Le elezioni in Uganda, M. Cochi – RaiNews24

Museveni mantiene saldo il potere in Uganda

La vittoria di Yoweri Museveni nelle presidenziali ugandesi dello scorso 14 gennaio sancisce la sesta rielezione del settantaseienne, dopo oltre tre decenni al potere. Nel luglio 2018, il presidente ha emendato la Costituzione rimuovendo l’articolo che limitava di diventare presidente oltre i 75 anni. Una decisione che ha scatenato proteste di piazza tra i giovani ugandesi, i quali speravano nell’affermazione del suo sfidante: il trentottenne cantante reggae Bobi Wine. Così Museveni mantiene saldo il potere su un paese che non ha mai avuto un cambio di potere pacifico, da quando nel 1962 ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito.

Ne parla Marco Cochi a RaiNews24


La resilienza di Boko Haram e i limiti operativi della Multinational Joint Task Force

di Marco Cochi

articolo opriginale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N.° 2/2020, scarica il pdf

Negli ultimi undici anni, il nord-est della Nigeria è stata caratterizzato da un numero impressionante di attacchi terroristici per mano della Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (JAS)[1], un’organizzazione meglio nota come Boko Haram[2], che da quando venne fondata nel 2002 non è sempre stata terroristica.

Gli studiosi del gruppo estremista nigeriano rilevano, infatti, che a metà degli anni duemila Boko Haram perseguiva ancora scopi umanitari, concentrando la sua attività in tre dei sei Stati della Nigeria nord-orientale: Borno, Yobe e Adamawa. Lo prova anche il manifesto di Boko Haram intitolato: Hadhihi Aqidatuna wa Minhaj Da’awatuna[3], scritto in arabo dal suo fondatore e guida spirituale Ustaz Mohammed Yusuf, che richiama i fedeli a tornare alla pacifica età incontaminata dell’islam, in cui il Corano, la dottrina sunnita e gli hadith[4] costituiscono gli unici principi guida per i musulmani.

Tuttavia, i richiami di Yusuf all’età pacifica dell’Islam non sono stati seguiti dai suoi seguaci, visto che nel tempo Boko Haram è diventata una delle organizzazioni terroriste più letali al mondo, come è inequivocabilmente dimostrato dalle oltre 38.500 vittime che gli attacchi degli estremisti islamici hanno provocato, a partire dall’insurrezione armata del luglio 2009.

Da quel momento, il gruppo estremista ha fatto ricorso all’uso indiscriminato della violenza per imporre una variante della legge islamica molto più dura di quella adottata verso la fine degli anni novanta da una dozzina di stati del nord della Nigeria. Un’applicazione della sharia in netto contrasto con lo stato secolare esplicitamente proclamato dall’articolo 10 della Costituzione della Nigeria, che inizialmente ha portato i fondamentalisti nigeriani a prendere di mira le autorità e le istituzioni locali, senza risparmiare le élite musulmane tradizionali, che secondo gli estremisti sarebbero contigue con il governo di Abuja.

Tra il 2012 e il 2014, le occupazioni di città chiave situate sul confine nord-orientale con il Camerun, avevano consentito all’organizzazione di assumere il controllo di buona parte del territorio della Nigeria nord-orientale, fino a infiltrarsi nelle regioni più remote. Qui gli islamisti nigeriani sono riusciti a diffondere il loro messaggio più efficacemente del governo, ma ancor più attraverso la gestione di un sistema di welfare molto più efficiente di quello statale.

Il giuramento di fedeltà al leader dello Stato Islamico

La svolta all’interno dell’organizzazione si è registrata il 7 marzo 2015, quando Boko Haram ha giurato fedeltà al defunto califfo Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Poi, il 3 agosto 2016 il gruppo è stato oggetto di una scissione tra la fazione estremista dello storico leader Abubakar Shekau e quella di Abu Musab al-Barnawi, figlio del fondatore Ustaz Mohammed Yussuf, che è stato imposto alla guida del gruppo dai vertici del Califfato.

