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Le carceri sono chiuse, ma il Coronavirus ha le chiavi. Radio 24

Le carceri di tutto il mondo sono chiuse ma il Coronavirus ha le chiavi: un problema di sicurezza, stabilità sociale, capacità di gestione dell’emergenza.

Di questo hanno parlato gli ospiti della trasmissione radiofonica Nessun Luogo è lontano, su Radio 24 – Il Sole 24 ore, intervistati da Giampaolo Musumeci.

Vi proponiamo lo stralcio dell’intervento di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, focalizzato sugli effetti del virus in Afghanistan.

Le prigioni, o meglio i detenuti, sono la chiave della recente politica afgana, con lo scambio di prigionieri taliban, precondizione per dialogo e pace. Come impatta il Covid-19?

Una situazione particolarmente grave che potrebbe avere un duplice effetto: da un lato positivo e dall’altro meno. Il governo afghano potrebbe sfruttare la necessità di alleggerire il peso del sistema carcerario rispondendo in tempi brevi alla premessa dell’accordo con i talebani, che prevede il rilascio di 5.000 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri governative. Le resistenze politiche potrebbero qui trovare la soluzione che toglierebbe l’imbarazzo del rilascio dei talebani.

L’aspetto negativo è rappresentato dal fatto che il governo afghano, già debole, non sarà in grado di contrastare né la diffusione del virus né le conseguenze economiche e sociali che saranno devastanti in un Paese prossimo al collasso.

Come sono le carceri afghane? Quali standard?

Ho avuto modo di visitare il carcere di Pol-e Charki molti anni fa e posso testimoniare che si tratta di standard molto lontani dai peggiori standard che si possono trovare nelle prigioni occidentali. Certo, molto cambia a seconda dell’area del Paese in cui ci si trova. A Herat vi è un carcere femminile molto ben attrezzato e che in un certo senso è un rifugio per molte donne che, pur di lasciare condizioni famigliari inaccettabili, trovano il modo per essere condannate e incarcerate. Ma nella maggior parte delle carceri afghane prevalgono la corruzione, l’assenza di controlli efficaci, il mancato rispetto dei diritti dei carcerati, le torture, le violenze, la scarsità e la bassa qualità del cibo e delle condizioni igieniche in generale.

Potranno reggere l’impatto? Cosa pensi farà il governo? Rilascio? Amnistie? Pene alternative?

È previsto il rilascio per il momento di almeno 10.000 detenuti (prevalentemente donne, minori e malati) sul totale di circa 34mila: parliamo di un terzo della popolazione carceraria. Non è escluso che sommosse e violenze possano portare ad ulteriori uscite non autorizzate come è molto probabile che, a fronte della diminuzione della capacità di gestire il sistema carcerario, aumenteranno le azioni degli insorti e dei gruppi criminali volte a liberare, armi in pugno, i propri compagni. La risposta dello stato potrebbe essere quella di procedere ad ulteriori rilasci quando, e non se, la situazione peggiorerà tenuto conto anche delle migliaia di afghani rientrati nel paese dall’Iran dove la diffusione del virus è estremamente grave.

 


Analisi Strategica: Mashreq, Gran Maghreb, Egitto e Israele. Il volume 2019 del Ce.Mi.S.S.

è disponibile il volume monografico di C. Bertolotti, Analisi Strategica del 2019 – Mashreq, Gran Maghreb, Egitto e Israele, edito dal Ce.Mi.S.S. Nell’ultimo volume pubblicato dal Centro Militare di Studi Strategici, l’Autore fa un’ampia disamina sugli aspetti economici, politici, sociali e di sicurezza dell’area, approfondendo le sfide e le opportunità che si stanno imponendo in maniera repentina. L’analisi, che si sviluppa attraverso la lettura dei fatti del 2019, propone una valutazione qualitativa e quantitativa in un’ottica predittiva e preventiva. Un’opera che, destinata ai decisori politici e istituzionali, è al tempo stesso un testo di riferimento per il pubblico più ampio di analisti, ricercatori, studenti.

Introduzione: fattori e sfide nell’area del Maghreb e del Mashreq

Le rivolte arabe del 2011, sono state un punto di rottura che hanno portato alle definizione di nuovi equilibri nell’area del Maghreb e del Mashreq; le dinamiche, anche violente, che ne sono conseguite, hanno ancora il potenziale di minare l’intero sistema statale dell’area.
I drammatici cambiamenti post-2011 impongono di analizzarne gli effetti e le sfide sul lungo termine. Nell’analizzare la sempre più interconnessa e conflittuale situazione politica della regione, aggravata da interventi esterni, va posta particolare attenzione su quelli che sono i vecchi e i nuovi driver che alimentano le molteplici conflittualità, al fine di identificarne le cause e non solo i sintomi.
Le rivolte arabe hanno evidenziato come nel periodo pre-2011 le condizioni socioeconomiche e politiche esistenti nell’area del Maghreb e del Mashreq fossero non più sostenibili, portando in maniera repentina, e con ambizioni di rinnovamento, allo smantellamento di un vecchio ordine socio-economico che era riuscito a mantenere per decenni un livello di relativa stabilità.

Oggi, le proteste e le manifestazioni popolari che hanno portato al quasi collasso di quell’ordine regionale persistono e le tendenze economiche dipingono un quadro cupo che lascia prevedere un ulteriore declino. All’interno degli stati dell’area persistono problematiche e dinamiche politiche che continueranno a nutrire la frustrazione popolare, alimentando disordini e spinte all’emigrazione sia interna che esterna. Allo stesso tempo, le rivolte del 2011 hanno lasciato in eredità, a chi vi ha preso parte e alle nuove generazioni, l’ambizione e l’aspirazione al cambiamento e, in taluni casi, hanno fornito nuove concrete opportunità.
A livello sociale, i paesi dell’area sono caratterizzati da significativa crescita e concentrazione della popolazione in zone contraddistinte da significative criticità in termini fisici, infrastrutturali di sviluppo socio-economico. Ciò significa che in molti luoghi vi è una predominanza della domanda di accesso alle risorse idriche, alimentari ed energetiche superiore all’offerta, con tutte le conseguenze sul piano della sostenibilità, dell’ordine e della stabilità politica e sociale; questo è particolarmente vero nelle aree con un’elevata concentrazione di popolazione, ad esempio lungo fiumi e coste, o in ambienti aridi o climaticamente critici. In tale quadro emerge come la concentrazione di popolazione all’interno di aree circondate da vaste porzioni territoriali disabitate vada a creare situazioni in cui aumentano le pressioni migratorie verso le aree in cui vi è disponibilità di risorse, sempre più limitate da uno sfruttamento eccessivo provocato proprio dall’aumento della domanda, con conseguenti sfide sul piano della governance.

A livello economico, secondo quanto riferito dalla Banca mondiale, si prevede che la crescita nell’area del Maghreb e del Mashreq rimanga contenuta, all’1,3 per cento. L’attività degli esportatori di petrolio è rallentata a causa della ridotta produzione del settore petrolifero e degli effetti delle sanzioni statunitensi sull’Iran, nonostante un allentamento e, in alcuni paesi, prospettive positive nei settori non petroliferi. Nel complesso, si può ipotizzare una crescita regionale di circa il 3 percento all’anno nel periodo 2020-2021, sostenuta dagli investimenti di capitale e dalle riforme politiche, pur a fronte di rischi legati alle tensioni geopolitiche e di un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali globali.

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Indice dei contenuti

Introduzione: fattori e sfide nell’area del Maghreb e del Mashreq

Algeria. Instabilità politica: tra opposizione e repressione

I principali eventi dell’anno
Il peso politico delle proteste popolari
Chi succederà a Bouteflika?
Analisi, valutazioni e previsioni

Libia: l’assedio del LNA a Tripoli. L’interesse strategico della Turchia e il sostegno agli islamisti.

L’attivismo della Russia
I principali eventi dell’anno
L’assedio di Tripoli e l’attivismo dello “Stato islamico” libico
Il fronte politico
Il fronte militare
Attivismo turco a sostegno degli islamisti: tra interessi finanziari e aiuti militari
L’attivismo della Turchia a Misurata e il bombardamento dell’aeroporto che ospita il contingente italiano
La presenza militare italiana a Misurata
L’espansione della Russia in Libia

Siria. “Fonte di pace”: la terza operazione militare turca in Siria. L’indebolimento dell’YPG curdosiriano e la morte di Abu Bakr al Baghdadi

I principali eventi dell’anno
“Fonte di pace”, 9-23 ottobre
Cronologia del conflitto: il campo di battaglia si sposta al confine
Gli accordi Usa-Turchia e Russia-Turchia. L’alternanza statunitense e il rafforzamento dell’asse Mosca-Ankara
Dinamiche demografiche all’interno della safe-zone imposta dalla Turchia
Analisi, valutazioni e previsioni

Tunisia: un nuovo equilibrio politico dopo Béji Caïd Essebsi?

Elezioni presidenziali: vincono i candidati indipendenti
L’eredità di Béji Caïd Essebsi
Dinamiche politiche
Problemi di sicurezza
Analisi, valutazioni e previsioni

Israele: tra incertezza politica e guerra al terrorismo

Energia e affari
Dinamiche politiche
Razzi su Israele: l’attacco dopo l’uccisione di un leader terrorista del gruppo palestinese “Jihad Islamico”
La reazione dei terroristi

Egitto. Le proteste popolari non indeboliscono il governo

I principali eventi dell’anno

Libano: le proteste popolari costringono il primo ministro alle dimissioni

I principali eventi dell’anno

Marocco: contrasto al terrorismo e sforzi per la sicurezza

I principali eventi dell’anno
Le priorità strategiche nazionali
Combattere il terrorismo regionale
Le sfide alla sicurezza: terrorismo e reti di immigrazione clandestina
Il Marocco vuole che le donne e i minori detenuti in Iraq e in Siria tornino a casa
Il BCIJ smantella una cellula terrorista collegata all’IS

Conseguenze, rischi e opportunità delle variazioni del prezzo del petrolio nell’area del Maghreb e Mashreq

Rischi economici e di governance nell’area del Maghreb e del Mashreq

Impatto sui principali produttori nordafricani di petrolio
Impatto sul Marocco, il principale importatore nordafricano di carburante

Le spese militari nelle aree del Maghreb e del Mashreq: diverse tendenze


Principali eventi nell’area del Maghreb e Mashreq – Gennaio

Algeria: Scaroni ed Eni scagionati su Saipem Algeria

La corte d’appello di Milano ha assolto l’ex CEO di Eni, Paolo Scaroni (attualmente presidente dell’AC Milan) e l’Eni dall’accusa di aver pagato tangenti in Algeria. Annullata la confisca di 197 milioni di dollari per l’unità infrastrutturale Saipem. Tutti gli altri imputati sono stati assolti, compresi i dirigenti di Saipem. Un processo che, concludendosi di fatto con un assoluzione per insussistenza dei fatti, ha provocato ingenti perdite finanziarie per gli investitori (Fonte ANSA)

Egitto: La risposta all’accordo di Turchia e Libia sullo sfruttamento bacino mediterraneo

Francia, Grecia, Egitto e Cipro hanno dichiarato “nulli” gli accordi (un patto militare e un accordo marittimo) tra Ankara e la Libia che assegnerebbero alla Turchia i diritti di sfruttamento su una vasta area del Mediterraneo orientale. Una dichiarazione rilasciata dai ministri degli Esteri dei quattro paesi – che si sono incontrati al Cairo – afferma che i controversi accordi hanno minato la stabilità regionale. L’Italia, che ha partecipato al meeting del Cairo, non ha firmato la dichiarazione.

