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Libia: Varvelli (Ecfr), ‘viaggio Conte e Di Maio prezzo politico pagato a Haftar’ (ADNKRONOS)

La cattura dei pescatori italiani era ovviamente un pretesto di Haftar

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, ha annunciato la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo, sequestrati in Libia per 108 giorni. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Di Maio si sono recati stamani a Bengasi, roccaforte del generale Khalifa Haftar. Sulla vicenda dei pescatori illegalmente detenuti dalle milizie libiche, due sono gli elementi da tenere in considerazione.

Il primo è che l’Italia si è schierata dalla parte del governo di Tripoli, internazionalmente riconosciuto, ma sostenuto da quella Turchia che di fatto ha sostituito l’Italia come partner privilegiato: un processo di sostituzione che si è imposto a causa della sostanziale immobilità italiana e dell’attivismo spregiudicato di Ankara nel Mediterraneo, che non si è fatta scrupoli nell’inviare armi da guerra in Libia nonostante l’embargo delle Nazioni Unite – e tra gli aiuti anche i combattenti islamisti reduci della guerra in Siria. E questo è molto pericoloso per la sicurezza del Mediterraneo.

Il secondo elemento è l’indebolimento di Haftar, leader militare e portabandiera del cosiddetto governo di Tobruch, la cui autorità non è formalmente riconosciuta e che ha perso quel ruolo chiave che aveva in precedenza. Un indebolimento, quello di Haftar che si accompagna al cessate il fuoco tra le parti e all’avvio del negoziato tra Tobruch e Tripoli che potrebbe portare a un primo risultato nella stabilizzazione libica. Haftar, escluso da questo negoziato e a rischio di essere marginalizzato, ha agito con la forza tentando di compensare la sua sempre maggiore debolezza; e lo ha fatto giocando la carta del ricatto con un’Italia sempre più marginale e in cui i pescatori italiani sono stati, loro malgrado, l’espressione della contesa tra le parti libiche.

“La guerra del gambero rosso” del Mediterraneo è un elemento che conferma la perdita di influenza dell’Italia in Libia: l’evento in sé, associato al sequestro e all’immediato rilascio del mercantile turco avvenuto nel mese di dicembre, evidenzia la perdita di influenza dell’Italia in Libia e nel Mediterraneo a favore di altri attori, tra i quali certamente la Turchia.

Adnkronos ha chiesto ad Arturo Varvelli, direttore dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) cosa rappresenti sul piano politico la liberazione dei pescatori italiani.

un premier e un ministro degli Esteri da un generale che non ha riconoscimento internazionale

(Rak/Adnkronos) “Il fatto che un presidente del Consiglio e un ministro degli Esteri si siano mossi per andare a sancire la liberazione da un generale, il generale Khalifa Haftar, che non ha alcun riconoscimento internazionale o che non dovrebbe averne, è naturalmente il prezzo implicito che abbiamo pagato per risolvere questa situazione”. Arturo Varvelli dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) commenta così con Aki – Adnkronos International l’annuncio da parte del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, con un post su Facebook, della liberazione dei “nostri pescatori” bloccati in Libia dal primo settembre, 18 marittimi (otto italiani), fermati al largo di Bengasi dalle forze al comando del generale Khalifa Haftar.

“Il Governo continua a sostenere con fermezza il processo di stabilizzazione della Libia. E’ ciò che io e il presidente Giuseppe Conte abbiamo ribadito oggi stesso a Haftar, durante il nostro colloquio a Bengasi”, ha scritto Di Maio su Facebook.

Haftar voleva si muovessero da Roma, ora governo rifletta su posizione Italia rispetto a crisi libica

“E’ chiaro che quello che voleva Haftar era che si muovessero da Roma e andassero a Bengasi e che lui avesse un riconoscimento di questo tipo”, aggiunge Varvelli, “molto felice per la soluzione di questa vicenda”, per “l’ottima notizia”.

“E’ esattamente il prezzo politico che dovevamo pagare e – dice – è stato pagato”. Bisognerà vedere, continua, “nelle prossime settimane, nei prossimi mesi come sarà la posizione dell’Italia in questa crisi, posizione che mi sembra sempre un po’ ondivaga”.

“Ci siamo un po’ trincerati dietro questa formula dell’equidistanza – prosegue Varvelli – ma mi sembra che non abbiamo ottenuto molto. Non siamo diventati migliori amici di Haftar, tanto che ha trattenuto per più di 100 giorni dei pescatori senza alcuna accusa formale a Bengasi e dall’atra parte penso abbiamo perso un po’ di leva su Tripoli”, sul governo di concordia nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale. Ora, conclude, “si apre secondo me una fase di riflessione molto seria all’interno del governo sulla nostra posizione rispetto alla crisi libica” (Rak/Adnkronos).