La scissione venne resa nota sul numero 41 di Al-Naba, una delle riviste telematiche pubblicate dallo Stato Islamico. Nel magazine di propaganda jihadista c’è un’intervista ad al-Barnawi in cui emergono le cause della frattura e viene alleggerita l’immagine di Boko Haram attraverso l’impegno di porre fine agli attacchi alle moschee e ai mercati frequentati dai musulmani. Shekau però non ha mai riconosciuto la nomina di al-Barnawi, criticandolo per non essere abbastanza radicale. Da quel momento Boko Haram si è diviso in due fazioni rivali: una minoritaria guidata da Shekau, che ha conservato il nome integrale del gruppo Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (JAS), mentre l’altra ufficialmente affiliata allo Stato Islamico ha preso il nome di Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP).

Quest’ultima fazione è stata ripetutamente segnata da contrasti interni che nell’agosto 2018 causarono l’eliminazione di due dei suoi massimi esponenti: Mamman Nur Alkali e Ali Gaga, uccisi dai loro stessi compagni perché incarnavano una linea relativamente moderata. Gli stessi contrasti che nel marzo 2019 attraverso un comunicato ripreso su Twitter, indussero la shura (consiglio esecutivo) dell’ISWAP a rendere noto di aver esautorato anche Abu Musab al-Barnawi e di averlo sostituito con Abu Abdullah Ibn Umar al-Barnawi, conosciuto anche come Ba Idrisa.

Una nomina decisa direttamente dai vertici dell’ISIS e riconosciuta da tutte le wilayat (provincie) dell’Africa occidentale e centrale. Nel febbraio 2020, però, Ba Idrisa è stato ucciso nell’ennesima faida interna insieme ad altri sostenitori della linea dura vicini allo Stato Islamico. Dopo l’eliminazione di Ba Idrisa, il nuovo wali (governatore) dell’ISWAP sarebbe Lawan Abubakar, nome di guerra del jihadista di etnia kanuri Ba Lawan.

Per individuare meglio l’entità della minaccia è importante operare una distinzione tra i due gruppi estremisti basata sul fatto che la fazione di Abubakar Shekau è regolata da meccanismi di leadership diversi da quelli dell’ISWAP. Meccanismi che hanno reso la guida del co-fondatore di Boko Haram più stabile e sicura rispetto a quella del gruppo rivale, facendolo diventare il leader jihadista più longevo a livello globale.

 

[1]    Tradotto dall’arabo: ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e il jihad’

[2]    La locuzione Boko Haram deriva dalla lingua araba [يحظر التعليم الغربي] e significa “L’educazione occidentale è proibita”. Di conseguenza è harām tutto ciò che segua uno stile di vita occidentale e non a caso i musulmani del Nord della Nigeria hanno generalmente respinto l’educazione occidentale giudicandola come ilimin boko (‘falso insegnamento’)

[3]    Tradotto dall’arabo: ‘Questo è il nostro credo e il nostro metodo di predicazione’

[4]    In genere si tratta di un singolo aneddoto di alcune righe sulla vita del profeta Maometto, ma ha un significato molto più importante perché è parte costitutiva della cosiddetta Sunna, la seconda fonte della sharia dopo il Corano


Dall’Osservatorio ReaCT – L’impegno militare europeo nel contrasto al terrorismo in Africa occidentale e nel Sahel

di Marco Cochi
(articolo pubblicato sul sito dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT)

«L’amministrazione Trump è divisa su come combattere i terroristi, sostenere gli alleati e contrastare i competitor globali nell’Africa occidentale. I messaggi contrastanti che arrivano da Washington stanno confondendo gli alleati in Europa, che sono profondamente impegnati nel garantire la sicurezza nella regione». Così, alla fine di febbraio, il Premio Pulitzer e giornalista del New York Times, Eric Schmitt, cominciava la sua analisi sulle conseguenze e le reazioni all’annuncio fatto alla fine del 2019 dal segretario alla Difesa Mark T. Esper di operare pesanti tagli alla presenza militare statunitense nel continente.

Tagli che dovrebbero includere la chiusura della nuova Nigerien Air Base 201 per droni, costata 110 milioni di dollari e divenuta operativa lo scorso novembre; oltre che l’interruzione degli aiuti alle forze francesi dell’Operazione Barkane impegnata nel contrasto ai gruppi jihadisti attivi in Mali, Niger e Burkina Faso.

