RAI News 24: “Afghanistan: il ritiro della NATO anticipa il caos”. Intervento di C. Bertolotti

Usa e Nato si ritirano dall’Afghanistan. Bertolotti (Start InSight): “Fallimento di una guerra lunga 20 anni”

Le truppe Usa e quelle della Nato si ritirano dall’Afghanistan. La decisione è stata assunta ieri dal presidente Biden e dai vertici dell’Alleanza Atlantica. Dal 1° maggio all’11 settembre torneranno a casa 2.500 soldati americani, con loro anche altri mille operatori della difesa, 7.000 forze straniere, la maggior parte delle quali truppe della Nato. Tra loro anche 800 italiani. Si apre ora un nuovo capitolo della travagliata storia del Paese asiatico. Claudio Bertolotti, direttore di Start InSight e tra i massimi esperti di Afghanistan, commenta la decisione del presidente Biden e descrive ciò che ne deriverà.


Il vertice NATO e la questione afghana: cosa accadrà? L’intervista a C. Bertolotti

L’intervista di Paola Nurnberg a Claudio Bertolotti per la Radio e televisione Svizzera italiana – RSI

Radiogiornale del 24 marzo 2021

Cosa possiamo aspettarci dalla nuova amministrazione usa dopo le parole di Blinken che partecipa al vertice NATO?

Il conflitto afghano va «concluso in modo responsabile», lo ha detto il segretario alla difesa Austin nella sua recente visita a Kabul, e questo implica un posticipo di almeno sei mesi per il ritiro statunitense dall’Afghanistan, invece delle sei settimane come imporrebbe l’accordo con i talebani. Ma questo i talebani non lo accetteranno, se non in cambio di ulteriori concessioni, delle tante che sono state già fatte.

Biden ha dichiarato di voler sostenere la “diplomazia” con i talebani, esortando il gruppo a ridurre la violenza, a partecipare “in buona fede” ai negoziati tagliando i legami con al-Qa’ida – cosa che però non è avvenuto, consentendo a Washington un appiglio formale per posticipare il disimpegno dalla guerra più lunga. Ma sebbene spostato in la nel tempo, il risultato non cambierà: di fatto Biden vorrebbe ottenere in pochi mesi ciò che i suoi predecessori hanno tentato di fare nel corso di anni. Ovviamente non ci riuscirà.

Qual è la reale influenza degli USA in Afghanistan dato che hanno poche truppe anche rispetto ad altri paesi (Germania-Italia)?

La differenza è concreta: se è vero che gli Stati Uniti hanno un minor numero di truppe all’interno della missione Resolute Support della NATO, Washington è però l’unica a schierare nel paese truppe combattenti e forze speciali in numero sufficiente a condurre operazioni mirate, di cui un migliaio oltre ai numeri ufficiali. La NATO si limita invece ad addestrare un numero sempre più esiguo di truppe afghane, senza però operare sul campo di battaglia.

Inoltre gli Stati Uniti sono maggiormente impegnati nel sostegno economico e materiale alle forze di sicurezza afghane, che senza quel sostegno collasserebbero.

Dopo quasi 20 dall’invasione del 2001 la situazione nel paese è drammatica. L’accordo di pace coi talebani non di concretizza, in più nel paese agisce anche lo Stato islamico

Dobbiamo partire dal presupposto che quella afghana è una guerra persa, che può essere prolungata ma non risolta. Una guerra che ha devastato il paese, lasciandolo in macerie e preda di una nuova guerra civile che cova sotto la cenere. I talebani hanno ottenuto da Washington tutto quello che hanno chiesto, ora si preparano a prendere il potere, e a pagare il conto sarà il governo afghano di Asraf Ghani che dovrà gestire anche le resistenze e le ambizioni dei signori della guerra e delle milizie personali che potrebbero opporsi ai talebani e dare il via a una nuova fase di guerra civile. Lo Stato Islamico in Afghanistan è un fattore di ulteriore destabilizzazione, che al momento alterna l’attivismo con l’attesa: quando la NATO e Washington se ne saranno andati, allora si aprirà la partita anche per i jihadisti dello Stato islamico che sono numericamente pochi rispetto ai talebani ma molto ambiziosi.