I firmatari hanno condannato le perforazioni della Turchia nella zona economica esclusiva e nelle acque territoriali della Repubblica di Cipro, invitando Ankara a “cessare immediatamente tutte le attività di esplorazione illegale”.

Israele: Israele inizia a esportare gas naturale in Egitto (ma non più in Giordania)

L’Egitto ha iniziato a importare gas naturale dal più grande giacimento di gas offshore israeliano (Leviathan); ciò rapppresenta una tappa storica verso l’ambizioso piano del Cairo di diventare un hub energetico regionale. Il gas israeliano esportato in Egitto è destinato al consumo interno e alla liquefazione per l’esportazione verso altri mercati, uno sviluppo che sarà apprezzato dall’Europa, che sta cercando di ridurre la sua dipendenza dal gas naturale importato dalla Russia. In una dichiarazione che annuncia il primo trasferimento, il Ministero egiziano delle risorse petrolifere e minerarie ha affermato che l’evento “rappresenta uno sviluppo importante che serve gli interessi economici di entrambi i paesi” (Fonte al-Jazeera).

Il parlamento giordano ha approvato a gennaio un disegno di legge per vietare le importazioni di gas da Israele: dopo essere stato approvato dal Parlamento, la mozione per fermare le importazioni di gas israeliane verrà inviata al governo per la conversione in legge.

Libano: dopo mesi di proteste, si insedia il nuovo governo

Hassan Diab, professore di ingegneria informatica presso l’Università americana di Beirut ed ex ministro dell’istruzione, è una figura poco conosciuta: assume il ruolo di Primo ministro con il sostegno di Hezbollah, dei suoi alleati e del Free Patriotic Movement, partito politico cristiano. Sebbene l’ex primo ministro Saad Hariri si sia dimesso il 29 ottobre dell’anno scorso, è rimasto in carica sino al passaggio di consegne.

Diab succede ad Hariri e prende in mano un Paese lacerato dai conflitti interni e da una grave crisi economica. Un investitura che segue i 97 giorni di violente proteste che hanno travolto il paese, attraverso le manifestazioni di piazza con i manifestanti che hanno denunciato la corruzione e un sistema settario percepito a beneficio dell’élite politica. Centinaia di persone sono rimaste ferite nelle violente proteste che hanno visto i manifestanti rispondere con pietre e bombe “Molotov” ai gas lacrimogeni e ai cannoni ad acqua delle forze di sicurezza. Quello di Diab si è presentato come governo tecnico e non condizionato da correnti politiche.

Libia: il blocco del petrolio e la pressione di Haftar

La compagnia petrolifera statale libica afferma che la produzione è diminuita del 75% a causa del blocco delle esportazioni, che ha portato alla chiusura dei principali campi petroliferi e porti nell’est e nel sud del paese, imposto dal cosiddetto “Esercito nazionale Libico” (LNA) guidato dal generale Kalifa Haftar. Le esportazioni sono state sospese nei porti di Brega, Ras Lanouf, Al-Sidra, Al-Hariga e Zweitina nella “mezzaluna petrolifera” del paese, corridoio in cui transita la maggior parte delle esportazioni di greggio libico. La NOC (National Oil Company) ha anche denunciato la chiusura di valvole in una stazione di pompaggio nel sud-ovest, che portato all’interruzione della produzione nei principali campi di Al-Sharara e Al-Fil.

Un’azione che, nel complesso, avrebbe causato perdite stimate per 256 milioni di dollari con una produzione passata da 1,2 milioni di barili al giorno a poco più di 320.000 (Fonte NOC,). Nel complesso, la produzione di petrolio della Libia è precipitata di circa tre quarti dal 19 gennaio, in concomitanza con l’infruttuoso dialogo sulla Libia di Berlino.

Una scelta strategica, quella di Haftar, volta a ridurre la principale fonte di reddito del paese in risposta alla decisione della Turchia di inviare consiglieri e addestratori militari a sostegno del Governo di Unità Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj. Una mossa che, a dispetto delle dichiarazioni congiunte in occasione del dialogo di Berlino, non ha trovato l’opposizione di Russia, Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto, sostenitori di Haftar.

Siria: Probabilità di un ritiro turco dalla Siria dopo i colloqui ufficiali

Un incontro tra i capi dell’intelligence turca e siriana questa settimana a Mosca ha aperto le porte a un accordo che potrebbe riportare Ankara fuori dal conflitto in Siria (Fonte Ahval News). L’incontro tra il capo dell’intelligence nazionale turca Hakan Fidan e il capo dell’ufficio di sicurezza nazionale siriano Ali Mamlouk ha segnato il primo contatto ufficiale tra i due paesi dal 2012. Turchia che è in relativo svantaggio in Siria, dove l’opposizione armata al regime siriano è relegata nell’area nord-occidentale della provincia di Idlib. La Russia starebbe negoziando per un disimpegno della Turchia e conseguente ritiro delle truppe di Ankara: un disimpegno che potrebbe portare a un abbandono dei territori occupati nella la Siria settentrionale attraverso tre operazioni militari dal 2016 al 2019. Ankara e Mosca, pur in un rapporto di competizione regionale, hanno collaborato strettamente nelle fasi successive e oggi sovrintendono il gruppo di dialogo che mira a porre fine ai combattimenti.

Nel frattempo aumentano le tensioni tra le forze statunitensi e russe nel nord della Siria.

Tunisia: Elias Fakhakh, il nuovo premier

Elias Fakhfakh (48 anni), il 20 gennaio ha ricevuto l’incarico di formare il governo dal presidente Qais Saeed. Imprenditore che ha avuto un ruolo importante nella politica nazionale degli ultimi dieci anni, dopo la “Rivoluzione dei gelsomini” del 2011 che ha deposto lo storico presidente Zine El Abidine Ben Ali, ha rivestito il ruolo di ministro del turismo e poi delle finanze.

Il nuovo premier proviene dal Partito democratico, che ha 22 deputati in un parlamento composto da 217 seggi, ha ottenuto il sostegno sia del suo stesso blocco sia del Long Live Tunisia Party.

La nomina di Fakhfakh a premier segue quella del suo predecessore Habib Jemli, costretto a dimettersi a causa dall’incapacità di ottenere la fiducia del Parlamento, nonostante il sostegno del più grande blocco parlamentare, il Movimento islamista Ennahda.

Fakhfakh intrattiene buoni rapporti con la maggior parte dei diversi movimenti politici del paese, siano essi islamisti, secolari o progressisti.

La Tunisia schiera unità corazzate al confine con la Libia

La Tunisia ha minacciato di adottare “adeguate misure eccezionali” ai confini con la Libia per garantire la sicurezza nazionale di fronte a qualsiasi possibile escalation. Il ministero degli Affari esteri tunisino, che ha dichiarato che la Tunisia “ha un interesse diretto a ripristinare la sicurezza e la pace in Libia”, ha sottolineato la necessità di trovare una soluzione politica che coinvolga esclusivamente le parti libiche, a conferma della posizione neutra adottata da Tunisi che da sempre si oppone a rapporti di cooperazione unilaterale con una delle due parti in guerra. Un approccio, quello tunisino che potrebbe escludere la partecipazione del Paese a processi negoziali condotti da organizzazioni internazionali.


L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner

Articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 6/2019

Gli interessi russi in Libia includono i vantaggi economici del “guns for oil”, i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico

La Russia guarda con estrema attenzione al futuro della Libia perché la considera strumentale al perseguimento dei propri interessi nazionali. Interessi che includono principalmente i vantaggi economici del cosiddetto commercio di “guns for oil” (armi in cambio di petrolio), i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico. Funzionari del governo russo hanno incontrato vari omologhi libici – a Tobrouk come a Tripoli – per creare le basi a garanzia degli obiettivi di Mosca, indipendentemente da chi vincerà lo scontro. Come riportato dal New York Times, la Russia avrebbe finanziato le forze del generale Kalifa Haftar con milioni di dollari e lo avrebbe supportato nella pianificazione operativa attraverso l’invio di consiglieri militari a Bengasi.

In tale quadro, la presenza di compagnie di sicurezza private di contractor ​​russi è un elemento determinante in termini di aumento della capacità militare nel contesto della guerra civile in Libia: almeno 300 contractor privati ​​russi (ma sarebbero in realtà circa 1.000), molti altamente addestrati e ben armati, starebbero oggi operando nel territorio controllato dall’esercito nazionale libico (LNA), nella Libia orientale e occidentale, a sostegno di Haftar, impegnato a contrastare ed abbattere il governo appoggiato dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Sarraj. Compagnie private di sicurezza che starebbero introducendo nuove tattiche e maggiore potenza di fuoco sul campo di battaglia, minacciando di prolungare il conflitto più violento del Nord Africa. Tale comparsa rappresenta un elemento che porta a una nuova escalation nella guerra per procura combattuta in Libia, a cui stanno contribuendo molti paesi europei e non – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi.

L’arrivo di questi contractor avviene in un momento in cui la Russia sta espandendo la propria presenza militare e diplomatica in tutto il Medio Oriente, in Africa e oltre, godendo di una forte influenza in luoghi come la Siria, dove gli Stati Uniti, al contrario, si sono in parte disimpegnati. I contractor russi lavorerebbero per il gruppo Wagner, una compagna di sicurezza privata che alcuni esperti hanno collegato a Yevgeniy Prigozhin, stretto alleato del presidente russo Vladimir Putin. Come riportato dal Washington Post, il Cremlino non ha confermato queste informazioni, mentre un portavoce di Prigozhin ha dichiarato di “non avere nulla a che fare con la cosiddetta società militare privata”. Il gruppo Wagner era già apparso in combattimento in Siria, nella Repubblica centrafricana, in Ucraina e in altri paesi considerati strategici per gli interessi geopolitici ed economici del Cremlino.

