Gen. David Petraeus Portrait

Generale David Petraeus: senza truppe straniere i talebani potrebbero rovesciare il governo afghano (L’intervista)

di Claudio Bertolotti

L’intervista di Claudio Bertolotti al Generale statunitense David Petraeus, già comandante del Surge in Iraq, dell’US Central Command, delle Forze della Coalizione in Afghanistan ed ex direttore della CIA

Il generale David H. Petraeus, che forse non tutti sanno ha prestato servizio in Italia (Vicenza) per circa tre anni e mezzo all’inizio della sua carriera, è una delle figure militari statunitensi più importanti dell’era post-11 settembre 2001 ed è stato descritto come uno dei “grandi capitani di battaglia” della storia militare americana. Dopo il suo servizio militare, che lo ha visto ricoprire posizioni di alto comando in Iraq e in Afghanistan, è stato direttore della CIA. Ora è presidente del KKR Global Institute.

Durante la sua carriera come ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, il generale Petraeus è stato ampiamente riconosciuto per la sua leadership nella Forze Armate; leadership che si è confermata nella redazione del manuale di counter-insurgency dell’Esercito degli Stati Uniti che ha portato alla revisione di tutti gli aspetti della preparazione e dell’addestramento dei comandanti di tutti i livelli e delle unità dell’Esercito americano per il dispiegamento in aree di crisi e teatri operativi. La sua azione di comando e le sue intuizioni accompagnate dall’applicazione operativa in occasione del Surge in Iraq, hanno consentito di recuperare una situazione disperata riducendo drasticamente il livello di violenza nel paese; analogo risultato è stato ottenuto grazie a lui, nel periodo in cui ha ricoperto il ruolo di comandante delle forze della Coalizione in Afghanistan, con l’azione di contrasto all’offensiva e all’espansione talebana avviando così quel necessario passaggio di responsabilità alle forze e alle istituzioni afghane.

Dopo aver lasciato l’Esercito, il generale Petraeus ha ricoperto l’incarico di direttore della CIA che, sotto la sua guida, ha ottenuto grandi risultati nella guerra globale al terrorismo; in tale veste Petraeus ha definito un piano strategico per l’Agenzia e perseguito investimenti in quello che lui stesso definisce l’elemento più importante dell’Agenzia: il suo capitale umano.

Generale Petraeus, le guerre contemporanee sono sempre più caratterizzate da una rilevante componente non militare in cui, in particolare, ha un peso notevole il ruolo della popolazione civile nel contrasto ai fenomeni insurrezionali. Quali sono oggi le sue valutazioni in merito alla strategia WHAM (Winning Hearts and Minds) che ha caratterizzato in particolare la sua leadership nelle guerre afghana e irachena?

Come abbiamo sottolineato nel manuale dell’Esercito per la contro-insurrezione (Counterinsurgency, Field Manual 3-24, scritto da David H. Petraeus e James F. Amos, NdA), “il fattore decisivo” in tale impresa è il “terreno umano”. Una campagna di contro-insurrezione si concentra necessariamente sulle persone, fornendo loro sicurezza e consolidando le basi della sicurezza stessa, aiutando a ripristinare i servizi di base, riparando le infrastrutture danneggiate, ristabilendo la governance locale, rilanciando le economie locali e così via. Questo per mostrare alle persone che le loro vite saranno migliori se decidono di sostenere il governo e le forze della Coalizione invece di appoggiare attivamente o tacitamente gli insorti. E nel tempo, man mano che la sicurezza e la situazione migliorano, le persone comprendono la logica e i benefici di questo sostegno, rifiutando di aiutare e alimentare le istanze e le ambizioni degli insorti e dei gruppi di opposizione armata.

L’accordo Stati Uniti-talebani e il disimpegno militare dall’Afghanistan: si sente deluso da come è finita o ritiene che fosse l’unico risultato che si potesse ottenere oggi considerando le dinamiche politiche nazionali e internazionali?

L’accordo recentemente siglato a Doha offre l’opportunità, da tempo ricercata, di trasformare l’Afghanistan da un problema che richiede una gestione militare perpetua degli Stati Uniti a una situazione che può essere risolta politicamente una volta per tutte. Ma i rischi che questa scommessa porta con sé sono enormi così come i segnali che giungono all’indomani dell’accordo e a distanza di alcuni mesi – come i continui attacchi talebani e lo stato di grave difficoltà in cui versa il governo afghano – non sono incoraggianti.
La veemente insistenza dei talebani sulla necessità di ritiro di tutte le truppe statunitensi dall’Afghanistan lascia fortemente intravvedere che lo scopo nei colloqui di pace non sia tanto quello di trasformare le relazioni dei talebani con gli Stati Uniti, ma di allontanarne le forze così da poter rovesciare il governo afghano senza ostacoli. L’accordo, così come siglato, sembrerebbe dare ai talebani uno scarso incentivo a dialogare seriamente con il governo internazionalmente riconosciuto di Kabul, poiché la posizione di quest’ultimo diverrà progressivamente più debole con il completamento del ritiro militare internazionale. Invece di gettare le basi per un compromesso intra-afghano, già di per sé molto difficile, l’accordo sembra implicitamente anticipare “la fine del gioco” così come gli stessi insorti hanno costantemente perseguito dal 2001: una riconquista talebana del paese.

