Foto: M.T. Elgassier

La strategia egiziana in Libia: tra mediazione diplomatica e intervento militare

di Alessia Melcangi, Atlantic Council – Università “La Sapienza”

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Gli ultimi sviluppi sul fronte libico sembrano aver dato nuovo impulso all’iniziativa diplomatica egiziana: il 23 settembre il presidente al-Sisi ha, infatti, riunito il generale Haftar, leader dell’LNA, e il portavoce del parlamento di Tobruk Aguila Saleh, esortando le parti in conflitto a riavviare il processo politico sotto la supervisione dell’ONU con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza e la stabilità nel paese (Ahram, 2020).

La volontà del Cairo di abbandonare momentaneamente l’opzione militare a favore della ripresa del dialogo tra i gruppi rivali avviene in conseguenza del cessate il fuoco annunciato a fine agosto dal GNA di Tripoli. L’Egitto non è nuovo a questo tipo di strategia che, dalla caduta di Gheddafi nel 2011, si è dispiegata su due fronti: da una parte, quello della mediazione politica che potesse arrivare a una soluzione diplomatica del conflitto; dall’altra parte, sostenendo logisticamente e militarmente l’offensiva di Haftar contro Tripoli, insieme agli storici alleati della regione, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e l’Arabia Saudita, spingendosi fino a minacciare di avviare un conflitto per la difesa della propria sicurezza nazionale e dei propri interessi in Libia (Melcangi, 2020).

Con la discesa in campo della Turchia a fianco del GNA ‒ a seguito degli accordi stipulati tra i due paesi a dicembre 2019 sulla demarcazione dei confini marittimi e sulla cooperazione militare (Butler, Gumrukcu, 2020) ‒, l’opzione diplomatica è sembrata sempre più impossibile e inefficace per il Cairo che, progressivamente, si è trovato costretto a ricalibrare la propria azione in Libia; la Turchia infatti, oltre a essere un rivale geopolitico di cui al-Sisi teme la proiezione strategica, in particolare nel Mediterraneo orientale, rappresenta oggi anche uno dei più fieri sostenitori di quell’islam politico contro il quale si è invece schierato il Cairo insieme agli emiratini e i sauditi.

La ritirata dal fronte occidentale a cui è stato costretto nell’aprile 2020 l’Esercito Nazionale Libico, insieme alle milizie che combattono a fianco di Haftar, ha spinto il Cairo, che temeva il collasso del generale e di perdere il controllo sulla Cirenaica a favore di Ankara, a riprendere il percorso diplomatico chiedendo un cessate il fuoco. Il 6 giugno 2020, il presidente egiziano ha annunciato la cosiddetta “Dichiarazione del Cairo” (Mezran, Melcangi, 2020), sostenuta da Haftar e da Aguila Saleh e basata su una risoluzione intra-libica che potesse rilanciare il processo di pacificazione; questa, tuttavia, ha trovato l’opposizione ferrea di Ankara e del governo di Tripoli. L’opzione diplomatica si è, dunque, trasformata in un monito di guerra lanciato da al-Sisi contro il GNA e i suoi sostenitori, posizionatisi vicino alla cosiddetta linea rossa di Sirte-Al-Jufra, alle porte della ricca e contesa mezzaluna fertile.

Storicamente la Libia rappresenta per l’Egitto un paese di grande importanza per la sua proiezione geopolitica regionale, dal punto di vista della sicurezza interna, per evitare il dilagare della violenza nel suo territorio a causa della possibile penetrazione di gruppi jihadisti dalla porosa frontiera al confine con la Cirenaica; da un punto di vista economico, per far fronte alle conseguenze della drastica diminuzione delle rimesse dei lavoratori emigranti egiziani in Libia, che rappresentano una grave minaccia per la stabilità e la sicurezza interna dell’Egitto; ma anche per riaffermare la propria immagine di perno geostrategico regionale pronto a difendere i propri interessi in quel grande scacchiere geo-economico che è oggi il Mediterraneo Orientale. Ma a seguito degli ultimi eventi il Cairo ha momentaneamente deciso di riporre l’ascia di guerra e ritornare alla strategia diplomatica: il 29 settembre a Hurghada hanno avuto luogo importanti colloqui tra le delegazioni militari in rappresentanza del GNA e dell’LNA sul tema della sicurezza e sulla possibile ripresa dei negoziati nell’ambito del 5+5 Joint Military Committee (JMC). Sostenuto fortemente dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), tale incontro ha permesso all’Egitto di riscuotere il plauso pubblico dell’organizzazione per il suo impegno a sostegno del dialogo tra le varie fazioni libiche (UNSMIL, 2020).

Analisi, valutazioni, previsioni

Nel suo discorso alla 75° sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente egiziano al-Sisi ha ribadito l’intenzione di voler aderire al processo di risoluzione politica condotto dall’organizzazione nel paese sostenendo il popolo libico nel suo processo verso la pacificazione del conflitto; ma, al contempo, ha anche sottolineato che la linea che si estende tra le città libiche di Sirte e Jufra continua ad essere considerata come una linea rossa non oltrepassabile per la sicurezza nazionale[1].

Di fatto, l’impressione è che l’Egitto sia ben felice di evitare un intervento militare costoso e dagli esiti imprevedibili, ma non a ogni costo. Se l’opzione diplomatica dovesse rivelarsi inefficace o non garantisse gli interessi strategici egiziani in quel paese, allora il Cairo potrebbe rispolverare l’opzione militare, mai del tutto accantonata. E dato che la partita in gioco in Libia rimane decisamente fluida, la scelta fra armi e diplomazia è tutt’altro che scontata.

Foto: M.T. Elgassier

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[1] Statement by H.E. President Abdel Fattah El-Sisi before the 75th Session of the UN General Assembly, 24 settembre 2020, in https://www.sis.gov.eg/Story/152277/Statement-by-H.E.-President-Abdel-Fattah-El-Sisi-before-the-75th-Session-of-the-UN-General-Assembly?lang=en-us


Le elezioni in Uganda, M. Cochi – RaiNews24

Museveni mantiene saldo il potere in Uganda

La vittoria di Yoweri Museveni nelle presidenziali ugandesi dello scorso 14 gennaio sancisce la sesta rielezione del settantaseienne, dopo oltre tre decenni al potere. Nel luglio 2018, il presidente ha emendato la Costituzione rimuovendo l’articolo che limitava di diventare presidente oltre i 75 anni. Una decisione che ha scatenato proteste di piazza tra i giovani ugandesi, i quali speravano nell’affermazione del suo sfidante: il trentottenne cantante reggae Bobi Wine. Così Museveni mantiene saldo il potere su un paese che non ha mai avuto un cambio di potere pacifico, da quando nel 1962 ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito.

Ne parla Marco Cochi a RaiNews24


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Novembre

Algeria: Partnership strategica globale Cina-Algeria nel campo dell’ICT

Una delegazione cinese guidata da Yang Jiechi, membro dell’ufficio politico e direttore dell’ufficio della Commissione Affari Esteri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), ha effettuato una visita ufficiale di due giorni in Algeria dal 10 all’11 Ottobre 2020 (Agenzia Ecofin, 2020). Algeria e Cina hanno discusso della necessità di rafforzare la cooperazione bilaterale nel campo della tecnologia della comunicazione dell’informazione (ICT). La Cina ha espresso la sua disponibilità “a promuovere la piena cooperazione con l’Algeria nei settori dell’economia, del commercio, della scienza, della tecnologia e dell’antiterrorismo in modo da elevare il partenariato strategico globale bilaterale a un livello superiore” – ha affermato Yang Jiechi”. Momento clou dell’incontro è stata la firma di “un accordo di cooperazione economica e tecnica, pari a un contributo di 100 milioni di yuan (14,8 milioni di dollari). La Cina ha dichiarato di essere disposta a collaborare con l’Algeria per rafforzare l’iniziativa cinese della Belt and Road Initiative e aiutare alla realizzazione del nuovo piano di rilancio economico dell’Algeria (Xinhua, 2020).

Egitto: Il Cairo ratifica l’accordo marittimo con la Grecia

Il presidente egiziano Abdel-Fattah el-Sissi ha ratificato il 10 ottobre un accordo marittimo che stabilisce il confine del Mar Mediterraneo con la Grecia e delimita una zona economica esclusiva (EEZ) per i diritti di perforazione di petrolio e gas. L’accordo bilaterale è visto come una risposta a all’accordo tra la Turchia e il governo libico di Tripoli, da cui sono derivate tensioni nella regione del Mediterraneo orientale, e alla controversa esplorazione marittima della Turchia di petrolio e gas. La ratifica è avvenuta due mesi dopo che i ministri degli esteri egiziano e greco avevano firmato l’accordo al Cairo (ratificato dal parlamento greco il 27 agosto). Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito “inutile” l’accordo Egitto-Grecia, giurando di implementare il suo patto con il governo di Tripoli (Ekathimerini, 2020).

Israele: normalizzazione dopo i colloqui di cooperazione Israele-Emirati Arabi Uniti

Il 15 ottobre la Knesset (il parlamento monocamerale di Israele, a Gerusalemme) ha approvato a stragrande maggioranza l’accordo di normalizzazione di Israele con gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Circa 80 deputati su 120 hanno votato a favore dell’accordo, mentre solo 13 hanno espresso voto contrario. Ventisette parlamentari non hanno partecipato al voto. L’accordo ora necessita del via libera del Consiglio dei Ministri per entrare in vigore. La lista congiunta a maggioranza araba, composta da 15 deputati in rappresentanza dei palestinesi israeliani, aveva dichiarato che avrebbe votato contro l’accordo (Agenzia Anadolu, 2020).

