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GUERRA E PACE NEL MEDITERRANEO: capire l’escalation turca tra l’espansionismo cinese e il riassetto degli equilibri mediorientali

di Andrea Molle

La rinnovata importanza del Mediterraneo, spesso ritenuto un teatro secondario nell’ambito dell’analisi delle Relazioni Internazionali, deriva da diversi processi di medio e lungo periodo che oggi scuotono gli equilibri geopolitici mondiali. In particolare, è la conseguenza dell’aggressiva politica commerciale cinese in Africa Subsahariana, intensificatasi nell’ultimo decennio, che vede gli stati africani, come ad esempio il Kenya e il Congo, ridotti a colonie oppure in una situazione di subordinazione de facto agli interessi del Gigante Asiatico.

A questa dinamica fa eco la volontà di Beijin di completare il progetto della Belt and Road Initiative, imponendosi come partner commerciale privilegiato delle principali potenze europee nel tentativo di creare un rapporto non di sudditanza, ma certamente di forte dipendenza, per l’Unione Europea. Ciò è reso possibile, in primo luogo, dal vuoto lasciato dalla deriva protezionista ed isolazionista dell’America guidata da Donald J. Trump che sembra priva di una strategia internazionale, ma anche dall’assenza di una direzione comune europea in politica estera come dimostra il recente smarcamento dell’Italia in favore della Cina.

L’intensificarsi dei flussi migratori, aggravati anche dai mutamenti climatici, dalla corruzione e dalla presenza di processi di radicalizzazione nel continente africano, è il sintomo più evidente della destabilizzazione, politica ed economica, risultante dalla politica espansionista cinese che ha consegnato al governo di Beijin il controllo di importanti rotte e hub commerciali. A fronte di una sostanziale erosione del tessuto economico, causata dal monopolio attuato dagli operatori economici cinesi, e dell’instaurarsi di drammatici squilibri sociali, sempre più persone abbandonano il loro paese e cercano fortuna in Europa accentuando così la crisi del continente. L’alleggerirsi della pressione demografica contribuisce, paradossalmente, a perpetuare il controllo cinese sui governi africani ed accuire la crisi e le divisioni all’interno dell’Unione Europea.

La situazione è infine acuita dall’insieme delle recenti iniziative messe in campo dalla Turchia al fine di conquistare un ruolo egemonico nel Maghreb e nel Mediterraneo orientale, apparentemente facilitato dalla comune cultura islamica di cui il paese si propone come difensore in competizione con paesi come l’Arabia Saudita, ma che è soprattutto una conseguenza del ritiro americano e dell’assenza di una voce unica europea. Nell’attesa delle dimissioni previste a fine ottobre di Fayez al-Sarraj, fino ad oggi alla guida del Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dalle Nazioni Unite, resta da capire quali saranno le conseguenze sulle attività Turche in Libia, ma rimane inalterata la volontà di Ankara di farsi avanti come principale interlocutore cinese approfittando della particolare congiuntura politica.

Per comprenderne meglio la strategia e non sottovalutarne le probabilità di successo, è importante considerare l’insieme delle relazioni sino-turche. I segnali in questo senso sono molteplici. Un ammorbidimento delle politiche dei visti tra le due potenze è in corso da anni e, in aggiunta agli intensificati scambi culturali, la Cina ha recentemente provveduto a trasferire ingenti risorse economiche destinate a supportare i piani di sviluppo industriale e soprattutto militare del governo guidato da Erdogan. Per venire meno alla sua strutturale inadeguatezza militare, pare che la Turchia stia oggi valutando l’acquisto di velivoli da combattimento stealth di quinta generazione Shenyang J-31. Si tratta di una conseguenza diretta dell’esclusione dal progetto Lockheed Martin F-35 voluta dagli USA, ma rappresenta un passo ulteriore verso l’uscita della Turchia dalla NATO. Qualora dovesse avvenire, la perdita del partner turco provocherebbe di certo una crisi dell’Alleanza Altantica che già per molti osservatori internazionali è in uno stato di animazione sospesa. Un eventuale indebolimento della NATO piace molto anche alla Russia di Putin che, nonostante le aperte tensioni geopolitche con la Turchia, fornisce già al paese sistemi antiaerei e spinge per l’acquisto dei caccia stealth Sukhoi Su-57.

In questo quadro non deve sorprendere la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e alcune delle medie potenze mediorientali come gli Emirati Arabi e il Baharain, e soprattutto le voci non confermate di possibili futuri accordi per lo sviluppo di assetti militari comuni. Questo processo non può essere considerato il mero risultato dell’azione politica di Trump per portare stabilità in Medio Oriente, a detta di molti insufficiente se non di fatto inestistente. Deve invece essere interpretata come un segnale di conferma di come il mondo arabo, in crisi per la futura inevitabile perdita di rilevanza, è consapevole dei profondi cambiamenti degli equilibri geopolitici del Mediterraneo orientale e sta cercando di guadagnare la posizione più vantaggiosa. Quello che si sta formando può apparire come un fronte anti-Turco, ma a ben vedere è più probabilmente un tentativo di opporsi alle mire neocoloniali cinesi in Africa o quantomeno contenerle, riducendo allo stesso tempo la dipendenza dall’Occidente.

La partita con il Gigante Asiatico vede dunque oggi coinvolti quei paesi del Golfo, una volta nemici dello Stato Ebraico, che oggi pensano ad Israele come alleato naturale. D’altronde Tel Aviv rappresenta non solo un forte partner militare, ma anche un polo economico e tecnologico in grado di rivaleggiare con Beijin. Ciò auspicabilmente potrebbe portare anche ad una soluzione duratura al lungo conflitto Israelo-palestinese. Tale risultato non sarà però dovuto all’azione mediatrice americana ne agli sforzi congiunti di diversi paesi e organismi internazionali degli ultimi decenni, ma piuttosto alla presenza di un comune nemico all’orizzonte. Se una soluzione verrà dunque raggiunta, essa sarà a discapito degli interessi dei palestinesi che, ancorati a retoriche ormai desuete e sempre più marginalizzati dagli alleati di un tempo, non sembrano intenzionati a recepire il cambiamento ed adattare di conseguenza sia i loro obiettivi di lungo periodo che la loro strategia politica.

Se le tensioni con la Cina sono in aumento, di fronte all’aggressività turca gli Stati Uniti hanno alzato la voce solo di recente, provocando il temporaneo ritiro della missione esplorativa di Ankara nelle acque territoriali controllate da Atene, ma senza segnalare alcuna volontà esplicita di coninvolgimento americano nel teatro operativo. Si è trattato insomma di un atto dovuto che arriva, come si dice in America, “too late and one dollar short”. In risposta alla mossa americana e all’annuncio dell’intensificarsi delle esercitazioni delle forze armate greche nell’Egeo settentrionale la Turchia ha nuovamente accusato la Grecia di violare il Trattato di Losanna del 1923, che ha posto fine all guerra greco-turca (1919-1923) ridisegnando le nuove frontiere tra i due paesi, militarizzando l’isola di Chio. Non si tratta della prima volta che la Turchia accusa la Grecia di violare il Trattato. La prima volta è stata nel Giugno 1964, a seguito del dispiegamento di una brigata motorizzata ellenica sull’isola, ma questa volta la Turchia sembra non escludere una reazione militare alle esercitazioni annunciate da Atene.

Sulla sponda Nord del mare nostrum le cose non vanno certo meglio. Sebbene sia palese che la partita che si sta giocando nel Mediterraneo, e che vede coinvolti Grecia e Cipro, abbia come posta in gioco la sopravvivenza stessa degli interessi europei e occidentali, per non dire anche la tenuta della stessa Unione Europea, sono in pochi ad averlo pienamente compreso. Nelle capitali europee, il mutamento degli equilibri che per anni hanno accompagnato la politica mediterranea dell’Unione sembrano essere compresi solo a Parigi. Accusata di voler unicamente acquisire il controllo di marginali risorse energetiche, la seconda potenza dell’Unione Europea preme da sempre per un ruolo più incisivo dell’Europa e per la sua oggi imprescindibile integrazione militare. Questo mentre Berlino ragiona ancora troppo spesso come un trading state, interessato unicamente ai guadagni economici di breve periodo e a non turbare il precario equilibrio raggiunto con la Turchia sul tema dei migranti provenienti dalla rotta balcanica.

Quanto all’Italia, Roma pensa ingenuamente di poter ancora attuare la stessa politica dell’equidistanza e della neutralità che l’ha ridotta negli anni al ruolo di mera comparsa sulla scena degli affari internazionali e sul versante cinese ha una posizione per lo meno ambigua. E tuttavia la Francia, che appare come il candidato naturale a guidare la politica estera dell’Unione, non può pensare di riuscire a vincere questa partita da sola. La geografia non è un’opinione: senza l’Italia, che tra l’altro è la seconda potenza navale del continente, l’Unione Europea non ha nessuna possibilità di contare qualcosa e finirà, inevitabilmente, per essere relegata ad una umiliante posizione di sudditanza.


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq. Giugno

di Claudio Bertolotti

Algeria: le manifestazioni anti-governative sono uno scontro tra generazioni

Nel contesto delle manifestazioni anti-governative in atto da un anno e mezzo, i militanti pro-democrazia starebbero riorganizzandosi per riattivare il movimento di protesta anti-regime di Hirak; tale situazione ha portato a un’intensificazione della repressione governativa contro l’opposizione e contro gli attivisti.

Il regime algerino sta affrontando una situazione estremamente difficile: l’economia del paese è in una condizione irrimediabilmente critica in conseguenza di una decennale politica economica basata su ampie sovvenzioni pubbliche e sulla presenza eccessiva dello Stato in un’economia che invece necessiterebbe di un’apertura al libero mercato per poter sopravvivere; inoltre si impone un progressivo e incontenibile crollo delle entrate statali.

A fronte di questa drammatica situazione e delle legittime richieste della popolazione algerina, il governo di Algeri continua a rispondere con la repressione violenta, agevolata dal capillare apparato di sicurezza, attraverso arresti arbitrari e preventivi. In questo contesto, il regime algerino rischia di provocare una reazione popolare incontenibile e che potrebbe pregiudicare la tenuta dello stesso Stato.