Come riportato dal New York Times, dopo quattro anni di supporto finanziario e militare a favore del generale Haftar, la Russia si starebbe impegnando sempre più per garantire una vittoria del fronte di Tobrouk, di cui Haftar è capo del LNA. Un aiuto diretto che si sarebbe concretizzato nella fornitura di aerei avanzati da combattimento Sukhoi, equipaggiamenti di artiglieria, supporto di fuoco, nonché la fornitura di tiratori scelti: la stessa strategia che ha fatto di Mosca un regista nella guerra civile siriana. Il recente spiegamento di compagnia private di contractor russi è solo uno degli elementi in comune tra la guerra in Libia e quella in Siria.

A livello tattico e operativo, la presenza di compagnie private di sicurezza avrebbe portato all’introduzione di nuove tattiche e all’aumento significativo della capacità militare del LNA; un’evoluzione che di fatto avrebbe aumentato il livello dello scontro tra le parti e che minaccerebbe il prolungamento di quello che è il conflitto più violento nel Nord Africa.

A livello strategico, la presenza di compagnie private di sicurezza ​​rappresenta l’ultima escalation nella guerra per procura in Libia, in cui giocano un ruolo primario alcuni paesi arabi e non solo – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi. E l’arrivo di questi attori privati ​​nel conflitto giunge nel momento in cui la Russia sta ampliando il proprio impegno militare e diplomatico in Medio Oriente e in Africa, godendo di un’accresciuta influenza in luoghi come la Siria dove gli Stati Uniti si starebbero disimpegnando. Qualunque sia il risultato che riuscirà ad ottenere, l’intervento russo ha di fatto dato a Mosca un potere di veto su qualsiasi risoluzione del conflitto.

Foto Twitter, TV Libica e Reuters


Principali eventi nell’ area del Maghreb e del Mashreq – Novembre

Algeria

La grande manifestazione del 1° novembre ha rappresentato il culmine della protesta, che dura ininterrottamente da 40 settimane, sostenuta dal movimento Hirak. Il 1° novembre è la “Giornata della Rivoluzione”, la festa nazionale algerina che segna l’inizio della guerra rivoluzionaria per l’indipendenza del 1954. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in piazza della capitale Algeri dimostrando la consistenza del movimento che sta imponendo importanti sforzi di contenimento e contrasto da parte del regime (formalmente diretto da Bensalah ma con l’importante ruolo di “indirizzo politico” giocato dal capo militare Ahmed Gaid Salah); governo che ha annunciato e ribadito la volontà di tenere le elezioni presidenziali il 12 dicembre. Oltre alla grande manifestazione di Algeri, altri eventi minori di protesta sono stati registrati in tutto il paese. Il movimento di protesta, che era riuscito prima ad ottenere il rinvio e la cancellazione delle elezioni presidenziali e poi, ad aprile, a costringere Bouteflika alle dimissioni. Da allora, il regime ha cercato di ricostruire una propria legittimità portando avanti una politica di “repressione selettiva” nei confronti del movimento di protesta, procedendo con l’arresto di attivisti e di figure di spicco dell’opposizione, anche attraverso la repressione da parte delle forze armate.

Egitto

Egitto, Etiopia e Sudan si sono impegnati a risolvere la disputa sulla diga del Nilo e continueranno a discutere per trovare una soluzione al conflitto legato alla costruzione (avviata nel 2011) della grande diga idroelettrica da parte dell’Etiopia: un progetto che ha sollevato preoccupazioni per la carenza di acqua potabile. L’Etiopia prevede di iniziare a riempire e gestire il bacino idrico nel 2020, con l’obiettivo di completare una delle più grandi dighe del mondo e diventare il più grande esportatore africano di energia. Una volta completata, la diga genererà circa 6.450 Megawatt di elettricità, il doppio della produzione attuale. Il Nilo fornisce sia acqua che elettricità ai 10 paesi che attraversa e il Sudan e l’Egitto temono che il progetto possa minacciare il loro approvvigionamento idrico. L’Egitto, che ha sofferto un’importante crisi idrica negli ultimi anni, fa affidamento sul fiume per il 90% della sua acqua potabile .

Israele

Energia e affari: a novembre Israele ha iniziato a esportare gas naturale in Egitto, con volumi potenziali di sette miliardi di metri cubi all’anno. Le forniture segnano l’inizio di un accordo di esportazione di 15 miliardi di dollari tra Israele, Delek Drilling e il partner statunitense Noble Energy, con una controparte egiziana: i funzionari israeliani hanno definito l’accordo come il più rilevante dalla pace del 1979. L’accordo, firmato all’inizio dello scorso anno, garantisce il trasferimento nella rete egiziana del gas naturale dai giacimenti offshore israeliani “Tamar” e “Leviathan”.
Dinamiche politiche: Benyamin Netanyahu e Benny Gantz a settembre hanno entrambi promesso di formare il governo: Gantz, ex capo militare, aveva dichiarato di voler prendere in considerazione un governo di unità nazionale ma, a ottobre, Netanyahu ha rinunciato a formare il nuovo governo per indisponibilità delle parti coinvolte. Per la seconda volta in sei mesi, il leader del Likud – che ha appena compiuto 70 anni – non è riuscito a formare il governo. Netanyahu rimane dunque Primo Ministro, sebbene quest’anno non sia riuscito a ottenere la vittoria assoluta in due elezioni. Il suo principale rivale, Gantz, si è impegnato nel tentativo di formare un governo di coalizione per succedergli. A fronte di un fallimento da parte di Gantz, Israele potrebbe tornare alle urne per la terza volta in un anno; uno scenario senza precedenti. Ciò darebbe a Netanyahu un’altra possibilità di estendere il suo decennale mandato.

Libano

Le proteste di massa hanno travolto il Libano in seguito all’annuncio del governo, del 17 ottobre, di voler adottare nuove misure fiscali. In uno scenario senza precedenti, decine di migliaia di manifestanti di diversi gruppi sociali e confessionali si sono radunati nelle città di tutto il paese accusando la leadership politica di corruzione e chiedendo riforme sociali ed economiche. In tutto il Libano i manifestanti hanno bloccato le principali strade come strategia della loro protesta. Nonostante i tentativi del governo di placare i manifestanti con l’annuncio di possibili riforme, le manifestazioni sono continuate a Beirut, Tripoli, Zouk, Jal el Dib, Saida, Nabatieh, Sour e Zahle. Il 13° giorno delle proteste, il Primo Ministro Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni . Dopo tre settimane di proteste antigovernative in gran parte pacifiche, i manifestanti hanno cambiato approccio e concentrando la propria azione contro gli istituti bancari, i ministeri e le società a partecipazione statale. Sit-in sono stati registrati in molte zone di Beirut e delle altre principali aree urbane. A novembre l’esercito libanese si è schierato in tutto il paese al fine di liberare le strade e autostrade che erano state chiuse dai manifestanti. Secondo alcune stime, sarebbero un milione le persone che hanno preso parte alle manifestazioni di protesta, quasi un quarto della popolazione libanese, chiedendo la fine della corruzione e una soluzione alla crisi economica del Paese .
Secondo alcuni analisti, la questione principale legata alle manifestazioni in Libano è queste rafforzeranno o indeboliranno Hezbollah; all’inizio delle proteste, gli uomini di Hezbollah hanno cercato di fermarle, ma non appena l’esercito libanese è intervenuto a tutela dei manifestanti, Hezbollah ha rinunciato alla sua azione repressiva. I manifestanti chiedono un nuovo corso della politica nazionale, che trascenda le divisioni settarie e le macchinazioni regionali: un eventuale successo della piazza rappresenterebbe un ostacolo significativo alla realizzazione dell’ampia agenda geopolitica di Hezbollah (e dell’Iran). Orna Mizrahi, esperta israeliana presso l’Institute for National Security Studies (INSS) dell’Università di Tel Aviv, ha affermato che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, sarebbe molto preoccupato per le proteste in corso .
Secondo un normale calcolo politico, queste proteste rappresenterebbero un’opportunità per Hezbollah e i suoi alleati, come uno dei più grandi blocchi in parlamento, di sostenere un alleato politico sunnita e tentare di formare un nuovo governo. Ma il Libano non è un paese normale. Ciò che l’attuale situazione libanese conferma è che, anche in condizioni più favorevoli, il consenso è sfuggente nella politica libanese. In tale quadro è prevedibile che lo scoppio di nuove dinamiche conflittuali, focalizzate sul piano economico e generazionale, aggraverà ulteriormente la situazione di stallo politico del paese.

Libia

L’arrivo di compagnie di sicurezza private di contractor russi è un elemento determinante in termini di aumento della capacità militare nel contesto della guerra civile in Libia: almeno 300 contractor privati russi, molti altamente addestrati e ben armati, starebbero operando nel territorio controllato dall’esercito nazionale libico (LNA), nella Libia orientale e occidentale, a sostegno del generale Khalifa Haftar, impegnato a contrastare ed abbattere il governo appoggiato dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Sarraj. Compagnie private di sicurezza che starebbero introducendo nuove tattiche e maggiore potenza di fuoco sul campo di battaglia, minacciando di prolungare il conflitto più violento del Nord Africa. Tale comparsa rappresenta è un elemento che porta a una nuova escalation nella guerra per procura combattuta in Libia, a cui stanno contribuendo molti paesi europei e non – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi. E l’arrivo di questi contractor arriva in un momento in cui la Russia sta espandendo la propria presenza militare e diplomatica in tutto il Medio Oriente, in Africa e oltre, godendo di una forte influenza in luoghi come la Siria, dove gli Stati Uniti, al contrario, si sono in parte disimpegnati. I contractor russi lavorerebbero per il gruppo Wagner, una compagna di sicurezza privata che alcuni esperti hanno collegato a Yevgeniy Prigozhin, stretto alleato del presidente russo Vladimir Putin. Il gruppo Wagner era già apparso in combattimento in Siria, nella Repubblica centrafricana, in Ucraina e in altri paesi considerati strategici per gli interessi geopolitici ed economici del Cremlino .