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ISSN 2465 – 1222 17-Dec-2020 13:04

 


Libia: a “processo” i pescatori italiani detenuti da Haftar. Bertolotti: l’Italia sempre più vulnerabile – Deutsche Welle

di Philipp Zahn

I 18 pescatori di Mazara a processo davanti al tribunale militare del generale Khalifa Haftar: il commento di Claudio Bertolotti nel servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle.

Entro la fine di questa settimana inizierà il processo davanti al tribunale militare di Bengasi nei confronti dei pescatori di Mazara del Vallo detenuti in Libia.

Perché le autorità italiane tacciono, nonostante il fatto che gli avvocati considerino le azioni libiche come una chiara violazione della legge? La Libia rivendica anche l’area marittima oltre la zona di dodici miglia stabilita a livello internazionale; area in cui si trovavano i pescatori italiani. Ma allo stesso tempo la Marina Militare Italiana si ritira sempre più dalle acque internazionali al largo delle coste libiche, lasciando spazio ad altri attori. Con le veglie davanti al parlamento di Roma, le famiglie dei pescatori cercano di fare pressione sui politici, in modo che i 18 uomini possano finalmente tornare liberi.

Un’episodio, quello dei pescatori italiani, che accende i riflettori sul ruolo dell’Italia in Libia e nel Mediterraneo: un ruolo sempre più debole  e marginale, a vantaggio dei competitor – Turchia, Egitto, Russia e Paesi del Golfo – che consolidano le loro posizioni.

Il servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle in lingua tedesca
Il servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle in lingua araba
Il servizio di Philipp Zahn per Deutsche Welle in lingua spagnola

Italienische Fischer in libyscher Haft

Eine Reportage von Philipp Zahn.
Seit September sitzen 18 sizilianische Fischer in Libyen im Gefängnis. Ihr Vergehen: Sie hatten vor der Küste Garnelen gefangen. Ihre Familien befürchten, dass es nicht nur um Hoheitsrechte auf See geht.
Denn die italienischen Behörden schweigen. Und das, obwohl Juristen Libyens Vorgehen als klaren Rechtsbruch betrachten: Das Land reklamiert auch den Bereich jenseits der international festgelegten Zwölfmeilenzone, wo die Fischer unterwegs waren, als sein Hoheitsgebiet. Doch gleichzeitig zieht sich die italienische Marine zunehmend aus den internationalen Gewässern vor Libyens Küste zurück. Der Grund, so mutmaßen die Angehörigen der verschwundenen Fischer: Auf dem offenen Meer geraten viele Flüchtlinge in Seenot, und Italiens Marine wolle sich an deren Rettung nicht mehr beteiligen. Mit Mahnwachen vor dem Parlament in Rom versuchen die Familien der Fischer, Druck auf die Politik aufzubauen – damit die 18 Männer endlich wieder in Freiheit kommen.

El reportero – Pescadores italianos denidos en Libia

Un informe de Philipp Zahn.
Desde septiembre de 2020, 18 pescadores sicilianos se encuentran en cárceles libias. Su “delito”: pescar las codiciadas gambas rojas frente la costa de Libia. Sus familias desesperadas temen que haya más en juego que los derechos de soberanía marítima.
Las autoridades italianas callan. Y esto a pesar de que los abogados consideran que las acciones de Libia son una clara violación de la ley: el país también reclama como territorio suyo el área más allá de la zona de doce millas definida internacionalmente por los pescadores. Pero al mismo tiempo la marina italiana se está retirando cada vez más de las aguas internacionales frente a la costa de Libia. La razón, especulan los familiares de los pescadores desaparecidos, es que muchos refugiados están en peligro en mar abierto, y la marina italiana ya no quiere participar en su rescate. Con vigilias frente al parlamento en Roma, las familias de los pescadores tratan de presionar a los políticos para que los 18 hombres sean finalmente liberados.