Nell’(eterna) attesa della de-radicalizzazione: il caso Pakistan

di Francesco Valacchi,

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Nell’estate del 2019 il Primo ministro pakistano, durante la sua visita negli Stati Uniti, aveva dichiarato che il suo governo era il primo, dopo molti anni, a cercare concretamente di disarmare i gruppi terroristici sul proprio territorio. Sempre nel 2019 Imram Khan (eletto nel 2018) aveva affermato che intraprendere la lotta al terrorismo al fianco degli stati occidentali (nel 2001) era stato “uno dei più grandi errori che il Pakistan aveva commesso” (Afzal, 2019), perché a suo dire il Pakistan aveva finito per attirarsi le ire dei gruppi estremisti (già presenti sul proprio territorio) e subirne le conseguenze, cercando soluzioni di compromesso e troppo spesso subendo l’iniziativa degli attori esterni. Grazie ad alcune vittorie militari precedenti ed alla sapiente gestione del suo PTI, al governo dal 2018, la situazione era finalmente evoluta verso il meglio e la fine della guerra al terrore era finalmente a portata di mano.

Le omissioni di Imram Khan

La Repubblica islamica del Pakistan è stata certamente decisa nella guerra al terrorismo negli ultimi anni, con l’introduzione di elementi normativi particolari come l’amendment al Pakistan Army Act del 2015 Islamabad aveva delegato alle Forze Armate la completa giurisdizione su reati riguardanti il terrorismo, ma essenzialmente rappresentano una lunga serie di reati che potevano essere riportati, anche in senso molto estensivo, all’estremismo. Tali reati sono stati giudicati e puniti non più secondo la giustizia pakistana ma istruendo i processi secondo regolamenti interni delle Forze Armate e da giudici militari, in pratica in un regime di Legge Marziale. Questa particolarità giuridica, inizialmente della durata prevista di due anni è stata successivamente avallata per altri due nel 2017.

Nello stesso periodo, a partire dal 2014 una serie di operazioni militari sono state lanciate a seguito del fallimento delle trattative del governo di Nawaz Sharif, nelle Aree Tribali e nel Khyber Paktwunkwa. In particolare le Forze Armate si sono mosse per colpire, oltre al TTP (Tehreek-i-Taliban Pakistan), L’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), the L’East Turkestan Islamic Movement (ETIM), Lashkar-e-Jhangvi (LeJ), Lashkar-e-Taiba (LeT), al-Qaeda (presente anche nella città di Karachi), Jundallah, Haqqani network e le infiltrazioni del “sedicente stato islamico” sul territorio. La prima operazione, in grande stile, è stata denominata “Operazione Zarb-e-Azb” (“Affilata e tagliente”). Oltre a questa sono state condotte numerose piccole operazioni mirate che hanno ottenuto risultati di una certa qual consistenza.

La figura che si è imposta nella lotta all’estremismo è stata essenzialmente quella del Generale Raheel Sharif (“Dawn” redazione, 2017) che ha tenuto la carica di Capo di stato maggiore dell’esercito sino al novembre 2016, per poi essere chiamato a divenire comandante militare della Coalizione antiterrorismo islamica (con sede a Riad), anche grazie alla fama internazionale raggiunta.

Al contempo già a partire dal 2015 si era registrato un netto calo del numero degli attacchi terroristici che dai 2779 del 2014 erano passati ai 1773 del 2015, per continuare nel trend gli anni successivi (South Asia Terrorism Portal, 2020).

La narrativa sostenuta da Imram Khan appare quindi non considerare i pregressi risultati e far risalire tutti i meriti al suo governo.

La situazione di sicurezza dal 2018

Dai dati pubblicati on-line e dichiarati dal governo pakistano è chiaro un miglioramento delle condizioni di sicurezza ed un calo del numero e della gravità degli attacchi (Afzal, 2021) che si coniuga con un’articolata azione giudiziaria specialmente nei confronti dei capi del LeT. Tale azione è però da considerarsi un prodromo di quanto intrapreso dal governo di Nawaz Sharif, mentre il governo attuale sembra essere subentrato a capo della strategia portata avanti dalle Forze armate negli anni precedenti e ha iniziato a vantarla anche in ambito diplomatico con il ruolo avuto nella trattativa di pace per l’Afghanistan. Anche in questo caso però la narrativa del governo di Imram Khan non è completa, dal momento che il capo dell’esecutivo pakistano si è vantato di un rapporto di forza favorevole che ha ottenuto con le vittorie militari e giudiziarie contro il TTP (movimento completamente indipendente dai talebani afghani). L’atteggiamento ufficiale pakistano sta portando il governo a farsi garante di una situazione che non è completamente sotto il suo controllo (Naushad, 2020) e potrebbe ritorcersi contro l’esecutivo di Islamabad. Il rinnovo della nomina del Generale Qamar Javed Bajwa che Imram Khan ha disposto nel 2019 espone ulteriormente il PTI anche a problematiche di equilibri interni raggiunti con l’esercito, da sempre pedina di peso nella politica di Islamabad.