Storicamente afflitto da nepotismo e corruzione, lo Stato algerino non è riuscito a proporre riforme e azioni di modernizzazione e si trova oggi di fronte a una mancanza di opzioni per risolvere la condizione di crisi in cui il Paese è precipitato. Questa situazione di conflittualità multipla che colpisce la società algerina è ulteriormente aggravata dal divario generazionale, amplificato dal ruolo dei nuovi media, del Web e della proliferazione degli smartphone tra le generazioni più giovani e che ne hanno fatto strumenti di propaganda anti-governativa. È una massa di grandi proporzioni composta da giovani, che di per sé costituisce una base di instabilità a lungo termine, che si contrappone ai vertici delle Forze armate e a una leadership politica che, al contrario, appartengono alle generazioni più anziane. (Fonte The North Africa Journal, 18 giugno, 2020). L’Algeria chiede da tempo un cambiamento radicale e la repressione utilizzata dal governo potrebbe essere la scintilla di una protesta non più contenibile.

Egitto: la situazione economica sta deteriorando, anche a causa del COVID19

Il 21 giugno, ispezionando le truppe delle forze armate di stanza nella base militare di Sīdī el-Barrānī, il presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi ha lanciato un duro avvertimento ad Al-Serraj: al-Sisi ha intimato alle forze di al-Serraj (e dunque alla Turchia e al Qatar legati alla Fratellanza Musulmana) di non oltrepassare la linea rossa costituita dall’aeroporto di Al-Jufra/Sirte, minacciando di varcare il confine libico in caso contrario. Sīdī el-Barrānī si trova nel distretto militare ovest dell’Egitto, al confine con la Libia, dove le Forze armate egiziane hanno concentrato mezzi corazzati, aerei ed elicotteri da guerra. Recentemente, le forze che sostengono Haftar, facendo largo uso dell’aviazione, hanno contenuto le puntate offensive su Sirte – area in cui si trovano i principali pozzi di petrolio della Libia – condotte delle unità pro-Tripoli controllate dalla Turchia. Appare improbabile un’azione diretta egiziana il Libia; lo stesso ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri ha precisato che l’intervento militare è l’ultima tra le opzioni.

Israele: verso l’estensione della sovranità israeliana alla Cisgiordania

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avviato il processo politico per l’estensione della sovranità israeliana alle parti della Cisgiordania. La Cisgiordania ospita circa 430.000 ebrei israeliani (esclusa Gerusalemme est). Netanyahu ha affermato che la sovranità israeliana non verrà applicata ai palestinesi nella Valle del Giordano, e secondo alcuni rapporti la stessa esclusione si estenderà ai palestinesi in altre parti annesse della Cisgiordania. La Giordania, uno dei due soli paesi arabi ad aver firmato trattati di pace con Israele, ha affermato che sarebbe costretta a rivedere le relazioni con Israele se l’annessione dovesse proseguire. Se l’iniziativa ha trovato il pieno sostegno da parte degli Stati Uniti, forti critiche si sono invece alzate da parte di tutto il mondo arabo. (Fonte BBC, 25 giugno 2020).

Libano: la disperazione a causa della crisi economica

In Libano, l’inflazione è in crescita e l’economia è vicina al collasso. Politiche inadeguate e shock improvvisi hanno portato il Libano a vivere la peggiore crisi economica degli ultimi decenni: crollo della valuta, chiusura delle imprese, prezzi dei beni essenziali alle stelle, livello di povertà in aumento (Fonte The New York Times, 19 maggio 2020). Alla fine del 2019 erano emersi segnali di crisi, resi evidenti dalla scelta delle banche di limitare i ritiri di contanti e dalle crescenti proteste popolari esplose in tutto il Paese. A novembre, la Banca mondiale aveva avvertito che il livello di povertà sarebbe aumentato dal 30% al 50% senza un deciso intervento governativo. Un altro allarme, lanciato ad aprile 2020 da Human Rights Watch, aveva indicato che, in assenza di un massiccio intervento da parte dello Stato, milioni di cittadini libanesi e rifugiati siriani sarebbero stati a rischio di povertà e fame a causa del lockdown legato all’’emergenza COVID19. Il precipitare della situazione economica ha portato a una recrudescenza delle manifestazioni, divenute sempre più violente: numerosi gli episodi di banche incendiate e almeno un morto registrato a Tripoli, provocato dal fuoco delle forze di sicurezza (Fonte The New York Times, 10 maggio 2020).

Siria: la Cina mostra un maggiore interesse per la Siria, tra pandemia e tensioni statunitensi

La Cina sta cercando di aumentare la propria influenza sulla Siria e sta usando la pandemia di coronavirus per accelerare questi piani. La crescente presenza della Cina in Medio Oriente e le tensioni con gli Stati fanno della Siria un obiettivo strategico. Il presidente siriano Bashar al-Assad ha avviato un avvicinamento alla Cina, chiedendo l’aiuto di Pechino per legittimare il suo governo e avviare la ricostruzione del Paese dilaniato da nove anni di conflitto; in cambio Assad potrebbe assicurare alla Cina un ampio spazio di manovra nel dopoguerra. Lo scorso dicembre, Assad ha accolto con favore gli importanti investimenti cinesi in Siria, affermando: “Ora, con la liberazione della maggior parte delle aree, abbiamo avviato discussioni con un certo numero di aziende cinesi (Fonte al-Monitor, 10 giugno 2020).

Tunisia: no a basi militari straniere

Alla fine di maggio, il generale statunitense Stephen Town, comandante di AFRICOM, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di inviare un’unità di addestratori militari in Tunisia, a causa del coinvolgimento della Russia in Libia. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che stanno prendendo in considerazione la possibilità di schierare una brigata di assistenza alle forze di sicurezza per l’addestramento, come parte del suo programma di supporto alla Tunisia. Ma all’inizio di giugno, il ministro della difesa tunisino Imed Hazgui ha ribadito la posizione del suo paese contro le basi militari straniere sul territorio nazionale. Per quanto riguarda la crisi in Libia, Hazgui ha confermato il rifiuto di interferenze straniere in Libia come in Tunisia.


La Libia è instabile: nessuna soluzione politica senza impegno militare? La strategia turca indebolisce l’Italia

di Claudio Bertolotti

La guerra in Libia è entrata in una nuova fase, ma il Paese appare sull’orlo del collasso come mai prima d’ora. Il governo di accordo nazionale di Tripoli è riuscito a rompere un assedio durato 14 mesi da parte dell’esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar, e a invertire gli equilibri del conflitto lanciando una controffensiva. Il sostegno della Turchia si è rivelato essenziale. In tale quadro, la competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse.

La situazione libica e i rischi per la sicurezza regionale

La guerra in Libia è entrata in una nuova fase, ma il Paese appare sull’orlo del collasso come mai prima d’ora. Il governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale, è riuscito a rompere un assedio durato 14 mesi da parte dell’esercito nazionale libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, e a invertire gli equilibri del conflitto lanciando una controffensiva. Il sostegno della Turchia si è rivelato essenziale per il GNA, così come per Haftar lo è stato il supporto degli Emirati Arabi Uniti, della Russia e dell’Egitto: un’interferenza che ha confermato, ancora una volta, il ruolo chiave giocato dal sostegno esterno alle parti in guerra. Il recente rifiuto del GNA di accettare il cessate il fuoco proposto da Haftar e dal presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi, suggerisce che la guerra potrebbe presto essere caratterizzata da una nuova escalation, in cui il GNA proverebbe a sfruttare il vantaggio militare ottenuto. Da un lato, la ritirata di Haftar dal fronte di Tripoli rappresenta un bivio che potrebbe portare l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia a ripensare il sostegno all’LNA e ad aprire a un possibile accordo di compromesso sulla Libia che avrebbe ripercussioni dirette sulle priorità strategiche del Cairo, anche in rapporto alle relazioni con le potenze del Golfo e le ambizioni espansionistiche della Turchia nel Mediterraneo. Dall’altro lato, l’instabilità in Libia potrebbe così influire sulla sicurezza del Nord Africa e il sud dell’Europa, inteso anche come fianco sud della NATO. Mentre gli attori regionali e internazionali si contendono l’influenza sul Paese, gli stati europei sembrano incapaci di rilanciare il percorso diplomatico avviato a gennaio con la Conferenza di Berlino e a prevenire un incombente disastro umanitario ai confini meridionali dell’Unione Europea. Inoltre, uno dei punti più importanti dell’immigrazione clandestina è la Libia, perché è molto vicina all’Europa: c’è Malta proprio di fronte; è prossima a Italia e Spagna. A fronte di una persistente instabilità in Libia, la migrazione irregolare è valutato che aumenterà, così come il traffico di droga e di esseri umani. Appare così evidente come, nel contesto del conflitto armato libico, ogni proposta di soluzione politica esterna che abbia escluso l’impiego dello strumento militare si sia rivelata improduttiva; al contrario, l’audace interventismo militare – inteso come intervento diretto o uso potenziale dello strumento militare – concretizzato da alcuni attori, ha ottenuto risultati tangibili che verranno utilizzati sul piano negoziale a favore di obiettivi e ambizioni nazionali. La Turchia (e sull’altro fronte la Russia, ma con diversi risultati) lo ha dimostrato con i fatti, schierando a Tripoli le proprie unità militari guidate dal generale turco Irfan Ozsert, da cui dipendono anche le migliaia di miliziani islamisti siriani inviati da Ankara; grazie a questa scelta di forza la Turchia ha azzerato la campagna del generale Haftar per conquistare Tripoli, ipotecando così il ruolo di main player in Libia.