مراسلون – صيادون صقليون في السجون الليبية

إين ريبورتاج فون فيليب زان.
تعليق لكلاوديو بيرتولوتي

منذ 20 سبتمبر يقبع 18 صيادا صقليا في السجون الليبية. وجريمتهم هي اصطيادهم القريدس الأحمر أمام السواحل الليبية. وتخشى عائلتهم ألا يقتصر الأمر على اتهامهم بخرق المياه الإقليمية الليبية.
فالسلطات الإيطالية صامتة. ورغم أن رجال القانون يرون أن التصرف الليبي يعد خرقا واضحا للقانون، لأن الصيادين اعتقلوا خارج الاثني عشر ميلا التي يحددها القانون الدولي كمياه إقليمية، فيما تعتبر ليبيا تلك المنطقة منطقة سيادية. من ناحية أخرى تتراجع باضطراد حركة البحرية الإيطالية في المياه الدولية، لأنها، حسب اعتقاد أهالي الصيادين، لم تعد ترغب في أن تشارك في عمليات إنقاذ للاجئين. وتسعى عائلات الصيادين من خلال الاحتجاج بإيقاد الشموع أمام البرلمان في روما إلى زيادة الضغط على السياسيين من أجل الإفراج عن الصيادين المعتقلين. ريبورتاج فيليب تسان.


Unione della sicurezza: un programma di lotta al terrorismo e un Europol più forte per potenziare la resilienza dell’UE

Bruxelles, 9 dicembre 2020: la Commissione ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo affinché l’UE intensifichi la lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento e diventi più resiliente nei confronti delle minacce terroristiche. Sulla base del lavoro svolto negli ultimi anni, il programma intende aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire meglio la minaccia terroristica e a proteggersi e reagire più efficacemente. Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto, fornirà un migliore sostegno operativo alle indagini degli Stati membri in virtù del nuovo mandato proposto il 9 dicembre.

Un nuovo programma di lotta al terrorismo: prevedere, prevenire, proteggersi e reagire

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “La nostra protezione più forte contro la minaccia terroristica risiede nelle fondamenta della nostra Unione, inclusive e basate sui diritti. Costruendo società inclusive in cui ciascuno possa trovare il suo posto, riduciamo l’attrattiva delle argomentazioni estremiste. Allo stesso tempo, lo stile di vita europeo non può essere messo in discussione: dobbiamo fare tutto il possibile per impedire a chi lo desidera di cancellarlo. Con il programma di lotta al terrorismo presentato oggi, investiamo nella resilienza delle nostre società combattendo più efficacemente la radicalizzazione e proteggendo gli spazi pubblici dagli attentati tramite misure mirate”.

Ylva Johansson, Commissario per gli Affari interni, ha dichiarato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato oggi potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta lecomunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati. Proponiamo inoltre di dotare Europol dei mezzi moderni necessari persostenere i paesi dell’UE nelle loro indagini“.

Misure per prevedere, prevenire, proteggere e reagire

La recente ondata di attentati perpetrati sul suolo europeo ci ha bruscamente ricordato che ilterrorismo rimane un pericolo reale ed attuale. Con l’evolvere di questa minaccia, deve evolvereanche la nostra cooperazione diretta a contrastarla. Il programma di lotta al terrorismo si prefigge i seguenti obiettivi:

Individuare le vulnerabilità e sviluppare la capacità di prevedere le minacce

Per prevedere meglio le minacce e individuare potenziali punti deboli, gli Stati membri accertarsi cheil Centro di situazione e di intelligence (ITCEN) possa contare su contributi di alta qualità al fine di aumentare la nostra conoscenza situazionale. Nell’ambito della sua imminente proposta sulla resilienza delle infrastrutture critiche, la Commissione organizzerà missioni consultive per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni del rischio, basandosi sull’esperienza di un gruppo di consulenti UE sulla sicurezza protettiva. La ricerca in materia di sicurezza contribuirà a migliorare l’individuazione precoce delle nuove minacce, mentre gli investimenti nelle nuove tecnologie manterranno all’avanguardia la reazione dell’Europa al terrorismo.

Prevenire gli attentati combattendo la radicalizzazione

Per contrastare la diffusione delle ideologie estremiste online è importante che il Parlamento europeo e il Consiglio adottino con urgenza le norme sulla rimozione dei contenuti terroristici online. La Commissione sosterrà poi la loro applicazione. Il Forum dell’UE su Internet elaborerà linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico per i materiali estremisti online. Promuovere l’inclusione e offrire opportunità tramite l’istruzione, la cultura, lo sport e le misure per i giovani può contribuire a rendere le società più coese e prevenire la radicalizzazione. Il piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione aiuterà a sviluppare la resilienza delle comunità. Il programma si prefigge inoltre di rafforzare l’azione preventiva nelle carceri, con particolare attenzione alla riabilitazione e al reinserimento dei detenuti con idee radicali, anche dopo il loro rilascio. Per diffondere conoscenze e competenze sulla prevenzione della radicalizzazione, la Commissione proporrà la creazione di un polo di conoscenze dell’UE che riunisca responsabili politici, operatori e ricercatori. Consapevole dei problemi specifici relativi ai combattenti terroristi stranieri e ai loro familiari, la Commissione favorirà la formazione e la condivisione delle conoscenze per aiutare gli Stati membri agestire il loro rimpatrio.