Valutazioni

Nella Repubblica islamica del Pakistan i militari hanno avuto un ruolo determinante nella politica almeno sino al 2013, con l’elezione di Nawaz Sharif (che ha saputo ridimensionare il ruolo delle forze armate). Il grande merito del deposto Primo ministro è stato riuscire far accettare alle gerarchie militari non solo il trasferimento in Arabia del Capo di stato maggiore uscente: Raheel Sharif, suonato a molti come una sorta di promoveatur ut amoveatur, ma anche la nomina a suo successore di Qamar Javed Bajwa (quarto per anzianità dopo Raheel Sharif. Dal momento del subentro al potere Imram Khan sembra essersi preoccupato di sfruttare i vantaggi accumulati dal governo precedente e aver accondisceso alle istanze della dirigenza militare, anche concedendo il prolungamento del mandato di Qamar Javed Bajwa, questa situazione potrebbe portarlo ad una pericolosa impasse che deteriorerebbe il potere politico di fronte a quello militare e concederebbe respiro ai gruppi estremisti.

Foto di Hammad Anis

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L’Afghanistan di Biden: alla ricerca di una via d’uscita

di Claudio Bertolotti

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Articolo originale pubblicato per Europa Atlantica

L’eredità di Donald Trump

Il passaggio di potere dall’amministrazione di Donald J. Trump a quella del neo presidente Joseph R. Biden jr. è in primo piano sullo sfondo dei colloqui intra-afgani.

L’accordo negoziale, concluso tra il governo degli Stati Uniti ei talebani a Doha nel febbraio 2020, prevede il ritiro totale delle forze statunitensi entro il 1° maggio 2021 in cambio di un abbassamento del livello di violenza da parte dei talebani fissato all’80% e la fine della collaborazione con al-Qa’ida: ma i talebani, ad oggi, non hanno rispettato nessuno degli impegni alla base di quell’accordo. Tutto come previsto.

L’ex presidente Trump, alla fine dello scorso anno, aveva ordinato il ritiro parziale dei militari statunitensi dall’Afghanistan, coerentemente con il suo obiettivo politico (ed elettorale) di porre fine alle “guerre americane senza fine”. Un ritiro che, nonostante l’incessante offensiva talebana, si è concretizzato il 15 gennaio e che ha ridotto la presenza di truppe statunitensi in Afghanistan da 4.500 a 3.000: una scelta che, di fatto, ha aperto la porta a un ritorno dei talebani al governo del paese – al termine di una guerra, ormai persa, che si è concentrata prima sull’annientamento, poi sul contenimento e infine sul dialogo alla pari con i talebani, cacciati dalla guida del paese proprio dagli Stati Uniti nell’ottobre del 2001.

La doppia strategia dei talebani

La strategia dei talebani per negoziare un accordo con il governo afghano – la cui Costituzione e principi sono rifiutati dal movimento talebano in quanto “non islamici” – si muove sostanzialmente su due piani: da una parte la partecipazione formale a un dialogo negoziale volutamente rallentato e inconcludente, dall’altra parte la rinnovata determinazione a ottenere una vittoria militare per prendere il pieno controllo del paese dopo il ritiro, ormai prossimo, delle truppe statunitensi e della NATO.

I talebani, che ormai da tempo controllano o hanno influenza su metà del paese, hanno dato avvio a un’offensiva violenta sostenuta da una serie di attacchi e di uccisioni mirate di giornalisti, funzionari e membri delle forze di sicurezza afghane ed esponenti della società civile: una conferma della volontà di vanificare il dialogo negoziale, seminando panico e minando la già scarsa fiducia nei confronti del governo afghano.

La Nato e i suoi limiti

Il presidente afghano Mohammad Ashraf Ghani e il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg hanno recentemente discusso “del processo di pace afghano e del continuo sostegno della NATO alla forza di difesa e sicurezza afghana”. L’Alleanza Atlantica ha inoltre ribadito la volontà di sostenere le forze afghane – che sono deboli, prive di capacità operativa autonoma – e di continuare la sua missione di addestramento, consulenza e assistenza.

È però vero che, a fronte del possibile disimpegno statunitense, la NATO potrebbe fare davvero poco per continuare a sostenere il governo afghano, anche perché, a differenza delle truppe combattenti statunitensi dell’operazione Freedom’s Sentinel, l’Alleanza Atlantica non schiera nel paese truppe combattenti, né ha la necessaria logistica per sostenere un’eventuale azione di combattimento.

La visione di Joe Biden

Il ritiro parziale delle truppe statunitensi dall’Afghanistan è una mina che l’amministrazione Trump ha lasciato al suo successore, e la scadenza fissata al 1° maggio per il ritiro delle truppe è la più grande sfida iniziale per il negoziato ed la decisione più urgente per Biden.

