RaiNews24 Afghanistan, firmato l’accordo tra Stati Uniti e Talebani

Il 29 febbraio 2020 a Doha è stato firmato il cosiddetto ‘accordo per portare la pace in Afghanistan’ tra Stati Uniti e Talebani. Il commento di Claudio Bertolotti, direttore di START InSight in Focus24, l’approfondimento di RaiNews24.

 


Fighting ISIS in Marawi (Philippines, 2017)

Picture courtesy and copyright: Ugo Lucio Borga / Associazione Six Degrees

L’immagine apre il Rapporto #ReaCT2020 dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo


TV2000 Terrorismo – Claudio Bertolotti presenta il Rapporto dell’Osservatorio ReaCT

Claudio Bertolotti, Direttore dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo ReaCT, ospite di Fabio Bolzetta a TGtg del 25 febbraio 2020

 

 


#ReaCT2020: è online il rapporto sul Radicalismo e il Terrorismo in Europa

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Claudio Bertolotti, Direttore START Insight, Direttore esecutivo Osservatorio ReaCT

La fine territoriale dello Stato islamico ha portato il movimento a reinterpretare la propria natura originale, basata su un approccio insurrezionale clandestino (principalmente nelle aree sunnite in Iraq) a cui si sono affiancate due linee d’azione: da un lato la delocalizzazione e i franchise in Afghanistan, Libia e in Africa i cui attori principali sono i gruppi locali a cui si sono uniti i reduci fuggiti dal fronte siriano; dall’altro lato l’espansione all’interno dell’arena globale, inclusa l’Europa, in cui le azioni sono lasciate all’iniziativa individuale e delle cellule.

 

Il rapporto #ReaCT2020 pone la sua attenzione sull’evoluzione del fenomeno terroristico, analizzandone le manifestazioni violente degli attacchi e gli eventi associabili al jihadismo individuale

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Sebbene gli attacchi diretti ed effettivamente collegati allo Stato islamico abbiano meno probabilità di verificarsi nei Paesi europei dove la sicurezza è stata significativamente rafforzata, gli attacchi emulativi ispirati allo Stato islamico rappresentano una minaccia potenzialmente in crescita. Usando la sofisticata ed efficace propaganda, gli jihadisti si rivolgono direttamente ai potenziali “combattenti” del jihad incitandoli ad agire nel paese di residenza. È un quadro in cui il terrorismo nostrano definisce una tendenza alla violenza particolarmente preoccupante e in cui la minaccia futura dipende da come l’uditorio seguirà gli appelli del “Califfato” ad aderire alla “guerra di logoramento” contro le nazioni “crociate”. A tale fattore si inserisce la volontà di al-Qa’ida di riconquistare quel terreno perso negli anni dello Stato islamico territoriale; una volontà che potrà manifestarsi attraverso la condotta di azioni spettacolari ed eclatanti, dal forte impatto mediatico e comunicativo.

Nel complesso i Paesi europei affrontano una minaccia terroristica concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighters, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra.

#ReaCT2020: IL RAPPORTO

Il terrorismo jihadista che accompagna la nostra epoca è la manifestazione violenta di una crescente radicalizzazione religiosa che coinvolge una parte, marginale, della società musulmana. Ma si tratta di un fenomeno sociale consolidato, in Europa, come nelle altre aree geografiche del Medioriente, del Nord Africa, del Sud-est asiatico e dell’Asia.

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT, monitora ed analizza costantemente il panorama del terrorismo jihadista europeo e, attraverso il primo rapporto sul fenomeno del terrorismo in Europa, intende offrire al pubblico uno studio sintetico sull’evoluzione e sugli effetti del fenomeno terroristico di matrice jihadista e della violenza in nome dell’Islam, attraverso un approccio quantitativo e qualitativo; in particolare quello quantitativo approfondisce aspetti quali la tipologia di attacco, le tecniche utilizzate, le armi, gli effetti diretti e indiretti, così come i risultati effettivi ottenuti.

Il rapporto #ReaCT2020 pone la sua attenzione sull’evoluzione del fenomeno terroristico, analizzandone le manifestazioni violente degli attacchi e gli eventi associabili al jihadismo individuale ma non direttamente rientranti nella categoria di terrorismo tout court; e ancora, osserva i dati dei potenziali indicatori di rischio associabili al fenomeno della radicalizzazione jihadista. Il risultato è una “lettura” più completa e ragionata del modus operandi dei terroristi e i risultati da questi ottenuti in Europa attraverso gli attacchi e le azioni violente.

L’obiettivo che ci siamo posti è definire il trend del fenomeno e delle sue manifestazioni; al tempo stesso, l’Osservatorio intende promuovere una ricerca più approfondita su possibili denominatori comuni presenti negli episodi europei di violenza jihadista, così da realizzare uno strumento utile da condividere con gli operatori per la sicurezza, sociali e istituzionali.