Promuovere la sicurezza fin dalla progettazione e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione

Molti dei recenti attentati perpetrati nell’UE sono stati commessi in luoghi densamente popolati o di elevato contenuto simbolico. L’UE intensificherà l’impegno per garantire la protezione fisica degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, mediante la sicurezza fin dalla progettazione. La Commissione proporrà di raccogliere le città intorno a un impegno dell’UE sulla sicurezza e la resilienza urbane e metterà a disposizione finanziamenti per aiutarle a ridurre le vulnerabilità degli spazi pubblici. La Commissione proporrà inoltre misure volte a rendere più resilienti le infrastrutture critiche, quali nodi di trasporto, centrali elettriche od ospedali. Per potenziare la sicurezza aerea, la Commissione esplorerà le opzioni per un quadro giuridico europeo che permetta la presenza di agenti di sicurezza sugli aerei. Tutti coloro che entrano nell’UE, che siano o meno cittadini dell’UE, devono essere controllati consultando le banche dati pertinenti. La Commissione aiuterà gli Stati membri a predisporre tali verifiche sistematiche alle frontiere. La Commissione proporrà inoltre un sistema per impedire, colmando una lacuna esistente, che una persona a cui è stata negata l’autorizzazione ad acquisire un’arma da fuoco per motivi di sicurezza in uno Stato membro possa presentare una richiesta analoga in un altro Stato membro.

Rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati

La cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire efficacemente agli attentati e consegnare i responsabili alla giustizia. Nel 2021 la Commissione proporrà un codice di cooperazione di polizia dell’UE per rafforzare la cooperazione tra le autoritàdi contrasto, anche nella lotta contro il terrorismo. Una parte sostanziale delle indagini sulla criminalità e sul terrorismo comporta informazioni cifrate. La Commissione collaborerà con gli Stati membri per individuare le possibili soluzioni giuridiche, operative e tecniche per l’accesso legittimo e promuoverà un approccio che mantenga l’efficacia della cifratura nella protezione della privacy e della sicurezza delle comunicazioni, permettendo al contempo una valida risposta alla criminalità e al terrorismo. Al fine di favorire meglio le indagini e l’azione penale, la Commissione proporrà di creare una rete di investigatori finanziari antiterrorismo, comprendente Europol, per contribuire a seguire le tracce del denaro e identificarele persone coinvolte. La Commissione, inoltre, aiuterà ulteriormente gli Stati membri a usare le informazioni raccolte sul campo di battaglia per identificare, scoprire e perseguire i combattenti terroristi stranieri di ritorno. La Commissione lavorerà per rafforzare la protezione delle vittime degli atti terroristici, anche per aumentare l’accesso al risarcimento. L’attività volta a prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo coinvolgerà i paesi partner, nel vicinato dell’UE e nel resto del mondo, e si baserà su una collaborazione più intensa con le organizzazioni internazionali. La Commissione e l’Alto rappresentante/Vicepresidente rafforzeranno, ove opportuno, la cooperazione con i partner dei Balcani occidentali nel settore dellearmi da fuoco, negozieranno accordi internazionali con i paesi del vicinato meridionale per lo scambio di dati personali con Europol, e intensificheranno la cooperazione strategica e operativa con altre regioni come il Sahel, il Corno d’Africa, altri paesi africani e le principali regioni dell’Asia. La Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo incaricato di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo nell’ambito della Commissione stessa, e in stretta cooperazione con gli Stati membri e il Parlamento europeo.

Un mandato più forte per Europol

La Commissione propone oggi di rafforzare il mandato di Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto. Dato che i terroristi abusano spesso di servizi offerti da imprese private per reclutare seguaci, pianificare attentati e diffondere propaganda che inciti a nuovi attacchi, il mandato riveduto aiuterà Europol a cooperare efficacemente con soggetti privati e trasmettere le prove agli Stati membri. Ad esempio, Europol potrà agire come punto focale qualora non sia chiaro quale Stato membro abbia la competenza giurisdizionale. Il nuovo mandato permetterà inoltre a Europol di trattare serie di dati ampie e complesse, di cooperare meglio con la Procura europea e con paesi terzi e di contribuire a sviluppare nuove tecnologie che soddisfino le esigenze delle autorità di contrasto. Rafforzerà altresì il quadro di Europolper la protezione dei dati e il controllo parlamentare.