Consolidamento turco in Libia e attivismo militare nel Mediterraneo

Il potere marittimo è il principale strumento strategico per gli stati che abbiano un’ambizione di proiezione a tutela dei propri interessi strategici nazionali. Il Mediterraneo è diventato il centro dell’instabilità dovuta alle politiche espansionistiche di Ankara e di Mosca, perseguite anche attraverso il supporto delle parti contrapposte nei teatri di conflitto. In particolare, le interferenze turche e russe in Libia, Siria, e il ruolo di Ankara in Iraq, Cipro e nel Mar Egeo, sono una concausa primaria dell’instabilità regionale e potrebbero costituire una minaccia alla sicurezza collettiva nel medio periodo, portando così al consolidamento di equilibri geopolitici del tutto svantaggiosi per l’Italia. Uno dei primi passi formali sul piano internazionale per l’avvio dell’espansione turca in Libia è stata la firma del controverso accordo di demarcazione delle frontiere marittime, firmato da Ankara con il governo di accordo nazionale (GNA), che ha portato all’ampliamento della zona economica esclusiva turca (ZEE) nel Mediterraneo orientale. Ankara fornisce supporto militare e diplomatico al GNA di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj, mentre la Russia (insieme a Emirati Arabi Uniti ed Egitto) sostiene il comandante rivale dell’esercito nazionale libico (LNA) di Tobruk, il generale Khalifa Haftar. Il sostegno turco ha permesso alla coalizione a supporto di al-Sarraj di invertire le sorti di una guerra prima sfavorevole e di respingere un’offensiva durata oltre un anno e trasformatasi in un logorante assedio che ha sempre più indebolito, militarmente e politicamente, il fronte del generale Khalifa Haftar. Nel confronto tra Russia e Turchia, la questione libica si intreccia con quella siriana. In Siria, il governo di Bashar al-Assad appoggiato dalla Russia mira a riprendere la provincia settentrionale di Idlib, togliendola dal controllo dei militanti islamisti sostenuti da Ankara, mentre la Turchia ha promesso di non lasciare mai che ciò accada, inviando migliaia di truppe turche e milizie arabe per proteggere i propri interessi nazionali e impedire un nuovo afflusso di rifugiati sul suo territorio. Benchè di difficile realizzazione, Mosca starebbe dunque spingendo Ankara verso un compromesso in Libia usando la carta Idlib, e minacciando raid aerei contro le posizioni delle forze sostenute dalla Turchia nel nord della Siria.Il GNA, con il sostegno militare e il decisivo impiego dei droni da parte della Turchia, sta perseguendo l’obiettivo di porre sotto controllo le basi aeree di Sirte e al-Jufra. Tripoli vuole espandere il proprio controllo alla fascia costiera e alla Mezzaluna petrolifera, così da consolidare ulteriormente i vantaggi militari. Con buona probabilità non si fermerà fino a quando questi obiettivi non saranno raggiunti. Il conflitto è ora focalizzato su Sirte e sulla mezzaluna petrolifera, in cui vi sono il 70-80% dei giacimenti di petrolio. All’inizio di giugno, la Turchia ha dichiarato di poter espandere la sua cooperazione in Libia con nuovi accordi in materia di energia e costruzioni una volta terminato il conflitto.Secondo lo Yeni Şafak, giornale di informazione pro-AKP (Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, in turco Adalet ve Kalkınma Partisi, partito politico conservatore turco di maggioranza), benché non siano state prese decisioni definitive sul possibile uso militare, la Turchia consoliderà la propria presenza in Libia e nel Mediterraneo occidentale attraverso la costruzione di due basi militari: una base navale a Misurata, che potrebbe ospitare navi d’assalto, da ricognizione e navi ausiliarie, e una base aerea ad Al-Watiya, recentemente riconquistata dal GNA e all’interno della quale verranno schierate unità di droni aerei (UAV). Ma la Turchia avrebbe messo gli occhi anche su al-Qardabiya, vicino a Sirte, obiettivo importante in quanto permetterebbe di controllare l’importante mezzaluna petrolifera. Parimenti, anche la Russia ambisce ad avere avamposti fissi a Sirte e al-Jafra, dove già sono stati schierati dei caccia: una presenza legata alla volontà di influenza nel Mediterraneo. Nel frattempo hanno avuto luogo importanti manovre ed esercitazioni navali e aeree di Ankara nel Mediterraneo (Adnkronos e Agenzia Nova, 15 giugno). Otto navi da guerra tra fregate e corvette e 17 aerei (prevalentemente F16) hanno partecipato all’esercitazione organizzata dalle Forze armate turche denominata “Alto Mare”. Chiuso lo spazio aereo e marittimo: lo ha annunciato il ministero della Difesa turco in una nota. Le manovre sono durate otto ore per un totale di 2 mila chilometri percorsi nel Mediterraneo. I media statali turchi hanno definito le manovre una “dimostrazione di forza”; esercitazioni che giungono nel pieno delle tensioni nel Mediterraneo orientale dove incombe, oltre alla guerra in Libia, anche la crisi tra Grecia e Turchia a causa delle esplorazioni turche nell’area di Cipro dove sono presenti i giacimenti di gas recentemente scoperti. Per diversi mesi, la Turchia ha aumentato le attività esplorative al largo dell’isola, ignorando gli avvertimenti dell’Unione europea che ritiene le azioni illegali. Severa la presa di posizione della “Lega araba”: ”L’interferenza turca in Libia, Siria e Iraq è inaccettabile e va condannata. Ankara si nasconde dietro l’accordo con il governo di Tripoli per conseguire interessi economici, politici e militari”. Nel frattempo Mevlut Cavusoglu, ministro degli esteri turco, lo scorso 18 giugno ha guidato un importante missione in Libia con una delegazione di 25 esponenti del governo di Ankara, tra cui il responsabile dell’intelligence Hakan Fidan e il ministro delle Finanze, Beyrat Albayrak, genero del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un evento di rilevo, certamente sul piano diplomatico ma ancora di più su quello economico-commerciale che vedrà la Turchia espandere sempre più il proprio ruolo in Libia. Al contrario, dopo aver incontrato in due momenti separati il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e l’omologo turco Cavusoglu con i quali è stato affrontato il dossier libico, l’incontro successivo tra il premier Fayez al-Sarraj e il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio del 24 giugno, non ha portato a risultati di rilievo. Due le questioni discusse. La prima è la richiesta libica di estendere anche alle vie terrestri l’applicazione dell’embargo di armi da parte della missione EUNAVFORMED “Irini”; una richiesta che mira a indebolire le forze di Haftar, equipaggiate e armate dall’Egitto attraverso la frontiera tra i due paesi. La seconda questione è la disponibilità libica al rispetto dei diritti umani dei migranti, così come chiesto dall’Italia; un tema certamente “sensibile” ma non rilevante ai fini della stabilità libica e della tutela degli interessi nazionali italiani nel Mediterraneo. Per contro, al-Sarraj ha formalmente chiesto all’Italia di ricostruire l’aeroporto di Tripoli e procedere allo sminamento di un’ampia area della capitale libica, senza però offrire nulla in cambio.

La guerra vince sull’opzione politica e impone un riposizionamento diplomatico

La Turchia, grazie all’intervento armato in Libia, che ha di fatto capovolto le sorti del conflitto, ha ipotecato il proprio ruolo di interlocutore primario e imposto all’Egitto (e ai partner del Golfo) un arresto sul piano militare.Da una parte il presidente francese Emmanuel Macron ha biasimato Erdogan e i suoi “giochi pericolosi” in Libia che “confermano la morte celebrale della Nato”; a fronte di tali insinuazioni, la Turchia ha risposto accusando a sua volta la Francia di “perdita di lucidità” e di responsabilità della destabilizzazione libica.Dall’altra parte, i paesi arabi del Golfo, con in testa Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (sostenitori del generale Haftar), si sono pubblicamente schierati a favore dell’Egitto, che ha minacciato il ricorso alle armi e un intervento diretto in Libia per tutelare la fazione di Tobruk (di cui Haftar è la guida politico-militare) in risposta all’appello di Aguila Saleh, capo del parlamento libico di Tobruk, che ha chiesto al Cairo di rispondere militarmente nel caso in cui le forze del GNA attaccassero Sirte.Ma anche Washington, a fronte del cambio di situazione, ha ripreso in mano il dossier libico con maggiore interesse: il 22 giugno una delegazione guidata dall’ambasciatore statunitense in Libia, Richard Norland, e dal comandante generale di AFRICOM, Stephen Townsend, ha incontrato i rappresentanti di Tripoli al fine di “promuovere un cessate il fuoco e un dialogo politico” ottenendo, al contempo, la richiesta da parte libica alla Turchia di ritirare le milizie islamiste “illegali” sostenute da Ankara, a cominciare dalla formazione estremista “Sultan Murad”, già attiva nella guerra siriana[1]. Un chiaro indicatore della mutevolezza di un quadro geopolitico di cui gli Stati Uniti paiono ora preoccuparsi, in virtù del crescente attivismo militare e della sempre più dinamica presenza del competitor russo nel Mediterraneo.

Analisi, valutazione, previsione. Italia e Turchia: alleati o rivali in Libia?