Il Rapporto si compone di 11 contributi di analisi e valutazione e un case study relativo a un soggetto condannato per terrorismo in Italia. Partendo dai numeri ed i risultati del “Nuovo Terrorismo Insurrezionale”, anche alla luce dell’uccisione di Al Baghdadi, si analizza la metodologia di comunicazione dello Stato islamico con uno specifico focus su quelli che sono gli strumenti virtuali del cosiddetto cyber-terrorism e della “guerra dell’informazione”.

Tenendo conto dell’evoluzione tecnologica offerta dal mercato e disponibile al terrorismo contemporaneo, si è voluto inoltre approfondire il pericolo potenziale, quale sfida del futuro, dell’intelligenza artificiale e robot (droni e non solo).

Si è poi voluto porre attenzione al fenomeno del terrorismo di “estrema destra” fra rischio attuale e minaccia futura, evidenziandone alcuni aspetti in comune con il terrorismo jihadista.

Sul piano sociale, e in una duplice ottica preventiva e predittiva, #ReaCT2020 offre una lettura dei processi di radicalizzazione violenta e avvia un’analisi critica sui tentativi di de-radicalizzazione e di induzione alla rinuncia della violenza da parte delle istituzioni.

Inoltre #ReaCT2020 fa il punto sulla prevenzione del
finanziamento al terrorismo tra interventi comunitari e panorama normativo nazionale.

In tale quadro evolutivo, alla luce degli eventi e degli sviluppi quasi quotidiani che il terrorismo contemporaneo riesce ad imporre nel panorama della violenza globale, #ReaCT2020 propone una riflessione sulla definizione della minaccia, invitando accademici, operatori della sicurezza e decisori politici a ripensare il concetto stesso di terrorismo per combattere un nemico che perdura.

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Scarica i singoli articoli del 1° rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa

Claudio Bertolotti, Una fotografia del terrorismo in Europa

Claudio Bertolotti, Numeri e risultati del “Nuovo Terrorismo Insurrezionale” in Europa: dal califfato al post-Stato islamico

Matteo Bressan, L’evoluzione della minaccia terroristica alla luce dell’uccisione di Al Baghdadi

Chiara Sulmoni, Radicalizzazione e de-radicalizzazione. Piste d’indagine

Francesco Pettinari, Radicalizzazione jihadista: il “tempo di attivazione” dei radicalizzati

Giusy Criscuolo, La comunicazione dello Stato islamico

Deborah Basileo, Tra cyber-terrorism e guerra dell’informazione: scarsa consapevolezza e limiti normativi

Valentina Ciappina, Videogiochi e cyber-jihad: dimensioni ed effetti

Ginevra Fontana, Il terrorismo 2.0: tra droni e nuove tecnologie

Barbara Lucini, Estrema destra fra rischio attuale e minaccia futura

Annalisa Triggiano, La prevenzione del finanziamento al terrorismo tra interventi comunitari e panorama normativo nazionale

Marco Lombardi, Ripensare il terrorismo per combattere un nemico che perdura

Claudio Bertolotti, L’aspirante ideologo dello Stato islamico (Case study)

 


#ReaCT2020: Una fotografia del terrorismo in Europa

di Claudio Bertolotti, Direttore START InSight, Direttore esecutivo Osservatorio ReaCT

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Alla fine di giugno del 2019, in ottemperanza alla misura cautelare in carcere emessa dal Gip di Brescia per il reato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, la Polizia di Brescia, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con il supporto dell’Fbi statunitense, ha arrestato il foreign terrorist fighters Samir Bougana: un 25enne italo marocchino che nel 2013, partendo dalla Germania per la Siria, è accusato di essersi unito prima alle milizie associate ad al-Qa’ida e poi allo Stato Islamico. Bougana era stato catturato dalle milizie curde in Siria il 27 agosto 2018.

Un caso, tra i tanti, che mantiene i riflettori accesi sulla minaccia del terrorismo jihadista associato allo Stato islamico, a conferma della strategia post-territoriale di ciò che fu l’Isis. Ora le cellule nascoste, i singoli “combattenti”, l’effetto emulativo, l’aumento della propaganda e il reclutamento in tutto il mondo, sono le principali armi su cui il gruppo terrorista sta concentrando gli sforzi, nonostante la morte del suo leader carismatico conosciuto come il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi (al tempo Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī) ucciso dalle forze speciali statunitensi in Siria, nel governatorato di Idlib,  il 26 ottobre 2019.