Una considerazione personale sulla guerra in Afghanistan

Siamo andati in Afghanistan per un motivo: eliminare il santuario di Al-Qāʿida in un Afghanistan sotto il dominio dei talebani in cui erano stati pianificati gli attacchi dell’11 settembre e dove veniva condotto l’addestramento iniziale degli aggressori. E siamo rimasti per un motivo: per garantire che Al-Qāʿida non riuscisse a ristabilire quel santuario, cosa che il gruppo terrorista ha ripetutamente cercato di fare da quando i talebani e altri ribelli sono tornati nel Paese, compiendo ripetutamente attacchi violenti contro il popolo afghano, le loro forze di difesa e sicurezza e i loro partner della Coalizione.

Generale Petraeus, l’autore di questa intervista ha avuto l’onore di servire il suo paese in Afghanistan insieme alle truppe statunitensi, inquadrato nella missione ISAF e prima ancora nell’operazione Enduring Freedom. Qual è la sua opinione sull’impegno italiano in Afghanistan?

È stato un privilegio avere gli eccezionali contingenti italiani in Afghanistan, così come lo è stato avere un comandante e un quartier generale italiani al Comando Regionale Ovest (RC-West), a Herat. Durante il mio periodo come capo del comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM, 2008-2010) e poi come comandante della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza in Afghanistan (ISAF, 2010-2011), le forze italiane di RC-West hanno condotto operazioni di contro-insurrezione da manuale. Tutti gli italiani dovrebbero essere molto orgogliosi degli uomini e delle donne che hanno indossato l’uniforme del loro paese in Afghanistan.

 Vuole aggiungere qualcosa che ritiene importante?

“Claudio, ci terrei che mettessi in risalto, per i nostri lettori, che tra le mie decorazioni straniere c’è la Croce d’oro al merito dei Carabinieri”.

Scarica la biografia del generale David H. Petraeus.

Intervista pubblicata in origine in lingua inglese su START InSight e in italiano sulla Rivista Militare dell’Esercito Italiano, n. 3/2020


Conversazione sull’Afghanistan con l’Amb. Stefano Pontecorvo e Claudio Bertolotti

23 razzi su Kabul sabato 21 novembre hanno lasciato una scia di sangue sulle strade della capitale e acceso nuove preoccupazioni, anche in vista del prossimo ritiro di truppe statunitensi dal paese.

Qual è la realtà sul territorio, come si muove la NATO, che prospettive si aprono per questo paese da tanto tempo in guerra?

Ne parlano in questo podcast di Radio Radicale:

Ambasciatore Stefano Pontecorvo (Alto Rappresentante della NATO in Afghanistan)

Claudio Bertolotti (Direttore di START InSight)

A cura di Francesco De Leo (giornalista, responsabile della comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali, Direttore di AffarInternazionali)

Afghanistan: il COVID19 colpisce la leadership talebana (il commento di C. Bertolotti a Radio24)

L’intervento del Direttore di START InSight Claudio Bertolotti a Radio 24, intervistato da Giampaolo Musumeci

Morto o gravemente malato il capo dei talebani per #COVID19? Lo avrebbe sostituito il mullah Yaqoub, figlio del mullah Omar, storico fondatore del movimento talebano. Cosa succede ora?

Il coronavirus ha gravemente colpito l’alta dirigenza talebana, rendendo di fatto il movimento privo dell’organo di guida e di quello negoziale. Anche se la notizia non è stata ancora confermata, è probabilmente morto il leader talebano mawlawi Hibatullah Akhundzada. Ecco le conseguenze politiche e militari di una successione.

La presunta morte del leader talebano Hibatullah Hakundzada: che cosa significa per il movimento?

Competizione tra gruppi di potere all’interno del Consiglio Supremo talebano, la shura di Quetta. Così come accadde nel 2015 quando fu resa nota la morte del mullah Omar, lo storico fondatore del movimento, deceduto due anni prima. Allora il movimento fu scosso da lotte intestine, scontri aperti e uccisioni di leader di importante livello. Prevalse il mullah Mansour, già braccio destro di Omar, ma fu presto eliminato da un attacco drone statunitense con il sospetto che a dare la sua posizione siano stati gli stessi talebani in collaborazione con il Pakistan.

Dunque un rischio concreto di frammentazione in più correnti.

E la figura del mullah Yaqoub pare essere forse l’unica al momento a garantire una tenuta della leadership. Non è un caso, anche se ai più è sfuggito che da semplice mullah sia stato promosso, almeno sui media ufficiali dei talebani al rango di mawlawì, il massimo livello religioso lo stesso Hibatullah Akundzada

Secondo un report di UNODC i talebani starebbero continuando a sostenere al-Qaeda. Se così fosse?