Contesto

Il programma odierno fa seguito alla strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza per il periodo 2020-2025, nella quale la Commissione si è impegnata a concentrarsi sui settori prioritari in cui l’UE può apportare un valore aggiunto per aiutare gli Stati membri a rafforzare la sicurezza di tutti coloro che vivono in Europa. Il programma di lotta al terrorismo si basa sulle misure già adottate per sottrarre ai terroristi i mezzi per commettere attentati e rafforzare la resilienza nei confronti delle minacce terroristiche, tra cui le norme dell’UE sulla lotta contro il terrorismo e il finanziamento del terrorismo e sull’accesso alle armida fuoco.

Per ulteriori informazioni:

Comunicazione sul programma di lotta al terrorismo dell’UE: prevedere, prevenire, proteggere, reagire
Proposta di regolamento che rafforza il mandato di Europol
Rafforzare il mandato di Europol – Valutazione d’impatto
Rafforzare il mandato di Europol – Sintesi della valutazione d’impatto
Un programma di lotta al terrorismo per l’UE e un mandato più forte per Europol: domande e risposte
Comunicato stampa: strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza: integrare le singole misure in unnuovo ecosistema della sicurezza, 24 luglio 2020
Unione della sicurezza – sito web della Commissione

Illustration 2020/2
© Copyright European Commission 2020

Come affrontare la radicalizzazione (‘Chiese in diretta’ – RSI)

Nella puntata del 6 dicembre 2020 di “Chiese in diretta“, settimanale di informazione e attualità religiosa della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana si è parlato di come affrontare la radicalizzazione di matrice islamista/jihadista.

Con Fra’ Ignazio De Francesco, cappellano nel carcere Dozza di Bologna; Chiara Sulmoni (ricercatrice e presidente di START InSight) e Michela Trisconi (capo progetto del dispositivo contro la radicalizzazione e l’estremismo violento del Canton Ticino). A cura di Don Italo Molinaro. 

 


Generale David Petraeus: senza truppe straniere i talebani potrebbero rovesciare il governo afghano (L’intervista)

di Claudio Bertolotti

L’intervista di Claudio Bertolotti al Generale statunitense David Petraeus, già comandante del Surge in Iraq, dell’US Central Command, delle Forze della Coalizione in Afghanistan ed ex direttore della CIA

Il generale David H. Petraeus, che forse non tutti sanno ha prestato servizio in Italia (Vicenza) per circa tre anni e mezzo all’inizio della sua carriera, è una delle figure militari statunitensi più importanti dell’era post-11 settembre 2001 ed è stato descritto come uno dei “grandi capitani di battaglia” della storia militare americana. Dopo il suo servizio militare, che lo ha visto ricoprire posizioni di alto comando in Iraq e in Afghanistan, è stato direttore della CIA. Ora è presidente del KKR Global Institute.

Durante la sua carriera come ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, il generale Petraeus è stato ampiamente riconosciuto per la sua leadership nella Forze Armate; leadership che si è confermata nella redazione del manuale di counter-insurgency dell’Esercito degli Stati Uniti che ha portato alla revisione di tutti gli aspetti della preparazione e dell’addestramento dei comandanti di tutti i livelli e delle unità dell’Esercito americano per il dispiegamento in aree di crisi e teatri operativi. La sua azione di comando e le sue intuizioni accompagnate dall’applicazione operativa in occasione del Surge in Iraq, hanno consentito di recuperare una situazione disperata riducendo drasticamente il livello di violenza nel paese; analogo risultato è stato ottenuto grazie a lui, nel periodo in cui ha ricoperto il ruolo di comandante delle forze della Coalizione in Afghanistan, con l’azione di contrasto all’offensiva e all’espansione talebana avviando così quel necessario passaggio di responsabilità alle forze e alle istituzioni afghane.

Dopo aver lasciato l’Esercito, il generale Petraeus ha ricoperto l’incarico di direttore della CIA che, sotto la sua guida, ha ottenuto grandi risultati nella guerra globale al terrorismo; in tale veste Petraeus ha definito un piano strategico per l’Agenzia e perseguito investimenti in quello che lui stesso definisce l’elemento più importante dell’Agenzia: il suo capitale umano.