Il terrorismo di matrice jihadista, da solo responsabile del 96% delle morti per terrorismo in Europa, come dimostrato dagli attacchi di Utrecht, Londra e Lione, che hanno portato alla morte di dieci persone

Degli oltre 5mila foreign terrorist fighters “europei” partiti per combattere in Medio Oriente (di cui il 14 percento donne), mille sarebbero caduti in Siria e Iraq. Almeno un terzo è sopravvissuto; un altro terzo sarebbe tornato nel proprio Paese, altri 2500 avrebbero trovato rifugio in Paesi terzi unendosi ai gruppi jihadisti locali (dall’Afghanistan alla Libia, dall’Africa all’Asia centrale). Circa 800 al momento sono detenuti nelle carceri curde in Iraq: molte le donne e i bambini. Una condizione di “prigionia” che ha sollevato ampi e legittimi dibattiti in Europa e negli Stati Uniti sull’opportunità di limitare loro la possibilità di rientro nei Paesi di origine, a cui ha fatto seguito la decisione di molti Paesi europei di togliere loro la nazionalità così da non permetterne il ritorno.

Un problema di sicurezza collettiva che, seppur limitato nei numeri e interessante principalmente quattro paesi (Francia, Regno Unito, Germania e Belgio da cui sono partiti circa 3mila e 700 dei 5000 combattenti), si muove su due binari paralleli che hanno portato al bipolarismo dello jihadismo globale, diviso tra due principali attori in competizione: da un lato al-Qa’ida, dall’altro l’evoluzione dello Stato islamico.

Le reti jihadiste ispirate ad al-Qa’ida hanno costituito la base dell’emigrazione jihadista dall’Europa alla Siria e all’Iraq sino a tutto il 2015: le reti europee collegate al movimento Sharia4 hanno rappresentato il punto di riferimento per i gruppi radicali europei impegnati nell’inviare combattenti e supporto finanziario in Siria e Iraq. L’ascesa al potere dello Stato islamico a partire dalla fine del 2014, è poi riuscita a far (temporaneamente) eclissare al-Qa’ida dal panorama jihadista, almeno quello comunicativo.

Ma se lo Stato islamico ha perso, insieme alla sua natura territoriale, anche parte della spinta mediatica e comunicativa, la maggior parte dei social network e dei leader di al-Qa’ida in Europa è riuscita a sopravvivere allo Stato islamico, dando inizio alla nuova battaglia per “i cuori e le menti”, che è appena all’inizio.

I principali modelli organizzativi dell’attività del terrorismo islamista – in termini di struttura, reclutamento e formazione – non sono dunque cambiati in modo significativo, ma si sono evoluti in maniera efficace.

L’evoluzione del terrorismo di matrice jihadista in Europa si inserisce all’interno di un più ampio fenomeno sociale di natura ideologica, politica e religiosa, che continua a colpire i cittadini europei, provocando vittime e danni rilevanti, sia sul piano sociale che economico. Un calcolo, quello degli effetti del terrorismo, che deve tenere in considerazione l’entità dei fenomeni terroristici, certamente limitati in rapporto alla popolazione europea, ma che sono in grado di provocare rilevanti ripercussioni in termini di sicurezza, reale e percepita, tali da influire sulle politiche e sulle strategie di sicurezza nazionale e internazionale, così come sui processi elettorali.

L’analisi dei numeri relativi agli eventi terroristici avvenuti un Europa è uno strumento essenziale per riuscire a definire un fenomeno le cui manifestazioni di violenza hanno il potere di influire in maniera significativa, e spesso distorta, sulla percezione dell’opinione pubblica a cui contribuisce in parte il ruolo dei media tradizionali e, in particolare, dei social-network.

L’evoluzione del terrorismo jihadista si inserisce all’interno di un più ampio fenomeno sociale di natura ideologica, politica e religiosa, che provoca vittime e danni rilevanti, sia sul piano sociale che economico.

Nello specifico, è bene evidenziare come, pur a fronte di una particolare attenzione mediatica nei confronti del “terrorismo jihadista” e di quello cosiddetto di “estrema destra”, queste due manifestazioni rappresentano solamente una minima parte degli eventi violenti registrati all’interno dei Paesi europei: i dati del 2018 ci mostrano che la minaccia più significativa in termini di azioni violente è rappresentata dal terrorismo etno-nazionalista, con 84 casi registrati in Europa; seguono gli attacchi terroristi di matrice jihadista – 24 azioni, che hanno provocato 13 morti; al terzo posto gli attacchi terroristici perpetrati da gruppi di estrema sinistra e anarco-insurrezionalisti – per un totale di 19 eventi, di cui 13 in Italia; all’ultimo posto gli attacchi terroristici attribuiti all’estrema destra, con un singolo evento.

