nella parte orientale della Siria, al confine con l’Iraq. Target dei bombardamenti erano due milizie operative in Iraq, Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al Shuhada, indicate da Washington quali responsabili di operazioni mirate ai dannni delle truppe statunitensi in Iraq.

Nonostante l’annuncio del disimpegno statunitense e del conseguente ritiro militare dalla Siria nord-orientale, Washington continua a schierare nell’area alcune centinaia di truppe.

Il passaggio dall’amministrazione di Donald J. Trump alla nuova amministrazione del presidente Joe Biden potrebbe portare a pochi cambiamenti alla politica statunitense nel Medioriente. Questo perché la visione del nuovo presidente in termini di relazioni estere e approcci alle dinamiche mediorientali non è così diversa da quella dei suoi predecessori (compresa l’amministrazione di Barack Obama, di cui Biden fu vice-presidente).

Quello che potrebbe cambiare sarà l’approccio più aggressivo degli altri attori e concorrenti: Turchia, Russia e, ultimo ma non meno importante, l’Iran. Di sicuro, chi pagherà il prezzo più alto saranno gli attori di seconda linea: la pletora di milizie, così come i gruppi islamisti, e il cosiddetto fronte delle forze democratiche siriane (SDF, Syrian Democratic Forces) tra le cui fila c’è lo Yekîneyên Parastina Gel (YPG, People’s Protection Units) – componente maggioritaria delle SDF – osteggiato dalla Turchia. Turchia che considera l’YPG come estensione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), designato da Ankara – e dagli stessi Stati Uniti – come gruppo terroristico. Ma, nonostante la designazione terroristica del PKK da parte statunitense, l’YPG ha mantenuto il ruolo di partner fedele e indispensabile all’interno della coalizione internazionale (contro lo Stato islamico) guidata da Washington. L’YPG, che il PKK di fatto continua comunque a considerare come propria affiliata siriana, nega gli attuali legami istituzionali tra le due organizzazioni.

Sull’altro fronte, nel nord-est della Siria permane una residua presenza e attività dello Stato Islamico: una sfida che perdura. Sebbene le capacità operative del gruppo rimangano limitate e non si sia verificato alcun grave fatto sul piano della sicurezza, i suoi membri sono stati in grado di ricompattarsi ed oggi istituiscono posti di blocco, estorcono denaro a trafficanti locali di petrolio, impongono tasse per le transazioni commerciali ai proprietari terrieri, immobiliari, industriali, dirigenti, medici e fornitori delle principali organizzazioni non governative (ONG), mentre a tutti coloro che vengono considerati benestanti viene imposta la zakat, la beneficenza “volontaria”. Ciò che più preoccupa, nel complesso scenario siriano (ma anche iracheno) è l’apparente capacità del gruppo di coinvolgere e addestrare nuove reclute nelle aree periferiche e desertiche a ovest dell’Eufrate, solo nominalmente controllate da forze del governo siriano (ICG, 2020).

Analisi, valutazioni, previsioni

Gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante nella stabilizzazione dell’area e nel tentativo di dissuadere attori locali e regionali dal prendere iniziative sfavorevoli. Un ruolo che però è stato fortemente indebolito dall’ambiguità degli annunci, spesso vaghi e contraddittori, che hanno caratterizzato la precedente amministrazione statunitense in merito alla presenza di Washington in Siria. Da un lato, la linea strategica palesata non ha consentito di pianificare efficacemente l’impegno militare sulla base di una time-line e un end-state definito; dall’altro lato, l’ipotesi di un impegno a tempo indeterminato, senza una tabella di marcia, né una chiara strategia diplomatica potrebbe mantenere in una condizione di permanente destabilizzazione e violenza (IGC, 2020); oppure, ulteriore variabile, un ritiro precipitoso degli Stati Uniti, o anche solo il semplice annuncio di un ritiro imminente, potrebbe sconvolgere il già precario equilibrio tra gli attori in campo.