Il 14 maggio 2020 il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Turchia Erdogan. In tale occasione, il segretario dell’Alleanza Atlantica ed Erdogan hanno discusso anche della situazione in Libia. Stoltenberg ha sottolineato che la posizione della NATO rimane coerente: come affermato dai capi di Stato e di governo della NATO al vertice di Bruxelles del 2018, “la NATO è pronta ad aiutare la Libia nell’ambito della costruzione di istituzioni di difesa e sicurezza, in risposta alla richiesta del Primo Ministro del governo di accordo nazionale (GNA) di rafforzare le istituzioni di sicurezza libiche. Qualsiasi assistenza della NATO in Libia terrà conto delle condizioni politiche e di sicurezza e verrà fornita in piena complementarità e in stretto coordinamento con altri attori internazionali, compresi le Nazioni Unite e l’Unione Europea”[2].In merito alla competizione per un ruolo di primo piano in Libia, Ankara ha una relazione complicata con l’Italia. I due paesi hanno, da un lato, legami storici e interessi non compatibili in Libia ma, dall’altro lato, stanno attualmente sostenendo la stessa fazione (GNA) tra le due in campo: la Turchia in maniera esclusiva; Roma non escludendo il dialogo aperto anche con la controparte (LNA). Tuttavia, in seguito alla dichiarazione del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, i due paesi stanno cercando ambedue di assumere il ruolo dominante nella definizione della strategia dell’Alleanza transatlantica per la Libia, ambendo entrambi a guidare un possibile intervento della NATO. La competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse di contrastare Haftar per diversi motivi: da un lato Ankara mira a contrastare l’espansione russa, egiziana ed emiratina; dall’altro l’Italia intende contenere l’influenza francese sul paese.Di fatto, tra i due contendenti, la Turchia è quello che potrebbe trarre i maggiori vantaggi dall’attuale situazione. Ankara sembra aver raggiunto la maggior parte degli obiettivi: con le forze di Haftar in ritirata, è in una posizione favorevole per imporre un ruolo di primo piano a livello regionale. D’altra parte, dobbiamo considerare gli altri attori principali (Russia ed Egitto), il loro ruolo, le effettive capacità e la volontà di intervento diretto. Le guerre convenzionali richiedono forti flussi di cassa: la Russia, l’Egitto, la Turchia, e anche l’Italia, sono economicamente vulnerabili e questo è un fattore che può limitare la loro capacità di influire a fondo sulle dinamiche politiche e militari della Libia.Come evidenzia Karim Mezran, tra i più influenti esperti di Libia, il GNA non è forte abbastanza per controllare e gestire il paese; il popolo libico è consapevole dell’inconsistenza del GNA, che è inefficace e disfunzionale. L’obiettivo di GNA è creare la struttura istituzionale del Paese, non gestirlo, ed è evidente come sia improbabile che questo riesca a conquistare militarmente l’est del paese, così come è improbabile che l’LNA possa porre sotto controllo la Tripolitania. In tale quadro l’Italia ha come unica carta da giocare quella dell’attivismo politico-diplomatico finalizzato ad esercitare il ruolo di mediatore al fine di una tregua tra le parti. È molto difficile ma non è impossibile, poiché l’assenza di proprie truppe combattenti potrebbe essere utilizzato come argomento per convincere le cancellerie europee (Francia in testa), gli attori impegnati in Libia (in primis Egitto, Russia e Turchia) e gli Stati Uniti, a riconoscere a Roma questo delicato e ambizioso incarico. Così da trasformare gli svantaggi, derivanti da un’assenza sul campo di battaglia libico, in opportunità.

 


Afghanistan: talebani, #COVID19 e Trump (C. Bertolotti a Radio 24)

Diretta Radio 24

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Pubblicato da Radio 24 su Giovedì 7 maggio 2020

Prosegue senza sosta la legittimazione politica e sociale dei talebani tanto che anch’essi hanno cambiato narrativa: da mujahidin a crocerossini?

I talebani sono estremamente bravi dal punto di vista comunicativo. Una capacità migliorata negli anni come dimostra l’ampio utilizzo del Web e dei social network fin dalla metà degli anni Duemila.

E l’emergenza Coronavirus, per gli eredi del mullah Omar, rappresenta una grande opportunità di consolidare la propria presenza nelle aree del paese che sono sotto il loro controllo e di estenderla nella altre. Certamente non proponendo soluzioni o cure, ma lasciando credere di essere in grado di farlo: una dimostrazione di capacità che, pur non essendo vera, viene però recepita come tale dalle popolazioni che si sentono abbandonate da uno Stato incapace di proporre soluzioni efficaci e che, dunque, guardano all’unica organizzazione che propone cure, assistenza, informazione. Ancora una volta i Talebani hanno vinto: dopo le vittime dell’esercito afghano e delle forze straniere sul campo di battaglia sono i cuori e le menti degli afghani a cadere nella trappola talebana. Il vero problema però emergerà con i numero di morti per coronavirus ma credo che anche in quell’occasione i talebani sapranno uscirne vincitori, evidenziando il numero dei guariti e dei non contagiati e non quello dei deceduti.

Dati recenti suggeriscono che un terzo della popolazione di Kabul (1.400.000 su oltre 4 milioni) è già infetto dal coronavirus e il governo afgano stima che alla fine 110.000 persone potrebbero morire.

I talebani controllano vaste aree della provincia di Herat, area di responsabilità italiana ed epicentro del focolaio da COVID19 dell’Afghanistan

Diventa stucchevole forse ripercorrere i grandi errori della comunità internazionali negli ultimi 20 anni. Che cosa si può fare adesso per evitare il tracollo di Kabul?

Temo sia tardi per fare qualcosa che salvi lo Stato afghano dal tracollo al quale è destinato. E pensiamo a uno Stato che oggi, a distanza di 8 mesi dalle elezioni presidenziali vede ancora i due contendenti, Ashraf Ghani e Abdulllah Abdullah, discutere su chi abbia vinto le elezioni e debba dunque governare il Paese.

Non la strategia, ma le strategie per l’Afghanistan di questi 19 anni sono state parziali, contraddittorie e ancor più spesso dettate dai tempi e dalle dinamiche della politica domestica statunitense: ogni presidente ha voluto modificare le strategie dei predecessori.

I talebani sono stati prima esclusi dal tavolo di pace di Bonn nel 2001, poi lasciati indisturbati, poi combattuti e infine invitati a un tavolo negoziale al quale sono loro oggi a dettare tempi e regole. I talebani hanno vinto, se non hanno conquistato il potere è solo una questione di tempo, ma questo passera attraverso una nuova farse della guerra civile che, dopo l’abbattimento dello Stato, vedrà contrapporsi gli storici gruppi di potere su base etnica: da una parte i talebani, con i pashtun e altre minoranza, dall’altra parte gli eredi di quella che fu l’Alleanza del Nord a lungo guidata da Ahmad Shah Massud: Tajiki, Hazara, Turkmeni.

Possiamo solamente attutire il colpo, concedendo ai talebani un ingresso non doloroso nelle stanze del potere e garantendo loro ciò che già detengono: il controllo dei traffici legati all’Oppio.

Claudio Bertolotti, quanto dai di successo alla missione di Zalmay Khalilzad in India e Pakistan? Serve davvero?

Zalmay khalilzad è l’uomo giusto al posto giusto. Il problema è il poco tempo che l’amministrazione Trump gli ha concesso – un tempo che segue le dinamiche elettorali per le presidenziali statunitensi. E i talebani lo sanno, pertanto puntano al miglior risultato possibile, giocando proprio sulla fretta statunitense di dichiarare concluso l’impegno in Afghanistan. Il Pakistan è sempre stato un attore di primo piano nel gestire i talebani e nello scompaginare le carte sui vari tavoli negoziali ogni volta che ha visto la situazione mutare a proprio svantaggio. Lo sta facendo anche oggi perché vede vicino l’obiettivo che si è da sempre imposto: avere una forma di potere amica, i talebani, nelle regioni al proprio confine, da poter controllare e da non dover temere. L’attuale governo, del primo ministro Khan, è sostenuto sia dai militari che dai gruppi islamisti: questo agevola la prosecuzione dei buoni rapporti con i Talebani.

L’India in Afghanistan ha investito moltissimo in 19 anni in progetti infrastrutturali, ospedali e servizi di assistenza. Lo ha fatto in particolare nelle aree sotto il controllo talebano e vicine al confine col Pakistan così da togliere a Islamabad un’area di influenza primaria nell’ottica di un confronto armato con l’India: un’area che garantirebbe in caso di scontro armato la necessaria profondità strategica.

Oggi l’India sembra intenzionata a fare un passo indietro, e certamente avrà influito la volontà statunitense di chiudere la partita in Afghanistan.


Le carceri sono chiuse, ma il Coronavirus ha le chiavi. Radio 24

ultimo aggiornamento 12.04.2020

Le carceri di tutto il mondo sono chiuse ma il Coronavirus ha le chiavi: un problema di sicurezza, stabilità sociale, capacità di gestione dell’emergenza.

Di questo hanno parlato gli ospiti della trasmissione radiofonica Nessun Luogo è lontano, su Radio 24 – Il Sole 24 ore, intervistati da Giampaolo Musumeci

Vi proponiamo lo stralcio dell’intervento di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, focalizzato sugli effetti del virus in Afghanistan.

Le prigioni, o meglio i detenuti, sono la chiave della recente politica afgana, con lo scambio di prigionieri taliban, precondizione per dialogo e pace. Come impatta il Covid-19?

Una situazione particolarmente grave che potrebbe avere un duplice effetto: da un lato positivo e dall’altro meno. Il governo afghano potrebbe sfruttare la necessità di alleggerire il peso del sistema carcerario rispondendo in tempi brevi alla premessa dell’accordo con i talebani, che prevede il rilascio di 5.000 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri governative. Le resistenze politiche potrebbero qui trovare la soluzione che toglierebbe l’imbarazzo del rilascio dei talebani, dei quali 100 messi in libertà alla data del 9 aprile.

L’aspetto negativo è rappresentato dal fatto che il governo afghano, già debole, non sarà in grado di contrastare né la diffusione del virus né le conseguenze economiche e sociali che saranno devastanti in un Paese prossimo al collasso.

Come sono le carceri afghane? Quali standard?

Ho avuto modo di visitare il carcere di Pol-e Charki molti anni fa e posso testimoniare che si tratta di standard molto lontani dai peggiori standard che si possono trovare nelle prigioni occidentali. Certo, molto cambia a seconda dell’area del Paese in cui ci si trova. A Herat vi è un carcere femminile molto ben attrezzato e che in un certo senso è un rifugio per molte donne che, pur di lasciare condizioni famigliari inaccettabili, trovano il modo per essere condannate e incarcerate. Ma nella maggior parte delle carceri afghane prevalgono la corruzione, l’assenza di controlli efficaci, il mancato rispetto dei diritti dei carcerati, le torture, le violenze, la scarsità e la bassa qualità del cibo e delle condizioni igieniche in generale. La situazione complessiva è certamente insostenibile se alle già presenti criticità andrà a sommarsi l’incapacità di gestione del Coronavirus.