Tuttavia, lo scorso aprile il comandante dell’Africom, il generale Stephen Townsend, sembra aver contraddetto l’annuncio di Esper, dichiarando che «gli Usa continueranno a sostenere i partner africani, soprattutto dopo che al-Qaeda e l’Isis hanno affermato di utilizzare lo sconvolgimento globale derivato dalla diffusione della pandemia come un’opportunità per promuovere la loro agenda terroristica».

CONTINUA SUL SITO DELL’OSSERVATORIO REACT   


Convegno a Torino – 2 dicembre: “Prevenire il radicalismo per contrastare il terrorismo”

Prevenire il radicalismo per contrastare il terrorismo. È il tema della mattina di studio in programma lunedì 2 dicembre con inizio alle 10.00 a Torino, presso il Palazzo del Consiglio Regionale – Palazzo Lascaris, Sala Consiliare, Via Alfieri 15, durante la quale verrà presentato l’Osservatorio denominato ReaCT. I vari interventi permetteranno di fare il punto della situazione in Italia e di ragionare su prospettive europee, offrendo spunti di lavoro.

L’evento è patrocinato dal Ministero della Difesa e dalla Regione Piemonte

L’Assessore alla Sicurezza della Regione Piemonte, Fabrizio Ricca, aprirà il convegno mentre al tavolo dei relatori siederanno Claudio Bertolotti (Direttore esecutivo dell’Osservatorio ReaCT), Giuseppe De Matteis (Questore della Provincia di Torino), Chiara Sulmoni (START InSight), Stefano Dambruoso (Magistrato, esperto di terrorismo), Andrea Beccaro (Università di Torino), Emilio Gatti (Magistrato, Procuratore aggiunto), Marco Maiolino (ITSTIME – Università Cattolica), Massimiliano Palma (General Manager – Regola Srl.), Luca Guglielminetti (RAN – Radicalisation Awareness Network), Massimo Corradetti (Colonnello, Comandante del Reparto Anticrimine dei R.O.S. dei Carabinieri di Torino), Farhad Bitani (scrittore – Fondatore del GAF). Modereranno i due panel: Valentina Ciappina (Torino Crime) e Gabriele Carrer (giornalista de “La Verità”).

È necessario accreditarsi scrivendo a: info@startinsight.eu

Scarica il Programma del Convegno

L’Europa negli ultimi anni si è scoperta incubatrice di jihadisti, reclutatori, militanti e simpatizzanti delle ‘bandiere nere’ o di altre sigle estremiste. Con la radicalizzazione (non solo islamista) ci confronteremo ancora a lungo, a dirlo sono i numeri e i fatti. Da qui l’importanza dell’inchiesta e della ricerca, che da un punto di vista multidisciplinare e comparativo, permette di confrontare anche ciò che viene fatto nelle diverse nazioni per contrastare il fenomeno, fornendo prospettive e dati utili a

chi si muove sul territorio nel settore della prevenzione. In molti paesi – come l’Italia – questo aspetto della lotta al terrorismo rimane ancora da potenziare e coordinare. Da qui l’idea di fondare l’Osservatorio sulla Radicalizzazione e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT – sotto forma di un tavolo tecnico-accademico che unisce la competenza professionale e operativa con la ricerca e lo studio sul campo: una realtà non a scopo di lucro finalizzata a promuovere analisi, approfondimenti e iniziative attorno al tema. L’obiettivo è di mettere a disposizione capacità e conoscenze dei singoli partner a favore del dibattito pubblico e delle istituzioni impegnate nel contrasto al radicalismo e al terrorismo.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ di esperti e professionisti del Centro Studi svizzero START InSight (Lugano), del Centro di ricerca ITSTIME (Università Cattolica, Milano), del Centro di Ricerca CEMAS (Università La Sapienza, Roma) e della SIOI (Roma).

A ReaCT ha aderito come partner il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST). Sono media partner: Formiche.net, Report Difesa, L’Indro, Cybernaua.it e il Torino Crime Festival.