Inoltre, le borse di Israele e degli Emirati Arabi Uniti aprono i colloqui di cooperazione: la Borsa di Israele ha aperto i colloqui preliminari con la Borsa di Abu Dhabi finalizzati a una futura cooperazione. Le due Borse stanno discutendo sulla possibilità di firmare un memorandum d’intesa per disegnare un quadro di cooperazione regionale in vari campi. La notizia è arrivata dopo che il riavvicinamento economico tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) ha portato alla firma dell’accordo di normalizzazione noto come “Abraham Accords Peace Agreement” (Anadolu Agency, 2020).

Libano: colloqui Libano-Israele mediati dagli Stati Uniti sulla controversia sui confini marittimi

I colloqui del 14 ottobre sono i primi tra Beirut e Gerusalemme in 30 anni. Si sono svolti nella città al confine meridionale del Libano, Naqoura, sotto gli auspici delle Nazioni Unite e con la mediazione degli Stati Uniti. La controversia risale al 2011, quando Israele ratificò un accordo sul confine marittimo con la vicina Cipro, utilizzando come punto di riferimento un confine marittimo che Libano e Cipro avevano concordato nel 2007, ma che il parlamento libanese non ha mai ratificato. La tempistica dei negoziati ha portato l’attenzione sulla situazione politica libanese poiché hanno avuto luogo poco dopo che gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni contro soggetti libanesi legati ad Hezbollah (Azhari, 2020). Questo evento può essere letto, da un lato, come conferma di un interesse economico di entrambe le parti: l’estrazione di petrolio e gas richiede stabilità. D’altra parte, può essere interpretato come un primo timido passo verso la normalizzazione.

Libia: i gruppi rivali della Libia concordano sulla scelta di posizioni sovrane

I delegati di Tripoli e Tobruk hanno annunciato che il secondo ciclo di colloqui si è concluso con un accordo sui criteri di scelta delle politiche per il paese. Il dialogo, iniziato a settembre nella città marocchina di Bouznika, ha visto la partecipazione di cinque delegati del Governo di Accordo Nazionale (GNA) con sede a Tripoli e cinque della Camera dei Rappresentanti (HoR) con sede nella città orientale di Tobruk. L’accordo stabilisce che l’HoR e il GNA debbano “raggiungere un consenso sulla leadership delle seguenti posizioni: Governatore della Banca Centrale della Libia, Presidente dell’Ufficio di controllo, Capo dell’Autorità di controllo amministrativo, Capo dell’Agenzia anticorruzione, Presidente e membri dell’Alto commissariato per le elezioni, Presidente della Corte suprema e Procuratore generale”. GNA e HoR continueranno le loro consultazioni in ​​Marocco per garantire la fine della fase di transizione (Al-Jazeera, 2020).

Marocco: l’ONU istituisce un ufficio antiterrorismo in Marocco

Martedì il Marocco ha firmato un accordo con l’Ufficio antiterrorismo delle Nazioni Unite (UNOCT) al fine di istituire a Rabat il primo ufficio africano del programma UNOCT. Il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita ha affermato che l’ufficio mira a migliorare le capacità dei paesi africani attraverso lo sviluppo di programmi nazionali di formazione contro il terrorismo. Gli osservatori ritengono che il Marocco trarrà vantaggio svolgendo un ruolo di collegamento e mediazione nelle relazioni con le Nazioni Unite e con i paesi arabi e africani (al-Alawi, 2020).

Siria: le forze siriane si scontrano con l’IS

Scontri nel deserto siriano tra forze filo-governative e sacche di resistenza del cd. gruppo Stato Islamico (IS) hanno portato, a ottobre, alla morte di almeno 90 combattenti. Le unità mobili dell’IS sono rimaste attive nel deserto siriano, noto in arabo come Badia, da quando i jihadisti hanno perso il controllo, nel marzo 2019, delle ultime aree di quello che fu il “califfato” (Defense Post, 2020). Gli aerei russi hanno effettuato attacchi a sostegno dell’alleato siriano. Gli scontri hanno avuto luogo in due aree separate del vasto deserto che separa la valle dell’Oronte a ovest dalla valle dell’Eufrate a est.

Tunisia: il peggioramento dell’economia tunisina rischia di destabilizzarsi

Da marzo a giugno 2020, 165.000 tunisini hanno perso il lavoro a causa di una crisi economica che è in progressivo peggioramento ed è aggravata dai nuovi casi di coronavirus. Secondo uno studio congiunto del governo e delle Nazioni Unite, la disoccupazione è salita al 18 percento mentre è previsto che potrebbe superare il 20 percento entro la fine dell’anno. La Tunisia, già impegnata a contenere l’elevata disoccupazione prima dell’inizio della pandemia, ha subito una contrazione record della sua economia. Il PIL è stato ridotto del 21,6% nel secondo trimestre del 2020, una contrazione dell’attività economica senza precedenti (The North African Journal, 2020).


La posta in gioco. Come leggere la serie di attentati in Francia?

di Chiara Sulmoni e Claudio Bertolotti

La Francia non è il paese europeo con il maggior numero di individui radicalizzati nel radar dei servizi di intelligence (è superata in questo dalla Gran Bretagna). Sicuramente però, è quello più toccato dalla violenza di matrice islamista. Il database di START InSight ha registrato 58 episodi di questa natura dal 2015 ad oggi.

L’accelerazione sanguinaria dell’ultimo mese – il fatto che i terroristi che hanno colpito a Parigi il 25 settembre (attacco nei pressi della vecchia sede del Charlie Hebdo), il 16 ottobre (decapitazione del Prof. Samuel Paty) e a Nizza il 29 ottobre (brutali attacchi all’arma bianca nella cattedrale di Notre-Dame) siano individui giunti da poco in Europa – ha segnato un cambio di passo. Le ragioni degli attacchi, è stato detto ormai da più parti, hanno a che vedere con i valori della Repubblica – laicità e conseguente totale libertà d’espressione che include il diritto alla blasfemia – che non sono allineati con il sentire di chi aderisce a una lettura fondamentalista dell’Islam. Una lettura diffusa e propagata anche attraverso reti, associazioni, media.

Da 15 anni ormai analisti e ricercatori dedicano il loro lavoro a comprendere le ragioni, le strade e i mezzi del terrorismo cosiddetto homegrown – della porta accanto – emerso in Europa all’inizio degli anni 2000 dall’incrocio esplosivo tra la “militarizzazione” dell’Islam avviata con l’11 settembre (cioè, il suo utilizzo come strumento di vendetta e di supremazia nei confronti dell’Occidente) e situazioni di disagio e marginalizzazione dentro il cuore del Vecchio continente, nelle sue strade e nei suoi quartieri.

Di fronte a un’onda violenta di sempre maggiori dimensioni, che l’approccio securitario non è in grado di contenere, anche il linguaggio degli organismi internazionali è progressivamente cambiato e dalla lotta al terrorismo si è progressivamente passati all’impegno nel contrasto e nella prevenzione dell’estremismo, per approdare al tentativo ancora incerto della de-radicalizzazione. Se il terrorismo homegrown aveva motivazioni prevalentemente – anche quando inconsciamente – politiche (come richiede l’idea stessa di “costruzione” di uno Stato Islamico, concreto o utopico che sia), ci troviamo ora ai piedi della scala. Perché già il primo evento tragico che aveva messo in evidenza l’esistenza di una scena estremista tipicamente europea, avvenuto il 2 novembre 2004 ad Amsterdam, era maturato in un contesto di fondo simile a quello della recente ondata. Si è trattato dell’omicidio brutale del regista Theo van Gogh, colpevole di aver girato un film sulla violenza di genere nell’Islam, considerato blasfemo. Un “sentire” che può accomunare musulmani tanto rigoristi quanto terroristi in ogni angolo del mondo, portandoli a manifestare ma anche ad agire indiscriminatamente a ogni latitudine (come nell’attacco al consolato francese a Jeddah del 29 ottobre).

Gli attentatori che hanno colpito la Francia ad ottobre non sono i cosiddetti homegrown cresciuti nelle sue banlieues: la motivazione di questi attacchi è prevalentemente religiosa

Gli attentatori che hanno colpito la Francia ad ottobre non sono cresciuti nelle sue banlieues. Non hanno operato in rappresentanza dello Stato Islamico o di altre sigle, ma hanno agito per una convinzione che stride con i valori di una Repubblica, alla quale d’altra parte non appartengono. La motivazione di questi attacchi è prevalentemente religiosa. Se la radicalizzazione homegrown – attraverso la violenza organizzata – porta in un certo senso al prevalere dell’aspetto politico su quello religioso (almeno agli occhi di chi ha studiato il fenomeno), gli ultimi eventi hanno portato al prevalere della religione sulla politica (anche se poi, il sentire religioso viene politicamente manipolato).

Il piano preannunciato da Macron accosta pericolosamente lo Stato (laico) all’Islam

Il piano preannunciato dal Presidente Macron, che intende combattere il “separatismo islamista”, accosta pericolosamente lo Stato (laico) all’Islam. Il rischio e la grande incomprensione che ne potrebbe derivare, è il pensiero che lo Stato intenda sanzionare e determinare cosa sia lecito e cosa no, in termini di fede e pratica; che voglia modellare un Islam europeo – o francese. Un concetto già in voga in passato, ma che è oggi inadeguato e ormai superato, e che deve essere sostituito – anche a livello linguistico – con l’idea della cittadinanza, di cittadini europei musulmani con diritti e doveri. Un modello in gran parte già acquisito.

La questione dell’immigrazione

A partire dall’autunno del 2015, momento in cui l’Europa è stata colpita dai più cruenti attacchi terroristici di matrice jihadista, l’opinione pubblica ha iniziato a sentirsi fortemente minacciata. Due questioni si sono improvvisamente imposte all’interno del dibattito pubblico e politico come fattori tra di loro indissolubilmente collegati: il terrorismo e i flussi migratori. I recenti attacchi avvenuti in Francia, a Parigi e a Nizza il 25 settembre, il 16 e il 29 ottobre, impongono una riflessione ulteriore sull’evoluzione della minaccia terroristica in Europa, dove agli aspetti politici e sociali si sommano quelli religiosi ed ideologici.