Generale Petraeus, le guerre contemporanee sono sempre più caratterizzate da una rilevante componente non militare in cui, in particolare, ha un peso notevole il ruolo della popolazione civile nel contrasto ai fenomeni insurrezionali. Quali sono oggi le sue valutazioni in merito alla strategia WHAM (Winning Hearts and Minds) che ha caratterizzato in particolare la sua leadership nelle guerre afghana e irachena?

Come abbiamo sottolineato nel manuale dell’Esercito per la contro-insurrezione (Counterinsurgency, Field Manual 3-24, scritto da David H. Petraeus e James F. Amos, NdA), “il fattore decisivo” in tale impresa è il “terreno umano”. Una campagna di contro-insurrezione si concentra necessariamente sulle persone, fornendo loro sicurezza e consolidando le basi della sicurezza stessa, aiutando a ripristinare i servizi di base, riparando le infrastrutture danneggiate, ristabilendo la governance locale, rilanciando le economie locali e così via. Questo per mostrare alle persone che le loro vite saranno migliori se decidono di sostenere il governo e le forze della Coalizione invece di appoggiare attivamente o tacitamente gli insorti. E nel tempo, man mano che la sicurezza e la situazione migliorano, le persone comprendono la logica e i benefici di questo sostegno, rifiutando di aiutare e alimentare le istanze e le ambizioni degli insorti e dei gruppi di opposizione armata.

L’accordo Stati Uniti-talebani e il disimpegno militare dall’Afghanistan: si sente deluso da come è finita o ritiene che fosse l’unico risultato che si potesse ottenere oggi considerando le dinamiche politiche nazionali e internazionali?

L’accordo recentemente siglato a Doha offre l’opportunità, da tempo ricercata, di trasformare l’Afghanistan da un problema che richiede una gestione militare perpetua degli Stati Uniti a una situazione che può essere risolta politicamente una volta per tutte. Ma i rischi che questa scommessa porta con sé sono enormi così come i segnali che giungono all’indomani dell’accordo e a distanza di alcuni mesi – come i continui attacchi talebani e lo stato di grave difficoltà in cui versa il governo afghano – non sono incoraggianti.
La veemente insistenza dei talebani sulla necessità di ritiro di tutte le truppe statunitensi dall’Afghanistan lascia fortemente intravvedere che lo scopo nei colloqui di pace non sia tanto quello di trasformare le relazioni dei talebani con gli Stati Uniti, ma di allontanarne le forze così da poter rovesciare il governo afghano senza ostacoli. L’accordo, così come siglato, sembrerebbe dare ai talebani uno scarso incentivo a dialogare seriamente con il governo internazionalmente riconosciuto di Kabul, poiché la posizione di quest’ultimo diverrà progressivamente più debole con il completamento del ritiro militare internazionale. Invece di gettare le basi per un compromesso intra-afghano, già di per sé molto difficile, l’accordo sembra implicitamente anticipare “la fine del gioco” così come gli stessi insorti hanno costantemente perseguito dal 2001: una riconquista talebana del paese.

Una considerazione personale sulla guerra in Afghanistan

Siamo andati in Afghanistan per un motivo: eliminare il santuario di Al-Qāʿida in un Afghanistan sotto il dominio dei talebani in cui erano stati pianificati gli attacchi dell’11 settembre e dove veniva condotto l’addestramento iniziale degli aggressori. E siamo rimasti per un motivo: per garantire che Al-Qāʿida non riuscisse a ristabilire quel santuario, cosa che il gruppo terrorista ha ripetutamente cercato di fare da quando i talebani e altri ribelli sono tornati nel Paese, compiendo ripetutamente attacchi violenti contro il popolo afghano, le loro forze di difesa e sicurezza e i loro partner della Coalizione.

Generale Petraeus, l’autore di questa intervista ha avuto l’onore di servire il suo paese in Afghanistan insieme alle truppe statunitensi, inquadrato nella missione ISAF e prima ancora nell’operazione Enduring Freedom. Qual è la sua opinione sull’impegno italiano in Afghanistan?

È stato un privilegio avere gli eccezionali contingenti italiani in Afghanistan, così come lo è stato avere un comandante e un quartier generale italiani al Comando Regionale Ovest (RC-West), a Herat. Durante il mio periodo come capo del comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM, 2008-2010) e poi come comandante della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza in Afghanistan (ISAF, 2010-2011), le forze italiane di RC-West hanno condotto operazioni di contro-insurrezione da manuale. Tutti gli italiani dovrebbero essere molto orgogliosi degli uomini e delle donne che hanno indossato l’uniforme del loro paese in Afghanistan.

 Vuole aggiungere qualcosa che ritiene importante?