Marocco

Il Marocco è preoccupato per il ritorno in patria dei militanti del gruppo Stato Islamico. Il ministero degli interni marocchino ha descritto il ritorno dei terroristi dai “focolai di tensione” in Siria, Iraq e Libia come “preoccupante” per il paese e come una delle sfide più impegnative per i paesi interessati. Ha sottolineato che gli sforzi compiuti dai servizi di sicurezza del Regno hanno permesso di scoprire, alla fine di ottobre, 13 cellule terroristiche intente a reclutare giovani marocchini per combattere nelle aree di crisi in cui sono attivi gruppi jihadisti . In coordinamento con i servizi di sicurezza dell’anti-terrorismo, il Ministero ha annunciato di aver adottato “una politica che si adatta alle strategie dei gruppi terroristici”. Secondo l’ufficio centrale marocchino di indagine giudiziaria (BCIJ) “questi gruppi, che ricevono finanziamenti e risorse, continuano a utilizzare ideologie radicali e violente attraverso i social media e i siti web, coinvolgendo fasce di popolazione giovani e maggiormente fragili”. ”A marzo, le autorità marocchine hanno espulso un gruppo di otto cittadini marocchini, che si trovavano nelle zone di conflitto in Siria .

Siria

Come riportato dal New York Times, la Turchia ha iniziato a rimandare nei propri paesi di origine i combattenti stranieri catturati in Siria: all’inizio di novembre sono state avviate le procedure di espulsione per 11 cittadini francesi e sette tedeschi, insieme ad altri dalla Danimarca e dall’Irlanda. Durante la recente operazione militare in Siria (Sorgente di Pace), le milizie sostenute dalla Turchia hanno annunciato di aver catturato persone affiliate allo Stato islamico – la maggior parte delle quali donne e bambini fuggiti da un campo di Ain Issa – e combattenti filo-curdi. Il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan ha affermato che la Turchia avrebbe iniziato a rimpatriare i membri dello Stato islamico e ha esortato i paesi occidentali ad assumersi la responsabilità nella gestione dei loro cittadini .
Secondo il Chairman degli Stati Maggiori congiunti delle Forze Armate statunitensi, il generale Mark Milley, meno di 1.000 militari di Washington rimarranno in Siria, ma l’obiettivo di sconfiggere il gruppo Stato Islamico rimane confermato, nonostante la minore presenza militare.
L’11 novembre James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito britannico e poi fondatore e CEO del gruppo Mayday Rescue – l’organizzazione volontaria di soccorso dei White Helmets siriani – è stato trovato morto in Turchia.

Tunisia

I principali partiti tunisini rifiutano il nuovo governo guidato dal partito islamista Ennahda, in seguito alla vittoria alle elezioni parlamentari di ottobre. Ennahda è il più grande partito nel nuovo parlamento della Tunisia, ma con solo 52 seggi su 217; ciò ha costretto il partito a scendere a compromessi nel tentativo di formare un Gabinetto. Ennahda ha affermato di aver deciso che uno dei suoi leader dovrà essere il Primo Ministro, coerentemente “con la scelta degli elettori che hanno affidato la responsabilità di attuare i programmi elettorali”. Se Ennahda non potrà formare un governo entro due mesi, il presidente potrà incaricare un altro gruppo parlamentare. Se anche questa scelta non dovesse portare a un risultato e lo stallo dovesse persistere, saranno indette altre elezioni .


Afghanistan, perché gli occhi di Washington sono tornati su Kabul. Parla Bertolotti (Formiche.net)

Articolo originale di Emanuele Rossi per Formiche.net

11 dicembre 2019

Cosa succede in Afghanistan? Trump di nuovo alle prese con la guerra senza fine, che documenti recenti danno per persa dallo stesso Pentagono. Tirare fuori i soldati e fare un accordo con i Talebani prima del 2020. Il commento di Bertolotti (START InSight e Ispi)

Sono i talebani ad aver vinto la guerra

Stamattina all’alba un veicolo bomba ha colpito un gate della grande base di Bagram, nell’Afghanistan orientale, mentre stava rientrando un convoglio statunitense. Non ci sono state vittime americane. Il Pentagono dice che la base (la più grande delle forze alleate nel paese) è ancora sicura, ma si tratta dell’ennesimo episodio del genere nell’ultimo anno. E arriva in una fase delicata: qualche mese fa sembrava che lo sforzo negoziale degli Stati Uniti potesse portare buoni frutti attraverso un accordo con i Talebani. L’organizzazione jihadista contro cui è intervenuta la Nato dopo l’attentato del 9/11 — quando i Talebani erano al potere in Afghanistan e garantivano protezione ad al Qaeda, che riconosceva nel capo Mullah Omar la Guida dei fedeli — era sul punto di accettare una serie di punti che l’amministrazione Trump aveva stilato. La Casa Bianca è ansiosa di chiudere un accordo storico con in nemici dell’America — siano i Talebani, l’Iran o la Corea del Nord — che Donald Trump vorrebbe usare come eredità da giocarsi alle elezioni del prossimo anno.

E invece tutto è saltato, anche se i  contatti ultimamente sono stati riattivati. Per Trump è importante portare a casa i propri militari, perché rientra tra le promesse elettorali del 2016. E il fronte afgano sotto questo punto di vista è un argomento caldissimo. L’attentato arriva a pochi giorni dalla pubblicazione dei cosiddetti “Afghan Papers”, dozzine di informazioni e documenti riservati ottenuti dal Washington Post, in tre anni di battaglie legali ai sensi del Freedom of Information Act (FOIA).

Resi pubblici il 9 dicembre, hanno sostanzialmente una sintesi: il governo statunitense si è reso conto da molto tempo che la guerra in Afghanistan — la più lunga della storia americana — è impossibile da vincere. Ma ha mentito per anni ai propri cittadini. Tutti i dati usciti erano stati raccolti come revisione dal Sigar, l’ufficio di monitoraggio sul conflitto, e adesso confermano quella che Trump chiama “endless war”. Una guerra senza fine che secondo la sua visione del mondo rappresenta un costo enorme che gli Usa non possono più sostenere (soprattutto perché non dà, a suo modo di vedere, ritorni). Un conflitto costato 934 miliardi di dollari, in cui sono morti ad oggi oltre 2000 soldati americani, e in totale più di 150 mila persone, di cui 43 mila civili.

Dalla mole e dal contenuto delle rivelazioni scottanti pubblicate, i documenti che il WaPo ha rivelato sull’Afghanistan ricordano i “Pentagon Papers” sul Vietnam, e mettono la presidenza sotto pressione. “I fatti riportati dal Washington post confermano ciò che noi analisti, pochi a dire il vero, diciamo dal 2009. Che la guerra in Afghanistan fosse persa, personalmente, lo sostenevo già nel 2009 nelle analisi per il CeMiSS”, commenta con Formiche.net Claudio Bertolotti, già capo sezione contro-intelligence della Nato in Afghanistan, docente e ricercatore associato preso l’Ispi, direttore START InSight e autore di “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga” (ed. START InSight, 2019).

L’analista italiano spiega che “di fatto l’Afghanistan è un paese politicamente incapace di trovare un equilibrio: le dinamiche sono etniche e tribali, e così l’accesso alle forme di potere. Oggi, dopo oltre due mesi dalle elezioni presidenziali, non sappiamo ancora chi le abbia vinte. Esattamente come nel 2014, quando gli afghani dovettero accettare la spartizione del potere tra i due contendenti (Ashraf Ghani e Abdulla Abdullah)”.

Una crisi di carattere istituzionale che rende impossibile la stabilizzazione, con un’economia disastrata e dipendente dagli aiuti stranieri. “L’unico settore in forte espansione è quello degli oppiacei. Oggi dalla produzione alla lavorazione del prodotto finito, l’eroina, che copre il 92 per cento della richiesta globale”, commenta Bertolotti. In questo contesto i Talebani stanno crescendo di nuovo e hanno attualmente sotto il loro controllo circa il 42 per cento del territorio: quasi tutte le aree rurali e le fasce periferiche, ma anche alcune zone urbane (per esempio Kunduz).

“Le forze della NATO non escono dalle loro basi e il supporto alle forze afghane si limita all’affiancamento a livello di pianificazione ma non di condotta operativa: d’altronde è una guerra tra afghani e l’Alleanza atlantica non può più dare un contributo significativo Le forze statunitensi sono concentrate nella condotta di operazioni con forze speciali e attacchi mirati con i droni: gli obiettivi sono i comandanti intermedi dei talebani (al fine di fare pressione in senso favorevole a un accordo negoziale) e agli obiettivi riconducibili allo Stato islamico in Afghanistan e ad al-Qaeda”, aggiunge Bertolotti.

È questo il quadro in cui uno dei massimi esperti internazionali del dossier inserisce il “dialogo negoziale” (“non chiamiamolo accordo di pace”, sottolinea) tra gli Stati Uniti e i talebani. “Un dialogo di fatto mai interrotto; iniziato nel 2007, intensificato nel 2012 con l’apertura dell’ufficio politico talebano a Doha in Qatar e ripreso in maniera decisa nel 2019.Temporaneamente sospeso a settembre, per ragioni di opportunità evidenziate dal Pentagono e accettate da Trump, e attualmente riavviato”.

Gli obiettivi delle parti? “Washington deve uscire dalla lunga guerra persa, e deve farlo convincendo l’opinione pubblica interna (e dunque l’elettorato) del successo di tale scelta. Di fatto però è intenzionata a mantenere una presenza permanente all’interno delle basi strategiche in gestione agli Stati Uniti fino a tutto il 2024 in base al Bilateral Strategic Agreement”.

E i Talebani cosa vogliono, e ottengono con un’intesa? “Loro vogliono prendere il potere, e lo faranno, con il tempo, passando attraverso la revisione (abrogazione) della costituzione e dei diritti in essa contenuti. Potere che consentirà a loro di spartire buona parte delle royalties derivanti dal transito della pipeline TAPI (quando vedrà la luce)”.

E il governo afgano in tutto questo che ruolo ha? “Il governo afghano è, purtroppo, marginalizzato per decisione dei due interlocutori e non ha voce in capitolo”.

C’è anche un contesto ulteriore, diciamo di carattere geopolitico con peso regionale? “Esattamente. In tutto ciò si inseriscono gli attori regionali (e non solo): Cina, Iran, Pakistan e Russia a loro volta impegnasti in tavoli negoziali bilaterali e indipendenti con i talebani. E questo è un altro successo del movimento che fu del Mullah Omar: dividere i contendenti esterni, indebolendoli, e imponendo le proprie pretese. Alla fine saranno loro a uscirne vincitori”.