Infine, guardando dal punto di vista giuridico, l’ipotesi di permanenza a tempo indeterminato potrebbe essere vista come una violazione del diritto internazionale del principio di sovranità, a danno del legittimo Stato siriano; una preoccupazione esacerbata dalla dichiarazione, fatta dall’allora presidente Donald J. Trump a fine 2019, di impegno a rimanere in Siria per “proteggere il petrolio” (ICG, 2020).

Sebbene Joe Biden appaia meno propenso di Trump a chiudere l’operazione in Siria, la sua amministrazione potrebbe però decidere di disimpegnare le truppe statunitensi esattamente come avrebbe fatto Trump. È una possibilità, sebbene i consiglieri di Biden ritengano la presenza militare a tempo indeterminato quale requisito necessario a scongiurare violenti stravolgimenti sul fronte che minaccerebbero gli alleati locali di Washington – e tra questi certamente i curdi dell’YPG – e potrebbero agevolare la rinascita del gruppo Stato islamico.

Ma se, per ipotesi, gli Stati Uniti decidessero di attuare un disimpegno immediato dal teatro siriano quali potrebbero essere gli esiti più probabili?

In primo luogo potrebbe aprirsi una nuova fase di violenza, a tutto vantaggio dei gruppi jihadisti e terroristi – in primis lo Stato islamico, che si rafforzerebbe riacquisendo capacità operative e di controllo territoriale e sociale.

In secondo luogo, questa nuova fase del conflitto incentiverebbe il confronto, e dunque lo scontro, tra il partner locale degli Stati Uniti, le cosiddette Syrian Democratic Forces (SDF), e la Turchia – che vede negli elementi curdi delle SDF un’estensione siriana del PKK.

Una possibile via di uscita alternativa potrebbe concretizzarsi qualora Washington decidesse di giocare il ruolo di mediatore ai fini di un accordo tra le parti che affronti i problemi di sicurezza turchi (reali e percepiti), protegga gli oltre tre milioni di siriani che risiedono nel nord-est della Siria e, in particolare, riduca il rischio di rinascita dello Stato islamico (ICG, 2020).

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Nell’(eterna) attesa della de-radicalizzazione: il caso Pakistan

di Francesco Valacchi,

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Nell’estate del 2019 il Primo ministro pakistano, durante la sua visita negli Stati Uniti, aveva dichiarato che il suo governo era il primo, dopo molti anni, a cercare concretamente di disarmare i gruppi terroristici sul proprio territorio. Sempre nel 2019 Imram Khan (eletto nel 2018) aveva affermato che intraprendere la lotta al terrorismo al fianco degli stati occidentali (nel 2001) era stato “uno dei più grandi errori che il Pakistan aveva commesso” (Afzal, 2019), perché a suo dire il Pakistan aveva finito per attirarsi le ire dei gruppi estremisti (già presenti sul proprio territorio) e subirne le conseguenze, cercando soluzioni di compromesso e troppo spesso subendo l’iniziativa degli attori esterni. Grazie ad alcune vittorie militari precedenti ed alla sapiente gestione del suo PTI, al governo dal 2018, la situazione era finalmente evoluta verso il meglio e la fine della guerra al terrore era finalmente a portata di mano.

Le omissioni di Imram Khan

La Repubblica islamica del Pakistan è stata certamente decisa nella guerra al terrorismo negli ultimi anni, con l’introduzione di elementi normativi particolari come l’amendment al Pakistan Army Act del 2015 Islamabad aveva delegato alle Forze Armate la completa giurisdizione su reati riguardanti il terrorismo, ma essenzialmente rappresentano una lunga serie di reati che potevano essere riportati, anche in senso molto estensivo, all’estremismo. Tali reati sono stati giudicati e puniti non più secondo la giustizia pakistana ma istruendo i processi secondo regolamenti interni delle Forze Armate e da giudici militari, in pratica in un regime di Legge Marziale. Questa particolarità giuridica, inizialmente della durata prevista di due anni è stata successivamente avallata per altri due nel 2017.