Potranno reggere l’impatto? Cosa pensi farà il governo? Rilascio? Amnistie? Pene alternative?

È previsto il rilascio per il momento di almeno 10.000 detenuti (prevalentemente donne, minori e malati) sul totale di circa 40mila: parliamo di un quarto della popolazione carceraria. Non è escluso che sommosse e violenze possano portare ad ulteriori uscite non autorizzate come è molto probabile che, a fronte della diminuzione della capacità di gestire il sistema carcerario, aumenteranno le azioni degli insorti e dei gruppi criminali volte a liberare, armi in pugno, i propri compagni. La risposta dello stato potrebbe essere quella di procedere ad ulteriori rilasci quando, e non se, la situazione peggiorerà tenuto conto anche delle migliaia di afghani rientrati nel paese dall’Iran dove la diffusione del virus è estremamente grave.

Ad oggi sono circa 3.000 i detenuti rilasciati, tra questi 2,905 uomini, 88 donne e 48 minori. Nel totale dei rilasciati anche 100 talebani.

 


Analisi Strategica: Mashreq, Gran Maghreb, Egitto e Israele. Il volume 2019 del Ce.Mi.S.S.

è disponibile il volume monografico di C. Bertolotti, Analisi Strategica del 2019 – Mashreq, Gran Maghreb, Egitto e Israele, edito dal Ce.Mi.S.S. Nell’ultimo volume pubblicato dal Centro Militare di Studi Strategici, l’Autore fa un’ampia disamina sugli aspetti economici, politici, sociali e di sicurezza dell’area, approfondendo le sfide e le opportunità che si stanno imponendo in maniera repentina. L’analisi, che si sviluppa attraverso la lettura dei fatti del 2019, propone una valutazione qualitativa e quantitativa in un’ottica predittiva e preventiva. Un’opera che, destinata ai decisori politici e istituzionali, è al tempo stesso un testo di riferimento per il pubblico più ampio di analisti, ricercatori, studenti.

Introduzione: fattori e sfide nell’area del Maghreb e del Mashreq

Le rivolte arabe del 2011, sono state un punto di rottura che hanno portato alle definizione di nuovi equilibri nell’area del Maghreb e del Mashreq; le dinamiche, anche violente, che ne sono conseguite, hanno ancora il potenziale di minare l’intero sistema statale dell’area.
I drammatici cambiamenti post-2011 impongono di analizzarne gli effetti e le sfide sul lungo termine. Nell’analizzare la sempre più interconnessa e conflittuale situazione politica della regione, aggravata da interventi esterni, va posta particolare attenzione su quelli che sono i vecchi e i nuovi driver che alimentano le molteplici conflittualità, al fine di identificarne le cause e non solo i sintomi.
Le rivolte arabe hanno evidenziato come nel periodo pre-2011 le condizioni socioeconomiche e politiche esistenti nell’area del Maghreb e del Mashreq fossero non più sostenibili, portando in maniera repentina, e con ambizioni di rinnovamento, allo smantellamento di un vecchio ordine socio-economico che era riuscito a mantenere per decenni un livello di relativa stabilità.

Oggi, le proteste e le manifestazioni popolari che hanno portato al quasi collasso di quell’ordine regionale persistono e le tendenze economiche dipingono un quadro cupo che lascia prevedere un ulteriore declino. All’interno degli stati dell’area persistono problematiche e dinamiche politiche che continueranno a nutrire la frustrazione popolare, alimentando disordini e spinte all’emigrazione sia interna che esterna. Allo stesso tempo, le rivolte del 2011 hanno lasciato in eredità, a chi vi ha preso parte e alle nuove generazioni, l’ambizione e l’aspirazione al cambiamento e, in taluni casi, hanno fornito nuove concrete opportunità.
A livello sociale, i paesi dell’area sono caratterizzati da significativa crescita e concentrazione della popolazione in zone contraddistinte da significative criticità in termini fisici, infrastrutturali di sviluppo socio-economico. Ciò significa che in molti luoghi vi è una predominanza della domanda di accesso alle risorse idriche, alimentari ed energetiche superiore all’offerta, con tutte le conseguenze sul piano della sostenibilità, dell’ordine e della stabilità politica e sociale; questo è particolarmente vero nelle aree con un’elevata concentrazione di popolazione, ad esempio lungo fiumi e coste, o in ambienti aridi o climaticamente critici. In tale quadro emerge come la concentrazione di popolazione all’interno di aree circondate da vaste porzioni territoriali disabitate vada a creare situazioni in cui aumentano le pressioni migratorie verso le aree in cui vi è disponibilità di risorse, sempre più limitate da uno sfruttamento eccessivo provocato proprio dall’aumento della domanda, con conseguenti sfide sul piano della governance.

A livello economico, secondo quanto riferito dalla Banca mondiale, si prevede che la crescita nell’area del Maghreb e del Mashreq rimanga contenuta, all’1,3 per cento. L’attività degli esportatori di petrolio è rallentata a causa della ridotta produzione del settore petrolifero e degli effetti delle sanzioni statunitensi sull’Iran, nonostante un allentamento e, in alcuni paesi, prospettive positive nei settori non petroliferi. Nel complesso, si può ipotizzare una crescita regionale di circa il 3 percento all’anno nel periodo 2020-2021, sostenuta dagli investimenti di capitale e dalle riforme politiche, pur a fronte di rischi legati alle tensioni geopolitiche e di un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali globali.

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Indice dei contenuti

Introduzione: fattori e sfide nell’area del Maghreb e del Mashreq

Algeria. Instabilità politica: tra opposizione e repressione

I principali eventi dell’anno
Il peso politico delle proteste popolari
Chi succederà a Bouteflika?
Analisi, valutazioni e previsioni

Libia: l’assedio del LNA a Tripoli. L’interesse strategico della Turchia e il sostegno agli islamisti.

L’attivismo della Russia
I principali eventi dell’anno
L’assedio di Tripoli e l’attivismo dello “Stato islamico” libico
Il fronte politico
Il fronte militare
Attivismo turco a sostegno degli islamisti: tra interessi finanziari e aiuti militari
L’attivismo della Turchia a Misurata e il bombardamento dell’aeroporto che ospita il contingente italiano
La presenza militare italiana a Misurata
L’espansione della Russia in Libia

Siria. “Fonte di pace”: la terza operazione militare turca in Siria. L’indebolimento dell’YPG curdosiriano e la morte di Abu Bakr al Baghdadi

I principali eventi dell’anno
“Fonte di pace”, 9-23 ottobre
Cronologia del conflitto: il campo di battaglia si sposta al confine
Gli accordi Usa-Turchia e Russia-Turchia. L’alternanza statunitense e il rafforzamento dell’asse Mosca-Ankara
Dinamiche demografiche all’interno della safe-zone imposta dalla Turchia
Analisi, valutazioni e previsioni

Tunisia: un nuovo equilibrio politico dopo Béji Caïd Essebsi?

Elezioni presidenziali: vincono i candidati indipendenti
L’eredità di Béji Caïd Essebsi
Dinamiche politiche
Problemi di sicurezza
Analisi, valutazioni e previsioni

Israele: tra incertezza politica e guerra al terrorismo

Energia e affari
Dinamiche politiche
Razzi su Israele: l’attacco dopo l’uccisione di un leader terrorista del gruppo palestinese “Jihad Islamico”
La reazione dei terroristi

Egitto. Le proteste popolari non indeboliscono il governo

I principali eventi dell’anno

Libano: le proteste popolari costringono il primo ministro alle dimissioni

I principali eventi dell’anno

Marocco: contrasto al terrorismo e sforzi per la sicurezza

I principali eventi dell’anno
Le priorità strategiche nazionali
Combattere il terrorismo regionale
Le sfide alla sicurezza: terrorismo e reti di immigrazione clandestina
Il Marocco vuole che le donne e i minori detenuti in Iraq e in Siria tornino a casa
Il BCIJ smantella una cellula terrorista collegata all’IS

Conseguenze, rischi e opportunità delle variazioni del prezzo del petrolio nell’area del Maghreb e Mashreq

Rischi economici e di governance nell’area del Maghreb e del Mashreq

Impatto sui principali produttori nordafricani di petrolio
Impatto sul Marocco, il principale importatore nordafricano di carburante

Le spese militari nelle aree del Maghreb e del Mashreq: diverse tendenze


Principali eventi nell’area del Maghreb e Mashreq – Gennaio

Algeria: Scaroni ed Eni scagionati su Saipem Algeria

La corte d’appello di Milano ha assolto l’ex CEO di Eni, Paolo Scaroni (attualmente presidente dell’AC Milan) e l’Eni dall’accusa di aver pagato tangenti in Algeria. Annullata la confisca di 197 milioni di dollari per l’unità infrastrutturale Saipem. Tutti gli altri imputati sono stati assolti, compresi i dirigenti di Saipem. Un processo che, concludendosi di fatto con un assoluzione per insussistenza dei fatti, ha provocato ingenti perdite finanziarie per gli investitori (Fonte ANSA)

Egitto: La risposta all’accordo di Turchia e Libia sullo sfruttamento bacino mediterraneo

Francia, Grecia, Egitto e Cipro hanno dichiarato “nulli” gli accordi (un patto militare e un accordo marittimo) tra Ankara e la Libia che assegnerebbero alla Turchia i diritti di sfruttamento su una vasta area del Mediterraneo orientale. Una dichiarazione rilasciata dai ministri degli Esteri dei quattro paesi – che si sono incontrati al Cairo – afferma che i controversi accordi hanno minato la stabilità regionale. L’Italia, che ha partecipato al meeting del Cairo, non ha firmato la dichiarazione.

I firmatari hanno condannato le perforazioni della Turchia nella zona economica esclusiva e nelle acque territoriali della Repubblica di Cipro, invitando Ankara a “cessare immediatamente tutte le attività di esplorazione illegale”.