Sebbene sia trapelata la decisione di Biden di posticipare il ritiro delle truppe rispetto a quanto inizialmente concordato, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha affermato che la nuova amministrazione sosterrà la “diplomazia” con i talebani, esortando il gruppo a ridurre la violenza, a partecipare “in buona fede” ai negoziati con il governo afghano e a tagliare i legami con al-Qa’ida – cosa che però non avverrà, con buona pace di chi ancora crede alle garanzie dei talebani.

Biden avrebbe però manifestato l’intenzione di voler mantenere una piccola presenza di unità di intelligence a Kabul. Ma i talebani, nel rifiutare categoricamente questa ipotesi, hanno chiesto a Biden di onorare l’accordo degli Stati Uniti per un ritiro di tutte le forze americane dall’Afghanistan entro la data concordata. Talebani che, in caso contrario, si sentirebbero legittimati ad aumentare – ancora di più – l’intensità della loro violenta offensiva con attacchi nei centri abitati e contro le forze internazionali.

Poiché la residua forza militare è insufficiente per contrastare e contenere i talebani e gli altri gruppi insurrezionali e terroristi, il presidente Biden potrebbe essere costretto a prendere una decisione impopolare: l’invio di ulteriori truppe in Afghanistan, allo scopo di impedirne la conquista totale da parte talebana.

Foto: US Dept. of Defense

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L’Afghanistan di Biden – C. Bertolotti a Checkpoint RAINEWS24 – 26 gennaio 2021

Il ritiro parziale di Washington dall’Afghanistan è una mina che Trump ha lasciato al suo successore, sebbene il ritiro sia stato ordinato dall’allora presidente Barack Obama. Ora, Joe Biden potrebbe dover prendere una decisione impopolare: inviare ulteriori truppe allo scopo di impedire la conquista totale del Paese da parte talebana. E ancora: quale il ruolo della Cina?

Claudio Bertolotti, Direttore START InSight, ne ha parlato con Emma Farnè a Checkpoint – RAINEWS24

Link diretto a Checkpoint RAINews24

Negoziati intra-afghani, a che punto siamo?

Procedono a rilento con i tempi imposti dai talebani e accettati da Stati Uniti e governo afghano. I primi intenzionati a disimpegnarsi dalla guerra più lunga, i secondi molto preoccupati e forse anche rassegnati a un futuro estremamente incerto che sarà caratterizzato da un crescente potere dei talebani.
Il governo afghano ha concesso tutto ciò che i talebani hanno chiesto: tempi del negoziato, rilascio dei prigionieri, riduzione delle operazioni militari. E lo ha fatto su richiesta e pressione statunitense. Ma ha ottenuto ben poco, anzi, Oggi il dialogo negoziale ci sta portando verso una possibile soluzione che vedrà i talebani accedere alle forme di potere formale, imporre una rinuncia di sostanza di quelli che sono i diritti ad oggi previsti dalla costituzione afghana e, in particolare, lo stesso ordinamento democratico del paese sarà ridimensionato. E questo accadrà non perché gli Stati Uniti se ne andranno, perché lo faranno così come aveva pianificato Obama e poi Trump ha in parte realizzato, ma perché quella afghana è una guerra che non poteva più essere vinta e che le forze di sicurezza afghane non potranno mai affrontare con successo.
Di fatto il tavolo negoziale, formalizzato a febbraio dello scorso anno, avviato a settembre porterà progressivamente verso uno Stato che sarà sempre più simile all’Emirato islamico così come lo immaginano i talebani, e con un’economia saldamente ancorata al traffico di oppiacei di cui l’Afghanistan è il maggior produttore globale.

Negoziati USA-talebani, ritiro usa, e che cosa vuol dire per amministrazione biden “rivedere” accordo

In base ai negoziati di Doha di un anno fa, gli Stati Uniti hanno chiesto due cose ai talebani in cambio del ritiro delle forze militari dall’Afghanistan: ridurre dell’80% i loro attacchi. Non lo hanno fatto. Poi hanno chiesto di tagliare i legami con al-Qa’ida. E i talebani non solo non lo hanno fatto ma hanno consolidato le relazioni con i qaedisti operativi nell’area a sud dell’Afghanistan.
Ci saremmo potuti aspettare un mancato ritiro delle truppe di Washington, ma così non è stato, anche perché l’allora presidente Donald Trump voleva dichiarare chiusa la partita afghana. Ora, il ritiro parziale delle truppe statunitensi è una mina che l’amministrazione Trump ha lasciato al suo successore, e la scadenza fissata al 1° maggio per il ritiro delle restanti 2500 truppe è la più grande sfida per Biden.
Sebbene non sia chiaro se Biden ritirerà tutte le truppe statunitensi entro la data concordata la nuova amministrazione ha dichiarato di voler sostenere la “diplomazia” con i talebani, esortando il gruppo a ridurre la violenza, a partecipare “in buona fede” ai negoziati e a tagliare i legami con al-Qa’ida – cosa che però non avverrà, con buona pace di chi ancora crede alle garanzie dei talebani.
E allora, il presidente Biden potrebbe essere costretto a prendere una decisione impopolare: l’invio di ulteriori truppe in Afghanistan allo scopo di impedirne la conquista totale da parte talebana.