Preoccupa che potenziali jihadisti possano penetrare in Europa nascosti tra i migranti

Il fatto che jihadisti possano penetrare in Europa nascosti tra i migranti provenienti dal Nord Africa (ma anche dai Balcani) è un fattore di preoccupazione e allarme per i paesi europei, in particolare quelli che sono sulla prima linea dell’immigrazione come l’Italia.

La connessione tra criminalità organizzata e gruppi terroristici jihadisti include, in particolare, le organizzazioni criminali tunisine e italiane coinvolte nella migrazione irregolare e nel traffico di droga dalla Tunisia all’Italia, e la capacità della criminalità organizzata italiana di produrre documenti contraffatti dell’UE utilizzati dai migranti illegali, potenzialmente legati a gruppi terroristici, per viaggiare all’interno dell’area Schengen. Questa immigrazione irregolare dalla Tunisia all’Italia è diversa da quella dalla Libia all’Italia per il coinvolgimento diretto e la stretta cooperazione tra mafie italiane e trafficanti e contrabbandieri tunisini.

Il fenomeno migratorio è dunque caratterizzato da una significativa componente irregolare ed è, al tempo stesso, sfruttato da soggetti e gruppi radicali, criminalità organizzata e organizzazioni terroristiche; tutto ciò fa del fenomeno migratorio irregolare ed illegale una seria sfida per gli stati europei.

Nel 2020 ci sono stati 21 attacchi terroristici e azioni violente riconducibili al jihadismo

La minaccia di terrorismo in Europa è significativa. Nel 2020 ci sono stati 21 attacchi terroristici e azioni violente riconducibili al jihadismo; erano 19 nel 2019, 27 nel 2018. Le vittime sono in prevalenza civili. In Italia sono stati 8 gli episodi di violenza di questo tipo negli ultimi cinque anni: un dato inferiore rispetto a Francia, Regno Unito e Germania ma che nei prossimi anni potrebbe allinearsi con il resto d’Europa per la maggior presenza di immigrati di seconda generazione che per varie ragioni sono in genere più vulnerabili al richiamo jihadista.

Il pericolo maggiore è costituito dai radicalizzati cresciuti in Europa ma stimolati dall’attivazione emotiva della propaganda islamista e jihadista

Il pericolo maggiore è rappresentato dai radicalizzati cresciuti all’interno dei contesti nazionali ma stimolati dal sistema di “attivazione emotiva” della propaganda islamista e jihadista. Dalla radicalizzazione all’azione il passo è breve.

Aumentano i jihadisti tra gli adolescenti e i giovani adulti, con un’età compresa tra i 15 e i 27 anni, molti giunti in Italia in tenera età; un’evoluzione che obbliga gli organi investigativi a concentrarsi su un numero sempre maggiore di radicalizzati da monitorare o da espellere nel caso di soggetti privi di cittadinanza italiana. Sono circa 500 i soggetti identificati ed espulsi per terrorismo dall’Italia dal 2015 a oggi. La maggior parte proveniva dall’area del Maghreb e del Mashreq (Marocco, Tunisia, Egitto) e dai Balcani: per lo più immigrati irregolari o di recente regolarizzazione.

Fra ciò che è emerso a margine del processo sull’attentato che ha avuto luogo alla Manchester Arena nel 2017, c’è la dichiarazione di una guardia di sicurezza che, allertata circa il comportamento sospetto di Salman Abedi, avrebbe preferito non procedere con un controllo, per il timore di essere considerato razzista.

Anche in funzione preventiva, è necessario poter affrontare di petto tutti gli aspetti legati ai processi di radicalizzazione e di violenza jihadista (o di altri orientamenti), incluso quello migratorio che è peraltro sostenuto dai numeri, in modo costruttivo, aperto e onesto.

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Libia: le ambizioni della Turchia. La competizione tra Ankara, Mosca e il Cairo nel settore Security Force Assistance (SFA)

Lo sforzo militare in Libia: le conseguenze della collaborazione militare turco-libica

di Claudio Bertolotti

Il 15 settembre, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto al Segretario Generale Antonio Guterres di nominare un inviato speciale per la pace in Libia; in tale occasione Russia e Cina si sono astenute dal voto sulla risoluzione che avrebbe esteso anche la missione Onu nel Paese.

Il giorno successivo, 16 settembre, il primo ministro libico Fayez al-Sarraj, alla guida del governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli – che controlla parte della Libia occidentale –, ha annunciato la sua intenzione di dimettersi; una decisione, le cui ragioni non sono note, che ha lasciato spazio a numerose speculazioni. Molti ritengono che la decisione sia frutto delle forti pressioni internazionali – in particolare da parte statunitense – allo scopo di assecondare i paesi che si sentono più minacciati dagli accordi firmati dalla Libia con la Turchia, in particolare l’accordo di demarcazione del confine marittimo – exclusive economic zone (EEZ) – che più preoccupa gli europei, in primis la Francia e la Grecia. Un accordo che è stato accompagnato dall’aiuto militare della Turchia al GNA e grazie al quale, a giugno, è stato posto termine all’assedio di Tripoli durato oltre un anno da parte delle forze del generale Khalifa Haftar, comandante dell’esercito nazionale libico (Libyan National Army, LNA) del governo della Libia orientale di Tobruk.

Si tratta di un’evoluzione politica significativa e con rilevanti conseguenze strategiche sebbene, ad oggi, la Libia rimanga ancora fortemente divisa sui due principali fronti – Tripoli e Tobruk – in cui più attori perseguono propri obiettivi. Ma le dimissioni di al-Sarraj, se confermate, potrebbero compromettere seriamente i rapporti tra Ankara e Tripoli poiché l’accordo siglato dai ministri della difesa turchi e qatarioti il 17 agosto prevede che i due paesi forniscano assistenza alle forze di sicurezza libiche. E in tale quadro il GNA e la Turchia hanno già avviato una serie di programmi per la ricostruzione delle forze armate libiche: una collaborazione che è stata formalmente confermata il 20 settembre dal ministro della Difesa libico Salah Eddine al-Namrush.

I programmi, che ufficialmente mirano a istituire una forza militare in linea con gli standard internazionali, includono la ristrutturazione delle forze armate di terra, della marina, delle difese aeree, delle unità antiterrorismo e per operazioni speciali. In base all’accordo, i “consiglieri militari” turchi dovrebbero svolgere attività di addestramento e di assistenza logistica in cooperazione con il Qatar. Secondo il  quotidiano “Daily Sabah”, l’esercito turco fornirà assistenza (security force assistance, SFA) nella fase di transizione che dovrebbe portare, attraverso un processo di disarmo, smobilitazione e reinserimento (disarmament, demobilisation and reintegration, DDR) all’integrazione delle milizie irregolari in un esercito regolare; un ruolo, quello giocato dalla Turchia, che segue il copione  già utilizzato da Ankara nell’addestramento dell’esercito dell’Azerbaijan, dove le forze turche hanno fornito supporto, formazione, assistenza ed equipaggiamenti alle loro controparti azere. Il processo avviato in Libia da Turchia e Qatar, in linea con l’esperienza azera, mira a standardizzare sia l’addestramento che il reclutamento.

Combattenti, istruttori militari ed equipaggiamenti: la competizione tra Ankara, Mosca e il Cairo nel settore Security Force Assistance (SFA)

Come abbiamo visto, dunque, da un lato Ankara sta supportando il GNA con una missione di Security Force Assistance, formalmente attuata mediante accordi bilaterali con Tripoli; una missione supportata dalla fornitura di equipaggiamento militare e dal corredo di armi che Ankara fornisce a Tripoli, con ciò confermando l’inefficacia dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite – autorizzato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016) e 2473 (2019) – , e attuato in maniera non efficace dalla missione EUNAVFORMED “Irini”, il cui compito è quello di prevenire la fornitura di armi alla Libia. Un dispiegamento di personale militare da parte della Turchia che si accompagna al trasferimento di almeno dieci tipi di equipaggiamento militare tra cui sistemi di guerra elettronica, missili guidati anticarro, droni da combattimento, cannoni semoventi di difesa aerea, artiglieria, sistemi missilistici terra-aria, equipaggiamenti di marina e sistemi leggeri anti-aereo.

D’altro lato la Turchia ha svolto e svolgerebbe un ruolo da cui derivano maggiori criticità. È ormai nota la presenza di mercenari siriani inviati dalla Turchia in Libia per combattere a supporto del GNA: almeno 5.000 combattenti siriani, in parte provenienti dalla cosiddetta “Divisione Hamza” e la formazione estremista “Sultan Murad” (tra i gruppi ribelli siriani, sostenuti dalla Turchia, che hanno inviato combattenti in Libia), sono stati inviati in aiuto delle milizie alleate di Tripoli impegnate a contrastare le forze dell’LNA guidato dal generale Khalifa Haftar. Elementi reclutati, addestrate ed equipaggiati dalla Turchia e armati di mezzi corazzati Fnss Acv-15, lancia granate Milkor Mgl e missili anticarro statunitensi Bgm-71 Tow. È probabile che la presenza di jihadisti siriani finanziati dalla Turchia possa peggiorare le condizioni di sicurezza del paese portando a una reazione ostile da parte dell’opinione pubblica libica. Un pericolo di cui lo stesso GNA sarebbe consapevole, tanto da aver favorito il trasferimento da parte della Turchia di alcuni di questi jihadisti-mercenari in Azerbaigian, dove le ostilità contro l’Armenia aumentano al pari delle ambizioni turche nella regione.