Nello stesso periodo, a partire dal 2014 una serie di operazioni militari sono state lanciate a seguito del fallimento delle trattative del governo di Nawaz Sharif, nelle Aree Tribali e nel Khyber Paktwunkwa. In particolare le Forze Armate si sono mosse per colpire, oltre al TTP (Tehreek-i-Taliban Pakistan), L’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), the L’East Turkestan Islamic Movement (ETIM), Lashkar-e-Jhangvi (LeJ), Lashkar-e-Taiba (LeT), al-Qaeda (presente anche nella città di Karachi), Jundallah, Haqqani network e le infiltrazioni del “sedicente stato islamico” sul territorio. La prima operazione, in grande stile, è stata denominata “Operazione Zarb-e-Azb” (“Affilata e tagliente”). Oltre a questa sono state condotte numerose piccole operazioni mirate che hanno ottenuto risultati di una certa qual consistenza.

La figura che si è imposta nella lotta all’estremismo è stata essenzialmente quella del Generale Raheel Sharif (“Dawn” redazione, 2017) che ha tenuto la carica di Capo di stato maggiore dell’esercito sino al novembre 2016, per poi essere chiamato a divenire comandante militare della Coalizione antiterrorismo islamica (con sede a Riad), anche grazie alla fama internazionale raggiunta.

Al contempo già a partire dal 2015 si era registrato un netto calo del numero degli attacchi terroristici che dai 2779 del 2014 erano passati ai 1773 del 2015, per continuare nel trend gli anni successivi (South Asia Terrorism Portal, 2020).

La narrativa sostenuta da Imram Khan appare quindi non considerare i pregressi risultati e far risalire tutti i meriti al suo governo.

La situazione di sicurezza dal 2018

Dai dati pubblicati on-line e dichiarati dal governo pakistano è chiaro un miglioramento delle condizioni di sicurezza ed un calo del numero e della gravità degli attacchi (Afzal, 2021) che si coniuga con un’articolata azione giudiziaria specialmente nei confronti dei capi del LeT. Tale azione è però da considerarsi un prodromo di quanto intrapreso dal governo di Nawaz Sharif, mentre il governo attuale sembra essere subentrato a capo della strategia portata avanti dalle Forze armate negli anni precedenti e ha iniziato a vantarla anche in ambito diplomatico con il ruolo avuto nella trattativa di pace per l’Afghanistan. Anche in questo caso però la narrativa del governo di Imram Khan non è completa, dal momento che il capo dell’esecutivo pakistano si è vantato di un rapporto di forza favorevole che ha ottenuto con le vittorie militari e giudiziarie contro il TTP (movimento completamente indipendente dai talebani afghani). L’atteggiamento ufficiale pakistano sta portando il governo a farsi garante di una situazione che non è completamente sotto il suo controllo (Naushad, 2020) e potrebbe ritorcersi contro l’esecutivo di Islamabad. Il rinnovo della nomina del Generale Qamar Javed Bajwa che Imram Khan ha disposto nel 2019 espone ulteriormente il PTI anche a problematiche di equilibri interni raggiunti con l’esercito, da sempre pedina di peso nella politica di Islamabad.

Valutazioni

Nella Repubblica islamica del Pakistan i militari hanno avuto un ruolo determinante nella politica almeno sino al 2013, con l’elezione di Nawaz Sharif (che ha saputo ridimensionare il ruolo delle forze armate). Il grande merito del deposto Primo ministro è stato riuscire far accettare alle gerarchie militari non solo il trasferimento in Arabia del Capo di stato maggiore uscente: Raheel Sharif, suonato a molti come una sorta di promoveatur ut amoveatur, ma anche la nomina a suo successore di Qamar Javed Bajwa (quarto per anzianità dopo Raheel Sharif. Dal momento del subentro al potere Imram Khan sembra essersi preoccupato di sfruttare i vantaggi accumulati dal governo precedente e aver accondisceso alle istanze della dirigenza militare, anche concedendo il prolungamento del mandato di Qamar Javed Bajwa, questa situazione potrebbe portarlo ad una pericolosa impasse che deteriorerebbe il potere politico di fronte a quello militare e concederebbe respiro ai gruppi estremisti.