“Fonte di pace”: la terza operazione militare turca in Siria. L’indebolimento dell’YPG curdo-siriano e la morte di Abu Bakr al Baghdadi

di Claudio Bertolotti

Articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 5/2019

“Fonte di pace”, 9-23 ottobre

9 ottobre: al via “Fonte di pace” (in turco Barış Pınarı Harekâtı) l’operazione militare della Turchia nel nord della Siria finalizzata a creare una “zona sicura”; annunciata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha visto al fianco delle truppe regolari turche i ribelli siriani alleati di Ankara, tra i quali anche membri delle disciolte unità jihadiste sostenute da Ankara durante l’annosa guerra siriana. “Fonte di pace” – di fatto l’occupazione militare di una porzione di territorio siriano da parte della Turchia – è la terza operazione turca dal 2016, dopo le operazioni Eufrate Shield (Scudo dell’Eufrate) e Olive Branch (Ramoscello d’ulivo).

L’Operazione Eufrate Shield, lanciata dalla Turchia nell’agosto 2016 per ripulire l’area di confine turco-siriano dai terroristi dello Stato islamico, ha portato alla neutralizzazione di circa 3.000 militanti jihadisti dell’IS. L’operazione Olive Branch, all’inizio del 2018, si è sviluppata nell’area di confine della provincia di Hatay, concentrandosi sulle milizie curde dell’YPG – le cosiddette “forze di difesa nazionale”.

L’operazione “Fonte di pace” rappresenterebbe dunque, da un lato, la prosecuzione di un approccio strategico di ampio respiro finalizzato alla creazione di un’area sicura al confine tra Turchia e Siria e, dall’altro lato, a consolidare l’influenza di Ankara su quell’area procedendo a un ridimensionamento del ruolo, e della presenza, delle stesse comunità curde. Una scelta che non rientra in una visione esclusiva dell’esecutivo guidato da Erdogan, ma che è in linea con un approccio nazionale coerente con la storica visione regionale della Turchia e con l’intento di annullare qualunque forma di opposizione armata di stampo terroristico, sia di tipo jihadista sia riconducibile alla componente anti-governativa curdo-turca del PKK – Partito curdo dei lavoratori – di cui, come sostiene Ankara, l’YPG sarebbe l’estensione curdo-siriana.

Tutte avviate con l’obiettivo di eliminare la presenza dello Stato islamico dalle zone di confine tra Siria e Turchia, le tre operazioni militari di Ankara hanno direttamente interessato anche i gruppi combattenti curdi dell’YPG, l’organizzazione politica siriana legata al PKK turco considerato organizzazione terrorista da Australia, Canada, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Unione Europea e Turchia. Tuttavia, pur essendo formata in prevalenza da combattenti siriani di etnia curda, la maggioranza dei suoi dirigenti non sono siriani, bensì curdi-turchi, il che confermerebbe lo YPG come braccio siriano del PKK. I miliziani dell’YPG sono dunque considerati terroristi dal governo di Ankara proprio perché legati al gruppo terrorista PKK, sebbene siano stati i principali alleati di Washington nella lotta contro lo Stato islamico. L’YPG guida militarmente le cosiddette Forze Democratiche Siriane (Syrian Democratic Forces – SDF), alleanza composta da milizie curde, arabe, assire, siriache e turkmene.

Due le opzioni perseguite da Ankara per contrastare la minaccia terroristica riconducibile YPG/PKK nei confronti della Turchia: l’eliminazione fisica dei miliziani curdi o il loro allontanamento attraverso un negoziato che coinvolga gli Stati Uniti, la Russia e la stessa Siria. Ankara si è mossa su entrambi i piani. Da mesi la Turchia aveva annunciato l’intenzione di avviare un’operazione finalizzata a creare una fascia smilitarizzata di 30 chilometri all’interno del territorio siriano. Lo ha fatto nel momento in cui il presidente statunitense Donald Trump ha dato avvio al ritiro delle proprie truppe dall’area. Sono così cambiati gli equilibri della guerra siriana, iniziata nel 2011 come guerra civile ma ben presto trasformatasi in proxy war attraverso il coinvolgimento di attori statali e non statali impegnati a realizzare proprie agende politiche.

Le SDF, come già avevano annunciato all’indomani del ritiro statunitense, il 13 ottobre hanno firmato un accordo con Damasco – e con il sostegno della Russia e dell’Iran – finalizzato ad unire il cosiddetto Rojava (l’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est autoproclamatasi tale nel 2012 a seguito degli eventi bellici) e le forze governative siriane contro l’invasione turca. Una scelta che, se da un lato ha dato il via libera allo schieramento di forze siriane nelle aree di Manbij e di Ayn al-Arab (in curdo Kobane, passata sotto la responsabilità delle truppe siriane e russe il 17 ottobre), dall’altro lato ha trovato la resistenza statunitense che ha reagito colpendo con bombardamenti aerei le forze siriane in movimento verso le aree difese dai curdi dell’YPG, in particolare a Deir El Zor. Due gli obiettivi dell’accordo, uno nel breve e l’altro nel medio-lungo periodo: in primis, consentire alle truppe di Bashar al-Assad di schierarsi nelle aree curde tenute dalle SDF e lungo il confine con la Turchia; in secondo luogo, ma ben più importante, preservare l’integrità territoriale della Siria al fine di evitare la presenza di truppe di occupazione turche e di ribelli siriani che combattono al fianco di Ankara.

Una scelta politica di necessità, derivante dallo spazio lasciato libero dall’amministrazione statunitense, che ha portato a un ri-bilanciamento degli equilibri tra i competitor impegnati nella guerra in Siria e ridefinisce la partita geopolitica siriana. Washington ha di fatto lasciato che i curdi trovassero un nuovo alleato nei loro avversari: Damasco, e quindi Mosca. Dall’altra parte, la Turchia e i ribelli anti-Assad potrebbero ambire a un risultato che vada oltre il mero controllo delle aree di confine.

Il terzo fronte è invece tenuto dallo Stato islamico nella forma in cui è sopravvissuto oltre il campo di battaglia: un’incognita minacciosa che dai campi di prigionia curdi potrebbe riaccendere il conflitto alimentandone le spinte ideologiche di quello jihadismo cha si è saputo imporre in forma statuale[1]. Una minaccia sfruttata dagli stessi curdi che, in cerca di sostegno internazionale, avrebbero consentito la fuga di alcuni miliziani dello Stato islamico detenuti nei campi sotto controllo dell’YPG, al fine di indurre la Comunità internazionale, e in particolare l’Unione Europea, ad intervenire per fermare l’iniziativa turca.

Cronologia del conflitto: il campo di battaglia si sposta al confine

A cinque giorni dall’avvio dell’operazione “Fonte di pace”, il 14 ottobre le forze siriane si sono spinte sulla superstrada strategica M4 sino a Tal Tamr, area a prevalenza assiro-cristiana, a nord-est della Siria e a oltre 20 chilometri dal confine con la Turchia; ma la reazione delle milizie arabo-siriane del cosiddetto “Esercito siriano libero” (Free Syrian Army – FSA) al fianco dei turchi non si è fatta attendere, in particolare attorno all’area di Manbij (sponda ovest dell’Eufrate) dove queste hanno sferrato una violenta offensiva – utilizzando per la prima volta i carri armati T72 – condotta successivamente all’abbandono dell’area da parte delle forze statunitensi.

Il 17 ottobre, dopo tre giorni di intensi combattimenti, la pressione militare si è ridotta in maniera significativa nel nord-est della Siria, ad esclusione di Ra’s al-’Ayn – ubicata su un’importante rotta di rifornimento e trasporto tra i centri urbani di Tal Abyad a ovest e Qamishli a est – dove gli scontri sono continuati tra l’YPG e gruppi arabi-sunniti sostenuti da Ankara. Il conflitto si è così spostato sul piano diplomatico a seguito dell’accordo Stati Uniti-Turchia che ha portato a un cessate il fuoco di cinque giorni, durante i quali i curdi dell’YPG hanno ripiegato su posizioni arretrate; sebbene l’accordo prevedesse la distruzione delle postazioni difensive tenute dall’YPG e la consegna delle armi pesanti ciò non ha uniformemente trovato riscontro nei fatti.

Anche sul fronte Turco – hanno denunciato i curdi dell’YPG – il rispetto dell’accordo pare non aver trovato riscontro in maniera uniforme; denuncia che ha fatto il paio con quella del ministero della Difesa turco, che ha attribuito la responsabilità dei miliziani curdi nella prosecuzione dei combattimenti da cui è derivata la morte di un soldato turco e il ferimento di numerosi altri. Il comandante curdo Mazloum Kobane, il 19 ottobre aveva dichiarato che, pur intenzionato a “portare i suoi soldati fuori dalla cittadina assediata di Ra’s al-’Ayn” avrebbe però trovato la resistenza della Turchia che – secondo il comandante delle forze curde – non era “propensa a consentire un arretramento dell’YPG ma [avrebbe preferito] ucciderne i miliziani”. Come testimonia Emanuele Valenti nel suo reportage dal confine turco-siriano, “in realtà la tregua non ha retto completamente”: la zona più critica è quella di Tal Abyad, di fronte alla città turca di Akçakale”[2].

Da non sottovalutare, in tale contesto, quanto accaduto il giorno successivo (20 ottobre) proprio a Ra’s al-’Ayn, dove le milizie YPG si sono ritirate dalla cittadina assediata e hanno rinunciato alla resistenza – come annunciato dal portavoce delle SDF, Kino Gabriel[3] – ma lo hanno fatto contro le direttive dei leader della loro organizzazione madre PKK[4], tra i quali Cemil Bayık (tra i fondatori del partito dei lavoratori curdo) che aveva invitato i curdi-siriani a non ritirarsi: «Se ve ne andate ora non sarete in grado di riprendervi i vostri villaggi, la vostra terra e le vostre case».

Gli Stati Uniti, che avevano temporaneamente ritirato le proprie truppe dal confine con la Turchia per trasferirle in Iraq, al confine siriano-iracheno (nella provincia di Dahuk), hanno poi rischierato parte di queste – in prevalenza forze speciali sia rimasta – con i curdi nella zona dei pozzi petroliferi siriani di Tal Amer – in precedenza sotto controllo dell’IS – con il fine di precludere l’area al governo siriano e alle forze russe. In tale scenario, alle truppe presenti potrebbero a breve unirsi unità corazzate – si è parlato di 30 carri armati – a conferma di un parziale ripensamento da parte del Presidente Trump. Altre truppe statunitensi sono presenti nell’area orientale del distretto di Deir Ez Zor, a protezione dei giacimenti di al-Omar e Tabiya – Conoco, e nell’area di Al Tanf, nel Badiyah siriana, a sostegno dell’unico gruppo ribelle alleato degli Usa: la milizia Maghawir al-Thawra. Il 28 ottobre, le truppe statunitensi hanno ripreso posizione in prossimità della safe-zone, rischierando almeno 500 militari nel nord-est del Paese, lungo la strada M4 a sud di Ayn al-Arab (Kobane), nelle basi di Tal Tamr che avevano abbandonato a inizio mese. Marginali episodi di protesta per il ritiro statunitense sono stati registrati il 21 ottobre a Qamishli, al confine con la Turchia, dove alcuni manifestanti hanno lanciato frutta marcia e pietre contro i militari in fase di ripiegamento: di fatto si è trattato di pochi episodi ma ampiamente diffusi attraverso i social-network, e poi ripresi dai media occidentali che ne hanno amplificato artificialmente la portata.