Guardando all’altro fronte, quello tenuto dall’LNA e sostenuto da Emirati Arabi Uniti (EAU), Egitto e Russia, è possibile constatare un impegno in termini militari tutt’altro che marginale.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno dispiegato personale militare e trasferito in Libia almeno cinque tipi di equipaggiamento, inclusi veicoli corazzati, veicoli da ricognizione aerea e un caccia francese Dassault Mirage 2000-9.

La Russia ha trasferito almeno due tipi di equipaggiamento, tra cui jet da combattimento Mig-29A operativo presso la base aerea di Al Jufra e un aereo d’attacco supersonico Sukhoi SU-24, operativo dalle basi aeree di Al Jufra e Al Khadim. A questi equipaggiamenti si uniscono componenti corazzate a favore della compagnia di sicurezza privata russa “Wagner”, che consente alla Russia di poter operare militarmente nell’area senza essere coinvolta sul piano formale, con ciò potendo negare o minimizzare qualunque coinvolgimento diretto o eventuali perdite russe in Libia. Il gruppo “Wagner” avrebbe trasferito operatori militari privati ​​armati e attrezzature militari in Libia per sostenere le operazioni militari di Haftar, inclusi due mezzi corazzati da trasporto truppe. Gli operatori della “Wagner” risulta abbiano preso parte al ritiro delle forze di Haftar da Bani Walid tra il 27 maggio e il 1 luglio scorsi. Risulta che tali operatori fossero, e in parte ancora siano, dislocati nelle cinque basi aeree di Al Jufra, Brak, Ghardabiya, Sabha e Wadden, e presso l’impianto petrolifero di Sharara, il più grande del paese. Il coinvolgimento della “Wagner” in Libia, con un numero complessivo di circa mille operatori, consiste di fatto nel supporto tecnico per la riparazione di veicoli militari e nella partecipazione diretta a operazioni di combattimento in qualità di tecnici di artiglieria, osservazione aerea, oltre a fornire supporto nelle contromisure elettroniche e a schiera squadre di tiratori scelti. Il personale è principalmente russo, ma tra le fila del gruppo sono presenti anche cittadini di Bielorussia, Moldavia, Serbia e Ucraina.

Il rifornimento aereo di entrambe le parti è un fatto accertato, come dimostra l’intenso traffico aereo dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto occidentale e alla Libia orientale, così come dalla Russia, attraverso la Siria, alla Libia orientale e dalla Turchia alla Libia occidentale. Numerose, in particolare, le compagnie commerciali che, per conto degli attori statali impegnati nel conflitto libico, sono accusate di violare l’embargo sulle armi fornendo supporto logistico alle forze di Haftar; tra queste le compagnie aeree di Kazakistan, Siria, Ucraina e Tagikistan e due compagnie aeree degli Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda i rifornimenti via mare, cinque navi battenti bandiera di Albania, Libano, Tanzania e Panama e dirette verso i porti libici controllati dal GNA sono state accusate di violazione dell’’embargo sulle armi insieme a due destinate ai porti orientali in mano all’LNA: un bastimento battente bandiera liberiana, ma di proprietà di una compagna emiratina, l’altro battente bandiera delle Bahamas, ma di proprietà giapponese.

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Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Settembre

Algeria: la crescente importanza delle relazioni Algeria-Turchia
Algeria e Turchia mirano entrambe a costruire una relazione reciprocamente vantaggiosa, pur a fronte delle sfide legate all’instabilità regionale e alla crisi economica. L’instabilità dell’area mediorientale e nord-africana, in particolare in Libia, e il desiderio di ampliare i legami politici ed economici, hanno avvicinato l’Algeria e la Turchia. L'”Accordo di amicizia e cooperazione” firmato nel 2006 in Algeria dal governo allora in carica (Partito AK di Erdogan), di cui l’attuale esecutivo rappresenta la prosecuzione, segna uno dei primi tentativi di Ankara di ricalibrare le sue relazioni con l’Occidente e il sud del mondo. Da allora, ci sono state altre tre visite di stato di Erdogan, l’ultima nel gennaio 2020, a seguito della partenza del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika che è stato deposto dal potere e costretto alle dimissioni nell’aprile 2019 (Gjevori, 2020).
Egitto: taglio dei tassi di interesse a causa della bassa inflazione
Il 24 settembre la banca centrale egiziana ha inaspettatamente tagliato di 50 punti i suoi principali tassi di interesse, giustificando la scelta sulla base di un’inflazione eccezionalmente bassa che ha consentito il rilancio dell’economia. Il Comitato per la politica monetaria (MPC) della banca nazionale ha ridotto il tasso sui prestiti al 9,75% e il tasso sui depositi all’8,75%. L’inflazione è rimasta ben al di sotto dell’obiettivo indicato dalla banca centrale, dal 6% al 12% (MPC, 2020).
Israele: un nuovo accordo di pace con gli Emirati Arabi Uniti
Il 15 settembre il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono uniti ai ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain alla Casa Bianca per firmare gli storici accordi di normalizzazione tra Israele e i due paesi arabi. Israele ha ufficialmente stabilito pieni legami diplomatici con il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti. Da un lato l’accordo è presentato come un passo verso la pace in Medio Oriente, dall’altro potrebbe essere letto come istituzione di un nuovo fronte contro Iran e Turchia.
Libano: Macron accusa Hezbollah per il tracollo politico del Libano
In meno di un anno, il Libano è stato colpito da un tracollo economico e finanziario, crescenti proteste di massa, una pandemia incontenibile a cui si sommano le conseguenze dell’enorme esplosione del 14 agosto che ha di fatto distrutto il principale porto del paese, uccidendo più di 190 persone e provocando fino a 4,6 miliardi di dollari di danni nella capitale Beirut.
Il 26 settembre, dopo più di un mese dall’esplosione e in piena empasse politica, il primo ministro designato Mustapha Adib si è dimesso, non essendo riuscito a formare un governo di emergenza per affrontare le più gravi crisi che il Libano si sta trovando ad affrontare dalla fine della guerra civile durata 15 anni.
A fronte di tale desolante quadro, il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente evidenziato il rischio di una nuova “guerra civile”’ e invitato i politici libanesi a trovare una soluzione mediata e di compromesso che consenta di formare un governo con cui avviare la ricostruzione del paese: Macron ha incolpato Hezbollah di aver sabotato il processo sponsorizzato dalla Francia per formare un governo. Hezbollah è il partito politico al governo in Libano, sostenuto dall’Iran e legato all’ala militare nota per aver combattuto in Siria al fianco delle unità siriane e iraniane (Cornish, Abboud, 2020).
Marocco: contrazione economica, crisi e disoccupazione
Il capo della sicurezza marocchina Abdelhak Khiame, capo del Central Bureau of Judicial Investigation (BCIJ), ha lanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal gruppo terroristico Stato islamico che si è consolidato “nella regione del Sahel-Sahara, sfruttando l’insicurezza legata al conflitto in Libia e in paesi come il Mali”. Nel Sahel – ha dichiarato Khiame – “si sviluppano cellule terroristiche e terrorismo, ma anche reti di criminalità organizzata, traffico di droga, armi ed esseri umani”.
Sul piano economico, il ministro dell’Economia, delle finanze e della riforma amministrativa Mohamed Benchaâboun ha dichiarato che l’economia nazionale dovrebbe crescere del 4,8% nel 2021. Considerato lo scenario previsto dal Fondo monetario internazionale (FMI) relativo alla ripresa dell’economia mondiale (+5,2 %), in particolare nella zona euro (5,3%), «la crescita economica marocchina dovrebbe attestarsi al 4,8%». Una crescita che però, ha proseguito il ministro, «non ha potuto compensare completamente la contrazione economica del 2020, prevista a -5,8%, a causa della.. [mancata] ripresa di alcuni settori come il turismo e attività connesse, nonché il deterioramento del mercato del lavoro e degli investimenti delle imprese ».
Siria: Carabinieri rimpatriano la “sposa dell’ISIS” italiana Alice Brugnoli
Il 29 settembre, il Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri ha dichiarato di aver arrestato in Siria Alice Brignoli, una “sposa dell’Isis” italiana. Brignoli era la moglie di Mohamed Koraichi, un marocchino naturalizzato italiano attraverso il matrimonio e diventato militante dello Stato islamico(IS). La coppia aveva lasciato l’Italia nel 2015 per unirsi al gruppo terrorista in Siria, portando con sé i loro tre figli. Koraichi, che si pensa sia morto, ha preso parte alle operazioni militari dell’IS, mentre Brugnoli ha avuto un “ruolo attivo nell’insegnare ai bambini la causa del jihad”. È accusata di associazione a delinquere per terrorismo. L’unità ROS ha rintracciato Brignoli e i suoi quattro figli – ha dato alla luce il suo quarto figlio in Siria – e li ha riportati in Italia (ANSA).
Attacco hacker al ministero degli esteri britannico: fuga di informazioni sulla Siria.
Hacker sono penetrati nei sistemi informatici del ministero degli Esteri del Regno Unito e hanno preso centinaia di file che descrivono dettagliatamente i controversi programmi di propaganda siriani. In una violazione della sicurezza di proporzioni enormi, gli hacker sembrano aver deliberatamente preso di mira file che definiscono le relazioni finanziarie e operative tra il minister degli Esteri, il Commonwealth and Development Office (FCDO) e una rete di appaltatori del settore privato che hanno gestito e gestiscono in maniera occulta piattaforme multimediali in Siria (Middle East Eye, 2020)
Tunisia: Tunisi si oppone all’ipotesi di una soluzione militare per la Libia
Il 28 settembre il premier tunisino Hichem Mechichi ha confermato il rifiuto della Tunisia all’ipotesi di qualsiasi soluzione militare in Libia e di intervento nei suoi affari interni. Rivolgendosi ai capi delle missioni diplomatiche tunisine, ha ribadito che la soluzione per la Libia si basa sullo sforzo comune per una soluzione politica basata sul dialogo intra-libico sotto la supervisione delle Nazioni Unite.
Inoltre, in relazione agli accordi siglati dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein e sponsorizzati dagli Stati Uniti per stabilire relazioni diplomatiche con Israele, Mechichi ha ribadito la ferma posizione della Tunisia nel sostenere i diritti legittimi del popolo palestinese sulla base della “Arab Peace initiative” del 2002 (Thabeti, 2020).