Numeri che, nel complesso, indicano una flessione nell’intensità della violenza terrorista in termini assoluti rispetto agli anni precedenti, sebbene in maniera differente in base all’ideologia di riferimento e a giustificazione degli atti di violenza. Nel panorama europeo si impone la sostanziale scarsa rilevanza degli attacchi di fatto portati a compimento da gruppi di estrema destra, storicamente marginali nelle statistiche del terrorismo in Europa: un solo evento nel 2018, a fronte dei cinque registrati nel 2017. Diminuiscono anche gli attacchi terroristici dell’estrema sinistra e dei gruppi anarco-insurrezionalisti: 19 eventi nel 2018 rispetto ai 24 del 2017.

Le azioni maggiormente rilevanti rimangono quelle riconducibili ai gruppi etno-nazionalisti: 84 contro le 137 del 2017; sebbene quelle più pericolose in termini di danni e vittime rimangano le azioni terroristiche associate allo jihadismo: 24 eventi nel 2018 contro i 33 del 2017.

Il Regno Unito è il paese più interessato dalle azioni violente del terrorismo indipendentista, in particolare da parte dei Dissident Republican (seguito da Francia e Spagna – Euskadi ta Askatasuna e Resistencia Galega); la Francia è invece il Paese nel mirino del terrorismo jihadista, seguita dal Regno Unito.

L’Italia, nella graduatoria europea, è il Paese più colpito da attacchi di estrema sinistra: il 70 percento  di tutti gli attacchi in Europa. Nel nostro Paese, questi gruppi terroristici hanno confermato la propria volontà violenta, l’intensità e il modus operandi rilevati negli ultimi cinque anni. La Federazione Anarchica Informale / Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI) è considerato il gruppo più pericoloso. È tristemente noto per le sue campagne contro bersagli italiani e stranieri, attraverso l’impiego di IED (ordigni esplosivi improvvisati) o pacchi bomba. Altri gruppi terroristici anarchici hanno preso di mira obiettivi fisici, quali sedi di partiti, e gruppi di estrema destra.

Una fotografia della violenza che descrive come il terrorismo continui a costituire una grave minaccia per la sicurezza degli Stati europei. In tale quadro si impone, anche nel 2019, il terrorismo di matrice jihadista – da solo responsabile del 96 percento delle morti per terrorismo in Europa – come dimostrato dagli attacchi di Utrecht, Londra e Lione: un‘evoluzione della forma di violenza terroristica che tende a imporsi sempre più come un mezzo di confronto e competizione politica. I terroristi si impongono come soggetti che non solo mirano a uccidere e ferire, ma anche a dividere le nostre società e diffondere odio e intolleranza.

Terrorismo jihadista e violenza di matrice islamista

Nel 2019 sono stati portati a termine 17 attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista: 9 in Francia, 2 in Italia, 2 nei Paesi Bassi, 2 in Norvegia, 1 in Svezia e 1 nel Regno Unito. Un totale di 10 persone sono state uccise e 46 feriti in attacchi jihadisti nel 2019: le vittime includono 8 agenti di polizia, tre dei quali sono rimasti uccisi. Francia, Paesi Bassi e Regno Unito sono stati colpiti da azioni a più elevata intensità di violenza.

La maggior parte delle azioni è stata portata a compimento attraverso l’utilizzo di coltelli (76 percento) e armi da fuoco (18 percento); solamente in un caso (Lione, 24 maggio 2019) è stato fatto uso di esplosivi.

Gli attaccanti che hanno colpito nel 2019 sono tutti di sesso maschile, con un’età mediana di 32 anni; superiore a quella del periodo 2014-2019 che è di 27 anni.

Il 70 percento dei terroristi europei sono nati negli anni Ottanta e Novanta, dunque relativamente giovani, sebbene un 20 percento sia costituito da soggetti nati prima del 1980.

Jihadisti europei

Il 70 percento dei terroristi europei sono nati negli anni Ottanta e Novanta, dunque relativamente giovani, sebbene un 20 percento sia costituito da soggetti nati prima del 1980: un elemento interessante poiché pone in evidenza la presenza di una quota importante di uomini di “mezza età” al fianco della massa più giovane.

Le donne hanno svolto e svolgono un ruolo molto più attivo di quanto non sia stato posto in evidenza, e rappresentano una minaccia crescente; delle circa 650 partite dall’Europa per il fronte siriano e iracheno, 21 hanno fatto rientro in Belgio e 28 in Francia.

I bambini al di sotto dei dieci anni rappresentano un problema estremamente serio e una potenziale minaccia alla sicurezza europea per il futuro. Delle centinaia di bambini che avrebbero lasciato l’Europa, 16 sono rientrati in Belgio e 68 in Francia; gli altri sono detenuti in Iraq e Siria, altri trasferiti in paesi terzi con almeno uno dei genitori, ma della maggior parte non si sa nulla.