Israele: Israele inizia a esportare gas naturale in Egitto (ma non più in Giordania)

L’Egitto ha iniziato a importare gas naturale dal più grande giacimento di gas offshore israeliano (Leviathan); ciò rapppresenta una tappa storica verso l’ambizioso piano del Cairo di diventare un hub energetico regionale. Il gas israeliano esportato in Egitto è destinato al consumo interno e alla liquefazione per l’esportazione verso altri mercati, uno sviluppo che sarà apprezzato dall’Europa, che sta cercando di ridurre la sua dipendenza dal gas naturale importato dalla Russia. In una dichiarazione che annuncia il primo trasferimento, il Ministero egiziano delle risorse petrolifere e minerarie ha affermato che l’evento “rappresenta uno sviluppo importante che serve gli interessi economici di entrambi i paesi” (Fonte al-Jazeera).

Il parlamento giordano ha approvato a gennaio un disegno di legge per vietare le importazioni di gas da Israele: dopo essere stato approvato dal Parlamento, la mozione per fermare le importazioni di gas israeliane verrà inviata al governo per la conversione in legge.

Libano: dopo mesi di proteste, si insedia il nuovo governo

Hassan Diab, professore di ingegneria informatica presso l’Università americana di Beirut ed ex ministro dell’istruzione, è una figura poco conosciuta: assume il ruolo di Primo ministro con il sostegno di Hezbollah, dei suoi alleati e del Free Patriotic Movement, partito politico cristiano. Sebbene l’ex primo ministro Saad Hariri si sia dimesso il 29 ottobre dell’anno scorso, è rimasto in carica sino al passaggio di consegne.

Diab succede ad Hariri e prende in mano un Paese lacerato dai conflitti interni e da una grave crisi economica. Un investitura che segue i 97 giorni di violente proteste che hanno travolto il paese, attraverso le manifestazioni di piazza con i manifestanti che hanno denunciato la corruzione e un sistema settario percepito a beneficio dell’élite politica. Centinaia di persone sono rimaste ferite nelle violente proteste che hanno visto i manifestanti rispondere con pietre e bombe “Molotov” ai gas lacrimogeni e ai cannoni ad acqua delle forze di sicurezza. Quello di Diab si è presentato come governo tecnico e non condizionato da correnti politiche.

Libia: il blocco del petrolio e la pressione di Haftar

La compagnia petrolifera statale libica afferma che la produzione è diminuita del 75% a causa del blocco delle esportazioni, che ha portato alla chiusura dei principali campi petroliferi e porti nell’est e nel sud del paese, imposto dal cosiddetto “Esercito nazionale Libico” (LNA) guidato dal generale Kalifa Haftar. Le esportazioni sono state sospese nei porti di Brega, Ras Lanouf, Al-Sidra, Al-Hariga e Zweitina nella “mezzaluna petrolifera” del paese, corridoio in cui transita la maggior parte delle esportazioni di greggio libico. La NOC (National Oil Company) ha anche denunciato la chiusura di valvole in una stazione di pompaggio nel sud-ovest, che portato all’interruzione della produzione nei principali campi di Al-Sharara e Al-Fil.

Un’azione che, nel complesso, avrebbe causato perdite stimate per 256 milioni di dollari con una produzione passata da 1,2 milioni di barili al giorno a poco più di 320.000 (Fonte NOC,). Nel complesso, la produzione di petrolio della Libia è precipitata di circa tre quarti dal 19 gennaio, in concomitanza con l’infruttuoso dialogo sulla Libia di Berlino.

Una scelta strategica, quella di Haftar, volta a ridurre la principale fonte di reddito del paese in risposta alla decisione della Turchia di inviare consiglieri e addestratori militari a sostegno del Governo di Unità Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj. Una mossa che, a dispetto delle dichiarazioni congiunte in occasione del dialogo di Berlino, non ha trovato l’opposizione di Russia, Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto, sostenitori di Haftar.

Siria: Probabilità di un ritiro turco dalla Siria dopo i colloqui ufficiali

Un incontro tra i capi dell’intelligence turca e siriana questa settimana a Mosca ha aperto le porte a un accordo che potrebbe riportare Ankara fuori dal conflitto in Siria (Fonte Ahval News). L’incontro tra il capo dell’intelligence nazionale turca Hakan Fidan e il capo dell’ufficio di sicurezza nazionale siriano Ali Mamlouk ha segnato il primo contatto ufficiale tra i due paesi dal 2012. Turchia che è in relativo svantaggio in Siria, dove l’opposizione armata al regime siriano è relegata nell’area nord-occidentale della provincia di Idlib. La Russia starebbe negoziando per un disimpegno della Turchia e conseguente ritiro delle truppe di Ankara: un disimpegno che potrebbe portare a un abbandono dei territori occupati nella la Siria settentrionale attraverso tre operazioni militari dal 2016 al 2019. Ankara e Mosca, pur in un rapporto di competizione regionale, hanno collaborato strettamente nelle fasi successive e oggi sovrintendono il gruppo di dialogo che mira a porre fine ai combattimenti.

Nel frattempo aumentano le tensioni tra le forze statunitensi e russe nel nord della Siria.

Tunisia: Elias Fakhakh, il nuovo premier

Elias Fakhfakh (48 anni), il 20 gennaio ha ricevuto l’incarico di formare il governo dal presidente Qais Saeed. Imprenditore che ha avuto un ruolo importante nella politica nazionale degli ultimi dieci anni, dopo la “Rivoluzione dei gelsomini” del 2011 che ha deposto lo storico presidente Zine El Abidine Ben Ali, ha rivestito il ruolo di ministro del turismo e poi delle finanze.

Il nuovo premier proviene dal Partito democratico, che ha 22 deputati in un parlamento composto da 217 seggi, ha ottenuto il sostegno sia del suo stesso blocco sia del Long Live Tunisia Party.

La nomina di Fakhfakh a premier segue quella del suo predecessore Habib Jemli, costretto a dimettersi a causa dall’incapacità di ottenere la fiducia del Parlamento, nonostante il sostegno del più grande blocco parlamentare, il Movimento islamista Ennahda.

Fakhfakh intrattiene buoni rapporti con la maggior parte dei diversi movimenti politici del paese, siano essi islamisti, secolari o progressisti.

La Tunisia schiera unità corazzate al confine con la Libia

La Tunisia ha minacciato di adottare “adeguate misure eccezionali” ai confini con la Libia per garantire la sicurezza nazionale di fronte a qualsiasi possibile escalation. Il ministero degli Affari esteri tunisino, che ha dichiarato che la Tunisia “ha un interesse diretto a ripristinare la sicurezza e la pace in Libia”, ha sottolineato la necessità di trovare una soluzione politica che coinvolga esclusivamente le parti libiche, a conferma della posizione neutra adottata da Tunisi che da sempre si oppone a rapporti di cooperazione unilaterale con una delle due parti in guerra. Un approccio, quello tunisino che potrebbe escludere la partecipazione del Paese a processi negoziali condotti da organizzazioni internazionali.


L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner

Articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 6/2019

Gli interessi russi in Libia includono i vantaggi economici del “guns for oil”, i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico

La Russia guarda con estrema attenzione al futuro della Libia perché la considera strumentale al perseguimento dei propri interessi nazionali. Interessi che includono principalmente i vantaggi economici del cosiddetto commercio di “guns for oil” (armi in cambio di petrolio), i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico. Funzionari del governo russo hanno incontrato vari omologhi libici – a Tobrouk come a Tripoli – per creare le basi a garanzia degli obiettivi di Mosca, indipendentemente da chi vincerà lo scontro. Come riportato dal New York Times, la Russia avrebbe finanziato le forze del generale Kalifa Haftar con milioni di dollari e lo avrebbe supportato nella pianificazione operativa attraverso l’invio di consiglieri militari a Bengasi.

In tale quadro, la presenza di compagnie di sicurezza private di contractor ​​russi è un elemento determinante in termini di aumento della capacità militare nel contesto della guerra civile in Libia: almeno 300 contractor privati ​​russi (ma sarebbero in realtà circa 1.000), molti altamente addestrati e ben armati, starebbero oggi operando nel territorio controllato dall’esercito nazionale libico (LNA), nella Libia orientale e occidentale, a sostegno di Haftar, impegnato a contrastare ed abbattere il governo appoggiato dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Sarraj. Compagnie private di sicurezza che starebbero introducendo nuove tattiche e maggiore potenza di fuoco sul campo di battaglia, minacciando di prolungare il conflitto più violento del Nord Africa. Tale comparsa rappresenta un elemento che porta a una nuova escalation nella guerra per procura combattuta in Libia, a cui stanno contribuendo molti paesi europei e non – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi.

L’arrivo di questi contractor avviene in un momento in cui la Russia sta espandendo la propria presenza militare e diplomatica in tutto il Medio Oriente, in Africa e oltre, godendo di una forte influenza in luoghi come la Siria, dove gli Stati Uniti, al contrario, si sono in parte disimpegnati. I contractor russi lavorerebbero per il gruppo Wagner, una compagna di sicurezza privata che alcuni esperti hanno collegato a Yevgeniy Prigozhin, stretto alleato del presidente russo Vladimir Putin. Come riportato dal Washington Post, il Cremlino non ha confermato queste informazioni, mentre un portavoce di Prigozhin ha dichiarato di “non avere nulla a che fare con la cosiddetta società militare privata”. Il gruppo Wagner era già apparso in combattimento in Siria, nella Repubblica centrafricana, in Ucraina e in altri paesi considerati strategici per gli interessi geopolitici ed economici del Cremlino.

Come riportato dal New York Times, dopo quattro anni di supporto finanziario e militare a favore del generale Haftar, la Russia si starebbe impegnando sempre più per garantire una vittoria del fronte di Tobrouk, di cui Haftar è capo del LNA. Un aiuto diretto che si sarebbe concretizzato nella fornitura di aerei avanzati da combattimento Sukhoi, equipaggiamenti di artiglieria, supporto di fuoco, nonché la fornitura di tiratori scelti: la stessa strategia che ha fatto di Mosca un regista nella guerra civile siriana. Il recente spiegamento di compagnia private di contractor russi è solo uno degli elementi in comune tra la guerra in Libia e quella in Siria.