Foto di Hammad Anis

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Libia: Bertolotti (Start), ‘ruolo militare turco cruciale per ridefinire futuro Paese’ (ADNKRONOS)

Intervistae articolo di Alessia Virdis, per ADNKRONOS

Ankara forza determinante e destinata a prevalere

A dieci anni dall’avvio delle rivolte in Libia, che portarono alla fine dell’era Gheddafi, “oggi la Libia è una realtà estremamente frantumata caratterizzata, da rapporti di collaborazione e competizione spesso incompatibili tra loro, dove attori esterni giocano la loro partita spingendo sulle poche e disorganizzate forze interne”. E’ il quadro tracciato in un’intervista ad Aki – Adnkronos International da Claudio Bertolotti, direttore di Start InSight, autore di ‘Libia in transizione – Guerra per procura, interessi divergenti, traffici illegali‘ (SCARICA IL VOLUME), convinto che “il ruolo che sta giocando e giocherà ancora di più lo strumento militare turco sarà determinante per ridefinire la Libia che sarà” e che sul lungo periodo sia quindi “destinata a prevalere la forza turca”.

il ruolo che lo strumento militare turco sta giocando, e giocherà ancora di più, sarà determinante per ridefinire la Libia che sarà

L’esperto, analista strategico e coordinatore dell’Unità Ricercatori della Difesa presso l’Istituto di Ricerca e Analisi della Difesa (Irad) e direttore esecutivo dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT), sottolinea la “polarizzazione” che vede da una parte “i noti attori con Khalifa Haftar e quelli con Tripoli dall’altra”, ma evidenzia anche come “nell’ultimo periodo” la Turchia abbia assunto “un ruolo determinante”. Un ruolo cruciale, dice, “sia per quanto riguarda i giochi politici, intesi come rapporti di collaborazione con i gruppi di potere e i gruppi politici dell’area mediterranea di orientamento islamista legato alla Fratellanza musulmana“, sia dal punto di vista della “presenza fisica perché il ruolo che lo strumento militare turco sta giocando, e giocherà ancora di più, sarà determinante per ridefinire la Libia che sarà”.

La strategia turca indebolisce l’Italia

Bertolotti ricorda la presenza di “istruttori militari ed equipaggiamenti turchi a supporto delle forze di Tripoli”, un fatto a “esclusivo vantaggio della Turchia e uno svantaggio per tutti gli altri attori, in primis per l’Italia”. Italia che, sottolinea, “vede sempre più eroso il suo ruolo e la sua influenza sulla Libia”.

I pochi punti di forza dell’Italia vengono confermati dall’attivismo dall’Eni, che cerca di tutelare attraverso la garanzia dei propri interessi gli interessi nazionali. A svantaggio della Turchia, il fatto di non essere in una posizione economicamente dominante

“I pochi punti di forza che restano vengono confermati dall’attivismo dall’Eni, che cerca di tutelare attraverso la garanzia dei propri interessi gli interessi nazionali”, continua l’esperto parlando di un’Italia che “dal punto di vista è sempre più debole, sempre meno attiva”.

A svantaggio della Turchia, il fatto di non essere – dice Bertolotti – “in una posizione economicamente dominante”. Questo, osserva, “potrebbe essere un limite alle sue ambizioni, ma resta la presenza fisica e la capacità di influire sulla politica libica”. Il 5 febbraio al voto in Svizzera del Forum di dialogo politico si è imposta la lista con Mohamed Menfi come nuovo capo del Consiglio presidenziale libico e Abdul Hamid Mohammed Dbeibah come candidato premier fino alle elezioni annunciate per il prossimo 24 dicembre. “Il fatto che quest’ultimo sia un uomo d’affari direttamente collegato con il business turco conferma – prosegue – questa capacità della Turchia di riuscire a consolidare le proprie posizioni”.