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Il Comitato Scientifico include: Marco Cochi (Nodo di Gordio), Stefano Dambruoso (Magistrato), Valeria Giannotta (Università di Ankara), Luca Guglielminetti (RAN – Radicalisation Awareness Network) Andrea Manciulli (Europa Atlantica, Presidente), Giampaolo Malgeri (LUMSA, Professore), Alessia Melcangi (Università La Sapienza), Stefano Mele (Avvocato e Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano), Carmine Munizza (GRIST, Presidente), Raffaello Pantucci (RUSI – ISS, Direttore), Niccolò Petrelli (Università Roma Tre, Professore), Michele Pierri (Cyber Affairs, Direttore), Alessandro Politi (Nato Defense College Foundation, Direttore), Alessandro Ricci (Università di Roma 2), Luis Tome (Università di Lisbona, Centro Observare, Direttore), Elisabetta Trenta (già Ministro della Difesa, Professore), Francesco Tuccari (Università di Torino, Professore).

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it

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PROGRAMMA DEL CONVEGNO
BROCHURE DEL CONVEGNO
COMUNICATO STAMPA


L’impatto dello Stato Islamico nel Grande Sahara sulla sicurezza nel Sahel

di Marco Cochi

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio strategico – Ce.Mi.S.S.: vai al Report

Nel primo giorno di Ramadan del 2014, lo sceicco Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), annunciò la restaurazione del Califfato e decise di cambiare il nome del gruppo in Stato Islamico. Il proclama indusse migliaia di combattenti stranieri a decidere di partire alla volta della Siria e dell’Iraq per unirsi alle milizie del nuovo Califfato.

Quattro mesi più tardi, attraverso i suoi organi di propaganda: al-Furqan e Dabiq, l’organizzazione terroristica annunciò che altri gruppi jihadisti avevano dichiarato la loro affiliazione al Califfato, assumendo la denominazione di province (wilayat) dello Stato Islamico. Tuttavia, prima di giurare fedeltà al califfo al-Baghdadi, questi gruppi avrebbero dovuto mettere in atto la strategia militare e il sistema di governo del nucleo centrale.

Nel tempo, le wilayat si sono rivelate fondamentali per portare avanti l’apocalittico progetto di egemonia fondamentalista salafita di al-Baghdadi, poiché la loro fedeltà si è rivelata di enorme aiuto per consentire allo Stato Islamico di continuare a esercitare la propria valenza, anche dopo la perdita dei territori siro-iracheni. Mentre è sempre più evidente che se nel 2018 le province avessero deciso di abbandonare l’organizzazione, l’avrebbero totalmente delegittimata e dimostrato che in realtà era solo uno Stato sulla carta.

Invece, negli anni, le filiali dello Stato Islamico sono significativamente aumentate di numero consentendo all’entità jihadista di poter contare su una consistente e articolata rete, anche dopo la sua deterritorializzazione. Tutto questo, tenendo presente che ogni branca dell’organizzazione è operativamente indipendente e non vi sono collegamenti diretti tra i vari gruppi affiliati, a parte il brand ISIS.

Le wilayat continuano ad operare in diverse parti del mondo, anche in Africa sub-sahariana, dove la povertà unita alla marginalizzazione socio-economica delle comunità locali hanno favorito il processo di radicalizzazione di molti giovani e lo sviluppo del terrorismo jihadista in diverse aree della macro-regione.

In Africa, l’ISIS ha decentralizzato le sue province in Egitto e Libia, ma anche nella fascia sub-sahariana e nel Sahel, dove il gruppo si sta espandendo approfittando delle particolari difficoltà per mettere in sicurezza quelle vaste aree desertiche. Un’ulteriore conferma dell’importanza che l’Africa riveste per lo Stato Islamico arriva dal video messaggio di al-Baghdadi, diffuso da al-Furqan lo scorso 29 aprile, in cui il Califfo si è rivolto ai mujaheddin in Sahel, incitandoli al jihad contro gli eserciti occidentali e a vendicare gli attacchi subiti dallo Stato Islamico in Siria e Iraq.

Nello stesso comunicato, pubblicato sulla rete pochi giorni dopo la rivendicazione di un attentato nella regione nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), il leader dell’ISIS ha confermato l’istituzione dell’ISCAP (Islamic State Central Africa Province), la nuova provincia dell’organizzazione jihadista in Africa Centrale. Inoltre, al-Baghdadi ha avvallato il riconoscimento formale del giuramento di fedeltà dell’emiro dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS – Islamic State in the Greater Sahara), formazione jihadista che merita di essere oggetto di un’attenta disamina per la sua elevata letalità, che l’ha resa tra le più pericolose della regione.