“Claudio, ci terrei che mettessi in risalto, per i nostri lettori, che tra le mie decorazioni straniere c’è la Croce d’oro al merito dei Carabinieri”.

Scarica la biografia del generale David H. Petraeus.

Intervista pubblicata in origine in lingua inglese su START InSight e in italiano sulla Rivista Militare dell’Esercito Italiano, n. 3/2020


Chi sono i seguaci di QAnon e perché vengono considerati un serio pericolo per la democrazia?

Chi sono i seguaci di QAnon e perché vengono considerati un serio pericolo per la democrazia?

di Andrea Molle 

Secondo una recente indiscrezione del giornalista Marc Endeweld, il Presidente francese Emmanuel Macron sarebbe pericolosamente vicino al mondo delle teorie cospirazioniste. In particolare, sarebbe ossessionato dalla “Teoria della Sostituzione”, cioè l’esistenza di un piano per “eliminare” i popoli europei sostituendoli con immigrati africani. Anche Italia sono molti i cittadini che pensano che queste teorie abbiano fatto breccia nella politica mainstream. C’è ad esempio chi crede che Matteo Salvini sia un simpatizzante cospirazionista arrivando addirittura a creare dei gruppi di discussione online dedicati a scovare i segnali che, presumibilmente, il leader della Lega lancerebbe ai seguaci di QAnon, un movimento di origine americana che, anche grazie al lockdown, sta prendendo sempre più piede sia in Europa che in Italia.

Non esistono prove a conferma di queste ipotesi, ma si tratta di una situazione molto complessa. Diversi movimenti extraparlamentari, quelli che da sempre orientano il voto della galassia identitaria e militante verso l’estrema destra così come verso l’estrema sinistra, riprendono e amplificano i messaggi di QAnon e in generale del cospirazionismo. Accade dunque che per raccogliere consenso i partiti ufficiali rilancino, anche casualmente, quegli stessi temi e tormentoni nella loro propaganda, soprattutto sui social media. Spesso ciò avviene unicamente perché la retorica cospirazionista, fatta di nemici invisibili, “poteri forti” internazionali e spiegazioni semplicistiche, ha un grande successo mediatico. Tuttavia, nel farlo, i partiti si espongono al rischio di associarsi ad un movimento e una cultura politica estremamente pericolosi.

La retorica cospirazionista, fatta di nemici invisibili, poteri forti internazionali e spiegazioni semplicistiche, ha un grande successo mediatico. Accade che i partiti rilancino, anche casualmente, quegli stessi temi nella loro propaganda sui social media.

Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza su un fenomeno di cui si parla ancora poco, ma che presto potrebbe occupare le prime pagine dei quotidiani nazionali in Italia come altrove. Durante le elezioni presidenziali americane del 2016, il candidato repubblicano Donald J. Trump fu indicato come “il Prescelto” da diversi gruppi cospirazionisti che, da allora, hanno iniziato a seguirlo con crescente interesse fino a trasformalo nel loro Messia. A seguito della vittoria di Trump contro la candidata democratica Hillary Clinton, quelli stessi gruppi hanno acquisito sempre maggiore visibilità raccogliendosi sotto l’etichetta di QAnon, un movimento nato per riunire i sedicenti seguaci di un anonimo utente internet noto con il nome in codice “Q”. Dando avvio a una carriera di “gola profonda”, Q ha affermato di essere un esponente di alto livello dell’amministrazione Trump per poi iniziare a rivelare, progressivamente e tramite indizi che i suoi seguaci devono decifrare autonomamente, la supposta verità sull’esistenza del Deep State. I “poteri forti dello Stato Profondo”, come spesso viene tradotto dal pubblico italiano, sono una presunta cabala formata da politici, imprenditori e star cinematografiche rigorosamente di sinistra e dedite a rapimenti, sacrifici umani e culti satanici con l’obiettivo finale di raggiungere l’immortalità e asservire le masse mondiali. Una cupola degna delle migliori tradizioni pluto-giudaico-massoniche a cui Trump, aiutato da pochi leader mondiali suoi alleati, si opporrebbe strenuamente.

Le rivelazioni di Q: ciascun utente o gruppo può adattare il messaggio alle proprie esigenze e al proprio contesto. Per questo il movimento è considerato un open-world cospiratorio.

Insomma, almeno secondo QAnon, Trump sarebbe l’ultima speranza dell’umanità e di cui gli altri leader sovranisti sono gli alleati. Questo è ciò che gli analisti chiamano il core belief di QAnon, il nocciolo duro delle rivelazioni di Q, mentre in realtà ciascun utente o “gruppo di ricerca della verità” può integrarle con altri contenuti, modificandone o adattandone il messaggio alle proprie esigenze e al proprio contesto. Per questo il movimento è considerato dagli studiosi come un vero e proprio fai-da-te, un open-world, cospiratorio.