‘I russi? Si sono creati un trampolino di lancio per una presenza sul medio e lungo periodo’

I russi, oltre alla Turchia. “Il Mediterraneo è diventato il centro dell’instabilità dovuta alle politiche espansionistiche di Ankara e di Mosca, perseguite anche attraverso il supporto delle parti contrapposte nei teatri di conflitto – scrive Bertolotti in ‘Libia in transizione’ – La Russia guarda con estrema attenzione al futuro della Libia perché la considera strumentale al perseguimento dei propri interessi nazionali. Interessi che includono principalmente i vantaggi economici del cosiddetto commercio di ‘guns for oil’ (armi in cambio di petrolio), i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico”.

I russi si sono sostanzialmente consolidati nelle loro posizioni. Trincerati, in un certo senso, anche fisicamente

I russi, dice ad Aki – Adnkronos International parlando di Haftar, “hanno sostenuto l’attore che non ha vinto ma che di fatto non ha neanche perso il confronto con Tripoli” e “si sono sostanzialmente consolidati nelle loro posizioni”. Trincerati, in un certo senso, “anche fisicamente attraverso la costruzione di questa linea di divisione fisica fatta di infrastrutture militari a tutela dei propri interessi nell’area, in particolare della loro presenza”.

La Libia resta per l’Italia un Paese in cui c’è la prospettiva di trasformare gli svantaggi, derivanti da un’assenza sul campo di battaglia libico, in opportunità.

Si può parlare di un “trampolino di lancio per la loro presenza anche sul medio e lungo periodo”, osserva, pensando al contributo militare assicurato sinora, “anche da punto di vista informale con l’uso di truppe non propriamente regolari, da Wagner ad altre realtà non statali”. A dieci anni dalla rivolta, la Libia – scrive Bertolotti in ‘Libia in transizione’ – resta comunque per l’Italia un Paese in cui c’è la prospettiva di “trasformare gli svantaggi, derivanti da un’assenza sul campo di battaglia libico, in opportunità”.

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(Vir/Adnkronos)

ISSN 2465 – 1222
15-Feb-2021 17:19

 


Libia in transizione – è online il 1° volume “InSight”

Guerra per procura, interessi divergenti, traffici illegali

L’instabilità libica è il principale ostacolo alla sicurezza dell’intero Mediterraneo ma gli stati europei sembrano incapaci di intraprendere un percorso unitario per la sicurezza del confine meridionale della UE: e questo avrà dirette ripercussioni sulla sicurezza del Nord Africa e dell’Europa meridionale, che coincide con il fianco sud della NATO.  La competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse. Su tale situazione si innesta il processo elettorale del 2021, frutto del dialogo negoziale che si è svolto a Ginevra attraverso la mediazione delle Nazioni Unite, a cui è seguito, il 16 marzo, l’insediamento del Governo di Unità Nazionale provvisorio (GNU).

Il volume “Libia in transizione” è inserito nella collana “InSight“.

Claudio Bertolotti, Direttore START InSight

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Introduzione

1. 2020: l’evoluzione del conflitto in quattro

Il vertice europeo di Berlino del 19 gennaio

La fine dell’assedio di Tripoli

L’accordo di Ginevra

Le elezioni per il governo unificato

2. La strategia turca indebolisce l’Italia

Consolidamento in Libia e attivismo militare nel Mediterraneo

Tra guerra e il riposizionamento diplomatico

Italia e Turchia: alleati e rivali

3. Due attori e due strategie in Libia: le ambizioni di Egitto e Turchia

Lo sforzo militare in Libia: l’accordo militare turco-libico

Il sostegno militare al GNA

Il sostegno militare all’Esercito Nazionale Libico

Il rifornimento aereo e marittimo

La strategia egiziana: tra diplomazia e interventismo (Melcangi A.)