I talebani hanno bollato come falso il rapporto delle Nazioni Unite. C’era da aspettarselo. E che vi sia un legame consolidato e duraturo, al di la delle promesse e delle premesse dell’accordo negoziale, non sorprende, né dobbiamo farci illusioni su un possibile allontanamento di al-qa’ida dall’Afghanistan dei talebani almeno nel breve periodo. Troppo stretti i rapporti tra le due organizzazioni, troppo stretti i rapporti personali e in alcuni casi anche famigliari. Haqqani network, componente radicale all’interno del Supremo Consiglio talebano, ha assimilato l’anima qaedista e ad essa è votato seppur con un’adesione di opportunità e sulla base di priorità afghane e non di jihad globale. Credo che l’opzione di una scissione tra i talebani, che non è da escludere, possa essere funzionale al mantenimento di un legame con AQ e una parte del fronte talebano.

Qualche giorno fa Mujib Mashal sul New York Times descriveva bene la decentralizzazione dei taliban, fluidi e veloci nel reclutare, tante piccole cellule. Ce la faranno nel lungo periodo a diventare più strutturati e “governativi”? Cambieranno anima? E se sì, saranno più forti o più deboli rispetto ala capacità di governo del Presidente Ghani?

I talebani hanno dimostrato una grande capacità organizzativa come movimento insurrezionale, addirittura migliore di quella del 1996-2001 quando governavano nominalmente l’Afghanistan. Il problema è il passaggio da movimento insurrezionale a forza di governo di uno Stato sostanzialmente fallito. I talebani oggi basano la propria forza finanziaria sulla gestione del narco-traffico; come Stato non potranno più farlo direttamente, questo perché la comunità internazionale negherebbe qualunque tipo di riconoscimento formale e di sostegno sostanziale. E allora la capacità del movimento talebano sarà proprio quella di creare una condizione favorevole a trarre vantaggio da tutte le opportunità: e lo faranno convincendo la stessa comunità internazionale che con i talebani si dovrà interfacciare. Non mancheranno gli aiuti da parte degli stati amici, Pakistan e Cina in primis; così come non mancherà il supporto statunitense, almeno fino a quando i talebani si dimostreranno in grado di garantire un minimo livello di sicurezza nel Paese. Il problema è che i talebani al governo del paese potrebbero arrivarci attraverso la cancellazione dello stato afghano e della sua costituzione così come oggi noi li conosciamo sebbene è prevedibile che l’apparato statale, almeno una parte, verrà conservato.


Afghanistan. Raggiunto l’accordo di governo, ma le tensioni non calano. Il Commento di C. Bertolotti alla Radio Vaticana

Radio Vaticana, 19 maggio 2020

C. Bertolotti: “Mentre i talebani conquistano il paese, i due rivali che si contendono il potere accettano un compromesso che conferma e lascia aperte le stesse problematiche del 2014, senza risolverle, e apre a un altro lungo periodo di ingovernabilità di fatto, sebbene ciò significhi conferma del cospicuo aiuto economico statunitense.
Dialogo negoziale ad Abdullah, che si è sempre detto contrario all’apertura ai talebani: come reagirà il movimento talebano? Facile immaginare uno stallo negoziale, non molto diverso dall’attuale situazione.
Scenario futuro? Intensificazione della guerra civile, aumento della violenza, consolidamento del potere talebano nelle aree sotto il loro controllo e maggiore influenza in quelle contese.

Nonostante l’accordo di governo raggiunto a Kabul tra il presidente Ashraf Ghani e il suo principale rivale Abdullah Abdullah, non accenna a diminuire l’impennata di violenza che da settimane ha colpito l’Afghanistan. L’accordo per la spartizione del potere lascia la presidenza a Ghani, che affronta così un nuovo mandato, mentre Abdullah ottiene la guida della Commissione di riconciliazione nazionale . Intanto, un rapporto delle Nazioni Unite ha reso noti i dati sulla crescita nel mese di aprile delle vittime civili del conflitto afghano. La recrudescenza delle violenze è imputabile anche ad una maggiore attività dei gruppi eversivi legati all’Isis e responsabili dell’attacco contro il reparto maternità dell’ospedale di Kabul.

Ospiti del programma:

Claudio Bertolotti – direttore Start Insight – think tank e centro di analisi sulla politica internazionale

Rebecca Gaspari – staff Emergency a Kabul

Conduce: Stefano Leszczynsk


Riprende l’offensiva afghana contro i talebani (C. Bertolotti a Radio 24)

L’intervento del Direttore di START InSight Claudio Bertolotti a Radio 24

Il presidente afghano, Ashraf Ghani, il 13 marzo, ha disposto che le forze armate debbano passare ad una “modalità offensiva” contro i talebani e gli altri gruppi di opposizione armata, a seguito dell’aumento delle violenze.

Quale la situazione sul terreno e quali le conseguenze della decisione di Ghani?

L’approccio offensivo annunciato da Ghani?

Prevedibile e previsto. È l’inizio della nuova fase della guerra civile.

Lo stato afghano, consapevole della possibilità di tracollo, gioca l’ultima carta: quella dell’offensiva militare. Ma l’esito è scontato: non sono riusciti gli Stati Uniti con 140.000 truppe e il supporto aereo (dagli elicotteri ai bombardieri), non ci riusciranno l’esercito e la polizia afghani, con 300.000 uomini mal addestrati, sotto equipaggiati e fortemente demotivati.

Prepariamoci al contro alla rovescia che ci porterà a uno scenario simile a quello che nel 1994 portò alla caduta del governo di Najibullah e consegnò il paese ai Mujaheddin.