Dal 23 ottobre, le forze siriane, insieme ai “consiglieri” russi e alla polizia militare di Mosca sono schierati nella fascia profonda 30 chilometri dal confine turco-siriano, ma sono proseguiti i combattimenti tra le forze turche e le milizie curdo-siriane dell’YPG, che non hanno abbandonato l’area come previsto dagli accordi. Tra il 24 e il 30 ottobre, gli attacchi condotti dalle milizie islamiste sostenute da Ankara a danno di unità militari siriane nella zona di Tal Tamr hanno provocato perdite tra le fila governative e la popolazione civile, costretta a fuggire a causa dei continui bombardamenti, particolarmente violenti sui villaggi curdi di Tel Temir e Dirbasiya. Al contempo sono proseguiti i bombardamenti turchi sulle aree di Tal al-Ward, area rurale di Abu Rasin.

Gli accordi Usa-Turchia e Russia-Turchia. L’alternanza statunitense e il rafforzamento dell’asse Mosca-Ankara

L’accordo Usa-Turchia per il cessate il fuoco

Il 17 ottobre Turchia e Stati Uniti hanno concordato un cessate il fuoco finalizzato a sospendere l’avanzata turca in territorio siriano e gli scontri con le milizie curde nella zona al confine tra i due paesi. Un accordo che consente al presidente Erdogan di proclamare l’istituzione dell’ambita zona cuscinetto oltre i confini turchi. L’accordo, annunciato dal vicepresidente statunitense Mike Pence dopo una lunga trattativa – e sotto pressione delle crescenti critiche da parte di democratici e repubblicani al Congresso – ha garantito alla Turchia di ottenere i principali obiettivi che l’operazione “Fonte di pace” si era prefissata e che Ankara persegue dal 2016: la messa in sicurezza dei propri confini sudorientali con la Siria attraverso l’istituzione di una zona di sicurezza profonda 30 chilometri sotto il proprio controllo[5], dal confine turco al tratto delimitato dall’autostrada M4, e l’espulsione delle milizie curdo-siriane dalla zona di confine (da sostituire in un secondo momento con parte degli oltre 3,5 milioni di arabi siriani). Al tempo stesso Ankara ha evitato le sanzioni statunitensi che avrebbero gravato su un’economia sempre più vulnerabile[6].

Di fatto gli Stati Uniti, impegnati per anni al fianco delle milizie curde contro lo Stato islamico, hanno lasciato intendere una loro uscita di scena, che però non si è concretizzata nei fatti. E sebbene l’assenza del presidente Trump all’incontro di Sochi – e con lui l’esclusione degli Stati Uniti – abbia definitivamente suggellato l’uscita di scena di Washington dal processo negoziale e politico per il futuro della Siria, è però vero che Washington potrebbe continuare a svolgere un ruolo di primo piano in Siria attraverso l’uso bilanciato delle proprie forze già schierate e, eventualmente, di nuove unità.

L’uccisione del capo del capo del sedicente Stato islamico da parte delle forze statunitensi, avvenuta il 26 ottobre proprio nella provincia di Idlib, nel villaggio di Barisha, a cinque chilometri dal confine con la Turchia – area in cui i turchi hanno forti contatti – è un evento di estrema importanza. La dichiarazione del Pentagono, seguita ad alcune voci che attribuivano ad Ankara un ruolo importante nella condotta dell’operazione, in cui gli Stati Uniti hanno negato alcun ruolo turco nell’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, rientrerebbe in una strategia comunicativa volta a rimarcare la volontà di continuare ad avere un ruolo di rilievo a livello regionale, in un’ottica di contenimento della Russia e della Turchia. Poco dopo l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi, le forze speciali statunitensi insieme a unità curde, hanno eliminato anche il portavoce dell’IS, Abu Hassan al Muhajir, a Jarablus (area sotto controllo dell’operazione turca “Scudo d’Eufrate”). Eventi che suggeriscono un ruolo diretto del Pentagono nel convincere il presidente Trump dell’importanza di mantenere impegni a livello tattico in Siria al fine di perseguire una strategia regionale che valorizzi gli sforzi militari sino ad oggi compiuti. L’operazione contro la leadership dello Stato islamico, nonostante l’annunciato disimpegno, ha così confermato la capacità statunitense di operare in profondità attraverso la combinazione di intelligence e forze speciali[7].

L’accordo Russia-Turchia di Sochi: un piano per la Siria nord-orientale che rafforza l’influenza russa

Il 22 ottobre, la Russia ha ospitato l’incontro tra il presidente Vladimir Putin e l’omologo turco Erdogan in coincidenza con il termine del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti con le forze curde. Un evento che ha sottolineato l’emergere di Mosca che, pur non avendo il potere economico e la capacità militare degli Stati Uniti, si è imposta come un potente giocatore: i suoi aerei pattugliano i cieli siriani, i militari stanno espandendo le operazioni nella principale base navale in Siria (Tartus), i legami con la Turchia sono sempre più stretti mentre gli spazi lasciati vuoti dal ritiro statunitense stanno per essere colmati dalle forze russe e siriane. L’accordo, che rientra nel meccanismo di Astana, è indipendente dall’accordo Usa-Turchia in base al quale – ha affermato Fahrettin Altun, direttore delle comunicazioni della Presidenza turca – “tutti i terroristi del PKK/YPG sono tenuti a lasciare la zona di sicurezza”.

Cosa prevede, di significativo l’accordo di Sochi[8]? Nella sostanza tre sono i punti cardine dell’intero documento.

In primo luogo viene chiusa la questione curda, attraverso l’impegno a combattere il terrorismo – ricordiamo che l’YPG è associato dalla Turchia al PKK – e a porre termine “alle agende separatiste nel territorio siriano”: un segnale esplicito a qualunque rivendicazione curda in termini di “realtà indipendente”.

In secondo luogo, la Turchia acconsente al governo siriano – affiancato dalla Russia – di prendere il controllo dell’area non inclusa dall’operazione “Fonte di Pace” con l’obiettivo di “facilitare la rimozione degli elementi YPG e delle loro armi per una profondità di 30 km (19 miglia) dal confine turco-siriano”.

Infine, le unità congiunte russo-turche iniziano l’attività di pattugliamento congiunto a ovest e ad est dell’area di operazioni turca per una profondità di 10 km (sei miglia), ad eccezione della città di Qamishli, mentre tutti gli elementi YPG e le loro armi devono lasciare le aree di Manbij e Tal Rifat. Di fatto, la Turchia raggiunge un importante obiettivo, tra quelli che si era posti: la divisione in due aree del cosiddetto Rojava.

Figura 1. Safe-zone proposta dalla Turchia attraverso l’operazione “Peace Spring” e presenza degli attori del conflitto.

 

Dinamiche demografiche all’interno della safe-zone imposta dalla Turchia

La Turchia vuole ristabilire gli equilibri demografici nelle aree che dal 2012 sono controllate dall’YPG; la ragione risiede nella volontà di impedire alle organizzazioni affiliate al PKK di costruire un’entità di fatto.

All’interno della cosiddetta safe-zone voluta e imposta da Ankara, la maggior parte della popolazione è composta da arabi: ad eccezione dell’enclave di Ayn al-Arab e dei villaggi a ovest e ad est di Qamishli, che sono prevalentemente curdi, l’area ha una significativa maggioranza araba a cui si affiancano altre minoranze, come i turkmeni che vivono in diverse zone, da Tal Abyad a Raqqa, e gli assiri che vivono nella striscia tra Hasakah e Tal Baydah. Circa il 15 percento degli oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani in Turchia sono originari delle aree contese all’YPG; così come tutti i 250 mila rifugiati siriani fuggiti nell’Iraq settentrionale. Quasi 300 mila rifugiati siriani sono tornati nell’area liberata a seguito dell’operazione Eufrate Shield. L’attuale controllo YPG nella parte orientale dell’Eufrate non solo rappresenta un limite al loro ritorno in patria, ma creerebbe anche molte nuove sacche di sfollati interni alla Siria: oltre 350 mila sfollati interni originari delle aree tenute sotto controllo dall’YPG sino all’avvio delle operazioni militari turche di ottobre, vivono ancora nella zona a nord di Aleppo.

Analisi, valutazioni, previsioni

L’operazione “Fonte di pace” è di fatto l’occupazione militare di una porzione di territorio nazionale siriano, fino ad oggi tenuto dalle milizie SDF, di cui l’YPG è elemento maggioritario. Una mossa, quella portata a termine da Ankara, che ha sollevato numerose voci di protesta da parte dei Paesi dell’Unione europea, a cui sono seguiti simbolici provvedimenti sanzionatori. La NATO, di cui la Turchia è uno dei principali alleati, ha espresso la sua preoccupazione ma non sono seguite decisioni formali in merito: il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg si è formalmente limitato ad avvertire Ankara del rischio di destabilizzazione dell’intera regione e di compromissione dei risultati ottenuti nell’azione contro lo Stato islamico. Sul piano politico interno agli Stati Uniti non sono mancate le continue critiche nei confronti della strategia di Trump per la Siria; lo stesso presidente è stato accusato di aver abbandonato gli alleati curdi e di essere stato troppo accondiscendente nei confronti dell’aggressività turca[10].

Con gli accordi tra le parti, quello tra SDF e governo siriano del 13 ottobre, il successivo tra Turchia e Stati Uniti del 17 ottobre e, infine, quello russo-turco del 22 ottobre, Ankara ha di fatto ottenuto un grande vantaggio prendendo il controllo di una zona all’interno della quale trasferire parte dei profughi siriani attualmente in Turchia, dei quali circa il 15 percento originari delle zone contese ai curdi dell’YPG. Di fatto una parziale riorganizzazione etno-sociale che intende ridurre il ruolo della componente curda nell’area. In tale quadro, la Turchia si sarebbe dimostrata intenzionata a coadiuvare la gestione degli aiuti alla ricostruzione, fornire accesso alla sanità e all’istruzione alla popolazione locale, fornire aiuti umanitari alla regione e contribuire a stabilire la sicurezza addestrando le forze di polizia: una strategia funzionale a creare un habitat sociale e culturale favorevole alla Turchia in un’ottica di contenimento e contrasto dell’attivismo curdo.