Una letalità dimostrata dal fatto che nel 2018 l’ISGS è stato collegato al 26% di tutti gli eventi violenti e al 42% di tutti i decessi avvenuti nel corso di attacchi associati ai gruppi estremisti islamici attivi nel Sahel. E se sarà confermato il trend di attacchi dei primi sei mesi dell’anno in corso, l’ISGS sarà il gruppo che nel 2019 avrà causato più vittime rispetto alle altre formazioni jihadiste che operano nella vasta regione desertica.

Il gruppo estremista saheliano è diventato tristemente noto a livello internazionale per un attentato compiuto in Niger il 4 ottobre 2017, nel villaggio di Tongo Tongo. In questo remoto sobborgo, a una ventina di chilometri dal confine con il Mali, furono uccisi cinque soldati nigerini e quattro militari statunitensi: il sergente di prima classe Jeremiah W. Johnson, il sergente La David Johnson e i due sergenti maggiori dei berretti verdi Bryan Black e Dustin Wright.

L’atto terroristico ha suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica americana, soprattutto per il fatto che prima di fuggire le milizie jihadiste saheliane fedeli allo Stato Islamico hanno tolto le armi e le attrezzature militari ai quattro americani caduti, tentando di portare via almeno due dei corpi dal campo di battaglia… (vai al report)


La svizzera START InSight tra i promotori di ReaCT: l’Osservatorio su radicalismo e terrorismo alla Camera dei Deputati

Prevenire il radicalismo per contrastare il terrorismo. È il tema della mattina di studio in programma mercoledì 17 aprile con inizio alle 09.30 a Roma, presso la Camera dei Deputati, Sala “Tatarella” (Via Uffici del Vicario, 21), durante la quale verrà presentato ufficialmente ReaCT il nuovo Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo. L’evento è patrocinato dal Ministero della Difesa.

I vari interventi permetteranno di fare il punto della situazione in Italia e di ragionare su prospettive europee, offrendo spunti di lavoro.
Il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta aprirà il convegno mentre al tavolo dei relatori siederanno Claudio Bertolotti (Ce.Mi.S.S.); Paola Giannetakis (Università Link Campus); Andrea Carteny (CEMAS); Marco Lombardi (ITSTIME); Andrea Manciulli (Europa Atlantica); Matteo Bressan (SIOI); Chiara Sulmoni (START InSight); Luigi Iovino (Deputato, Commissione Difesa); Alberto Pagani (Deputato, Commissione Difesa); Claudio Galzerano* (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno, DCPP/UCIGOS); Roberto Piscitello (Direttore generale del DAP); Stefano Dambruoso*, Magistrato.

Chiuderà l’incontro il Sottosegretario di Stato alla Difesa On. Angelo Tofalo. Moderano i tre panel: Romina Rapisarda (Università La Sapienza), Domitilla Savignoni (giornalista TG5), Frediano Finucci (giornalista de La7).

L’Europa negli ultimi anni si è scoperta incubatrice di jihadisti, reclutatori, militanti e simpatizzanti delle ‘bandiere nere’ o di altre sigle estremiste. Con la radicalizzazione (non solo islamista) ci confronteremo ancora a lungo, a dirlo sono i numeri e i fatti.

Da qui l’importanza dell’inchiesta e della ricerca, che da un punto di vista multidisciplinare e comparativo, permette di confrontare anche ciò che viene fatto nelle diverse nazioni per contrastare il fenomeno, fornendo prospettive e dati utili a chi si muove sul territorio nel settore della prevenzione. Nasce così l’idea di fondare l’Osservatorio sulla Radicalizzazione e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT – sotto forma di un tavolo tecnico-accademico che unisce la competenza professionale e operativa con la ricerca e lo studio sul campo: una realtà non a scopo di lucro finalizzata a raccogliere e promuovere analisi, approfondimenti e iniziative attorno al tema. L’obiettivo è di mettere a disposizione le capacità e le conoscenze dei singoli partner e membri dei suoi vari organi, a favore del dibattito pubblico e delle istituzioni impegnate nel contrasto al radicalismo e al terrorismo.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, della Link Campus University di Roma, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma.
A ReaCT hanno anche aderito come partner il Centro di ricerca sulla sicurezza e il Terrorismo (C.R.S.T.) e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST). Sono media partner di ReaCT le testate Formiche.net, Report Difesa, L’Indro e Cybernaua.it.
L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, da un Comitato Scientifico di indirizzo, da un Comitato Parlamentare e da un Gruppo di lavoro permanente.