I Talebani

La forza attuale dei talebani si attesta intorno a 60.000 militanti operativi sui circa 200.000 elementi totali.

L’Afghanistan risulta per il 70 percento presidiato dai talebani «con carattere permanente» e per un altro 17 percento «sostanziale» mentre il loro controllo effettivo sarebbe su quasi la metà del paese.

I talebani hanno una capacità di comando e controllo in 36 distretti (8,8 percento del territorio) popolati da almeno 2,5 milioni di persone, e che hanno la possibilità di porre sotto il proprio controllo altri 104 distretti “a rischio” (25,6 percento del territorio).

Finanze talebane: 1,5 miliardi di dollari, il 60% entrate dal business del narcotraffico, parliamo di centinaia di milioni di dollari.

Le Forze di sicurezza afghane

Sono poco più di 300.000 unità, tra forze armate e polizia: numeri importanti ma molto deludenti sul piano qualitativo.

Oltre il 60 percento dei 121 miliardi di dollari destinati dagli Stati Uniti per la ricostruzione dello Stato afghano è stato speso per le forze di sicurezza.

Sul piano operativo, le forze afghane sono deficitarie a livello di organici, equipaggiamento e addestramento, ossia quei fattori necessari a porre in sicurezza le aree sotto controllo dei talebani.

In particolare, l’esercito è in grave difficoltà: sul totale di 101 unità di fanteria, solo una è classificata come pienamente “pronta al combattimento”; su 17 battaglioni situati nelle province di Kandahar e Zabul, dove i talebani sono in grado di muoversi e operare senza essere contrastati, 12 unità hanno una capacità operativa classificata come “limitata”.


Afghanistan: talebani, #COVID19 e Trump (C. Bertolotti a Radio 24)

Diretta Radio 24

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Pubblicato da Radio 24 su Giovedì 7 maggio 2020

Prosegue senza sosta la legittimazione politica e sociale dei talebani tanto che anch’essi hanno cambiato narrativa: da mujahidin a crocerossini?

I talebani sono estremamente bravi dal punto di vista comunicativo. Una capacità migliorata negli anni come dimostra l’ampio utilizzo del Web e dei social network fin dalla metà degli anni Duemila.

E l’emergenza Coronavirus, per gli eredi del mullah Omar, rappresenta una grande opportunità di consolidare la propria presenza nelle aree del paese che sono sotto il loro controllo e di estenderla nella altre. Certamente non proponendo soluzioni o cure, ma lasciando credere di essere in grado di farlo: una dimostrazione di capacità che, pur non essendo vera, viene però recepita come tale dalle popolazioni che si sentono abbandonate da uno Stato incapace di proporre soluzioni efficaci e che, dunque, guardano all’unica organizzazione che propone cure, assistenza, informazione. Ancora una volta i Talebani hanno vinto: dopo le vittime dell’esercito afghano e delle forze straniere sul campo di battaglia sono i cuori e le menti degli afghani a cadere nella trappola talebana. Il vero problema però emergerà con i numero di morti per coronavirus ma credo che anche in quell’occasione i talebani sapranno uscirne vincitori, evidenziando il numero dei guariti e dei non contagiati e non quello dei deceduti.

Dati recenti suggeriscono che un terzo della popolazione di Kabul (1.400.000 su oltre 4 milioni) è già infetto dal coronavirus e il governo afgano stima che alla fine 110.000 persone potrebbero morire.

I talebani controllano vaste aree della provincia di Herat, area di responsabilità italiana ed epicentro del focolaio da COVID19 dell’Afghanistan

Diventa stucchevole forse ripercorrere i grandi errori della comunità internazionali negli ultimi 20 anni. Che cosa si può fare adesso per evitare il tracollo di Kabul?

Temo sia tardi per fare qualcosa che salvi lo Stato afghano dal tracollo al quale è destinato. E pensiamo a uno Stato che oggi, a distanza di 8 mesi dalle elezioni presidenziali vede ancora i due contendenti, Ashraf Ghani e Abdulllah Abdullah, discutere su chi abbia vinto le elezioni e debba dunque governare il Paese.

Non la strategia, ma le strategie per l’Afghanistan di questi 19 anni sono state parziali, contraddittorie e ancor più spesso dettate dai tempi e dalle dinamiche della politica domestica statunitense: ogni presidente ha voluto modificare le strategie dei predecessori.

I talebani sono stati prima esclusi dal tavolo di pace di Bonn nel 2001, poi lasciati indisturbati, poi combattuti e infine invitati a un tavolo negoziale al quale sono loro oggi a dettare tempi e regole. I talebani hanno vinto, se non hanno conquistato il potere è solo una questione di tempo, ma questo passera attraverso una nuova farse della guerra civile che, dopo l’abbattimento dello Stato, vedrà contrapporsi gli storici gruppi di potere su base etnica: da una parte i talebani, con i pashtun e altre minoranza, dall’altra parte gli eredi di quella che fu l’Alleanza del Nord a lungo guidata da Ahmad Shah Massud: Tajiki, Hazara, Turkmeni.