Ruolo cina in afghanistan: indiscrezione cnn e interessi economici

La Cina, dopo due decenni dall’abbattimento del regime talebano, senza essere coinvolta nella lunga guerra, è riuscita a proporsi come valida alternativa, implementando il proprio ruolo di «sponsor della stabilità» in Afghanistan, ruolo che crescerà sempre più a mano a mano che le truppe occidentali diminuiranno. Sebbene non direttamente sul campo di battaglia, la Cina è entrata, sul piano politico, economico e diplomatico, a pieno titolo tra gli attori del nuovo grande gioco afghano. E i grandi interessi economici legati all’estrazione di minerali rari dal sottosuolo afghano rappresentano una garanzia in questo senso.
La notizia riportata dalla CNN in merito alla possibile presenza della Cina dietro ad alcuni gruppi di opposizione armata va valutata con cautela e, se confermata, potrebbe essere letta come una probabile reazione cinese alla politica dell’amministrazione Trump certamente non benevola nei confronti della Cina, in particolare per quanto riguarda il l’espansione economica e commerciale di Pechino attraverso le numerose vie della seta che si stanno estendendo a livello globale.


Generale David Petraeus: senza truppe straniere i talebani potrebbero rovesciare il governo afghano (L’intervista)

di Claudio Bertolotti

L’intervista di Claudio Bertolotti al Generale statunitense David Petraeus, già comandante del Surge in Iraq, dell’US Central Command, delle Forze della Coalizione in Afghanistan ed ex direttore della CIA

Il generale David H. Petraeus, che forse non tutti sanno ha prestato servizio in Italia (Vicenza) per circa tre anni e mezzo all’inizio della sua carriera, è una delle figure militari statunitensi più importanti dell’era post-11 settembre 2001 ed è stato descritto come uno dei “grandi capitani di battaglia” della storia militare americana. Dopo il suo servizio militare, che lo ha visto ricoprire posizioni di alto comando in Iraq e in Afghanistan, è stato direttore della CIA. Ora è presidente del KKR Global Institute.

Durante la sua carriera come ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, il generale Petraeus è stato ampiamente riconosciuto per la sua leadership nella Forze Armate; leadership che si è confermata nella redazione del manuale di counter-insurgency dell’Esercito degli Stati Uniti che ha portato alla revisione di tutti gli aspetti della preparazione e dell’addestramento dei comandanti di tutti i livelli e delle unità dell’Esercito americano per il dispiegamento in aree di crisi e teatri operativi. La sua azione di comando e le sue intuizioni accompagnate dall’applicazione operativa in occasione del Surge in Iraq, hanno consentito di recuperare una situazione disperata riducendo drasticamente il livello di violenza nel paese; analogo risultato è stato ottenuto grazie a lui, nel periodo in cui ha ricoperto il ruolo di comandante delle forze della Coalizione in Afghanistan, con l’azione di contrasto all’offensiva e all’espansione talebana avviando così quel necessario passaggio di responsabilità alle forze e alle istituzioni afghane.

Dopo aver lasciato l’Esercito, il generale Petraeus ha ricoperto l’incarico di direttore della CIA che, sotto la sua guida, ha ottenuto grandi risultati nella guerra globale al terrorismo; in tale veste Petraeus ha definito un piano strategico per l’Agenzia e perseguito investimenti in quello che lui stesso definisce l’elemento più importante dell’Agenzia: il suo capitale umano.

Generale Petraeus, le guerre contemporanee sono sempre più caratterizzate da una rilevante componente non militare in cui, in particolare, ha un peso notevole il ruolo della popolazione civile nel contrasto ai fenomeni insurrezionali. Quali sono oggi le sue valutazioni in merito alla strategia WHAM (Winning Hearts and Minds) che ha caratterizzato in particolare la sua leadership nelle guerre afghana e irachena?