Se da un lato i convertiti radicalizzati pongono seri problemi in termini securitari, ma anche culturali e sociali, va posta una particolare attenzione alle carceri che continuano a svolgere un ruolo importante sia nell’attivazione che nel rafforzamento del processo di radicalizzazione.

L’origine etnica e geografica dei terroristi jihadisti si impone come importante elemento e strumento di analisi e nel monitoraggio delle reti e delle cellule jihadiste. I gruppi principalmente afflitti dall’adesione al modello jihadista sono quelli marocchini (in Belgio, Spagna e Italia), algerini (in Francia), turchi (in Germania e Paesi Bassi).

Infine, una considerazione sulla questione che si concentra sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso, il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terrorista in genere associata allo Stato islamico (di successo o sventata) è di 26 mesi.

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Giovani ed estremismo. START InSight ha partecipato al Congresso della Lega Islamica Mondiale a Ginevra

Il 18 e 19 febbraio alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra si è tenuto il congresso internazionale

organizzato dalla Lega Islamica Mondiale sul tema

“Initiatives for Protecting the Youth from Extremist and Violent Ideologies: Implementation Measures”

 

 

Alla presenza del Segretario Generale della Lega, Sua Eccellenza Mohammad bin Abdul Karim al-Issa, di numerosi dignitari e leader religiosi di ogni confessione, rappresentanti politici e governativi e studiosi della materia si è discusso di

  1. Thoughts, Ideologies and Milieux leading to Extremism
  2. National Identity and its Role in Building Intellectual Security
  3. Europe’s Muslim Youth in Europe and the Threat of Extremism
  4. Religious and Cultural Pluralism, and the Culture of Tolerance

Fra i relatori invitati a partecipare ai diversi panels, anche la Presidente di START InSight, Chiara Sulmoni, che nel corso del suo intervento, dopo aver tracciato età e tempi della radicalizzazione in Europa da un punto di vista comparativo, si è focalizzata sulla questione della prevenzione portando alcuni spunti raccolti nel corso delle ricerche sul terreno in 5 paesi, menzionando fra l’altro l’importanza di un maggiore coinvolgimento del privato e terzo settore, di modelli positivi nella contro-narrativa e dei pericoli di una politicizzazione del tema. Ha poi riassunto in modo conciso come è organizzata la prevenzione in Svizzera sulla base del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. Per concludere, poiché si invoca giustamente la questione del senso di appartenenza e della cittadinanza come antidoto all’estremismo, l’invito a collaborare maggiormente e a considerare i musulmani parte della soluzione, in quanto cittadini europei.

In chiusura dei lavori, hanno preso la parola anche la Vice-Presidente del Consiglio nazionale svizzero On. Isabelle Moret e l’Ambasciatore statunitense e inviato per la lotta contro l’anti-semitismo Elan Carr che ha portato i saluti del Presidente Trump.

       

Alcuni contenuti delle varie relazioni si possono leggere sull’account Twitter della Muslim World League.


#ReaCT2020: Presentazione del 1° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa – Camera dei Deputati

   

        Evento patrocinato dal Ministero della Difesa

#REACT2020

PRESENTAZIONE DEL 1° RAPPORTO SUL TERRORISMO E IL RADICALISMO IN EUROPA

ROMA, 25 FEBBRAIO 2020, ORE 16.30-19.00

CAMERA DEI DEPUTATI – COMPLESSO DI PALAZZO VALDINA, SALA DEL CENACOLO – PIAZZA IN CAMPO MARZIO 42

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT monitora ed analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo jihadista europeo. Con il suo primo Rapporto, offre al pubblico uno studio sintetico e ragionato sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio multidimensionale, quantitativo e qualitativo. Il risultato è una lettura completa e ragionata del fenomeno e del modus operandi terrorista: uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali e del più ampio pubblico.

La presentazione avviene con il patrocinio del Ministero della Difesa.

Intervengono: Claudio Bertolotti (Osservatorio ReaCT, Direttore esecutivo), On. Alberto Pagani (Commissione IV Difesa, Camera dei Deputati); Francesco Pettinari (Osservatorio ReaCT); Deborah Basileo (Osservatorio ReaCT); Matteo Bressan (SIOI, ReaCT); Marco Lombardi (ITSTIME, Università Cattolica e ReaCT); Andrea Manciulli (Europa Atlantica); Chiara Sulmoni (START InSight, ReaCT); Marco Rosi (Comandante Divisione antiterrorismo del R.O.S. – Raggruppamento Operativo Speciale – Carabinieri); Claudio Galzerano (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno DCPP/UCIGOS – Polizia di Stato). Chiusura dei lavori: On. Raffaele Volpi (COPASIR, Presidente).