Possiamo solamente attutire il colpo, concedendo ai talebani un ingresso non doloroso nelle stanze del potere e garantendo loro ciò che già detengono: il controllo dei traffici legati all’Oppio.

Claudio Bertolotti, quanto dai di successo alla missione di Zalmay Khalilzad in India e Pakistan? Serve davvero?

Zalmay khalilzad è l’uomo giusto al posto giusto. Il problema è il poco tempo che l’amministrazione Trump gli ha concesso – un tempo che segue le dinamiche elettorali per le presidenziali statunitensi. E i talebani lo sanno, pertanto puntano al miglior risultato possibile, giocando proprio sulla fretta statunitense di dichiarare concluso l’impegno in Afghanistan. Il Pakistan è sempre stato un attore di primo piano nel gestire i talebani e nello scompaginare le carte sui vari tavoli negoziali ogni volta che ha visto la situazione mutare a proprio svantaggio. Lo sta facendo anche oggi perché vede vicino l’obiettivo che si è da sempre imposto: avere una forma di potere amica, i talebani, nelle regioni al proprio confine, da poter controllare e da non dover temere. L’attuale governo, del primo ministro Khan, è sostenuto sia dai militari che dai gruppi islamisti: questo agevola la prosecuzione dei buoni rapporti con i Talebani.

L’India in Afghanistan ha investito moltissimo in 19 anni in progetti infrastrutturali, ospedali e servizi di assistenza. Lo ha fatto in particolare nelle aree sotto il controllo talebano e vicine al confine col Pakistan così da togliere a Islamabad un’area di influenza primaria nell’ottica di un confronto armato con l’India: un’area che garantirebbe in caso di scontro armato la necessaria profondità strategica.

Oggi l’India sembra intenzionata a fare un passo indietro, e certamente avrà influito la volontà statunitense di chiudere la partita in Afghanistan.


Le carceri sono chiuse, ma il Coronavirus ha le chiavi. Radio 24

ultimo aggiornamento 12.04.2020

Le carceri di tutto il mondo sono chiuse ma il Coronavirus ha le chiavi: un problema di sicurezza, stabilità sociale, capacità di gestione dell’emergenza.

Di questo hanno parlato gli ospiti della trasmissione radiofonica Nessun Luogo è lontano, su Radio 24 – Il Sole 24 ore, intervistati da Giampaolo Musumeci

Vi proponiamo lo stralcio dell’intervento di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, focalizzato sugli effetti del virus in Afghanistan.

Le prigioni, o meglio i detenuti, sono la chiave della recente politica afgana, con lo scambio di prigionieri taliban, precondizione per dialogo e pace. Come impatta il Covid-19?

Una situazione particolarmente grave che potrebbe avere un duplice effetto: da un lato positivo e dall’altro meno. Il governo afghano potrebbe sfruttare la necessità di alleggerire il peso del sistema carcerario rispondendo in tempi brevi alla premessa dell’accordo con i talebani, che prevede il rilascio di 5.000 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri governative. Le resistenze politiche potrebbero qui trovare la soluzione che toglierebbe l’imbarazzo del rilascio dei talebani, dei quali 100 messi in libertà alla data del 9 aprile.

L’aspetto negativo è rappresentato dal fatto che il governo afghano, già debole, non sarà in grado di contrastare né la diffusione del virus né le conseguenze economiche e sociali che saranno devastanti in un Paese prossimo al collasso.

Come sono le carceri afghane? Quali standard?

Ho avuto modo di visitare il carcere di Pol-e Charki molti anni fa e posso testimoniare che si tratta di standard molto lontani dai peggiori standard che si possono trovare nelle prigioni occidentali. Certo, molto cambia a seconda dell’area del Paese in cui ci si trova. A Herat vi è un carcere femminile molto ben attrezzato e che in un certo senso è un rifugio per molte donne che, pur di lasciare condizioni famigliari inaccettabili, trovano il modo per essere condannate e incarcerate. Ma nella maggior parte delle carceri afghane prevalgono la corruzione, l’assenza di controlli efficaci, il mancato rispetto dei diritti dei carcerati, le torture, le violenze, la scarsità e la bassa qualità del cibo e delle condizioni igieniche in generale. La situazione complessiva è certamente insostenibile se alle già presenti criticità andrà a sommarsi l’incapacità di gestione del Coronavirus.

Potranno reggere l’impatto? Cosa pensi farà il governo? Rilascio? Amnistie? Pene alternative?

È previsto il rilascio per il momento di almeno 10.000 detenuti (prevalentemente donne, minori e malati) sul totale di circa 40mila: parliamo di un quarto della popolazione carceraria. Non è escluso che sommosse e violenze possano portare ad ulteriori uscite non autorizzate come è molto probabile che, a fronte della diminuzione della capacità di gestire il sistema carcerario, aumenteranno le azioni degli insorti e dei gruppi criminali volte a liberare, armi in pugno, i propri compagni. La risposta dello stato potrebbe essere quella di procedere ad ulteriori rilasci quando, e non se, la situazione peggiorerà tenuto conto anche delle migliaia di afghani rientrati nel paese dall’Iran dove la diffusione del virus è estremamente grave.

Ad oggi sono circa 3.000 i detenuti rilasciati, tra questi 2,905 uomini, 88 donne e 48 minori. Nel totale dei rilasciati anche 100 talebani.