La resilienza di Boko Haram e i limiti operativi della Multinational Joint Task Force

di Marco Cochi

articolo opriginale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N.° 2/2020, scarica il pdf

Negli ultimi undici anni, il nord-est della Nigeria è stata caratterizzato da un numero impressionante di attacchi terroristici per mano della Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (JAS)[1], un’organizzazione meglio nota come Boko Haram[2], che da quando venne fondata nel 2002 non è sempre stata terroristica.

Gli studiosi del gruppo estremista nigeriano rilevano, infatti, che a metà degli anni duemila Boko Haram perseguiva ancora scopi umanitari, concentrando la sua attività in tre dei sei Stati della Nigeria nord-orientale: Borno, Yobe e Adamawa. Lo prova anche il manifesto di Boko Haram intitolato: Hadhihi Aqidatuna wa Minhaj Da’awatuna[3], scritto in arabo dal suo fondatore e guida spirituale Ustaz Mohammed Yusuf, che richiama i fedeli a tornare alla pacifica età incontaminata dell’islam, in cui il Corano, la dottrina sunnita e gli hadith[4] costituiscono gli unici principi guida per i musulmani.

Tuttavia, i richiami di Yusuf all’età pacifica dell’Islam non sono stati seguiti dai suoi seguaci, visto che nel tempo Boko Haram è diventata una delle organizzazioni terroriste più letali al mondo, come è inequivocabilmente dimostrato dalle oltre 38.500 vittime che gli attacchi degli estremisti islamici hanno provocato, a partire dall’insurrezione armata del luglio 2009.

Da quel momento, il gruppo estremista ha fatto ricorso all’uso indiscriminato della violenza per imporre una variante della legge islamica molto più dura di quella adottata verso la fine degli anni novanta da una dozzina di stati del nord della Nigeria. Un’applicazione della sharia in netto contrasto con lo stato secolare esplicitamente proclamato dall’articolo 10 della Costituzione della Nigeria, che inizialmente ha portato i fondamentalisti nigeriani a prendere di mira le autorità e le istituzioni locali, senza risparmiare le élite musulmane tradizionali, che secondo gli estremisti sarebbero contigue con il governo di Abuja.

Tra il 2012 e il 2014, le occupazioni di città chiave situate sul confine nord-orientale con il Camerun, avevano consentito all’organizzazione di assumere il controllo di buona parte del territorio della Nigeria nord-orientale, fino a infiltrarsi nelle regioni più remote. Qui gli islamisti nigeriani sono riusciti a diffondere il loro messaggio più efficacemente del governo, ma ancor più attraverso la gestione di un sistema di welfare molto più efficiente di quello statale.

Il giuramento di fedeltà al leader dello Stato Islamico

La svolta all’interno dell’organizzazione si è registrata il 7 marzo 2015, quando Boko Haram ha giurato fedeltà al defunto califfo Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Poi, il 3 agosto 2016 il gruppo è stato oggetto di una scissione tra la fazione estremista dello storico leader Abubakar Shekau e quella di Abu Musab al-Barnawi, figlio del fondatore Ustaz Mohammed Yussuf, che è stato imposto alla guida del gruppo dai vertici del Califfato.

La scissione venne resa nota sul numero 41 di Al-Naba, una delle riviste telematiche pubblicate dallo Stato Islamico. Nel magazine di propaganda jihadista c’è un’intervista ad al-Barnawi in cui emergono le cause della frattura e viene alleggerita l’immagine di Boko Haram attraverso l’impegno di porre fine agli attacchi alle moschee e ai mercati frequentati dai musulmani. Shekau però non ha mai riconosciuto la nomina di al-Barnawi, criticandolo per non essere abbastanza radicale. Da quel momento Boko Haram si è diviso in due fazioni rivali: una minoritaria guidata da Shekau, che ha conservato il nome integrale del gruppo Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (JAS), mentre l’altra ufficialmente affiliata allo Stato Islamico ha preso il nome di Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP).

Quest’ultima fazione è stata ripetutamente segnata da contrasti interni che nell’agosto 2018 causarono l’eliminazione di due dei suoi massimi esponenti: Mamman Nur Alkali e Ali Gaga, uccisi dai loro stessi compagni perché incarnavano una linea relativamente moderata. Gli stessi contrasti che nel marzo 2019 attraverso un comunicato ripreso su Twitter, indussero la shura (consiglio esecutivo) dell’ISWAP a rendere noto di aver esautorato anche Abu Musab al-Barnawi e di averlo sostituito con Abu Abdullah Ibn Umar al-Barnawi, conosciuto anche come Ba Idrisa.

Una nomina decisa direttamente dai vertici dell’ISIS e riconosciuta da tutte le wilayat (provincie) dell’Africa occidentale e centrale. Nel febbraio 2020, però, Ba Idrisa è stato ucciso nell’ennesima faida interna insieme ad altri sostenitori della linea dura vicini allo Stato Islamico. Dopo l’eliminazione di Ba Idrisa, il nuovo wali (governatore) dell’ISWAP sarebbe Lawan Abubakar, nome di guerra del jihadista di etnia kanuri Ba Lawan.

Per individuare meglio l’entità della minaccia è importante operare una distinzione tra i due gruppi estremisti basata sul fatto che la fazione di Abubakar Shekau è regolata da meccanismi di leadership diversi da quelli dell’ISWAP. Meccanismi che hanno reso la guida del co-fondatore di Boko Haram più stabile e sicura rispetto a quella del gruppo rivale, facendolo diventare il leader jihadista più longevo a livello globale.

 

[1]    Tradotto dall’arabo: ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e il jihad’

[2]    La locuzione Boko Haram deriva dalla lingua araba [يحظر التعليم الغربي] e significa “L’educazione occidentale è proibita”. Di conseguenza è harām tutto ciò che segua uno stile di vita occidentale e non a caso i musulmani del Nord della Nigeria hanno generalmente respinto l’educazione occidentale giudicandola come ilimin boko (‘falso insegnamento’)

[3]    Tradotto dall’arabo: ‘Questo è il nostro credo e il nostro metodo di predicazione’

[4]    In genere si tratta di un singolo aneddoto di alcune righe sulla vita del profeta Maometto, ma ha un significato molto più importante perché è parte costitutiva della cosiddetta Sunna, la seconda fonte della sharia dopo il Corano


GUERRA E PACE NEL MEDITERRANEO: capire l’escalation turca tra l’espansionismo cinese e il riassetto degli equilibri mediorientali

di Andrea Molle

La rinnovata importanza del Mediterraneo, spesso ritenuto un teatro secondario nell’ambito dell’analisi delle Relazioni Internazionali, deriva da diversi processi di medio e lungo periodo che oggi scuotono gli equilibri geopolitici mondiali. In particolare, è la conseguenza dell’aggressiva politica commerciale cinese in Africa Subsahariana, intensificatasi nell’ultimo decennio, che vede gli stati africani, come ad esempio il Kenya e il Congo, ridotti a colonie oppure in una situazione di subordinazione de facto agli interessi del Gigante Asiatico.

A questa dinamica fa eco la volontà di Beijin di completare il progetto della Belt and Road Initiative, imponendosi come partner commerciale privilegiato delle principali potenze europee nel tentativo di creare un rapporto non di sudditanza, ma certamente di forte dipendenza, per l’Unione Europea. Ciò è reso possibile, in primo luogo, dal vuoto lasciato dalla deriva protezionista ed isolazionista dell’America guidata da Donald J. Trump che sembra priva di una strategia internazionale, ma anche dall’assenza di una direzione comune europea in politica estera come dimostra il recente smarcamento dell’Italia in favore della Cina.

L’intensificarsi dei flussi migratori, aggravati anche dai mutamenti climatici, dalla corruzione e dalla presenza di processi di radicalizzazione nel continente africano, è il sintomo più evidente della destabilizzazione, politica ed economica, risultante dalla politica espansionista cinese che ha consegnato al governo di Beijin il controllo di importanti rotte e hub commerciali. A fronte di una sostanziale erosione del tessuto economico, causata dal monopolio attuato dagli operatori economici cinesi, e dell’instaurarsi di drammatici squilibri sociali, sempre più persone abbandonano il loro paese e cercano fortuna in Europa accentuando così la crisi del continente. L’alleggerirsi della pressione demografica contribuisce, paradossalmente, a perpetuare il controllo cinese sui governi africani ed accuire la crisi e le divisioni all’interno dell’Unione Europea.

La situazione è infine acuita dall’insieme delle recenti iniziative messe in campo dalla Turchia al fine di conquistare un ruolo egemonico nel Maghreb e nel Mediterraneo orientale, apparentemente facilitato dalla comune cultura islamica di cui il paese si propone come difensore in competizione con paesi come l’Arabia Saudita, ma che è soprattutto una conseguenza del ritiro americano e dell’assenza di una voce unica europea. Nell’attesa delle dimissioni previste a fine ottobre di Fayez al-Sarraj, fino ad oggi alla guida del Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dalle Nazioni Unite, resta da capire quali saranno le conseguenze sulle attività Turche in Libia, ma rimane inalterata la volontà di Ankara di farsi avanti come principale interlocutore cinese approfittando della particolare congiuntura politica.