Come abbiamo sottolineato nel manuale dell’Esercito per la contro-insurrezione (Counterinsurgency, Field Manual 3-24, scritto da David H. Petraeus e James F. Amos, NdA), “il fattore decisivo” in tale impresa è il “terreno umano”. Una campagna di contro-insurrezione si concentra necessariamente sulle persone, fornendo loro sicurezza e consolidando le basi della sicurezza stessa, aiutando a ripristinare i servizi di base, riparando le infrastrutture danneggiate, ristabilendo la governance locale, rilanciando le economie locali e così via. Questo per mostrare alle persone che le loro vite saranno migliori se decidono di sostenere il governo e le forze della Coalizione invece di appoggiare attivamente o tacitamente gli insorti. E nel tempo, man mano che la sicurezza e la situazione migliorano, le persone comprendono la logica e i benefici di questo sostegno, rifiutando di aiutare e alimentare le istanze e le ambizioni degli insorti e dei gruppi di opposizione armata.

L’accordo Stati Uniti-talebani e il disimpegno militare dall’Afghanistan: si sente deluso da come è finita o ritiene che fosse l’unico risultato che si potesse ottenere oggi considerando le dinamiche politiche nazionali e internazionali?

L’accordo recentemente siglato a Doha offre l’opportunità, da tempo ricercata, di trasformare l’Afghanistan da un problema che richiede una gestione militare perpetua degli Stati Uniti a una situazione che può essere risolta politicamente una volta per tutte. Ma i rischi che questa scommessa porta con sé sono enormi così come i segnali che giungono all’indomani dell’accordo e a distanza di alcuni mesi – come i continui attacchi talebani e lo stato di grave difficoltà in cui versa il governo afghano – non sono incoraggianti.
La veemente insistenza dei talebani sulla necessità di ritiro di tutte le truppe statunitensi dall’Afghanistan lascia fortemente intravvedere che lo scopo nei colloqui di pace non sia tanto quello di trasformare le relazioni dei talebani con gli Stati Uniti, ma di allontanarne le forze così da poter rovesciare il governo afghano senza ostacoli. L’accordo, così come siglato, sembrerebbe dare ai talebani uno scarso incentivo a dialogare seriamente con il governo internazionalmente riconosciuto di Kabul, poiché la posizione di quest’ultimo diverrà progressivamente più debole con il completamento del ritiro militare internazionale. Invece di gettare le basi per un compromesso intra-afghano, già di per sé molto difficile, l’accordo sembra implicitamente anticipare “la fine del gioco” così come gli stessi insorti hanno costantemente perseguito dal 2001: una riconquista talebana del paese.

Una considerazione personale sulla guerra in Afghanistan

Siamo andati in Afghanistan per un motivo: eliminare il santuario di Al-Qāʿida in un Afghanistan sotto il dominio dei talebani in cui erano stati pianificati gli attacchi dell’11 settembre e dove veniva condotto l’addestramento iniziale degli aggressori. E siamo rimasti per un motivo: per garantire che Al-Qāʿida non riuscisse a ristabilire quel santuario, cosa che il gruppo terrorista ha ripetutamente cercato di fare da quando i talebani e altri ribelli sono tornati nel Paese, compiendo ripetutamente attacchi violenti contro il popolo afghano, le loro forze di difesa e sicurezza e i loro partner della Coalizione.

Generale Petraeus, l’autore di questa intervista ha avuto l’onore di servire il suo paese in Afghanistan insieme alle truppe statunitensi, inquadrato nella missione ISAF e prima ancora nell’operazione Enduring Freedom. Qual è la sua opinione sull’impegno italiano in Afghanistan?

È stato un privilegio avere gli eccezionali contingenti italiani in Afghanistan, così come lo è stato avere un comandante e un quartier generale italiani al Comando Regionale Ovest (RC-West), a Herat. Durante il mio periodo come capo del comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM, 2008-2010) e poi come comandante della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza in Afghanistan (ISAF, 2010-2011), le forze italiane di RC-West hanno condotto operazioni di contro-insurrezione da manuale. Tutti gli italiani dovrebbero essere molto orgogliosi degli uomini e delle donne che hanno indossato l’uniforme del loro paese in Afghanistan.

 Vuole aggiungere qualcosa che ritiene importante?

“Claudio, ci terrei che mettessi in risalto, per i nostri lettori, che tra le mie decorazioni straniere c’è la Croce d’oro al merito dei Carabinieri”.

Scarica la biografia del generale David H. Petraeus.

Intervista pubblicata in origine in lingua inglese su START InSight e in italiano sulla Rivista Militare dell’Esercito Italiano, n. 3/2020


Conversazione sull’Afghanistan con l’Amb. Stefano Pontecorvo e Claudio Bertolotti

23 razzi su Kabul sabato 21 novembre hanno lasciato una scia di sangue sulle strade della capitale e acceso nuove preoccupazioni, anche in vista del prossimo ritiro di truppe statunitensi dal paese.

Qual è la realtà sul territorio, come si muove la NATO, che prospettive si aprono per questo paese da tanto tempo in guerra?