 


RaiNews24 Afghanistan, firmato l’accordo tra Stati Uniti e Talebani

Il 29 febbraio 2020 a Doha è stato firmato il cosiddetto ‘accordo per portare la pace in Afghanistan’ tra Stati Uniti e Talebani. Il commento di Claudio Bertolotti, direttore di START InSight in Focus24, l’approfondimento di RaiNews24.

 


La burocrazia degli insorti. Come nascono le politiche talebane. Intervista ad Ashley Jackson.

Nell’ultimo decennio, i Talebani hanno progressivamente allargato la propria presenza e il proprio controllo sul territorio afghano. Di conseguenza, hanno iniziato a sperimentare nuove forme di amministrazione (parallela). Contemporaneamente, il movimento si è anche trasformato in un’organizzazione più complessa e centralizzata con un proprio ramo mediatico e la capacità di negoziare e di adattarsi a livello locale, nei limiti imposti dalla dottrina. Nel momento critico in cui, attraverso un cosiddetto ‘dialogo di pace’, stanno cercando di assicurarsi un ruolo chiave nel futuro politico del paese, capire i processi decisionali dei Talebani e come nascono le loro politiche, è fondamentale.

Ashley Jackson e Rahmatullah Amiri hanno intrapreso un’ampia ricerca sul terreno su questo tema, intervistando centinaia di persone dentro e fuori il movimento: da funzionari talebani locali, a membri della leadership storica; da mullah che spingono per cambiamenti di policy, agli ‘anziani’ che trattano la riapertura delle scuole; fino a semplici cittadini. Sono riusciti in questo modo ad identificare i meccanismi decisionali e a tratteggiare un’immagine coerente della politica talebana, così come prende forma sul territorio.

Il rapporto finale, pubblicato dallo United States Institute of Peace (USIP), si può leggere nella versione originale qui.  

Il 9 dicembre 2019 Insurgent bureaucracy: how the Taleban make policy è stato presentato al King’s College di Londra nel corso di un evento organizzato dal Conflict, Security and Development Research Group.

A margine dell’incontro, START InSight ha posto alcune domande ad Ashley Jackson.

Ashley, fino a che punto le persone che avete incontrato erano disponibili ad affrontare un argomento tanto delicato?

Siamo rimasti particolarmente sorpresi dal modo in cui i membri del movimento talebano hanno risposto alla nostra inchiesta sul loro processo decisionale, e anche dalla reazione ‘affascinata’, dopo che abbiamo presentato loro il nostro studio su come l’organizzazione si sia sviluppata nel tempo.

Quindi avete ripreso contatto in un secondo momento?

Sì, dopo avere tirato le nostre prime conclusioni, siamo tornati da alcuni individui che avevamo incontrato, per capire se ciò che avevamo teorizzato fosse loro familiare, se corrispondesse alle loro esperienze reali. È interessante osservare quanto vogliano essere presi sul serio e anche capire i loro stessi processi, che sono stati per lungo tempo clandestini, nascosti, e frammentari. Avevano più voglia di parlarne di quanto non mi aspettassi.

Questo vale anche per le persone al di fuori del movimento?

Sì. Nel nostro rapporto abbiamo una sezione dedicata alle vittime civili, dove sottolineiamo come molte persone avessero preso per buoni gli sforzi dei Talebani nell’assumersi le proprie responsabilità, ma poi furono punite per essersi lamentate di funzionari talebani locali. Ero convinta che queste persone sarebbero state reticenti ma così non è stato: hanno invece ribadito come i Talebani, se intendono entrare nel governo, dovranno in futuro davvero essere più responsabili. Quindi anche coloro che potenzialmente avrebbero potuto subire delle ritorsioni, si sono fatti avanti.

I Talebani vengono percepiti e descritti principalmente come insorti in guerra contro il governo afghano. Di fatto, in ampi tratti di territorio c’è un sistema parallelo di governo talebano (shadow government), dove queste due entità e realtà coesistono e cooperano. Fino a che punto questa convivenza è conveniente -o sconveniente- per le parti coinvolte, cioè il governo afghano, i Talebani e la popolazione civile?

La gente ha stretto degli ‘accordi di sopravvivenza’; i funzionari locali del Ministero della Sanità, ad esempio, vogliono che i civili possano continuare ad usufruire dell’assistenza medica, e lo stesso vale per i Talebani. C’è un interesse condiviso, nel mantenere in funzione servizi centrali, nel campo della sanità, dell’istruzione, così come le attività delle ONG. Naturalmente i Talebani cercano di trarre vantaggio dalla situazione ma la popolazione afghana, che ha attraversato decenni di guerra, desidera solo trovare il modo di andare avanti, incontrandosi su un terreno comune. Quanto durerà? Non si può dire, ma per il momento entrambe le parti si adoperano affinché la popolazione abbia le sue cliniche, i bambini le loro scuole e via dicendo..

I Talebani sono disposti a scendere a compromessi su principi che ritengono di (minore o) maggiore importanza per il movimento?