A livello tattico e operativo, la presenza di compagnie private di sicurezza avrebbe portato all’introduzione di nuove tattiche e all’aumento significativo della capacità militare del LNA; un’evoluzione che di fatto avrebbe aumentato il livello dello scontro tra le parti e che minaccerebbe il prolungamento di quello che è il conflitto più violento nel Nord Africa.

A livello strategico, la presenza di compagnie private di sicurezza ​​rappresenta l’ultima escalation nella guerra per procura in Libia, in cui giocano un ruolo primario alcuni paesi arabi e non solo – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi. E l’arrivo di questi attori privati ​​nel conflitto giunge nel momento in cui la Russia sta ampliando il proprio impegno militare e diplomatico in Medio Oriente e in Africa, godendo di un’accresciuta influenza in luoghi come la Siria dove gli Stati Uniti si starebbero disimpegnando. Qualunque sia il risultato che riuscirà ad ottenere, l’intervento russo ha di fatto dato a Mosca un potere di veto su qualsiasi risoluzione del conflitto.

Foto Twitter, TV Libica e Reuters


Principali eventi nell’ area del Maghreb e del Mashreq – Novembre

Algeria

La grande manifestazione del 1° novembre ha rappresentato il culmine della protesta, che dura ininterrottamente da 40 settimane, sostenuta dal movimento Hirak. Il 1° novembre è la “Giornata della Rivoluzione”, la festa nazionale algerina che segna l’inizio della guerra rivoluzionaria per l’indipendenza del 1954. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in piazza della capitale Algeri dimostrando la consistenza del movimento che sta imponendo importanti sforzi di contenimento e contrasto da parte del regime (formalmente diretto da Bensalah ma con l’importante ruolo di “indirizzo politico” giocato dal capo militare Ahmed Gaid Salah); governo che ha annunciato e ribadito la volontà di tenere le elezioni presidenziali il 12 dicembre. Oltre alla grande manifestazione di Algeri, altri eventi minori di protesta sono stati registrati in tutto il paese. Il movimento di protesta, che era riuscito prima ad ottenere il rinvio e la cancellazione delle elezioni presidenziali e poi, ad aprile, a costringere Bouteflika alle dimissioni. Da allora, il regime ha cercato di ricostruire una propria legittimità portando avanti una politica di “repressione selettiva” nei confronti del movimento di protesta, procedendo con l’arresto di attivisti e di figure di spicco dell’opposizione, anche attraverso la repressione da parte delle forze armate.

Egitto

Egitto, Etiopia e Sudan si sono impegnati a risolvere la disputa sulla diga del Nilo e continueranno a discutere per trovare una soluzione al conflitto legato alla costruzione (avviata nel 2011) della grande diga idroelettrica da parte dell’Etiopia: un progetto che ha sollevato preoccupazioni per la carenza di acqua potabile. L’Etiopia prevede di iniziare a riempire e gestire il bacino idrico nel 2020, con l’obiettivo di completare una delle più grandi dighe del mondo e diventare il più grande esportatore africano di energia. Una volta completata, la diga genererà circa 6.450 Megawatt di elettricità, il doppio della produzione attuale. Il Nilo fornisce sia acqua che elettricità ai 10 paesi che attraversa e il Sudan e l’Egitto temono che il progetto possa minacciare il loro approvvigionamento idrico. L’Egitto, che ha sofferto un’importante crisi idrica negli ultimi anni, fa affidamento sul fiume per il 90% della sua acqua potabile .

Israele

Energia e affari: a novembre Israele ha iniziato a esportare gas naturale in Egitto, con volumi potenziali di sette miliardi di metri cubi all’anno. Le forniture segnano l’inizio di un accordo di esportazione di 15 miliardi di dollari tra Israele, Delek Drilling e il partner statunitense Noble Energy, con una controparte egiziana: i funzionari israeliani hanno definito l’accordo come il più rilevante dalla pace del 1979. L’accordo, firmato all’inizio dello scorso anno, garantisce il trasferimento nella rete egiziana del gas naturale dai giacimenti offshore israeliani “Tamar” e “Leviathan”.
Dinamiche politiche: Benyamin Netanyahu e Benny Gantz a settembre hanno entrambi promesso di formare il governo: Gantz, ex capo militare, aveva dichiarato di voler prendere in considerazione un governo di unità nazionale ma, a ottobre, Netanyahu ha rinunciato a formare il nuovo governo per indisponibilità delle parti coinvolte. Per la seconda volta in sei mesi, il leader del Likud – che ha appena compiuto 70 anni – non è riuscito a formare il governo. Netanyahu rimane dunque Primo Ministro, sebbene quest’anno non sia riuscito a ottenere la vittoria assoluta in due elezioni. Il suo principale rivale, Gantz, si è impegnato nel tentativo di formare un governo di coalizione per succedergli. A fronte di un fallimento da parte di Gantz, Israele potrebbe tornare alle urne per la terza volta in un anno; uno scenario senza precedenti. Ciò darebbe a Netanyahu un’altra possibilità di estendere il suo decennale mandato.

Libano

Le proteste di massa hanno travolto il Libano in seguito all’annuncio del governo, del 17 ottobre, di voler adottare nuove misure fiscali. In uno scenario senza precedenti, decine di migliaia di manifestanti di diversi gruppi sociali e confessionali si sono radunati nelle città di tutto il paese accusando la leadership politica di corruzione e chiedendo riforme sociali ed economiche. In tutto il Libano i manifestanti hanno bloccato le principali strade come strategia della loro protesta. Nonostante i tentativi del governo di placare i manifestanti con l’annuncio di possibili riforme, le manifestazioni sono continuate a Beirut, Tripoli, Zouk, Jal el Dib, Saida, Nabatieh, Sour e Zahle. Il 13° giorno delle proteste, il Primo Ministro Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni . Dopo tre settimane di proteste antigovernative in gran parte pacifiche, i manifestanti hanno cambiato approccio e concentrando la propria azione contro gli istituti bancari, i ministeri e le società a partecipazione statale. Sit-in sono stati registrati in molte zone di Beirut e delle altre principali aree urbane. A novembre l’esercito libanese si è schierato in tutto il paese al fine di liberare le strade e autostrade che erano state chiuse dai manifestanti. Secondo alcune stime, sarebbero un milione le persone che hanno preso parte alle manifestazioni di protesta, quasi un quarto della popolazione libanese, chiedendo la fine della corruzione e una soluzione alla crisi economica del Paese .
Secondo alcuni analisti, la questione principale legata alle manifestazioni in Libano è queste rafforzeranno o indeboliranno Hezbollah; all’inizio delle proteste, gli uomini di Hezbollah hanno cercato di fermarle, ma non appena l’esercito libanese è intervenuto a tutela dei manifestanti, Hezbollah ha rinunciato alla sua azione repressiva. I manifestanti chiedono un nuovo corso della politica nazionale, che trascenda le divisioni settarie e le macchinazioni regionali: un eventuale successo della piazza rappresenterebbe un ostacolo significativo alla realizzazione dell’ampia agenda geopolitica di Hezbollah (e dell’Iran). Orna Mizrahi, esperta israeliana presso l’Institute for National Security Studies (INSS) dell’Università di Tel Aviv, ha affermato che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, sarebbe molto preoccupato per le proteste in corso .
Secondo un normale calcolo politico, queste proteste rappresenterebbero un’opportunità per Hezbollah e i suoi alleati, come uno dei più grandi blocchi in parlamento, di sostenere un alleato politico sunnita e tentare di formare un nuovo governo. Ma il Libano non è un paese normale. Ciò che l’attuale situazione libanese conferma è che, anche in condizioni più favorevoli, il consenso è sfuggente nella politica libanese. In tale quadro è prevedibile che lo scoppio di nuove dinamiche conflittuali, focalizzate sul piano economico e generazionale, aggraverà ulteriormente la situazione di stallo politico del paese.

Libia

L’arrivo di compagnie di sicurezza private di contractor russi è un elemento determinante in termini di aumento della capacità militare nel contesto della guerra civile in Libia: almeno 300 contractor privati russi, molti altamente addestrati e ben armati, starebbero operando nel territorio controllato dall’esercito nazionale libico (LNA), nella Libia orientale e occidentale, a sostegno del generale Khalifa Haftar, impegnato a contrastare ed abbattere il governo appoggiato dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Sarraj. Compagnie private di sicurezza che starebbero introducendo nuove tattiche e maggiore potenza di fuoco sul campo di battaglia, minacciando di prolungare il conflitto più violento del Nord Africa. Tale comparsa rappresenta è un elemento che porta a una nuova escalation nella guerra per procura combattuta in Libia, a cui stanno contribuendo molti paesi europei e non – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi. E l’arrivo di questi contractor arriva in un momento in cui la Russia sta espandendo la propria presenza militare e diplomatica in tutto il Medio Oriente, in Africa e oltre, godendo di una forte influenza in luoghi come la Siria, dove gli Stati Uniti, al contrario, si sono in parte disimpegnati. I contractor russi lavorerebbero per il gruppo Wagner, una compagna di sicurezza privata che alcuni esperti hanno collegato a Yevgeniy Prigozhin, stretto alleato del presidente russo Vladimir Putin. Il gruppo Wagner era già apparso in combattimento in Siria, nella Repubblica centrafricana, in Ucraina e in altri paesi considerati strategici per gli interessi geopolitici ed economici del Cremlino .

Marocco

Il Marocco è preoccupato per il ritorno in patria dei militanti del gruppo Stato Islamico. Il ministero degli interni marocchino ha descritto il ritorno dei terroristi dai “focolai di tensione” in Siria, Iraq e Libia come “preoccupante” per il paese e come una delle sfide più impegnative per i paesi interessati. Ha sottolineato che gli sforzi compiuti dai servizi di sicurezza del Regno hanno permesso di scoprire, alla fine di ottobre, 13 cellule terroristiche intente a reclutare giovani marocchini per combattere nelle aree di crisi in cui sono attivi gruppi jihadisti . In coordinamento con i servizi di sicurezza dell’anti-terrorismo, il Ministero ha annunciato di aver adottato “una politica che si adatta alle strategie dei gruppi terroristici”. Secondo l’ufficio centrale marocchino di indagine giudiziaria (BCIJ) “questi gruppi, che ricevono finanziamenti e risorse, continuano a utilizzare ideologie radicali e violente attraverso i social media e i siti web, coinvolgendo fasce di popolazione giovani e maggiormente fragili”. ”A marzo, le autorità marocchine hanno espulso un gruppo di otto cittadini marocchini, che si trovavano nelle zone di conflitto in Siria .