4. L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner

L’arrivo dei contractor “russi” e l’escalation nella guerra per procura

5. La nuova economia: traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio, droga e armi

Il traffico illegale di migranti: nuovo modus operandi, vecchio approccio al profitto

La oil connection: criminalità organizzata e terrorismo

La droga come sistema di pagamento per gli affari illeciti

La Libia come epicentro del traffico illegale di armi

6. Operazione EUNAVFOR-MED “Irini”: limiti e criticità

Il vertice di Berlino come premessa all’operazione “Irini”

Obiettivi dell’operazione “Irini”

Una situazione che peggiora: continua l’afflusso di armi

Dalla teoria alla pratica: difficoltà operative e limiti politici

La sfida militare della Turchia all’Unione Europea

I due punti deboli di “Irini”

“Irini”: l’opportunità che l’Italia deve cogliere

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L’uccisione del leader del Movimento per il Jihad islamico palestinese Baha Abu al-Ata: un anno dopo

di Claudio Bertolotti

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L’uccisione di Baha Abu al-Ata, il senior leader del movimento per il jihad islamico palestinese considerato responsabile dei lanci di razzi contro Israele, può essere considerata un successo per Gerusalemme, sebbene abbia cambiato di poco il livello di conflitto tra Israele e i gruppi terroristici palestinesi: a più di un anno dalla sua uccisione, Israele continua a subire gli attacchi dei gruppi militanti palestinesi operativi nella Striscia di Gaza.

L’11 novembre 2019 un’operazione congiunta condotta dalle forze di difesa israeliane (IDF) e dallo Shin Bet portava all’uccisione, attraverso un attacco aereo mirato nella Striscia di Gaza, Bahaa Abu al-Ata, del leader del gruppo terrorista palestinese Movimento per il Jihad islamico (Bertolotti, 2019)

L’uccisione di Bahaa Abu al-Ata, ritenuto responsabile dell’organizzazione e condotta di diversi lanci di razzi, può essere considerata un successo per Israele sebbene abbia influito in maniera irrilevante sul livello generale del conflitto tra Israele e i gruppi terroristici palestinesi a Gaza. A più di un anno dalla sua uccisione, Israele continua ad essere sotto attacco da parte di gruppi militanti palestinesi come confermato dal lancio di razzi dalla Striscia di Gaza – non rivendicato – quattro giorni dopo l’anniversario dell’assassinio di Bahaa Abu al-Ata. Attacco a cui è seguita la rappresaglia israeliana: l’IDF ha comunicato, attraverso un tweet del 15 novembre 2020, di aver “colpito le infrastrutture sotterranee di Hamas e le sue postazioni militari a Gaza” – utilizzando aerei da combattimento, elicotteri e carri armati – e che “sta conducendo una valutazione della situazione in corso… pronto a operare contro qualsiasi attività terroristica”.

Va evidenziato, pur a fronte dell’intensità degli attacchi contro Israele, che Gerusalemme e Hamas hanno comunque raggiunto diversi accordi senza che queste azioni offensive potessero interferire in maniera rilevante sul dialogo tra le parti.

L’esito del “targeting” israeliano

Considerando il livello di conflitto tra i due fronti, Israele e i gruppi militanti palestinesi, possiamo davvero ritenere che l’uccisione di Bahaa al-Ata abbia rafforzato la capacità di deterrenza israeliana?

Gli accordi raggiunti da Gerusalemme e Hamas sono stati di breve durata: non sono trascorsi più di tre mesi prima che i militanti delle varie fazioni palestinesi riprendessero gli attacchi; le diverse campagne di attacchi con palloni incendiari contro le comunità nel sud di Israele, inclusi gli sporadici lanci di razzi, tendono a confermare che l’uccisione di Abu al-Ata non avrebbe prodotto risultati significativi. In effetti, l’uscita di scena di Abu al-Ata, pur avendo agevolato le intese tra le due parti attraverso la mediazione dall’Egitto, non ha però portato alla riduzione dell’intensità offensiva da Gaza (Truzman, 2020).