Il Comitato Scientifico include: Stefano Dambruoso, (Magistrato), Valeria Giannotta (Università di Ankara), Andrea Manciulli (Europa Atlantica, Presidente), Giampaolo Malgeri (LUMSA), Stefano Mele (Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano), Raffaello Pantucci (RUSI – ISS, Direttore), Niccolò Petrelli (Università Roma Tre), Marco Cochi (Link Campus), Michele Pierri (Formiche.net, Direttore), Alessandro Politi (Nato Defense College Foundation, Direttore), Ranieri Razzante (CRST, Direttore), Alessandro Ricci (Università di Roma 2), Piero Schiavazzi (Link Campus), Luis Tome (Università di Lisbona, Centro Observare, Direttore), Francesco Tuccari (Università di Torino), Maurizio Zandri (Link Campus).


La crisi nella regione anglofona del Camerun

di Marco Cochi

articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 2/2018

La crisi che da più di due anni affligge le provincie anglofone del Camerun ha avuto inizio con uno sciopero indetto da un consorzio di avvocati, che l’11 ottobre 2016 ha chiamato a raccolta i suoi iscritti per protestare contro l’utilizzo del francese nei tribunali locali e la scarsa conoscenza delle procedure anglosassoni da parte dei colleghi francofoni. Nessuno però poteva prevedere che la contestazione avrebbe rilanciato le spinte secessioniste nelle due provincie abitate dalla minoranza di lingua inglese, che rappresenta il 20% dei quasi venticinque milioni di abitanti del Paese africano.

Le prime avvisaglie della ribellione hanno cominciato a manifestarsi nei giorni seguenti, quando, alla mobilitazione forense, si è unito anche il sindacato degli insegnanti, che lamentava la presenza di troppi professori di lingua francese nel sottosistema scolastico-educativo anglofono. Alla protesta dei docenti hanno aderito anche gli studenti, ai quali è stato chiesto di non entrare in aula finché le rivendicazioni non fossero state prese in considerazione dal governo.

il dissenso e la ribellione sono dilagati

Dalle pacifiche manifestazioni di piazza si è arrivati ben presto alle violenze, che hanno raggiunto un punto di non ritorno tra il 21 e il 22 novembre 2016. In questi due giorni a Bamenda, capitale della provincia anglofona del Nord-ovest, durante un sit-in sono scoppiati dei tumulti sedati dalle forze dell’ordine che hanno aperto il fuoco sulla folla. Alla fine, la polizia ha ucciso un attivista anglofono e ha ferito dieci persone, oltre ad arrestare più di cento manifestanti.

Trascorsi più di due anni, il dissenso e la ribellione sono dilagati in entrambe le provincie del Nord-ovest e del Sud-ovest, mentre le manifestazioni di piazza si sono trasformate nella più grave crisi che ha colpito il Camerun dal tempo dell’indipendenza. 

Secondo i dati raccolti all’inizio dello scorso ottobre dall’International Crisis Group, la violenta repressione, condotta dai militari durante gli scontri con i diversi gruppi secessionisti, ha provocato la morte di circa 500 civili e di centinaia di insorti; mentre negli attacchi armati ad opera dei ribelli hanno perso la vita almeno 185 membri dei servizi di sicurezza. Molto critica è anche l’emergenza umanitaria prodotta dalla crisi che, secondo recenti stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari e l’Alto commissariato per i rifugiati, ha provocato 436mila sfollati interni e costretto oltre 30mila civili a cercare rifugio in Nigeria. L’instabilità ha inciso anche sulla sicurezza alimentare delle aree anglofone, con circa mezzo milione di persone che si trovano a dover affrontare una grave emergenza.

i soldati camerunesi hanno risposto agli attacchi con brutali ritorsioni

Un recente report di Human Rights Watch (HRW) ha rilevato che sia le forze governative che i separatisti armati hanno commesso gravi violazioni nei confronti di civili nella parte occidentale del Paese. Tra i vari abusi segnalati nel rapporto sono compresi rapimenti e uccisioni da parte dei separatisti, che hanno anche sequestrato studenti e ordinato la chiusura di alcune scuole. Di contro, i soldati camerunesi hanno risposto agli attacchi con brutali ritorsioni, incendiando interi villaggi, uccidendo civili, arrestando e torturando sospetti separatisti nella regione anglofona.