Ne parlano in questo podcast di Radio Radicale:

Ambasciatore Stefano Pontecorvo (Alto Rappresentante della NATO in Afghanistan)

Claudio Bertolotti (Direttore di START InSight)

A cura di Francesco De Leo (giornalista, responsabile della comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali, Direttore di AffarInternazionali)

Afghanistan: il COVID19 colpisce la leadership talebana (il commento di C. Bertolotti a Radio24)

L’intervento del Direttore di START InSight Claudio Bertolotti a Radio 24, intervistato da Giampaolo Musumeci

Morto o gravemente malato il capo dei talebani per #COVID19? Lo avrebbe sostituito il mullah Yaqoub, figlio del mullah Omar, storico fondatore del movimento talebano. Cosa succede ora?

Il coronavirus ha gravemente colpito l’alta dirigenza talebana, rendendo di fatto il movimento privo dell’organo di guida e di quello negoziale. Anche se la notizia non è stata ancora confermata, è probabilmente morto il leader talebano mawlawi Hibatullah Akhundzada. Ecco le conseguenze politiche e militari di una successione.

La presunta morte del leader talebano Hibatullah Hakundzada: che cosa significa per il movimento?

Competizione tra gruppi di potere all’interno del Consiglio Supremo talebano, la shura di Quetta. Così come accadde nel 2015 quando fu resa nota la morte del mullah Omar, lo storico fondatore del movimento, deceduto due anni prima. Allora il movimento fu scosso da lotte intestine, scontri aperti e uccisioni di leader di importante livello. Prevalse il mullah Mansour, già braccio destro di Omar, ma fu presto eliminato da un attacco drone statunitense con il sospetto che a dare la sua posizione siano stati gli stessi talebani in collaborazione con il Pakistan.

Dunque un rischio concreto di frammentazione in più correnti.

E la figura del mullah Yaqoub pare essere forse l’unica al momento a garantire una tenuta della leadership. Non è un caso, anche se ai più è sfuggito che da semplice mullah sia stato promosso, almeno sui media ufficiali dei talebani al rango di mawlawì, il massimo livello religioso lo stesso Hibatullah Akundzada

Secondo un report di UNODC i talebani starebbero continuando a sostenere al-Qaeda. Se così fosse?

I talebani hanno bollato come falso il rapporto delle Nazioni Unite. C’era da aspettarselo. E che vi sia un legame consolidato e duraturo, al di la delle promesse e delle premesse dell’accordo negoziale, non sorprende, né dobbiamo farci illusioni su un possibile allontanamento di al-qa’ida dall’Afghanistan dei talebani almeno nel breve periodo. Troppo stretti i rapporti tra le due organizzazioni, troppo stretti i rapporti personali e in alcuni casi anche famigliari. Haqqani network, componente radicale all’interno del Supremo Consiglio talebano, ha assimilato l’anima qaedista e ad essa è votato seppur con un’adesione di opportunità e sulla base di priorità afghane e non di jihad globale. Credo che l’opzione di una scissione tra i talebani, che non è da escludere, possa essere funzionale al mantenimento di un legame con AQ e una parte del fronte talebano.

Qualche giorno fa Mujib Mashal sul New York Times descriveva bene la decentralizzazione dei taliban, fluidi e veloci nel reclutare, tante piccole cellule. Ce la faranno nel lungo periodo a diventare più strutturati e “governativi”? Cambieranno anima? E se sì, saranno più forti o più deboli rispetto ala capacità di governo del Presidente Ghani?

I talebani hanno dimostrato una grande capacità organizzativa come movimento insurrezionale, addirittura migliore di quella del 1996-2001 quando governavano nominalmente l’Afghanistan. Il problema è il passaggio da movimento insurrezionale a forza di governo di uno Stato sostanzialmente fallito. I talebani oggi basano la propria forza finanziaria sulla gestione del narco-traffico; come Stato non potranno più farlo direttamente, questo perché la comunità internazionale negherebbe qualunque tipo di riconoscimento formale e di sostegno sostanziale. E allora la capacità del movimento talebano sarà proprio quella di creare una condizione favorevole a trarre vantaggio da tutte le opportunità: e lo faranno convincendo la stessa comunità internazionale che con i talebani si dovrà interfacciare. Non mancheranno gli aiuti da parte degli stati amici, Pakistan e Cina in primis; così come non mancherà il supporto statunitense, almeno fino a quando i talebani si dimostreranno in grado di garantire un minimo livello di sicurezza nel Paese. Il problema è che i talebani al governo del paese potrebbero arrivarci attraverso la cancellazione dello stato afghano e della sua costituzione così come oggi noi li conosciamo sebbene è prevedibile che l’apparato statale, almeno una parte, verrà conservato.