Sulla base delle mie ricerche, un campo nel quale ritengo che non siano disposti a scendere a compromessi è quello della giustizia. La giustizia talebana è fondata sulla sharia, molto diversa da quella dello Stato. Su altre questioni, come la scuola, hanno dimostrato di essere capaci di adattarsi alle richieste e alle necessità degli afghani.

Tuttavia, il punto è che hanno conquistato principalmente aree rurali dove predomina una tendenza conservatrice. Nelle città la situazione è diversa, i costumi sono molto più liberi, le donne partecipano alla vita pubblica in modi impensabili nei tipici villaggi rurali.

La propensione al compromesso dipenderà anche dalla determinazione con cui la comunità internazionale proverà a negoziare con loro su questi temi, e da quanto il governo afghano saprà intavolare una discussione produttiva con il movimento. Cosa che ad oggi non è ancora avvenuta…

D’altra parte sono i Talebani stessi a sembrare poco propensi ad aprire un dialogo con il governo afghano….

La realtà sul territorio ci racconta invece che parlano con il governo ogni giorno, con i suoi funzionari civili, con i parlamentari. Sappiamo che sono in grado di farlo.

Il paese dipende in maniera importante dagli aiuti internazionali. I Talebani sono interessati a sviluppare ed incoraggiare lo sviluppo delle infrastrutture e dell’economia afghana -ciò che richiederebbe anche, da parte del movimento, un’apertura maggiore nei confronti del mondo esterno-?

 Credo di sì, che siano interessati agli investimenti e anche ad aprirsi, ma non sono certa che sappiano esattamente quanto l’Afghanistan dipenda dagli aiuti esterni, che ammontano a circa il 75% del bilancio di governo e al 95% di quello delle forze di sicurezza. Per andare avanti e garantire la continuità degli aiuti, dovranno per forza trovare il modo di scendere a compromessi con la comunità internazionale, ma questi due attori non parlano la stessa lingua. È un problema ed è la sfida principale, che dovrà essere affrontata con il dialogo.

L’Occidente sta coinvolgendo i Talebani in modo produttivo?

Sì e no. Nel nostro rapporto valutiamo ad esempio l’efficacia del dialogo aperto dalla sezione dell’ONU che si occupa dei diritti umani in Afghanistan. Hanno ottenuto qualche successo, ma stiamo parlando di tempi molto dilatati, dal 2013 ad oggi. L’ONU si è prefissata degli obiettivi strategici e prioritari e sebbene abbia saputo riconoscere positivamente alcuni cambiamenti apportati dai Talebani, ciò rimane una cosa rara. La comunità internazionale e i donatori sono ancora timorosi e reticenti nell’impegnarsi su questioni che -dicono- stanno loro a cuore, come l’istruzione delle bambine. Siamo molto in ritardo. Ritengo che la comunità internazionale non sia ancora pronta e che nessuno, Stati Uniti e Nazioni Unite incluse, stia mostrando una leadership sufficiente a questo riguardo. Il che è incredibilmente sconcertante, visto che milioni di vite afghane dipendono dalla loro abilità di negoziare con i Talebani.

 


Afghanistan, perché gli occhi di Washington sono tornati su Kabul. Parla Bertolotti (Formiche.net)

Articolo originale di Emanuele Rossi per Formiche.net

11 dicembre 2019

Cosa succede in Afghanistan? Trump di nuovo alle prese con la guerra senza fine, che documenti recenti danno per persa dallo stesso Pentagono. Tirare fuori i soldati e fare un accordo con i Talebani prima del 2020. Il commento di Bertolotti (START InSight e Ispi)

Sono i talebani ad aver vinto la guerra

Stamattina all’alba un veicolo bomba ha colpito un gate della grande base di Bagram, nell’Afghanistan orientale, mentre stava rientrando un convoglio statunitense. Non ci sono state vittime americane. Il Pentagono dice che la base (la più grande delle forze alleate nel paese) è ancora sicura, ma si tratta dell’ennesimo episodio del genere nell’ultimo anno. E arriva in una fase delicata: qualche mese fa sembrava che lo sforzo negoziale degli Stati Uniti potesse portare buoni frutti attraverso un accordo con i Talebani. L’organizzazione jihadista contro cui è intervenuta la Nato dopo l’attentato del 9/11 — quando i Talebani erano al potere in Afghanistan e garantivano protezione ad al Qaeda, che riconosceva nel capo Mullah Omar la Guida dei fedeli — era sul punto di accettare una serie di punti che l’amministrazione Trump aveva stilato. La Casa Bianca è ansiosa di chiudere un accordo storico con in nemici dell’America — siano i Talebani, l’Iran o la Corea del Nord — che Donald Trump vorrebbe usare come eredità da giocarsi alle elezioni del prossimo anno.

E invece tutto è saltato, anche se i  contatti ultimamente sono stati riattivati. Per Trump è importante portare a casa i propri militari, perché rientra tra le promesse elettorali del 2016. E il fronte afgano sotto questo punto di vista è un argomento caldissimo. L’attentato arriva a pochi giorni dalla pubblicazione dei cosiddetti “Afghan Papers”, dozzine di informazioni e documenti riservati ottenuti dal Washington Post, in tre anni di battaglie legali ai sensi del Freedom of Information Act (FOIA).