Per comprenderne meglio la strategia e non sottovalutarne le probabilità di successo, è importante considerare l’insieme delle relazioni sino-turche. I segnali in questo senso sono molteplici. Un ammorbidimento delle politiche dei visti tra le due potenze è in corso da anni e, in aggiunta agli intensificati scambi culturali, la Cina ha recentemente provveduto a trasferire ingenti risorse economiche destinate a supportare i piani di sviluppo industriale e soprattutto militare del governo guidato da Erdogan. Per venire meno alla sua strutturale inadeguatezza militare, pare che la Turchia stia oggi valutando l’acquisto di velivoli da combattimento stealth di quinta generazione Shenyang J-31. Si tratta di una conseguenza diretta dell’esclusione dal progetto Lockheed Martin F-35 voluta dagli USA, ma rappresenta un passo ulteriore verso l’uscita della Turchia dalla NATO. Qualora dovesse avvenire, la perdita del partner turco provocherebbe di certo una crisi dell’Alleanza Altantica che già per molti osservatori internazionali è in uno stato di animazione sospesa. Un eventuale indebolimento della NATO piace molto anche alla Russia di Putin che, nonostante le aperte tensioni geopolitche con la Turchia, fornisce già al paese sistemi antiaerei e spinge per l’acquisto dei caccia stealth Sukhoi Su-57.

In questo quadro non deve sorprendere la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e alcune delle medie potenze mediorientali come gli Emirati Arabi e il Baharain, e soprattutto le voci non confermate di possibili futuri accordi per lo sviluppo di assetti militari comuni. Questo processo non può essere considerato il mero risultato dell’azione politica di Trump per portare stabilità in Medio Oriente, a detta di molti insufficiente se non di fatto inestistente. Deve invece essere interpretata come un segnale di conferma di come il mondo arabo, in crisi per la futura inevitabile perdita di rilevanza, è consapevole dei profondi cambiamenti degli equilibri geopolitici del Mediterraneo orientale e sta cercando di guadagnare la posizione più vantaggiosa. Quello che si sta formando può apparire come un fronte anti-Turco, ma a ben vedere è più probabilmente un tentativo di opporsi alle mire neocoloniali cinesi in Africa o quantomeno contenerle, riducendo allo stesso tempo la dipendenza dall’Occidente.

La partita con il Gigante Asiatico vede dunque oggi coinvolti quei paesi del Golfo, una volta nemici dello Stato Ebraico, che oggi pensano ad Israele come alleato naturale. D’altronde Tel Aviv rappresenta non solo un forte partner militare, ma anche un polo economico e tecnologico in grado di rivaleggiare con Beijin. Ciò auspicabilmente potrebbe portare anche ad una soluzione duratura al lungo conflitto Israelo-palestinese. Tale risultato non sarà però dovuto all’azione mediatrice americana ne agli sforzi congiunti di diversi paesi e organismi internazionali degli ultimi decenni, ma piuttosto alla presenza di un comune nemico all’orizzonte. Se una soluzione verrà dunque raggiunta, essa sarà a discapito degli interessi dei palestinesi che, ancorati a retoriche ormai desuete e sempre più marginalizzati dagli alleati di un tempo, non sembrano intenzionati a recepire il cambiamento ed adattare di conseguenza sia i loro obiettivi di lungo periodo che la loro strategia politica.

Se le tensioni con la Cina sono in aumento, di fronte all’aggressività turca gli Stati Uniti hanno alzato la voce solo di recente, provocando il temporaneo ritiro della missione esplorativa di Ankara nelle acque territoriali controllate da Atene, ma senza segnalare alcuna volontà esplicita di coninvolgimento americano nel teatro operativo. Si è trattato insomma di un atto dovuto che arriva, come si dice in America, “too late and one dollar short”. In risposta alla mossa americana e all’annuncio dell’intensificarsi delle esercitazioni delle forze armate greche nell’Egeo settentrionale la Turchia ha nuovamente accusato la Grecia di violare il Trattato di Losanna del 1923, che ha posto fine all guerra greco-turca (1919-1923) ridisegnando le nuove frontiere tra i due paesi, militarizzando l’isola di Chio. Non si tratta della prima volta che la Turchia accusa la Grecia di violare il Trattato. La prima volta è stata nel Giugno 1964, a seguito del dispiegamento di una brigata motorizzata ellenica sull’isola, ma questa volta la Turchia sembra non escludere una reazione militare alle esercitazioni annunciate da Atene.

Sulla sponda Nord del mare nostrum le cose non vanno certo meglio. Sebbene sia palese che la partita che si sta giocando nel Mediterraneo, e che vede coinvolti Grecia e Cipro, abbia come posta in gioco la sopravvivenza stessa degli interessi europei e occidentali, per non dire anche la tenuta della stessa Unione Europea, sono in pochi ad averlo pienamente compreso. Nelle capitali europee, il mutamento degli equilibri che per anni hanno accompagnato la politica mediterranea dell’Unione sembrano essere compresi solo a Parigi. Accusata di voler unicamente acquisire il controllo di marginali risorse energetiche, la seconda potenza dell’Unione Europea preme da sempre per un ruolo più incisivo dell’Europa e per la sua oggi imprescindibile integrazione militare. Questo mentre Berlino ragiona ancora troppo spesso come un trading state, interessato unicamente ai guadagni economici di breve periodo e a non turbare il precario equilibrio raggiunto con la Turchia sul tema dei migranti provenienti dalla rotta balcanica.

Quanto all’Italia, Roma pensa ingenuamente di poter ancora attuare la stessa politica dell’equidistanza e della neutralità che l’ha ridotta negli anni al ruolo di mera comparsa sulla scena degli affari internazionali e sul versante cinese ha una posizione per lo meno ambigua. E tuttavia la Francia, che appare come il candidato naturale a guidare la politica estera dell’Unione, non può pensare di riuscire a vincere questa partita da sola. La geografia non è un’opinione: senza l’Italia, che tra l’altro è la seconda potenza navale del continente, l’Unione Europea non ha nessuna possibilità di contare qualcosa e finirà, inevitabilmente, per essere relegata ad una umiliante posizione di sudditanza.


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq. Giugno

di Claudio Bertolotti

Algeria: le manifestazioni anti-governative sono uno scontro tra generazioni

Nel contesto delle manifestazioni anti-governative in atto da un anno e mezzo, i militanti pro-democrazia starebbero riorganizzandosi per riattivare il movimento di protesta anti-regime di Hirak; tale situazione ha portato a un’intensificazione della repressione governativa contro l’opposizione e contro gli attivisti.

Il regime algerino sta affrontando una situazione estremamente difficile: l’economia del paese è in una condizione irrimediabilmente critica in conseguenza di una decennale politica economica basata su ampie sovvenzioni pubbliche e sulla presenza eccessiva dello Stato in un’economia che invece necessiterebbe di un’apertura al libero mercato per poter sopravvivere; inoltre si impone un progressivo e incontenibile crollo delle entrate statali.

A fronte di questa drammatica situazione e delle legittime richieste della popolazione algerina, il governo di Algeri continua a rispondere con la repressione violenta, agevolata dal capillare apparato di sicurezza, attraverso arresti arbitrari e preventivi. In questo contesto, il regime algerino rischia di provocare una reazione popolare incontenibile e che potrebbe pregiudicare la tenuta dello stesso Stato.

Storicamente afflitto da nepotismo e corruzione, lo Stato algerino non è riuscito a proporre riforme e azioni di modernizzazione e si trova oggi di fronte a una mancanza di opzioni per risolvere la condizione di crisi in cui il Paese è precipitato. Questa situazione di conflittualità multipla che colpisce la società algerina è ulteriormente aggravata dal divario generazionale, amplificato dal ruolo dei nuovi media, del Web e della proliferazione degli smartphone tra le generazioni più giovani e che ne hanno fatto strumenti di propaganda anti-governativa. È una massa di grandi proporzioni composta da giovani, che di per sé costituisce una base di instabilità a lungo termine, che si contrappone ai vertici delle Forze armate e a una leadership politica che, al contrario, appartengono alle generazioni più anziane. (Fonte The North Africa Journal, 18 giugno, 2020). L’Algeria chiede da tempo un cambiamento radicale e la repressione utilizzata dal governo potrebbe essere la scintilla di una protesta non più contenibile.

Egitto: la situazione economica sta deteriorando, anche a causa del COVID19

Il 21 giugno, ispezionando le truppe delle forze armate di stanza nella base militare di Sīdī el-Barrānī, il presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi ha lanciato un duro avvertimento ad Al-Serraj: al-Sisi ha intimato alle forze di al-Serraj (e dunque alla Turchia e al Qatar legati alla Fratellanza Musulmana) di non oltrepassare la linea rossa costituita dall’aeroporto di Al-Jufra/Sirte, minacciando di varcare il confine libico in caso contrario. Sīdī el-Barrānī si trova nel distretto militare ovest dell’Egitto, al confine con la Libia, dove le Forze armate egiziane hanno concentrato mezzi corazzati, aerei ed elicotteri da guerra. Recentemente, le forze che sostengono Haftar, facendo largo uso dell’aviazione, hanno contenuto le puntate offensive su Sirte – area in cui si trovano i principali pozzi di petrolio della Libia – condotte delle unità pro-Tripoli controllate dalla Turchia. Appare improbabile un’azione diretta egiziana il Libia; lo stesso ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri ha precisato che l’intervento militare è l’ultima tra le opzioni.

Israele: verso l’estensione della sovranità israeliana alla Cisgiordania

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avviato il processo politico per l’estensione della sovranità israeliana alle parti della Cisgiordania. La Cisgiordania ospita circa 430.000 ebrei israeliani (esclusa Gerusalemme est). Netanyahu ha affermato che la sovranità israeliana non verrà applicata ai palestinesi nella Valle del Giordano, e secondo alcuni rapporti la stessa esclusione si estenderà ai palestinesi in altre parti annesse della Cisgiordania. La Giordania, uno dei due soli paesi arabi ad aver firmato trattati di pace con Israele, ha affermato che sarebbe costretta a rivedere le relazioni con Israele se l’annessione dovesse proseguire. Se l’iniziativa ha trovato il pieno sostegno da parte degli Stati Uniti, forti critiche si sono invece alzate da parte di tutto il mondo arabo. (Fonte BBC, 25 giugno 2020).