Se, da un lato, l’offensiva turca in Siria in pochi giorni ha modificato l’assetto diplomatico, politico e securitario dell’area, dall’altro lato, l’accordo di Sochi ha aperto a una ridefinizione sul terreno dei rapporti di forza tra le parti, e si impone come evento importante per il futuro della Siria, poiché dal memorandum siglato da Putin ed Erdogan deriva il futuro politico di Damasco e dell’influenza dei due attori che sono usciti vincitori dalla guerra iniziata nel 2011: Russia e Turchia, oggi intenti a definire le rispettive aree di influenza.

A est, Mosca e Ankara sono entrambe impegnate a definire a tavolino la propria presenza in quell’area, tenendo conto del fatto che la componente curda potrebbe essere presto minoritaria. In tale prospettiva non è possibile escludere una ripresa delle azioni di tipo terroristico da parte di alcune componenti YPG che non aderiranno all’accordo negoziale. A ovest, dove la regione di Idlib è oggi ancora sotto il controllo delle milizie jihadiste anti-governative, è prevedibile un’offensiva militare siriana affiancata dagli alleati russi, senza i quali qualunque impegno militare si risolverebbe in un fallimento[11].

Infine, a fronte di un non miglioramento delle relazioni turco-statunitensi, il Pentagono potrebbe decidere di sostituire la base militare strategica di Incirlik in Turchia con basi alternative in Grecia.

 

[1] Siria: accordo Assad-curdi, ecco cosa cambia, ISPI Focus, 14 ottobre 2019.
[2] Valenti M., corrispondente dalla Turchia per la Radio e Televisione Svizzera Italiana.
[3] Dichiarazione del portavoce dell’SDF Kino Gabriel del 20 ottobre 2019, SDF Spokeperson (@sdfspokeperson).
[4] Giustino M., corrispondente di Radio Radicale da Ankara.
[5] Ibidem.
[6] Full text of Turkey, US statement on northeast Syria.,Al-Jazeera, 17 ottobre 2019, in https://bit.ly/2pAZGhv.
[7] Bertolotti C., Sulmoni C., in Dopo al-Baghdadi. Considerazioni e dibattito a MODEM (RSI), in START InSight commentary del 28 ottobre 2019, in https://bit.ly/2MTphf9.
[8] Testo completo dell’accordo Turchia-Russia sulla Siria nord-orientale, Cfr. “Full text of Turkey, Russia agreement on northeast Syria”, Al-Jazeera, 22 ottobre 2019, protocollo d’intesa raggiunto dai due paesi, fornito ad Al Jazeera dal ministero degli Esteri turco.
[11] Ranieri D., Putin ed Erdogan ridisegnano la Siria, Il Foglio 23 ottobre 2019.


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Ottobre

Algeria

I manifestanti in Algeria mantengono alta la pressione mentre scade il termine per le candidature presidenziali. Migliaia di persone hanno protestato nella capitale algerina contro l’élite politica del Paese in prossimità della scadenza dei termini per presentare i nomi dei candidati alle prossime elezioni presidenziali. Le strade di Algeri si sono nuovamente riempite venerdì 25 ottobre, per la 36a settimana consecutiva per manifestare contro i powerbrokers al potere del paese e il loro piano di voto presidenziale fissato per il 12 dicembre .

Egitto

Il governo egiziano del Presidente Abdel Fattah Al Sisi avrebbe arrestato e terrebbe in detenzione circa 4.300 persone, in risposta a un’ondata di proteste iniziate lo scorso settembre. Nella sua prima relazione ufficiale al parlamento, il primo ministro Mostafa Madbouli ha denunciato le manifestazioni come espressioni di una “guerra brutale” etero-diretta e progettata per creare “confusione”. Il ministro ha anche avvertito dei pericoli di qualsiasi futuro dissenso. Come riportato da Alessia Melcangi e Giuseppe Dentice, «l’Egitto sembra tornare alla normalità dopo una serie di manifestazioni contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi iniziate il 20 settembre. Ciò potrebbe essere la conseguenza dell’approccio “tolleranza zero” perseguito dal governo. In oltre tre settimane di proteste, le autorità locali hanno arrestato migliaia di persone e imposto il coprifuoco in tutte le principali città egiziane». Secondo gli autori dell’analisi, «le attuali proteste in Egitto sono un campanello d’allarme che le autorità non dovrebbero sottovalutare. Altre ondate di proteste potrebbero creare gravi conseguenze per il settore economico e per la stabilità politica. Questa è la sfida principale per il presidente, ma è anche un importante banco di prova per la resilienza di questo peculiare sistema stratocratico».

Israele

Elezioni Netanyahu rinuncia a formare il governo: il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato che rimette il mandato di formare il nuovo governo nelle mani del presidente Reuven Rivlin. E’ la seconda volta in sei mesi che il leader del Likud – che oggi ha compiuto 70 anni – non riesce a formare il governo. Netanyahu aveva ricevuto l’incarico da Rivlin lo scorso 25 settembre e dopodomani sarebbe scaduto il termine. E’ possibile che ora sia la volta di Benny Gantz leader di Blu-Bianco.

Libano

Violente manifestazioni di piazza in Libano, le più estese degli ultimi dieci anni: decine di migliaia di cittadini libanesi chiedono le dimissioni dei politici, accusati di non essere in grado di far fronte alla crisi economica e di essere corrotti. Decine di feriti e trattenuti dalle forze dell’ordine che, per reprimere le manifestazioni e disperderne i partecipanti, hanno fatto ampio uso di lacrimogeni, veicoli anti-sommossa e proiettili di gomma. Il primo ministro Saad Hariri ha incolpato i suoi partner al governo di ostacolare le riforme che potrebbero scongiurare la crisi economica . A seguito dell’instabilità politica e dell’aumento delle manifestazioni di violenza il primo ministro Hariri ha rassegnato le proprie dimissioni il 29 ottobre, così come chiesto dai manifestanti; una scelta coraggiosa finalizzata a “negare l’ultima copertura a chi” – come Hezbollah – “è pronto a scatenare la guerra civile pur di non far insediare un governo tecnico che sarebbe l’unica alternativa alla guerra civile in assenza del suo esecutivo” . “Se Hezbollah accettasse l’ipotesi di un governo tecnico perderebbe fonti di arricchimento dal comitato d’affari governativo essenziali per la sua sopravvivenza viste le sanzioni economiche che colpiscono Hezbollah e il suo finanziatore, l’Iran” .

Libia

La visita di Fayez al-Sarraj a Sochi mette in evidenza le ambizioni russe sulla Libia. A seguito della visita in Russia di Fayez al-Sarraj, il leader del governo di accordo nazionale in Libia, Mosca e Tripoli hanno in programma di firmare un contratto per la fornitura di 1 milione di tonnellate di grano russo. Sarraj ha preso parte al vertice Russia-Africa di Sochi. Il capo del gruppo di contatto russo per la risoluzione dei conflitti in Libia, Lev Dengov, ha detto che l’accordo di un anno potrebbe essere firmato in un mese. Presumibilmente sarebbe implementato entro la fine di quest’anno. Sarraj e i funzionari russi hanno anche discusso di altri campi di cooperazione, compresi i progetti di costruzione di centrali elettriche .
Il presidente della National Oil Corporation (NOC) statale della Libia, Mustafa Sanalla, ha dichiarato che il suo paese «cerca la cooperazione con le compagnie petrolifere egiziane per ripristinare le infrastrutture del settore petrolifero libico. Le dichiarazioni di Sanalla sono arrivate durante l’incontro con il ministro egiziano del petrolio Tarek al-Molla al Cairo .
Marocco. La polizia del Marocco rassicura i cittadini dopo la riuscita operazione antiterrorismo. Agenti speciali marocchini hanno arrestato un settimo sospetto collegato all’ISIS a Tamaris II, una città sulla spiaggia vicino a Casablanca, in quelle che finora sono le operazioni antiterrorismo di più vasta portata del paese. L’arresto è avvenuto la sera di venerdì 25 ottobre. Sarebbero ancora in corso ricerche per arrestare altri sospetti o complici nella vicenda. La notizia è arrivata dopo l’arresto di sei persone nella lotta antiterrorismo su larga scala, che ha previsto la condotta di incursioni simultanee in tre luoghi diversi: due nell’area di Casablanca e uno nella provincia di Ouazzane.

Siria

9-22 ottobre: “Fonte di pace”, l’operazione militare della Turchia nel nord della Siria, indebolisce la “minaccia” curda dell’asse YPG-PKK e pone fine al progetto politico del Rojava con il supporto della Russia e il laissez faire degli Stati Uniti. Il 26 ottobre, un’operazione militare statunitense nella provincia di Idlib, a pochi chilometri dalla Turchia, porta alla morte del leader dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi. Alcune fonti inizialmente suggerivano la nomina del suo successore, avvenuta già ad agosto, identificato con Abdullah Qardash (un ex militare dell’esercito di Saddam Hussein, conosciuto come “il professore”); ma l’annuncio ufficiale da parte dello Stato islamico ha indicato, come erede di al-Baghdadi, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Qurayshi: il nuovo “califfo”, eletto dal supremo consiglio del gruppo, di cui ad oggi non si hanno informazioni.

Tunisia

Elezioni presidenziali, Kais Saied: chi è il nuovo presidente della Tunisia? Senza un partito o molti finanziamenti, Saied ha vinto le elezioni con una narrativa elettorale incentrata sul sostegno ai giovani, il suo bacino elettorale di riferimento. Saied ha vinto con oltre il 72 percento dei voti, contro circa il 27 percento dei voti ottenuti dal suo antagonista, il magnate dei media Nabil Karoui.
Un leader di al-Qa’ida è stato ucciso in Tunisia. Il Ministero degli Interni della Tunisia, ha annunciato che il 20 ottobre Murad al Shayeb, un senior leader appartenente al battaglione Uqba bin Nafi di al-Qa’ida, è stato ucciso in un’ampia operazione militare. Murad al Shayeb, responsabile di una serie di attacchi portati a compimento dal 2013, tra cui un assalto a un ex ministro degli interni nel 2014 e vari agguati nelle montagne Chaambi, Ouargha, Mghila e Sammama. è stato ucciso dalle truppe tunisine nel governatorato di Kasserine, vicino ai confini con l’Algeria .