Resi pubblici il 9 dicembre, hanno sostanzialmente una sintesi: il governo statunitense si è reso conto da molto tempo che la guerra in Afghanistan — la più lunga della storia americana — è impossibile da vincere. Ma ha mentito per anni ai propri cittadini. Tutti i dati usciti erano stati raccolti come revisione dal Sigar, l’ufficio di monitoraggio sul conflitto, e adesso confermano quella che Trump chiama “endless war”. Una guerra senza fine che secondo la sua visione del mondo rappresenta un costo enorme che gli Usa non possono più sostenere (soprattutto perché non dà, a suo modo di vedere, ritorni). Un conflitto costato 934 miliardi di dollari, in cui sono morti ad oggi oltre 2000 soldati americani, e in totale più di 150 mila persone, di cui 43 mila civili.

Dalla mole e dal contenuto delle rivelazioni scottanti pubblicate, i documenti che il WaPo ha rivelato sull’Afghanistan ricordano i “Pentagon Papers” sul Vietnam, e mettono la presidenza sotto pressione. “I fatti riportati dal Washington post confermano ciò che noi analisti, pochi a dire il vero, diciamo dal 2009. Che la guerra in Afghanistan fosse persa, personalmente, lo sostenevo già nel 2009 nelle analisi per il CeMiSS”, commenta con Formiche.net Claudio Bertolotti, già capo sezione contro-intelligence della Nato in Afghanistan, docente e ricercatore associato preso l’Ispi, direttore START InSight e autore di “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga” (ed. START InSight, 2019).

L’analista italiano spiega che “di fatto l’Afghanistan è un paese politicamente incapace di trovare un equilibrio: le dinamiche sono etniche e tribali, e così l’accesso alle forme di potere. Oggi, dopo oltre due mesi dalle elezioni presidenziali, non sappiamo ancora chi le abbia vinte. Esattamente come nel 2014, quando gli afghani dovettero accettare la spartizione del potere tra i due contendenti (Ashraf Ghani e Abdulla Abdullah)”.

Una crisi di carattere istituzionale che rende impossibile la stabilizzazione, con un’economia disastrata e dipendente dagli aiuti stranieri. “L’unico settore in forte espansione è quello degli oppiacei. Oggi dalla produzione alla lavorazione del prodotto finito, l’eroina, che copre il 92 per cento della richiesta globale”, commenta Bertolotti. In questo contesto i Talebani stanno crescendo di nuovo e hanno attualmente sotto il loro controllo circa il 42 per cento del territorio: quasi tutte le aree rurali e le fasce periferiche, ma anche alcune zone urbane (per esempio Kunduz).

“Le forze della NATO non escono dalle loro basi e il supporto alle forze afghane si limita all’affiancamento a livello di pianificazione ma non di condotta operativa: d’altronde è una guerra tra afghani e l’Alleanza atlantica non può più dare un contributo significativo Le forze statunitensi sono concentrate nella condotta di operazioni con forze speciali e attacchi mirati con i droni: gli obiettivi sono i comandanti intermedi dei talebani (al fine di fare pressione in senso favorevole a un accordo negoziale) e agli obiettivi riconducibili allo Stato islamico in Afghanistan e ad al-Qaeda”, aggiunge Bertolotti.

È questo il quadro in cui uno dei massimi esperti internazionali del dossier inserisce il “dialogo negoziale” (“non chiamiamolo accordo di pace”, sottolinea) tra gli Stati Uniti e i talebani. “Un dialogo di fatto mai interrotto; iniziato nel 2007, intensificato nel 2012 con l’apertura dell’ufficio politico talebano a Doha in Qatar e ripreso in maniera decisa nel 2019.Temporaneamente sospeso a settembre, per ragioni di opportunità evidenziate dal Pentagono e accettate da Trump, e attualmente riavviato”.

Gli obiettivi delle parti? “Washington deve uscire dalla lunga guerra persa, e deve farlo convincendo l’opinione pubblica interna (e dunque l’elettorato) del successo di tale scelta. Di fatto però è intenzionata a mantenere una presenza permanente all’interno delle basi strategiche in gestione agli Stati Uniti fino a tutto il 2024 in base al Bilateral Strategic Agreement”.

E i Talebani cosa vogliono, e ottengono con un’intesa? “Loro vogliono prendere il potere, e lo faranno, con il tempo, passando attraverso la revisione (abrogazione) della costituzione e dei diritti in essa contenuti. Potere che consentirà a loro di spartire buona parte delle royalties derivanti dal transito della pipeline TAPI (quando vedrà la luce)”.

E il governo afgano in tutto questo che ruolo ha? “Il governo afghano è, purtroppo, marginalizzato per decisione dei due interlocutori e non ha voce in capitolo”.

C’è anche un contesto ulteriore, diciamo di carattere geopolitico con peso regionale? “Esattamente. In tutto ciò si inseriscono gli attori regionali (e non solo): Cina, Iran, Pakistan e Russia a loro volta impegnasti in tavoli negoziali bilaterali e indipendenti con i talebani. E questo è un altro successo del movimento che fu del Mullah Omar: dividere i contendenti esterni, indebolendoli, e imponendo le proprie pretese. Alla fine saranno loro a uscirne vincitori”.