Libano: la disperazione a causa della crisi economica

In Libano, l’inflazione è in crescita e l’economia è vicina al collasso. Politiche inadeguate e shock improvvisi hanno portato il Libano a vivere la peggiore crisi economica degli ultimi decenni: crollo della valuta, chiusura delle imprese, prezzi dei beni essenziali alle stelle, livello di povertà in aumento (Fonte The New York Times, 19 maggio 2020). Alla fine del 2019 erano emersi segnali di crisi, resi evidenti dalla scelta delle banche di limitare i ritiri di contanti e dalle crescenti proteste popolari esplose in tutto il Paese. A novembre, la Banca mondiale aveva avvertito che il livello di povertà sarebbe aumentato dal 30% al 50% senza un deciso intervento governativo. Un altro allarme, lanciato ad aprile 2020 da Human Rights Watch, aveva indicato che, in assenza di un massiccio intervento da parte dello Stato, milioni di cittadini libanesi e rifugiati siriani sarebbero stati a rischio di povertà e fame a causa del lockdown legato all’’emergenza COVID19. Il precipitare della situazione economica ha portato a una recrudescenza delle manifestazioni, divenute sempre più violente: numerosi gli episodi di banche incendiate e almeno un morto registrato a Tripoli, provocato dal fuoco delle forze di sicurezza (Fonte The New York Times, 10 maggio 2020).

Siria: la Cina mostra un maggiore interesse per la Siria, tra pandemia e tensioni statunitensi

La Cina sta cercando di aumentare la propria influenza sulla Siria e sta usando la pandemia di coronavirus per accelerare questi piani. La crescente presenza della Cina in Medio Oriente e le tensioni con gli Stati fanno della Siria un obiettivo strategico. Il presidente siriano Bashar al-Assad ha avviato un avvicinamento alla Cina, chiedendo l’aiuto di Pechino per legittimare il suo governo e avviare la ricostruzione del Paese dilaniato da nove anni di conflitto; in cambio Assad potrebbe assicurare alla Cina un ampio spazio di manovra nel dopoguerra. Lo scorso dicembre, Assad ha accolto con favore gli importanti investimenti cinesi in Siria, affermando: “Ora, con la liberazione della maggior parte delle aree, abbiamo avviato discussioni con un certo numero di aziende cinesi (Fonte al-Monitor, 10 giugno 2020).

Tunisia: no a basi militari straniere

Alla fine di maggio, il generale statunitense Stephen Town, comandante di AFRICOM, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di inviare un’unità di addestratori militari in Tunisia, a causa del coinvolgimento della Russia in Libia. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che stanno prendendo in considerazione la possibilità di schierare una brigata di assistenza alle forze di sicurezza per l’addestramento, come parte del suo programma di supporto alla Tunisia. Ma all’inizio di giugno, il ministro della difesa tunisino Imed Hazgui ha ribadito la posizione del suo paese contro le basi militari straniere sul territorio nazionale. Per quanto riguarda la crisi in Libia, Hazgui ha confermato il rifiuto di interferenze straniere in Libia come in Tunisia.


La Libia è instabile: nessuna soluzione politica senza impegno militare? La strategia turca indebolisce l’Italia

di Claudio Bertolotti

La guerra in Libia è entrata in una nuova fase, ma il Paese appare sull’orlo del collasso come mai prima d’ora. Il governo di accordo nazionale di Tripoli è riuscito a rompere un assedio durato 14 mesi da parte dell’esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar, e a invertire gli equilibri del conflitto lanciando una controffensiva. Il sostegno della Turchia si è rivelato essenziale. In tale quadro, la competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse.

La situazione libica e i rischi per la sicurezza regionale

La guerra in Libia è entrata in una nuova fase, ma il Paese appare sull’orlo del collasso come mai prima d’ora. Il governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale, è riuscito a rompere un assedio durato 14 mesi da parte dell’esercito nazionale libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, e a invertire gli equilibri del conflitto lanciando una controffensiva. Il sostegno della Turchia si è rivelato essenziale per il GNA, così come per Haftar lo è stato il supporto degli Emirati Arabi Uniti, della Russia e dell’Egitto: un’interferenza che ha confermato, ancora una volta, il ruolo chiave giocato dal sostegno esterno alle parti in guerra. Il recente rifiuto del GNA di accettare il cessate il fuoco proposto da Haftar e dal presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi, suggerisce che la guerra potrebbe presto essere caratterizzata da una nuova escalation, in cui il GNA proverebbe a sfruttare il vantaggio militare ottenuto. Da un lato, la ritirata di Haftar dal fronte di Tripoli rappresenta un bivio che potrebbe portare l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia a ripensare il sostegno all’LNA e ad aprire a un possibile accordo di compromesso sulla Libia che avrebbe ripercussioni dirette sulle priorità strategiche del Cairo, anche in rapporto alle relazioni con le potenze del Golfo e le ambizioni espansionistiche della Turchia nel Mediterraneo. Dall’altro lato, l’instabilità in Libia potrebbe così influire sulla sicurezza del Nord Africa e il sud dell’Europa, inteso anche come fianco sud della NATO. Mentre gli attori regionali e internazionali si contendono l’influenza sul Paese, gli stati europei sembrano incapaci di rilanciare il percorso diplomatico avviato a gennaio con la Conferenza di Berlino e a prevenire un incombente disastro umanitario ai confini meridionali dell’Unione Europea. Inoltre, uno dei punti più importanti dell’immigrazione clandestina è la Libia, perché è molto vicina all’Europa: c’è Malta proprio di fronte; è prossima a Italia e Spagna. A fronte di una persistente instabilità in Libia, la migrazione irregolare è valutato che aumenterà, così come il traffico di droga e di esseri umani. Appare così evidente come, nel contesto del conflitto armato libico, ogni proposta di soluzione politica esterna che abbia escluso l’impiego dello strumento militare si sia rivelata improduttiva; al contrario, l’audace interventismo militare – inteso come intervento diretto o uso potenziale dello strumento militare – concretizzato da alcuni attori, ha ottenuto risultati tangibili che verranno utilizzati sul piano negoziale a favore di obiettivi e ambizioni nazionali. La Turchia (e sull’altro fronte la Russia, ma con diversi risultati) lo ha dimostrato con i fatti, schierando a Tripoli le proprie unità militari guidate dal generale turco Irfan Ozsert, da cui dipendono anche le migliaia di miliziani islamisti siriani inviati da Ankara; grazie a questa scelta di forza la Turchia ha azzerato la campagna del generale Haftar per conquistare Tripoli, ipotecando così il ruolo di main player in Libia.