La caduta dell’ultimo bastione del Califfato a Baghuz nel 2019 e, a seguire, l’uccisione del fondatore e leader storico dell’ISIS Ibrahim al-Baghdadi, non hanno impedito alle cellule dello Stato Islamico di continuare a colpire in varie parti del mondo e di ispirare attentati da parte di individui radicalizzati in Europa. Gli ultimi due episodi di violenza jihadista che si sono verificati a Londra (2019 e 2020), ad opera di estremisti recidivi rilasciati dopo aver scontato una breve pena per terrorismo, hanno segnato una nuova fase nella lotta al terrorismo, con la quale ci confronteremo negli anni a venire. Essa richiede attenzione e la messa a sistema di tutte le conoscenze e competenze accumulate in anni di studi ed esperienze a livello internazionale.

È con questa consapevolezza che l’Osservatorio ReaCT ha prodotto il suo primo Rapporto, composto da 12 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione e valutazione dei numeri del “nuovo terrorismo” in Europa, alla minaccia nel ‘dopo-Baghdadi’; dall’evolversi della comunicazione dello Stato Islamico, alla situazione controversa e irrisolta dei foreign fighters; dagli strumenti virtuali del cyber-terrorismo, cyber-jihad e guerra dell’informazione, ai limiti normativi anche in campo di lotta al finanziamento del terrore; dal calcolo del tempo di attivazione dei soggetti radicalizzati, al ‘capitolo’ droni e tecnologia, la questione spinosa e urgente della de-radicalizzazione e, non da ultimo, il nuovo approccio necessario per comprendere una minaccia che perdura.

I numeri del fenomeno analizzati. Il Direttore dell’Osservatorio, Claudio Bertolotti: 18 gli attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista nel 2019: Francia (9), Italia (2), Paesi Bassi (3), Norvegia (2), Regno Unito (1) e Svezia (1), per un totale di 10 persone uccise e 46 ferite. La maggior parte delle azioni ha visto l’uso di coltelli (76%) e armi da fuoco (18%); solo in un caso (Lione) è stato fatto uso di esplosivi. Un trend in linea con l’evoluzione di un fenomeno che ha registrato in Europa, nel 2014-2019, 120 azioni violente “in nome del jihad”, con 390 morti e 2359 feriti: sette attacchi su dieci si sono concentrati nel periodo di massima espansione dello Stato islamico (2015-2017). Il 56% degli attacchi è registrato come fallimentare, il 22% è un successo tattico, sebbene nel 78% dei casi sia stato ottenuto un risultato significativo in termini di danni: è questo un grande risultato per i terroristi, perchè non mirano solo ad uccidere e ferire, ma a dividere le nostre società e a diffondere odio e intolleranza.

ReaCT vuole contribuire alla divulgazione di conoscenze e prospettive utili affinché si possano comprendere le origini e la direzione di un fenomeno – l’estremismo – che chiama in causa ognuno di noi.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it info@startinsight.eu


Analisi Strategica: Mashreq, Gran Maghreb, Egitto e Israele. Il volume 2019 del Ce.Mi.S.S.

è disponibile il volume monografico di C. Bertolotti, Analisi Strategica del 2019 – Mashreq, Gran Maghreb, Egitto e Israele, edito dal Ce.Mi.S.S. Nell’ultimo volume pubblicato dal Centro Militare di Studi Strategici, l’Autore fa un’ampia disamina sugli aspetti economici, politici, sociali e di sicurezza dell’area, approfondendo le sfide e le opportunità che si stanno imponendo in maniera repentina. L’analisi, che si sviluppa attraverso la lettura dei fatti del 2019, propone una valutazione qualitativa e quantitativa in un’ottica predittiva e preventiva. Un’opera che, destinata ai decisori politici e istituzionali, è al tempo stesso un testo di riferimento per il pubblico più ampio di analisti, ricercatori, studenti.

Introduzione: fattori e sfide nell’area del Maghreb e del Mashreq

Le rivolte arabe del 2011, sono state un punto di rottura che hanno portato alle definizione di nuovi equilibri nell’area del Maghreb e del Mashreq; le dinamiche, anche violente, che ne sono conseguite, hanno ancora il potenziale di minare l’intero sistema statale dell’area.
I drammatici cambiamenti post-2011 impongono di analizzarne gli effetti e le sfide sul lungo termine. Nell’analizzare la sempre più interconnessa e conflittuale situazione politica della regione, aggravata da interventi esterni, va posta particolare attenzione su quelli che sono i vecchi e i nuovi driver che alimentano le molteplici conflittualità, al fine di identificarne le cause e non solo i sintomi.
Le rivolte arabe hanno evidenziato come nel periodo pre-2011 le condizioni socioeconomiche e politiche esistenti nell’area del Maghreb e del Mashreq fossero non più sostenibili, portando in maniera repentina, e con ambizioni di rinnovamento, allo smantellamento di un vecchio ordine socio-economico che era riuscito a mantenere per decenni un livello di relativa stabilità.