Le spese militari nelle aree del Maghreb e del Mashreq: diverse tendenze

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 3/2019

Come riportato recentemente  dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il totale della spesa militare mondiale è salito a 1.822 miliardi di dollari nel 2018, con un aumento del 2,6 percento rispetto al 2017: la spesa globale è ora del 76 percento superiore al minimo del periodo post-guerra fredda registrato nel 1998. I cinque principali investitori nel settore militare nel 2018 sono stati gli Stati Uniti, la Cina, l’Arabia Saudita, l’India e la Francia, che insieme coprono il 60 percento della spesa militare globale.
Per quanto riguarda i paesi del Maghreb, in generale, possiamo osservare come le spese militari in Nord Africa siano diminuite per il quarto anno consecutivo, con importanti riduzioni registrate dall’Algeria. Nell’Africa sub-sahariana, la spesa militare è stata di 18,4 miliardi di dollari nel 2018, con un calo dell’11% dal 2017 (inferiore del 21% rispetto al 2009). Una forte riduzione che, per la prima volta, ha portato il Nord Africa (con solo quattro paesi) a spendere più dell’Africa sub-sahariana (con 45 paesi).
Le spese militari degli stati nel Mashreq, per i quali sono disponibili dati, sono diminuite dell’1,9% nel 2018. Tre dei 10 paesi con il più alto carico militare (spesa militare in proporzione al PIL) nel mondo nel 2018 sono nel Mashreq: Libano (5,0%), Giordania (4,7%) e Israele (4,4%).
Vediamo i quattro casi maggiormente rappresentativi delle due aree.

Algeria

Nonostante il peggioramento della crisi politica e il crescente disagio sociale, l’Algeria ha confermato gli investimenti in armamenti, riducendone leggermente l’importo rispetto all’anno precedente. Le spese militari in Algeria sono diminuite a 9,46 miliardi di dollari nel 2018 da 10,07 miliardi di dollari nel 2017 (un calo del 5,5% rispetto al 2017, in linea con una tendenza al ribasso a livello continentale). Le spese militari in Algeria sono state in media di 2,83 miliardi di dollari dal 1969 al 2018, raggiungendo un massimo storico di 10,64 miliardi di dollari nel 2016 e un minimo record di 217 milioni di dollari nel 1972 . Rispetto al prodotto interno lordo (PIL) nazionale, gli investimenti militari algerini nel 2018 ammontano al 5,3% (era del 6% nel 2017). Con un totale di 9,46 miliardi di dollari nel 2018, l’Algeria ha avuto di gran lunga la spesa militare più elevata in Africa. Mentre in termini nominali le spese militari dell’Algeria sono rimaste invariate dal 2016, l’inflazione ha però portato le spese militari a una diminuzione in termini reali del 6,1% tra il 2017 e il 2018. L’Algeria, inoltre, è tra i dieci principali clienti della Russia in termini di vendite militari.

Egitto

Le spese militari in Egitto sono scese a 2,56 miliardi di dollari nel 2018 dai 2,76 miliardi di dollari del 2017. Le spese militari in Egitto sono state in media di 4,394 miliardi di dollari dal 1962 al 2017, raggiungendo un massimo storico di 7,047 miliardi di dollari nel 1977 e un minimo record di 1,526 miliardi di dollari nel 1962 . Rispetto al PIL nazionale, gli investimenti militari ammontano all’1,2% nel 2018 (era dell’1,4% nel 2017): un dato in linea con la tendenza storica caratterizzata da una progressiva riduzione delle spese militari, come percentuale del PIL, contraddistinta da una diminuzione del 2% tra il 2003 e 2018. L’Egitto ha tradizionalmente perseguito un ruolo di leadership nella regione, ma ha perso molta influenza negli ultimi decenni a favore dei paesi del Golfo e del Levante . Nel complesso, la recente riorganizzazione del budget e delle risorse militari egiziane, deve essere letta come un mezzo per bilanciarne la debolezza economica attraverso l’abilità militare, anche al fine di evitare la dipendenza dalla “generosità” dei più ricchi stati arabi, in particolare l’Arabia Saudita .

Israele

Le spese militari israeliane nel 2018 rimangono in linea con quelle dell’anno precedente, con un leggero aumento a 15,690 miliardi di dollari, rispetto ai 15,582 miliardi di dollari nel 2017. Le spese militari sono state in media di 11,06 miliardi di dollari dal 1952 al 2018, raggiungendo il massimo storico di 18,27 miliardi di dollari nel 1991 e un minimo record di 358 milioni di dollari nel 1953 . Rispetto al PIL nazionale gli investimenti militari ammontano al 4,4% (era del 4,3% nel 2017): in linea con una tendenza storica caratterizzata da una progressiva riduzione delle spese militari, come percentuale del PIL, contraddistinta da una diminuzione del 5,8% tra il 2009 e 2018. Un anno fa, ad agosto del 2018, il primo ministro Benjamin Netanyahu presentava al governo il suo “Concetto di sicurezza 2030”, caratterizzato da un aumento del budget della difesa per i prossimi anni in termini di milioni di dollari destinati alla spesa militare . Secondo Netanyahu, l’obiettivo è un bilancio della difesa di almeno il 6% del PIL, al fine di rafforzare le capacità offensive di Israele, tra cui la capacità di cyber-attacco, il potenziamento dei sistemi di difesa antimissile, le misure di protezione sul fronte interno e il completamento delle barriere di sicurezza sulle frontiere . Inoltre, è bene evidenziare che le esportazioni militari di Israele sono cresciute del 40% nel 2017, portando a 9,2 miliardi di dollari i contratti della Difesa, e segnando per il terzo anno consecutivo un aumento delle esportazioni nel settore della Difesa . Nel 2017, le società israeliane hanno esportato sistemi missilistici (17%) e sistemi di difesa aerea (3%), sistemi di comunicazione (9%), osservazione e ottica (8%), UAV (2%), sistemi marittimi (1%), satelliti e spazio (1%). La più grande distribuzione delle esportazioni israeliane di difesa è rivolta all’Asia del Pacifico, con il 58%, seguita dall’Europa (21%), Nord America (14%), Africa (5%) e America Latina (2%) .

Libano

Le spese militari del Libano sono aumentate a 2,61 miliardi di dollari nel 2018, rispetto ai 2,44 miliardi di dollari nel 2017. Una media 1,6 miliardi di dollari dal 1980 al 2018, con picco massimo di 2,69 miliardi di dollari nel 2016 e un record minimo di 265 milioni nel 1988 . Rispetto al PIL nazionale, gli investimenti militari ammontano al 5% (era del 4,6% nel 2017 e del 5,2% nel 2016): in linea con la tendenza registrata negli anni precedenti, basata su importanti investimenti in spese militari in termini percentuali di PIL.


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – settembre

Algeria

L’Algeria continua ad essere scossa politicamente dalle manifestazioni di piazza. Il governo algerino, da un lato cerca di presentare il processo elettorale come risolutivo per le istanze sollevate dalla crescente massa di manifestanti; dall’altro lato la repressione della componente militare suggerisce il rischio di un deterioramento progressivo che potrebbe compromettere le elezioni presidenziali, in calendario per il prossimo 12 dicembre.

Algeria ed ExxonMobil, un gigante dell’energia degli Stati Uniti, hanno firmato un accordo per studiare il potenziale di idrocarburi nel deserto del Sahara nella nazione nordafricana, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale APS. Secondo l’Agenzia nazionale per la valutazione delle risorse di idrocarburi dell’Algeria (ALNAFT), ExxonMobil ha mostrato interesse nel settore algerino di idrocarburi, valutato come particolarmente ricco di idrocarburi. Secondo una precedente dichiarazione del governo del 28 gennaio 2019, le riserve di energia non convenzionale dell’Algeria la rendono la terza al mondo per gas di scisto e la settima per il petrolio di scisto. La firma dell’accordo, parte della missione di ALNAFT di promozione e sviluppo dell’estrazione di idrocarburi, rende ExxonMobil la quarta società multinazionale ad aderire all’agenzia in questo studio, dopo l’ENI italiana, la Total francese e la Equinor norvegese.

Egitto

Più di 2.000 manifestanti sono stati arrestati dopo la manifestazione di piazza del 23 settembre. Le autorità egiziane hanno arrestato più di 2.000 persone, tra cui diversi soggetto di alto profilo, dopo che alcune proteste si sono svolte in diverse città per chiedere al presidente Abdel Fattah el-Sisi di dimettersi. Tra i denunciati e arrestati figurano uno dei più importanti personaggi dell’opposizione egiziana, un ex portavoce di un candidato alle elezioni presidenziali dell’anno scorso e un noto scrittore. Sfidando il divieto di protestare senza permesso, migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale del Cairo e in altre città venerdì in risposta alle richieste di manifestazioni contro la presunta corruzione del governo. Le proteste sono proseguite sabato nella città di Suez nel Mar Rosso.

Israele

Elezioni israeliane: Netanyahu e Gantz promettono entrambi di formare il prossimo governo: Gantz ha suggerito di voler prendere in considerazione un governo di unità nazionale.

Libia

Un attacco aereo statunitense nel sud-ovest della Libia ha provocato la morte di 17 persone, presumibilmente affiliate allo Stato islamico: il terzo attacco contro i militanti jihadisti è stato effettuato il 26 settembre dal comando statunitense dell’Africa (AFRICOM), in collaborazione con il governo libico di accordo nazionale (GNA). Gli attacchi statunitensi in Libia, registrati a settembre, sono i primi dell’ultimo anno. Riporta l’Associated Press (AP) che, secondo fonti ufficiali degli Stati Uniti, Washington continuerà a colpire lo Stato islamico-Libia e altri gruppi terroristi nella regione, al fine di impedire la creazione di aree sicure per il terrorismo  e per coordinare e pianificare le operazioni in Libia.

Tunisia

Elezioni presidenziali: due candidati, uno è in prigione. Nel primo turno delle elezioni presidenziali, tutti i candidati del partito principale sono stati eliminati, lasciando due contendenti: Kais Saied, un professore di legge sconosciuto alla massa degli elettori, che aveva ottenuto il 18,4% dei voti come candidato indipendente, e Nabil Karoui, un uomo d’affari e comproprietario di una popolare rete televisiva (detenuto in carcere in attesa di processo per corruzione e riciclaggio sino a pochi giorni dalle elezioni), che ha ottenuto il 15,6 percento. Karoui è sostenuto principalmente da un elettorato di basso livello socio-economico, attraverso il quale ha fatto breccia attraverso la sua rete televisiva Nessma e un’organizzazione filantropica, Khalil Tounes. Il professor Saied, suo avversario, ha condotto una campagna quasi senza pubblicità, basandosi su un’immagine di integrità e sui voti dei giovani disillusi dal sistema politico. Il successo di questi due competitor minaccia di distruggere il modello di consenso della Tunisia in essere dal 2011, in cui conservatori e modernisti hanno condiviso il potere.