Afghanistan. Raggiunto l’accordo di governo, ma le tensioni non calano. Il Commento di C. Bertolotti alla Radio Vaticana

Radio Vaticana, 19 maggio 2020

C. Bertolotti: “Mentre i talebani conquistano il paese, i due rivali che si contendono il potere accettano un compromesso che conferma e lascia aperte le stesse problematiche del 2014, senza risolverle, e apre a un altro lungo periodo di ingovernabilità di fatto, sebbene ciò significhi conferma del cospicuo aiuto economico statunitense.
Dialogo negoziale ad Abdullah, che si è sempre detto contrario all’apertura ai talebani: come reagirà il movimento talebano? Facile immaginare uno stallo negoziale, non molto diverso dall’attuale situazione.
Scenario futuro? Intensificazione della guerra civile, aumento della violenza, consolidamento del potere talebano nelle aree sotto il loro controllo e maggiore influenza in quelle contese.

Nonostante l’accordo di governo raggiunto a Kabul tra il presidente Ashraf Ghani e il suo principale rivale Abdullah Abdullah, non accenna a diminuire l’impennata di violenza che da settimane ha colpito l’Afghanistan. L’accordo per la spartizione del potere lascia la presidenza a Ghani, che affronta così un nuovo mandato, mentre Abdullah ottiene la guida della Commissione di riconciliazione nazionale . Intanto, un rapporto delle Nazioni Unite ha reso noti i dati sulla crescita nel mese di aprile delle vittime civili del conflitto afghano. La recrudescenza delle violenze è imputabile anche ad una maggiore attività dei gruppi eversivi legati all’Isis e responsabili dell’attacco contro il reparto maternità dell’ospedale di Kabul.

Ospiti del programma:

Claudio Bertolotti – direttore Start Insight – think tank e centro di analisi sulla politica internazionale

Rebecca Gaspari – staff Emergency a Kabul

Conduce: Stefano Leszczynsk


Riprende l’offensiva afghana contro i talebani (C. Bertolotti a Radio 24)

L’intervento del Direttore di START InSight Claudio Bertolotti a Radio 24

Il presidente afghano, Ashraf Ghani, il 13 marzo, ha disposto che le forze armate debbano passare ad una “modalità offensiva” contro i talebani e gli altri gruppi di opposizione armata, a seguito dell’aumento delle violenze.

Quale la situazione sul terreno e quali le conseguenze della decisione di Ghani?

L’approccio offensivo annunciato da Ghani?

Prevedibile e previsto. È l’inizio della nuova fase della guerra civile.

Lo stato afghano, consapevole della possibilità di tracollo, gioca l’ultima carta: quella dell’offensiva militare. Ma l’esito è scontato: non sono riusciti gli Stati Uniti con 140.000 truppe e il supporto aereo (dagli elicotteri ai bombardieri), non ci riusciranno l’esercito e la polizia afghani, con 300.000 uomini mal addestrati, sotto equipaggiati e fortemente demotivati.

Prepariamoci al contro alla rovescia che ci porterà a uno scenario simile a quello che nel 1994 portò alla caduta del governo di Najibullah e consegnò il paese ai Mujaheddin.

I Talebani

La forza attuale dei talebani si attesta intorno a 60.000 militanti operativi sui circa 200.000 elementi totali.

L’Afghanistan risulta per il 70 percento presidiato dai talebani «con carattere permanente» e per un altro 17 percento «sostanziale» mentre il loro controllo effettivo sarebbe su quasi la metà del paese.

I talebani hanno una capacità di comando e controllo in 36 distretti (8,8 percento del territorio) popolati da almeno 2,5 milioni di persone, e che hanno la possibilità di porre sotto il proprio controllo altri 104 distretti “a rischio” (25,6 percento del territorio).

Finanze talebane: 1,5 miliardi di dollari, il 60% entrate dal business del narcotraffico, parliamo di centinaia di milioni di dollari.

Le Forze di sicurezza afghane

Sono poco più di 300.000 unità, tra forze armate e polizia: numeri importanti ma molto deludenti sul piano qualitativo.

Oltre il 60 percento dei 121 miliardi di dollari destinati dagli Stati Uniti per la ricostruzione dello Stato afghano è stato speso per le forze di sicurezza.

Sul piano operativo, le forze afghane sono deficitarie a livello di organici, equipaggiamento e addestramento, ossia quei fattori necessari a porre in sicurezza le aree sotto controllo dei talebani.

In particolare, l’esercito è in grave difficoltà: sul totale di 101 unità di fanteria, solo una è classificata come pienamente “pronta al combattimento”; su 17 battaglioni situati nelle province di Kandahar e Zabul, dove i talebani sono in grado di muoversi e operare senza essere contrastati, 12 unità hanno una capacità operativa classificata come “limitata”.