L’uso da parte israeliana del “targeting” – le uccisioni mirate – avrebbe sì portato a risultati di rilievo sul piano negoziale, ma non ha scoraggiato i gruppi jihadisti militanti dall’agire o dal mutare la loro strategia. E inoltre, se è vero che Israele è stato in grado di rimuovere una minaccia che percepiva come imminente, non è però riuscito a dissuadere il Movimento per il jihad islamico e gli altri gruppi palestinesi dal perseguire i propri obiettivi attraverso la stessa tipologia di attacchi privilegiata da Bahaa Abu al-Ata.

Hamas e il Movimento per il Jihad islamico in Palestina: tra tolleranza e concorrenza

Il Movimento per il Jihad islamico in Palestina è un’organizzazione radicale – designata come terrorista dal Consiglio europeo, dagli Stati Uniti e Canada, oltre che da Israele –, la seconda più grande organizzazione militante palestinese a Gaza dopo Hamas, al governo della Striscia. Da quando è stato fondato, nel 1981, il Movimento per il Jihad islamico ha lanciato migliaia di razzi e ha tentato in innumerevoli modi di danneggiare e uccidere i civili israeliani. Fondato da islamisti intransigenti, il gruppo affonda le sue radici nei campi profughi palestinesi e si ritiene che sia composto oggi da alcune migliaia di combattenti. Considerata una forza “per procura” iraniana, la sua leadership ha sede nella capitale siriana, Damasco: secondo Israele il gruppo riceverebbe milioni di dollari in finanziamenti iraniani ogni anno. Nel 2019 e nel 2020 il movimento si è reso responsabile del lancio di centinaia di razzi contro obiettivi civili israeliani, ha tentato di infiltrarsi in Israele scavando tunnel sotterranei per attacchi e ha sparato ai soldati dell’IDF al confine israeliano.

Hamas e il Movimento per il Jihad islamico sono accomunati dall’obiettivo strategico della distruzione di Israele, dalle tecniche e tattiche d’azione contro obiettivi civili israeliani e dall’essere entrambi designati come gruppi terroristici. Tra i due, il Movimento per il Jihad islamico è considerato più aggressivo e audace, soprattutto perché può concentrarsi su attività militari, al contrario di Hamas che invece è impegnato nel governo di un territorio con 2 milioni di persone. Hamas e il Movimento per il Jihad islamico mantengono un rapporto che può essere definito di “cauta alleanza”, si valuta che il secondo sia particolarmente frustrato dalle tregue non ufficiali tra Hamas e Israele (Holmes, 2019).

Israele e Hamas hanno combattuto tre guerre dal 2007, a cui si sommano le scaramucce secondarie. Egitto e Qatar hanno mediato un cessate il fuoco informale negli ultimi anni, durante il quale Hamas ha ridotto gli attacchi con i razzi in cambio di aiuti economici e dell’allentamento del blocco israelo-egiziano, sebbene l’accordo si sia interrotto in più occasioni. Israele ed Egitto hanno mantenuto un forte blocco su Gaza, sin da quando Hamas ha preso il controllo del territorio nel 2007 (Al Jazeera, 2020).

Foto: Hosny Salah

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L’Afghanistan di Biden – C. Bertolotti a Checkpoint RAINEWS24 – 26 gennaio 2021

Il ritiro parziale di Washington dall’Afghanistan è una mina che Trump ha lasciato al suo successore, sebbene il ritiro sia stato ordinato dall’allora presidente Barack Obama. Ora, Joe Biden potrebbe dover prendere una decisione impopolare: inviare ulteriori truppe allo scopo di impedire la conquista totale del Paese da parte talebana. E ancora: quale il ruolo della Cina?

Claudio Bertolotti, Direttore START InSight, ne ha parlato con Emma Farnè a Checkpoint – RAINEWS24

Link diretto a Checkpoint RAINews24

Negoziati intra-afghani, a che punto siamo?