Sebbene questo gruppo cospirazionista sia nato come un fenomeno marginale e profondamente americano, grazie alla sua flessibilità ha poi preso velocemente piede su YouTube, dove creatori di contenuti conservatori come as esempio TRU Reporting o SGT Report channel hanno iniziato a produrre decine di video ispirati dagli indizi di Q ottenendo centinaia di migliaia di visualizzazioni. All’inizio del 2018 QAnon contava già su una vasta rete di canali YouTube, podcast e libri dedicati al Deep State, oltre agli immancabili gadgets a tema. Slogan e simboli di QAnon, come l’hashtag #WWG1WGA (“Where We Go One We Go All”), hanno iniziato a popolare l’ecosistema dei social media e dei movimenti conservatori e hanno fatto capolino nella vita quotidiana e nelle manifestazioni di supporto al presidente Trump. Allo stesso tempo QAnon ha mostrato il suo lato (ancora più) oscuro laddove diversi suoi seguaci sono stati implicati in molestie, atti di vandalismo, assalti a mano armata e perfino omicidi. Nel 2019 la breve ma intensa carriera del movimento è culminata nella designazione di QAnon come minaccia terroristica da parte dell’FBI; la prima teoria della cospirazione ad essere classificata tale.

Con quasi 1,5 milioni di seguaci, QAnon è stato certamente aiutato dalla recente pandemia e dalla conseguente diminuzione della fiducia nelle istituzioni. Il numero di Tweet correlati al QA è passato dai quasi 5 milioni nel 2017 a oltre 12 milioni nel 2020.

QAnon è stato aiutato dalla recente pandemia e dalla conseguente diminuzione della fiducia nelle istituzioni. In Europa il movimento conta più di 500.000 seguaci presenti su diversi social media.

Donald Trump rimane una figura chiave della narrazione cospirazionista e il movimento è per la maggior parte incentrato su temi cari all’America. Tuttavia stiamo assistendo a un boom di QAnon anche in Europa, dove il movimento conta ormai più di 500.000 seguaci presenti su diversi social media. In Germania, la seconda nazione per diffusione dopo gli Stati Uniti, QAnon ha fatto breccia tramite i movimenti di estrema destra e il sentimento anti-Merkel che sono cresciuti esponenzialmente durante il lockdown. Anche certi movimenti di sinistra, in particolare quelli legati alla galassia ecologista, sono però sempre più attratti dalla sua retorica. In Francia, dove il movimento è presente da più tempo sebbene in modo limitato, QAnon è penetrato grazie al movimento dei Gilet Gialli, mentre nel Regno Unito ha raccolto i primi consensi durante la campagna per la Brexit. In Italia la reale dimensione di QAnon è ancora largamente sconosciuta, ma la propaganda di Q è penetrata soprattutto nel messaggio della destra populista che vi accede tramite i diversi movimenti identitari che la sostengono apertamente e che ne hanno già abbracciato dichiaratamente la retorica.

Nel 2019 la breve ma intensa carriera del movimento è culminata nella designazione di QAnon come minaccia terroristica da parte dell’FBI; la prima teoria della cospirazione ad essere classificata tale.

I leader politici che utilizzano materiale di QAnon guadagnano migliaia di followers senza alcuno sforzo, semplicemente ripubblicando le “soffiate” di Q con un minimo di adattamento alla realtà italiana, come quando occhieggiano al movimento NO-MASK e NO-VAX, spesso in chiave cattolica, tipicamente contro la minoranza musulmana, o anche solo riallacciandole al concetto di “tradizione”, come nella presunta difesa alla famiglia tradizionale contro la cosiddetta “teoria Gender”, oppure relativamente allo “Scandalo di Bibbiano”. Ma se il guadagno è immediato, il vero costo può essere molto più elevato. Quando infatti un politico twitta “Mai fermarsi! Mai avere paura! Sempre avanti!”, o porge le sue congratulazioni per l’elezione di una deputata americana legata a QAnon, oppure quando sostiene l’esistenza di “poteri forti” ed élite “globaliste” è bene che sappia che si sta inconsciamente o meno portando sempre di più vicino alla retorica di un’organizzazione criminale che in America è considerata un covo di potenziali terroristi.

Immagine: “QAnon – Q Conspiracy – Deep State Trump” by mikemacmarketing is licensed under CC BY 2.0

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