Siria

Come riportato dal New York Times, la Turchia ha iniziato a rimandare nei propri paesi di origine i combattenti stranieri catturati in Siria: all’inizio di novembre sono state avviate le procedure di espulsione per 11 cittadini francesi e sette tedeschi, insieme ad altri dalla Danimarca e dall’Irlanda. Durante la recente operazione militare in Siria (Sorgente di Pace), le milizie sostenute dalla Turchia hanno annunciato di aver catturato persone affiliate allo Stato islamico – la maggior parte delle quali donne e bambini fuggiti da un campo di Ain Issa – e combattenti filo-curdi. Il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan ha affermato che la Turchia avrebbe iniziato a rimpatriare i membri dello Stato islamico e ha esortato i paesi occidentali ad assumersi la responsabilità nella gestione dei loro cittadini .
Secondo il Chairman degli Stati Maggiori congiunti delle Forze Armate statunitensi, il generale Mark Milley, meno di 1.000 militari di Washington rimarranno in Siria, ma l’obiettivo di sconfiggere il gruppo Stato Islamico rimane confermato, nonostante la minore presenza militare.
L’11 novembre James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito britannico e poi fondatore e CEO del gruppo Mayday Rescue – l’organizzazione volontaria di soccorso dei White Helmets siriani – è stato trovato morto in Turchia.

Tunisia

I principali partiti tunisini rifiutano il nuovo governo guidato dal partito islamista Ennahda, in seguito alla vittoria alle elezioni parlamentari di ottobre. Ennahda è il più grande partito nel nuovo parlamento della Tunisia, ma con solo 52 seggi su 217; ciò ha costretto il partito a scendere a compromessi nel tentativo di formare un Gabinetto. Ennahda ha affermato di aver deciso che uno dei suoi leader dovrà essere il Primo Ministro, coerentemente “con la scelta degli elettori che hanno affidato la responsabilità di attuare i programmi elettorali”. Se Ennahda non potrà formare un governo entro due mesi, il presidente potrà incaricare un altro gruppo parlamentare. Se anche questa scelta non dovesse portare a un risultato e lo stallo dovesse persistere, saranno indette altre elezioni .


Afghanistan, perché gli occhi di Washington sono tornati su Kabul. Parla Bertolotti (Formiche.net)

Articolo originale di Emanuele Rossi per Formiche.net

11 dicembre 2019

Cosa succede in Afghanistan? Trump di nuovo alle prese con la guerra senza fine, che documenti recenti danno per persa dallo stesso Pentagono. Tirare fuori i soldati e fare un accordo con i Talebani prima del 2020. Il commento di Bertolotti (START InSight e Ispi)

Sono i talebani ad aver vinto la guerra

Stamattina all’alba un veicolo bomba ha colpito un gate della grande base di Bagram, nell’Afghanistan orientale, mentre stava rientrando un convoglio statunitense. Non ci sono state vittime americane. Il Pentagono dice che la base (la più grande delle forze alleate nel paese) è ancora sicura, ma si tratta dell’ennesimo episodio del genere nell’ultimo anno. E arriva in una fase delicata: qualche mese fa sembrava che lo sforzo negoziale degli Stati Uniti potesse portare buoni frutti attraverso un accordo con i Talebani. L’organizzazione jihadista contro cui è intervenuta la Nato dopo l’attentato del 9/11 — quando i Talebani erano al potere in Afghanistan e garantivano protezione ad al Qaeda, che riconosceva nel capo Mullah Omar la Guida dei fedeli — era sul punto di accettare una serie di punti che l’amministrazione Trump aveva stilato. La Casa Bianca è ansiosa di chiudere un accordo storico con in nemici dell’America — siano i Talebani, l’Iran o la Corea del Nord — che Donald Trump vorrebbe usare come eredità da giocarsi alle elezioni del prossimo anno.

E invece tutto è saltato, anche se i  contatti ultimamente sono stati riattivati. Per Trump è importante portare a casa i propri militari, perché rientra tra le promesse elettorali del 2016. E il fronte afgano sotto questo punto di vista è un argomento caldissimo. L’attentato arriva a pochi giorni dalla pubblicazione dei cosiddetti “Afghan Papers”, dozzine di informazioni e documenti riservati ottenuti dal Washington Post, in tre anni di battaglie legali ai sensi del Freedom of Information Act (FOIA).

Resi pubblici il 9 dicembre, hanno sostanzialmente una sintesi: il governo statunitense si è reso conto da molto tempo che la guerra in Afghanistan — la più lunga della storia americana — è impossibile da vincere. Ma ha mentito per anni ai propri cittadini. Tutti i dati usciti erano stati raccolti come revisione dal Sigar, l’ufficio di monitoraggio sul conflitto, e adesso confermano quella che Trump chiama “endless war”. Una guerra senza fine che secondo la sua visione del mondo rappresenta un costo enorme che gli Usa non possono più sostenere (soprattutto perché non dà, a suo modo di vedere, ritorni). Un conflitto costato 934 miliardi di dollari, in cui sono morti ad oggi oltre 2000 soldati americani, e in totale più di 150 mila persone, di cui 43 mila civili.

Dalla mole e dal contenuto delle rivelazioni scottanti pubblicate, i documenti che il WaPo ha rivelato sull’Afghanistan ricordano i “Pentagon Papers” sul Vietnam, e mettono la presidenza sotto pressione. “I fatti riportati dal Washington post confermano ciò che noi analisti, pochi a dire il vero, diciamo dal 2009. Che la guerra in Afghanistan fosse persa, personalmente, lo sostenevo già nel 2009 nelle analisi per il CeMiSS”, commenta con Formiche.net Claudio Bertolotti, già capo sezione contro-intelligence della Nato in Afghanistan, docente e ricercatore associato preso l’Ispi, direttore START InSight e autore di “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga” (ed. START InSight, 2019).

L’analista italiano spiega che “di fatto l’Afghanistan è un paese politicamente incapace di trovare un equilibrio: le dinamiche sono etniche e tribali, e così l’accesso alle forme di potere. Oggi, dopo oltre due mesi dalle elezioni presidenziali, non sappiamo ancora chi le abbia vinte. Esattamente come nel 2014, quando gli afghani dovettero accettare la spartizione del potere tra i due contendenti (Ashraf Ghani e Abdulla Abdullah)”.

Una crisi di carattere istituzionale che rende impossibile la stabilizzazione, con un’economia disastrata e dipendente dagli aiuti stranieri. “L’unico settore in forte espansione è quello degli oppiacei. Oggi dalla produzione alla lavorazione del prodotto finito, l’eroina, che copre il 92 per cento della richiesta globale”, commenta Bertolotti. In questo contesto i Talebani stanno crescendo di nuovo e hanno attualmente sotto il loro controllo circa il 42 per cento del territorio: quasi tutte le aree rurali e le fasce periferiche, ma anche alcune zone urbane (per esempio Kunduz).

“Le forze della NATO non escono dalle loro basi e il supporto alle forze afghane si limita all’affiancamento a livello di pianificazione ma non di condotta operativa: d’altronde è una guerra tra afghani e l’Alleanza atlantica non può più dare un contributo significativo Le forze statunitensi sono concentrate nella condotta di operazioni con forze speciali e attacchi mirati con i droni: gli obiettivi sono i comandanti intermedi dei talebani (al fine di fare pressione in senso favorevole a un accordo negoziale) e agli obiettivi riconducibili allo Stato islamico in Afghanistan e ad al-Qaeda”, aggiunge Bertolotti.

È questo il quadro in cui uno dei massimi esperti internazionali del dossier inserisce il “dialogo negoziale” (“non chiamiamolo accordo di pace”, sottolinea) tra gli Stati Uniti e i talebani. “Un dialogo di fatto mai interrotto; iniziato nel 2007, intensificato nel 2012 con l’apertura dell’ufficio politico talebano a Doha in Qatar e ripreso in maniera decisa nel 2019.Temporaneamente sospeso a settembre, per ragioni di opportunità evidenziate dal Pentagono e accettate da Trump, e attualmente riavviato”.

Gli obiettivi delle parti? “Washington deve uscire dalla lunga guerra persa, e deve farlo convincendo l’opinione pubblica interna (e dunque l’elettorato) del successo di tale scelta. Di fatto però è intenzionata a mantenere una presenza permanente all’interno delle basi strategiche in gestione agli Stati Uniti fino a tutto il 2024 in base al Bilateral Strategic Agreement”.

E i Talebani cosa vogliono, e ottengono con un’intesa? “Loro vogliono prendere il potere, e lo faranno, con il tempo, passando attraverso la revisione (abrogazione) della costituzione e dei diritti in essa contenuti. Potere che consentirà a loro di spartire buona parte delle royalties derivanti dal transito della pipeline TAPI (quando vedrà la luce)”.

E il governo afgano in tutto questo che ruolo ha? “Il governo afghano è, purtroppo, marginalizzato per decisione dei due interlocutori e non ha voce in capitolo”.

C’è anche un contesto ulteriore, diciamo di carattere geopolitico con peso regionale? “Esattamente. In tutto ciò si inseriscono gli attori regionali (e non solo): Cina, Iran, Pakistan e Russia a loro volta impegnasti in tavoli negoziali bilaterali e indipendenti con i talebani. E questo è un altro successo del movimento che fu del Mullah Omar: dividere i contendenti esterni, indebolendoli, e imponendo le proprie pretese. Alla fine saranno loro a uscirne vincitori”.