Oggi, le proteste e le manifestazioni popolari che hanno portato al quasi collasso di quell’ordine regionale persistono e le tendenze economiche dipingono un quadro cupo che lascia prevedere un ulteriore declino. All’interno degli stati dell’area persistono problematiche e dinamiche politiche che continueranno a nutrire la frustrazione popolare, alimentando disordini e spinte all’emigrazione sia interna che esterna. Allo stesso tempo, le rivolte del 2011 hanno lasciato in eredità, a chi vi ha preso parte e alle nuove generazioni, l’ambizione e l’aspirazione al cambiamento e, in taluni casi, hanno fornito nuove concrete opportunità.
A livello sociale, i paesi dell’area sono caratterizzati da significativa crescita e concentrazione della popolazione in zone contraddistinte da significative criticità in termini fisici, infrastrutturali di sviluppo socio-economico. Ciò significa che in molti luoghi vi è una predominanza della domanda di accesso alle risorse idriche, alimentari ed energetiche superiore all’offerta, con tutte le conseguenze sul piano della sostenibilità, dell’ordine e della stabilità politica e sociale; questo è particolarmente vero nelle aree con un’elevata concentrazione di popolazione, ad esempio lungo fiumi e coste, o in ambienti aridi o climaticamente critici. In tale quadro emerge come la concentrazione di popolazione all’interno di aree circondate da vaste porzioni territoriali disabitate vada a creare situazioni in cui aumentano le pressioni migratorie verso le aree in cui vi è disponibilità di risorse, sempre più limitate da uno sfruttamento eccessivo provocato proprio dall’aumento della domanda, con conseguenti sfide sul piano della governance.

A livello economico, secondo quanto riferito dalla Banca mondiale, si prevede che la crescita nell’area del Maghreb e del Mashreq rimanga contenuta, all’1,3 per cento. L’attività degli esportatori di petrolio è rallentata a causa della ridotta produzione del settore petrolifero e degli effetti delle sanzioni statunitensi sull’Iran, nonostante un allentamento e, in alcuni paesi, prospettive positive nei settori non petroliferi. Nel complesso, si può ipotizzare una crescita regionale di circa il 3 percento all’anno nel periodo 2020-2021, sostenuta dagli investimenti di capitale e dalle riforme politiche, pur a fronte di rischi legati alle tensioni geopolitiche e di un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali globali.

Scarica il volume Analisi Strategica del 2019 – Mashreq, Gran Maghreb, Egitto e Israele (formato PdF)

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Indice dei contenuti

Introduzione: fattori e sfide nell’area del Maghreb e del Mashreq

Algeria. Instabilità politica: tra opposizione e repressione

I principali eventi dell’anno
Il peso politico delle proteste popolari
Chi succederà a Bouteflika?
Analisi, valutazioni e previsioni

Libia: l’assedio del LNA a Tripoli. L’interesse strategico della Turchia e il sostegno agli islamisti.

L’attivismo della Russia
I principali eventi dell’anno
L’assedio di Tripoli e l’attivismo dello “Stato islamico” libico
Il fronte politico
Il fronte militare
Attivismo turco a sostegno degli islamisti: tra interessi finanziari e aiuti militari
L’attivismo della Turchia a Misurata e il bombardamento dell’aeroporto che ospita il contingente italiano
La presenza militare italiana a Misurata
L’espansione della Russia in Libia

Siria. “Fonte di pace”: la terza operazione militare turca in Siria. L’indebolimento dell’YPG curdosiriano e la morte di Abu Bakr al Baghdadi

I principali eventi dell’anno
“Fonte di pace”, 9-23 ottobre
Cronologia del conflitto: il campo di battaglia si sposta al confine
Gli accordi Usa-Turchia e Russia-Turchia. L’alternanza statunitense e il rafforzamento dell’asse Mosca-Ankara
Dinamiche demografiche all’interno della safe-zone imposta dalla Turchia
Analisi, valutazioni e previsioni

Tunisia: un nuovo equilibrio politico dopo Béji Caïd Essebsi?