Consolidamento turco in Libia e attivismo militare nel Mediterraneo

Il potere marittimo è il principale strumento strategico per gli stati che abbiano un’ambizione di proiezione a tutela dei propri interessi strategici nazionali. Il Mediterraneo è diventato il centro dell’instabilità dovuta alle politiche espansionistiche di Ankara e di Mosca, perseguite anche attraverso il supporto delle parti contrapposte nei teatri di conflitto. In particolare, le interferenze turche e russe in Libia, Siria, e il ruolo di Ankara in Iraq, Cipro e nel Mar Egeo, sono una concausa primaria dell’instabilità regionale e potrebbero costituire una minaccia alla sicurezza collettiva nel medio periodo, portando così al consolidamento di equilibri geopolitici del tutto svantaggiosi per l’Italia. Uno dei primi passi formali sul piano internazionale per l’avvio dell’espansione turca in Libia è stata la firma del controverso accordo di demarcazione delle frontiere marittime, firmato da Ankara con il governo di accordo nazionale (GNA), che ha portato all’ampliamento della zona economica esclusiva turca (ZEE) nel Mediterraneo orientale. Ankara fornisce supporto militare e diplomatico al GNA di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj, mentre la Russia (insieme a Emirati Arabi Uniti ed Egitto) sostiene il comandante rivale dell’esercito nazionale libico (LNA) di Tobruk, il generale Khalifa Haftar. Il sostegno turco ha permesso alla coalizione a supporto di al-Sarraj di invertire le sorti di una guerra prima sfavorevole e di respingere un’offensiva durata oltre un anno e trasformatasi in un logorante assedio che ha sempre più indebolito, militarmente e politicamente, il fronte del generale Khalifa Haftar. Nel confronto tra Russia e Turchia, la questione libica si intreccia con quella siriana. In Siria, il governo di Bashar al-Assad appoggiato dalla Russia mira a riprendere la provincia settentrionale di Idlib, togliendola dal controllo dei militanti islamisti sostenuti da Ankara, mentre la Turchia ha promesso di non lasciare mai che ciò accada, inviando migliaia di truppe turche e milizie arabe per proteggere i propri interessi nazionali e impedire un nuovo afflusso di rifugiati sul suo territorio. Benchè di difficile realizzazione, Mosca starebbe dunque spingendo Ankara verso un compromesso in Libia usando la carta Idlib, e minacciando raid aerei contro le posizioni delle forze sostenute dalla Turchia nel nord della Siria.Il GNA, con il sostegno militare e il decisivo impiego dei droni da parte della Turchia, sta perseguendo l’obiettivo di porre sotto controllo le basi aeree di Sirte e al-Jufra. Tripoli vuole espandere il proprio controllo alla fascia costiera e alla Mezzaluna petrolifera, così da consolidare ulteriormente i vantaggi militari. Con buona probabilità non si fermerà fino a quando questi obiettivi non saranno raggiunti. Il conflitto è ora focalizzato su Sirte e sulla mezzaluna petrolifera, in cui vi sono il 70-80% dei giacimenti di petrolio. All’inizio di giugno, la Turchia ha dichiarato di poter espandere la sua cooperazione in Libia con nuovi accordi in materia di energia e costruzioni una volta terminato il conflitto.Secondo lo Yeni Şafak, giornale di informazione pro-AKP (Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, in turco Adalet ve Kalkınma Partisi, partito politico conservatore turco di maggioranza), benché non siano state prese decisioni definitive sul possibile uso militare, la Turchia consoliderà la propria presenza in Libia e nel Mediterraneo occidentale attraverso la costruzione di due basi militari: una base navale a Misurata, che potrebbe ospitare navi d’assalto, da ricognizione e navi ausiliarie, e una base aerea ad Al-Watiya, recentemente riconquistata dal GNA e all’interno della quale verranno schierate unità di droni aerei (UAV). Ma la Turchia avrebbe messo gli occhi anche su al-Qardabiya, vicino a Sirte, obiettivo importante in quanto permetterebbe di controllare l’importante mezzaluna petrolifera. Parimenti, anche la Russia ambisce ad avere avamposti fissi a Sirte e al-Jafra, dove già sono stati schierati dei caccia: una presenza legata alla volontà di influenza nel Mediterraneo. Nel frattempo hanno avuto luogo importanti manovre ed esercitazioni navali e aeree di Ankara nel Mediterraneo (Adnkronos e Agenzia Nova, 15 giugno). Otto navi da guerra tra fregate e corvette e 17 aerei (prevalentemente F16) hanno partecipato all’esercitazione organizzata dalle Forze armate turche denominata “Alto Mare”. Chiuso lo spazio aereo e marittimo: lo ha annunciato il ministero della Difesa turco in una nota. Le manovre sono durate otto ore per un totale di 2 mila chilometri percorsi nel Mediterraneo. I media statali turchi hanno definito le manovre una “dimostrazione di forza”; esercitazioni che giungono nel pieno delle tensioni nel Mediterraneo orientale dove incombe, oltre alla guerra in Libia, anche la crisi tra Grecia e Turchia a causa delle esplorazioni turche nell’area di Cipro dove sono presenti i giacimenti di gas recentemente scoperti. Per diversi mesi, la Turchia ha aumentato le attività esplorative al largo dell’isola, ignorando gli avvertimenti dell’Unione europea che ritiene le azioni illegali. Severa la presa di posizione della “Lega araba”: ”L’interferenza turca in Libia, Siria e Iraq è inaccettabile e va condannata. Ankara si nasconde dietro l’accordo con il governo di Tripoli per conseguire interessi economici, politici e militari”. Nel frattempo Mevlut Cavusoglu, ministro degli esteri turco, lo scorso 18 giugno ha guidato un importante missione in Libia con una delegazione di 25 esponenti del governo di Ankara, tra cui il responsabile dell’intelligence Hakan Fidan e il ministro delle Finanze, Beyrat Albayrak, genero del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un evento di rilevo, certamente sul piano diplomatico ma ancora di più su quello economico-commerciale che vedrà la Turchia espandere sempre più il proprio ruolo in Libia. Al contrario, dopo aver incontrato in due momenti separati il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e l’omologo turco Cavusoglu con i quali è stato affrontato il dossier libico, l’incontro successivo tra il premier Fayez al-Sarraj e il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio del 24 giugno, non ha portato a risultati di rilievo. Due le questioni discusse. La prima è la richiesta libica di estendere anche alle vie terrestri l’applicazione dell’embargo di armi da parte della missione EUNAVFORMED “Irini”; una richiesta che mira a indebolire le forze di Haftar, equipaggiate e armate dall’Egitto attraverso la frontiera tra i due paesi. La seconda questione è la disponibilità libica al rispetto dei diritti umani dei migranti, così come chiesto dall’Italia; un tema certamente “sensibile” ma non rilevante ai fini della stabilità libica e della tutela degli interessi nazionali italiani nel Mediterraneo. Per contro, al-Sarraj ha formalmente chiesto all’Italia di ricostruire l’aeroporto di Tripoli e procedere allo sminamento di un’ampia area della capitale libica, senza però offrire nulla in cambio.

La guerra vince sull’opzione politica e impone un riposizionamento diplomatico

La Turchia, grazie all’intervento armato in Libia, che ha di fatto capovolto le sorti del conflitto, ha ipotecato il proprio ruolo di interlocutore primario e imposto all’Egitto (e ai partner del Golfo) un arresto sul piano militare.Da una parte il presidente francese Emmanuel Macron ha biasimato Erdogan e i suoi “giochi pericolosi” in Libia che “confermano la morte celebrale della Nato”; a fronte di tali insinuazioni, la Turchia ha risposto accusando a sua volta la Francia di “perdita di lucidità” e di responsabilità della destabilizzazione libica.Dall’altra parte, i paesi arabi del Golfo, con in testa Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (sostenitori del generale Haftar), si sono pubblicamente schierati a favore dell’Egitto, che ha minacciato il ricorso alle armi e un intervento diretto in Libia per tutelare la fazione di Tobruk (di cui Haftar è la guida politico-militare) in risposta all’appello di Aguila Saleh, capo del parlamento libico di Tobruk, che ha chiesto al Cairo di rispondere militarmente nel caso in cui le forze del GNA attaccassero Sirte.Ma anche Washington, a fronte del cambio di situazione, ha ripreso in mano il dossier libico con maggiore interesse: il 22 giugno una delegazione guidata dall’ambasciatore statunitense in Libia, Richard Norland, e dal comandante generale di AFRICOM, Stephen Townsend, ha incontrato i rappresentanti di Tripoli al fine di “promuovere un cessate il fuoco e un dialogo politico” ottenendo, al contempo, la richiesta da parte libica alla Turchia di ritirare le milizie islamiste “illegali” sostenute da Ankara, a cominciare dalla formazione estremista “Sultan Murad”, già attiva nella guerra siriana[1]. Un chiaro indicatore della mutevolezza di un quadro geopolitico di cui gli Stati Uniti paiono ora preoccuparsi, in virtù del crescente attivismo militare e della sempre più dinamica presenza del competitor russo nel Mediterraneo.

Analisi, valutazione, previsione. Italia e Turchia: alleati o rivali in Libia?

Il 14 maggio 2020 il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Turchia Erdogan. In tale occasione, il segretario dell’Alleanza Atlantica ed Erdogan hanno discusso anche della situazione in Libia. Stoltenberg ha sottolineato che la posizione della NATO rimane coerente: come affermato dai capi di Stato e di governo della NATO al vertice di Bruxelles del 2018, “la NATO è pronta ad aiutare la Libia nell’ambito della costruzione di istituzioni di difesa e sicurezza, in risposta alla richiesta del Primo Ministro del governo di accordo nazionale (GNA) di rafforzare le istituzioni di sicurezza libiche. Qualsiasi assistenza della NATO in Libia terrà conto delle condizioni politiche e di sicurezza e verrà fornita in piena complementarità e in stretto coordinamento con altri attori internazionali, compresi le Nazioni Unite e l’Unione Europea”[2].In merito alla competizione per un ruolo di primo piano in Libia, Ankara ha una relazione complicata con l’Italia. I due paesi hanno, da un lato, legami storici e interessi non compatibili in Libia ma, dall’altro lato, stanno attualmente sostenendo la stessa fazione (GNA) tra le due in campo: la Turchia in maniera esclusiva; Roma non escludendo il dialogo aperto anche con la controparte (LNA). Tuttavia, in seguito alla dichiarazione del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, i due paesi stanno cercando ambedue di assumere il ruolo dominante nella definizione della strategia dell’Alleanza transatlantica per la Libia, ambendo entrambi a guidare un possibile intervento della NATO. La competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse di contrastare Haftar per diversi motivi: da un lato Ankara mira a contrastare l’espansione russa, egiziana ed emiratina; dall’altro l’Italia intende contenere l’influenza francese sul paese.Di fatto, tra i due contendenti, la Turchia è quello che potrebbe trarre i maggiori vantaggi dall’attuale situazione. Ankara sembra aver raggiunto la maggior parte degli obiettivi: con le forze di Haftar in ritirata, è in una posizione favorevole per imporre un ruolo di primo piano a livello regionale. D’altra parte, dobbiamo considerare gli altri attori principali (Russia ed Egitto), il loro ruolo, le effettive capacità e la volontà di intervento diretto. Le guerre convenzionali richiedono forti flussi di cassa: la Russia, l’Egitto, la Turchia, e anche l’Italia, sono economicamente vulnerabili e questo è un fattore che può limitare la loro capacità di influire a fondo sulle dinamiche politiche e militari della Libia.Come evidenzia Karim Mezran, tra i più influenti esperti di Libia, il GNA non è forte abbastanza per controllare e gestire il paese; il popolo libico è consapevole dell’inconsistenza del GNA, che è inefficace e disfunzionale. L’obiettivo di GNA è creare la struttura istituzionale del Paese, non gestirlo, ed è evidente come sia improbabile che questo riesca a conquistare militarmente l’est del paese, così come è improbabile che l’LNA possa porre sotto controllo la Tripolitania. In tale quadro l’Italia ha come unica carta da giocare quella dell’attivismo politico-diplomatico finalizzato ad esercitare il ruolo di mediatore al fine di una tregua tra le parti. È molto difficile ma non è impossibile, poiché l’assenza di proprie truppe combattenti potrebbe essere utilizzato come argomento per convincere le cancellerie europee (Francia in testa), gli attori impegnati in Libia (in primis Egitto, Russia e Turchia) e gli Stati Uniti, a riconoscere a Roma questo delicato e ambizioso incarico. Così da trasformare gli svantaggi, derivanti da un’assenza sul campo di battaglia libico, in opportunità.