Procedono a rilento con i tempi imposti dai talebani e accettati da Stati Uniti e governo afghano. I primi intenzionati a disimpegnarsi dalla guerra più lunga, i secondi molto preoccupati e forse anche rassegnati a un futuro estremamente incerto che sarà caratterizzato da un crescente potere dei talebani.
Il governo afghano ha concesso tutto ciò che i talebani hanno chiesto: tempi del negoziato, rilascio dei prigionieri, riduzione delle operazioni militari. E lo ha fatto su richiesta e pressione statunitense. Ma ha ottenuto ben poco, anzi, Oggi il dialogo negoziale ci sta portando verso una possibile soluzione che vedrà i talebani accedere alle forme di potere formale, imporre una rinuncia di sostanza di quelli che sono i diritti ad oggi previsti dalla costituzione afghana e, in particolare, lo stesso ordinamento democratico del paese sarà ridimensionato. E questo accadrà non perché gli Stati Uniti se ne andranno, perché lo faranno così come aveva pianificato Obama e poi Trump ha in parte realizzato, ma perché quella afghana è una guerra che non poteva più essere vinta e che le forze di sicurezza afghane non potranno mai affrontare con successo.
Di fatto il tavolo negoziale, formalizzato a febbraio dello scorso anno, avviato a settembre porterà progressivamente verso uno Stato che sarà sempre più simile all’Emirato islamico così come lo immaginano i talebani, e con un’economia saldamente ancorata al traffico di oppiacei di cui l’Afghanistan è il maggior produttore globale.

Negoziati USA-talebani, ritiro usa, e che cosa vuol dire per amministrazione biden “rivedere” accordo

In base ai negoziati di Doha di un anno fa, gli Stati Uniti hanno chiesto due cose ai talebani in cambio del ritiro delle forze militari dall’Afghanistan: ridurre dell’80% i loro attacchi. Non lo hanno fatto. Poi hanno chiesto di tagliare i legami con al-Qa’ida. E i talebani non solo non lo hanno fatto ma hanno consolidato le relazioni con i qaedisti operativi nell’area a sud dell’Afghanistan.
Ci saremmo potuti aspettare un mancato ritiro delle truppe di Washington, ma così non è stato, anche perché l’allora presidente Donald Trump voleva dichiarare chiusa la partita afghana. Ora, il ritiro parziale delle truppe statunitensi è una mina che l’amministrazione Trump ha lasciato al suo successore, e la scadenza fissata al 1° maggio per il ritiro delle restanti 2500 truppe è la più grande sfida per Biden.
Sebbene non sia chiaro se Biden ritirerà tutte le truppe statunitensi entro la data concordata la nuova amministrazione ha dichiarato di voler sostenere la “diplomazia” con i talebani, esortando il gruppo a ridurre la violenza, a partecipare “in buona fede” ai negoziati e a tagliare i legami con al-Qa’ida – cosa che però non avverrà, con buona pace di chi ancora crede alle garanzie dei talebani.
E allora, il presidente Biden potrebbe essere costretto a prendere una decisione impopolare: l’invio di ulteriori truppe in Afghanistan allo scopo di impedirne la conquista totale da parte talebana.

Ruolo cina in afghanistan: indiscrezione cnn e interessi economici

La Cina, dopo due decenni dall’abbattimento del regime talebano, senza essere coinvolta nella lunga guerra, è riuscita a proporsi come valida alternativa, implementando il proprio ruolo di «sponsor della stabilità» in Afghanistan, ruolo che crescerà sempre più a mano a mano che le truppe occidentali diminuiranno. Sebbene non direttamente sul campo di battaglia, la Cina è entrata, sul piano politico, economico e diplomatico, a pieno titolo tra gli attori del nuovo grande gioco afghano. E i grandi interessi economici legati all’estrazione di minerali rari dal sottosuolo afghano rappresentano una garanzia in questo senso.
La notizia riportata dalla CNN in merito alla possibile presenza della Cina dietro ad alcuni gruppi di opposizione armata va valutata con cautela e, se confermata, potrebbe essere letta come una probabile reazione cinese alla politica dell’amministrazione Trump certamente non benevola nei confronti della Cina, in particolare per quanto riguarda il l’espansione economica e commerciale di Pechino attraverso le numerose vie della seta che si stanno estendendo a livello globale.