Elezioni presidenziali: vincono i candidati indipendenti
L’eredità di Béji Caïd Essebsi
Dinamiche politiche
Problemi di sicurezza
Analisi, valutazioni e previsioni

Israele: tra incertezza politica e guerra al terrorismo

Energia e affari
Dinamiche politiche
Razzi su Israele: l’attacco dopo l’uccisione di un leader terrorista del gruppo palestinese “Jihad Islamico”
La reazione dei terroristi

Egitto. Le proteste popolari non indeboliscono il governo

I principali eventi dell’anno

Libano: le proteste popolari costringono il primo ministro alle dimissioni

I principali eventi dell’anno

Marocco: contrasto al terrorismo e sforzi per la sicurezza

I principali eventi dell’anno
Le priorità strategiche nazionali
Combattere il terrorismo regionale
Le sfide alla sicurezza: terrorismo e reti di immigrazione clandestina
Il Marocco vuole che le donne e i minori detenuti in Iraq e in Siria tornino a casa
Il BCIJ smantella una cellula terrorista collegata all’IS

Conseguenze, rischi e opportunità delle variazioni del prezzo del petrolio nell’area del Maghreb e Mashreq

Rischi economici e di governance nell’area del Maghreb e del Mashreq

Impatto sui principali produttori nordafricani di petrolio
Impatto sul Marocco, il principale importatore nordafricano di carburante

Le spese militari nelle aree del Maghreb e del Mashreq: diverse tendenze


Swiss Jihad. Le Temps ricostruisce i dettagli di un attentato sventato

Un’inchiesta del quotidiano svizzero Le Temps racconta in modo dettagliato i retroscena di un attentato sventato su suolo elvetico.

Alcuni sostenitori svizzeri dello Stato Islamico avevano/avrebbero progettato di fare esplodere, nel maggio del 2019, alcune cisterne di idrocarburi nelle vicinanze dell’aeroporto di Ginevra. Al centro del piano, quale “istigatore”, ci sarebbe il noto jihadista Daniel D. -conosciuto con il ‘nom de guerre’ o ‘kunya’ Abu Ilias al-Swisri, 25enne ora detenuto nelle carceri curde e convertitosi all’Islam nel 2013-.

Nel 2015, Daniel D. aveva raggiunto il Califfato, operando poi nell’Amnyat -nel ‘dipartimento’ di pianificazione degli attentati all’estero, in soldoni-. Si sa come per lo Stato Islamico le operazioni in Europa per mano di radicalizzati dei diversi paesi avessero grande valore, più del viaggio verso i territori del jihad. Daniel D. sarebbe rimasto in contatto con diversi radicalizzati della scena svizzera (l’inchiesta ricostruisce i contesti con precisione). Nel 2014 attorno alla moschea di Petit-Saconnex si era formato un gruppo di radicalizzati convertiti (“…dell’Islam, comprendevamo soprattutto la nozione del jihad, era una scusa per esprimere la nostra violenza”, spiega uno di loro citato da Le Temps) a cui appartenevano tra l’altro anche Kevin Z. e Nicolas P. che sono stati recentemente condannati in Marocco in relazione all’inchiesta sulla decapitazione delle due turiste scandinave nel 2018. Durante la permanenza nel Califfato, Daniel D. sarebbe poi venuto a contatto con altri combattenti provenienti da cantoni diversi. Le informazioni circa le intenzioni degli jihadisti rossocrociati sono state segnalate ai servizi svizzeri dalla controparte americana, che a sua volta le ha apprese dai documenti requisiti all’ISIS. Ginevra non era l’unico obiettivo nelle mire dello Stato Islamico e dei suoi accoliti svizzeri.

Daniel D., riporta Le Temps, figura su una lista dell’Interpol di 173 jihadisti che potrebbero commettere attentati suicidi.

L’articolo è disponibile sul sito del quotidiano in lingua francese.


02.02.2020, Streatham: attacco a Londra

di Chiara Sulmoni

Sudesh Amman, 19 anni, condannato nel 2018 per terrorismo e rilasciato da una settimana dopo aver scontato la pena della condanna inflittagli perchè colpevole di “possesso e diffusione di materiale estremista”. Lodava l’Isis sui social e inviava video di decapitazioni all’allora fidanzata di cui voleva uccidere i genitori perché li considerava “infedeli”.

Dopo l’attacco di London Bridge del 29 novembre 2019, un altro recidivo colpisce nel regno Unito il 2 febbraio 2020 e provoca il ferimento di tre persone per accoltellamento: era stato rilasciato da una settimana dopo avere scontato una pena per reati legati al terrorismo.

Tempestiva ed efficace la reazione della polizia che, a causa dell’evidente pericolosità del soggetto, lo pedinava a stretto contato. Il terrorista è stato eliminato dagli agenti sul luogo dell’attentato, Streatham High Road.

In Gran Bretagna è in corso la revisione delle misure anti-terrorismo con una stretta sulle durata delle pene (min. di 14 anni da servire per intero). Tuttavia, il problema come vediamo riguarda il post-release (e possibly anche la gestione in carcere, che può determinare una radicalizzazione più profonda). Il soggetto era sotto sorveglianza attiva, il che ha permesso agli agenti di intervenire in tempi rapidi, anche se resta da capire come abbia potuto pianificare l’attacco e quando si sarebbe potuto evitare (rischio zero non esiste). Elogio immancabile per l’abilità delle forze di sicurezza inglesi nel comunicare con il pubblico.