Per avere un’idea più precisa del livello raggiunto dallo scontro, è importante osservare che per reprimere la rivolta il governo di Yaoundé ha mobilitato il Battaglione di intervento rapido (BIR), un’unità d’élite dell’esercito camerunense impiegata nella lotta ai jihadisti nigeriani di Boko Haram. I soldati del BIR sono stati accusati di aver perpetrato gravi violazioni nei confronti della popolazione civile della regione meridionale del Camerun e secondo quanto riportato da un sacerdote cattolico di Bamenda, sarebbero responsabili della morte di centinaia di bambini.

La drammatica evoluzione della crisi è visivamente tangibile nel gran numero di videoclip ampiamente condivisi sui social media, alcuni dei quali sono stati analizzati dalla BBC Africa Eye. I filmati, talvolta confusi e difficili da verificare, mostrano villaggi dati alle fiamme, esecuzioni e torture. Ad alimentare il conflitto c’è anche un’accesa retorica, che ha visto dapprima i militari etichettare i separatisti anglofoni come “terroristi”, che a loro volta hanno accusato l’esercito di aver orchestrato un “genocidio” per sterminare la popolazione anglofona.

Marco Cochi, da oltre 16 anni è giornalista professionista con focus sull’Africa. Svolge attività di ricerca presso il CeMiSS per il monitoraggio e la produzione di analisi strategica sull’area tematica Africa sub-sahariana e Sahel ed è analista presso il think tank Il Nodo di Gordio. Docente del Corso in Terrorismo e le sue mutazioni geopolitiche alla SIOI (Società italiana per le organizzazioni internazionali) di Roma e membro della Faculty del Master in Peacebuilding and International Cooperation attivato presso la Link Campus University. Per i tipi di Castelvecchi ha da poco pubblicato “Tutto cominciò a Nairobi. Come al-Qaeda è diventata la rete jihadista più potente dell’Africa”.


L’attuale minaccia e l’evoluzione dei gruppi jihadisti nel Sahel

di Marco Cochi

L’instabilità e l’insicurezza nelle regioni di confine del Sahel sono fenomeni di lunga data che trovano origine nell’ancora incerto consolidamento delle forze di sicurezza degli Stati della regione, nella porosità delle frontiere, nelle rivendicazioni territoriali su base etnica e nella presenza di gruppi estremisti islamici attivi nella zona. La situazione nell’area di crisi è peggiorata alla fine del 2011, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, in conseguenza della quale si è riversato un ingente flusso illecito di armi nel Sahel, che ha alimentato insurrezioni e conflitti nella regione.

forti dissidi tra i tuareg e i radicali islamici, dopo che questi ultimi erano riusciti ad imporre la loro connotazione integralista religiosa all’insurrezione armata

Una progressione di eventi, esplosa nell’aprile 2012 sotto la guida del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (MNLA), e culminata nella ribellione dei Tuareg nel nord del Mali. Il MNLA, pochi mesi dopo, si è assicurato il sostegno di tre temibili gruppi jihadisti: al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI), Ansar Dine (I difensori della fede) e il Movimento per l’unicità del jihad in Africa occidentale (MUJAO). In un secondo momento, questi movimenti jihadisti sono entrati in contrapposizione con lo stesso MNLA, a causa di forti dissidi tra i tuareg e i radicali islamici, dopo che questi ultimi erano riusciti ad imporre la loro connotazione integralista religiosa all’insurrezione armata.

Dopo aver assunto la guida delle operazioni militari, gli estremisti iniziarono ad invadere il sud del Mali, fino ad arrivare a minacciare la capitale Bamako. Il dilagare della rivolta, nel gennaio 2013, diede il via all’operazione Serval condotta da una Forza multinazionale a guida francese, sotto l’egida delle risoluzioni 2071 del 12 ottobre e 2085 del 20 dicembre 2012, adottate all’unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Parigi ha affidato la lotta contro i gruppi jihadisti saheliani all’operazione Barkhane, che ha integrato la Serval e la Epervier

L’azione armata evitò la caduta dell’ex colonia francese sotto il giogo islamista e pose fine all’offensiva dei gruppi jihadisti, ma non riuscì ad estirpare il contagio dell’estremismo violento dall’area. Così, dopo aver concluso l’intervento armato e ripristinato l’autorità statuale nella parte settentrionale del Mali, dal primo agosto 2014, Parigi ha affidato la lotta contro i gruppi jihadisti saheliani all’operazione Barkhane, che ha integrato la Serval e la Epervier.

Trascorsi più di sei anno e mezzo, la guerra nel nord del Mali si è trasformata in un conflitto asimmetrico a bassa intensità, nel corso del quale si è anche sviluppata una nuova pericolosa insorgenza lungo il confine Niger-Mali-Burkina Faso e dove alcuni gruppi jihadisti, sfruttando l’insicurezza che da decenni caratterizza queste zone di frontiera, hanno stabilito le loro roccaforti.

Una delle formazioni estremiste islamiche più pericolose e attive nell’area è la Jama’ah Nusrah al-Islam wal-Muslimin

Una delle formazioni estremiste islamiche più pericolose e attive nell’area è la Jama’ah Nusrah al-Islam wal-Muslimin (Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani – GSIM). Il GSIM si è costituito all’inizio del marzo 2017, sotto l’egida di al Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI), per riunire in un’unica sigla i principali gruppi legati ad al Qaeda attivi in Mali e nell’area desertica del Sahel. Nello specifico, la fusione ha interessato al-Murabitun, Ansar Dine e i suoi affiliati della Brigata Macina, poi rinominata Fronte di liberazione del Macina.

La cellula saheliana di al Qaeda è guidata da un personaggio di estremo rilievo della rete jihadista maliana: il tuareg Iyad Ag Ghaly, soprannominato “lo stratega”, che oltre ad aver militato nella fila della Legione islamica di Gheddafi, combattuto in Libano a fianco dei militanti dell’OLP, negoziato la liberazione di ostaggi per il governo di Bamako ed essere stato tra il 1990 e il 1995 uno dei principali protagonisti della seconda rivolta tuareg, era anche alla testa di Ansar Dine durante la guerra nel nord del Mali.

l’emiro Abdelmalek Droukdel, stava perseguendo l’obiettivo di federare tutti i gruppi militanti attivi nel Sahel

L’alleanza dei gruppi qaedisti attivi nella regione era stata anticipata dagli osservatori, come prova uno studio realizzato due mesi prima della fusione dall’Istituto francese delle relazioni internazionali (IFRI), nel quale era stata dettagliatamente esaminata tale possibilità.

Del resto, era da tempo che il leader di AQMI, l’emiro Abdelmalek Droukdel, stava perseguendo l’obiettivo di federare tutti i gruppi militanti attivi nel Sahel per coronare le sue ambizioni di accrescere la limitata capacità d’influenza del suo gruppo nella regione. Ma la volontà unificatrice del leader jihadista è derivata anche dalla necessità di formalizzare i legami e le relazioni tra le varie formazioni armate, che risalgono al periodo dell’occupazione del nord del Mali. Inoltre, appare evidente che Droukdel abbia perorato la fusione in risposta al progressivo rafforzamento dell’influenza dello Stato Islamico nella regione, che anche dopo la sua deterritorializzazione resta un polo d’attrazione nel jihadismo internazionale.

Articolo originale e completo pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 1/2018

Marco Cochi, da oltre 16 anni è giornalista professionista con focus sull’Africa. Svolge attività di ricerca presso il CeMiSS per il monitoraggio e la produzione di analisi strategica sull’area tematica Africa sub-sahariana e Sahel ed è analista presso il think tank Il Nodo di Gordio. Docente del Corso in Terrorismo e le sue mutazioni geopolitiche alla SIOI (Società italiana per le organizzazioni internazionali) di Roma e membro della Faculty del Master in Peacebuilding and International Cooperation attivato presso la Link Campus University. Per i tipi di Castelvecchi ha da poco pubblicato “Tutto cominciò a Nairobi. Come al-Qaeda è diventata la rete jihadista più potente dell’Africa”.