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La burocrazia degli insorti. Come nascono le politiche talebane. Intervista ad Ashley Jackson.

Nell’ultimo decennio, i Talebani hanno progressivamente allargato la propria presenza e il proprio controllo sul territorio afghano. Di conseguenza, hanno iniziato a sperimentare nuove forme di amministrazione (parallela). Contemporaneamente, il movimento si è anche trasformato in un’organizzazione più complessa e centralizzata con un proprio ramo mediatico e la capacità di negoziare e di adattarsi a livello locale, nei limiti imposti dalla dottrina. Nel momento critico in cui, attraverso un cosiddetto ‘dialogo di pace’, stanno cercando di assicurarsi un ruolo chiave nel futuro politico del paese, capire i processi decisionali dei Talebani e come nascono le loro politiche, è fondamentale.

Ashley Jackson e Rahmatullah Amiri hanno intrapreso un’ampia ricerca sul terreno su questo tema, intervistando centinaia di persone dentro e fuori il movimento: da funzionari talebani locali, a membri della leadership storica; da mullah che spingono per cambiamenti di policy, agli ‘anziani’ che trattano la riapertura delle scuole; fino a semplici cittadini. Sono riusciti in questo modo ad identificare i meccanismi decisionali e a tratteggiare un’immagine coerente della politica talebana, così come prende forma sul territorio.

Il rapporto finale, pubblicato dallo United States Institute of Peace (USIP), si può leggere nella versione originale qui.  

Il 9 dicembre 2019 Insurgent bureaucracy: how the Taleban make policy è stato presentato al King’s College di Londra nel corso di un evento organizzato dal Conflict, Security and Development Research Group.

A margine dell’incontro, START InSight ha posto alcune domande ad Ashley Jackson.

Ashley, fino a che punto le persone che avete incontrato erano disponibili ad affrontare un argomento tanto delicato?

Siamo rimasti particolarmente sorpresi dal modo in cui i membri del movimento talebano hanno risposto alla nostra inchiesta sul loro processo decisionale, e anche dalla reazione ‘affascinata’, dopo che abbiamo presentato loro il nostro studio su come l’organizzazione si sia sviluppata nel tempo.

Quindi avete ripreso contatto in un secondo momento?

Sì, dopo avere tirato le nostre prime conclusioni, siamo tornati da alcuni individui che avevamo incontrato, per capire se ciò che avevamo teorizzato fosse loro familiare, se corrispondesse alle loro esperienze reali. È interessante osservare quanto vogliano essere presi sul serio e anche capire i loro stessi processi, che sono stati per lungo tempo clandestini, nascosti, e frammentari. Avevano più voglia di parlarne di quanto non mi aspettassi.

Questo vale anche per le persone al di fuori del movimento?

Sì. Nel nostro rapporto abbiamo una sezione dedicata alle vittime civili, dove sottolineiamo come molte persone avessero preso per buoni gli sforzi dei Talebani nell’assumersi le proprie responsabilità, ma poi furono punite per essersi lamentate di funzionari talebani locali. Ero convinta che queste persone sarebbero state reticenti ma così non è stato: hanno invece ribadito come i Talebani, se intendono entrare nel governo, dovranno in futuro davvero essere più responsabili. Quindi anche coloro che potenzialmente avrebbero potuto subire delle ritorsioni, si sono fatti avanti.

I Talebani vengono percepiti e descritti principalmente come insorti in guerra contro il governo afghano. Di fatto, in ampi tratti di territorio c’è un sistema parallelo di governo talebano (shadow government), dove queste due entità e realtà coesistono e cooperano. Fino a che punto questa convivenza è conveniente -o sconveniente- per le parti coinvolte, cioè il governo afghano, i Talebani e la popolazione civile?

La gente ha stretto degli ‘accordi di sopravvivenza’; i funzionari locali del Ministero della Sanità, ad esempio, vogliono che i civili possano continuare ad usufruire dell’assistenza medica, e lo stesso vale per i Talebani. C’è un interesse condiviso, nel mantenere in funzione servizi centrali, nel campo della sanità, dell’istruzione, così come le attività delle ONG. Naturalmente i Talebani cercano di trarre vantaggio dalla situazione ma la popolazione afghana, che ha attraversato decenni di guerra, desidera solo trovare il modo di andare avanti, incontrandosi su un terreno comune. Quanto durerà? Non si può dire, ma per il momento entrambe le parti si adoperano affinché la popolazione abbia le sue cliniche, i bambini le loro scuole e via dicendo..

I Talebani sono disposti a scendere a compromessi su principi che ritengono di (minore o) maggiore importanza per il movimento?

Sulla base delle mie ricerche, un campo nel quale ritengo che non siano disposti a scendere a compromessi è quello della giustizia. La giustizia talebana è fondata sulla sharia, molto diversa da quella dello Stato. Su altre questioni, come la scuola, hanno dimostrato di essere capaci di adattarsi alle richieste e alle necessità degli afghani.

Tuttavia, il punto è che hanno conquistato principalmente aree rurali dove predomina una tendenza conservatrice. Nelle città la situazione è diversa, i costumi sono molto più liberi, le donne partecipano alla vita pubblica in modi impensabili nei tipici villaggi rurali.

La propensione al compromesso dipenderà anche dalla determinazione con cui la comunità internazionale proverà a negoziare con loro su questi temi, e da quanto il governo afghano saprà intavolare una discussione produttiva con il movimento. Cosa che ad oggi non è ancora avvenuta…

D’altra parte sono i Talebani stessi a sembrare poco propensi ad aprire un dialogo con il governo afghano….

La realtà sul territorio ci racconta invece che parlano con il governo ogni giorno, con i suoi funzionari civili, con i parlamentari. Sappiamo che sono in grado di farlo.

Il paese dipende in maniera importante dagli aiuti internazionali. I Talebani sono interessati a sviluppare ed incoraggiare lo sviluppo delle infrastrutture e dell’economia afghana -ciò che richiederebbe anche, da parte del movimento, un’apertura maggiore nei confronti del mondo esterno-?

 Credo di sì, che siano interessati agli investimenti e anche ad aprirsi, ma non sono certa che sappiano esattamente quanto l’Afghanistan dipenda dagli aiuti esterni, che ammontano a circa il 75% del bilancio di governo e al 95% di quello delle forze di sicurezza. Per andare avanti e garantire la continuità degli aiuti, dovranno per forza trovare il modo di scendere a compromessi con la comunità internazionale, ma questi due attori non parlano la stessa lingua. È un problema ed è la sfida principale, che dovrà essere affrontata con il dialogo.

L’Occidente sta coinvolgendo i Talebani in modo produttivo?

Sì e no. Nel nostro rapporto valutiamo ad esempio l’efficacia del dialogo aperto dalla sezione dell’ONU che si occupa dei diritti umani in Afghanistan. Hanno ottenuto qualche successo, ma stiamo parlando di tempi molto dilatati, dal 2013 ad oggi. L’ONU si è prefissata degli obiettivi strategici e prioritari e sebbene abbia saputo riconoscere positivamente alcuni cambiamenti apportati dai Talebani, ciò rimane una cosa rara. La comunità internazionale e i donatori sono ancora timorosi e reticenti nell’impegnarsi su questioni che -dicono- stanno loro a cuore, come l’istruzione delle bambine. Siamo molto in ritardo. Ritengo che la comunità internazionale non sia ancora pronta e che nessuno, Stati Uniti e Nazioni Unite incluse, stia mostrando una leadership sufficiente a questo riguardo. Il che è incredibilmente sconcertante, visto che milioni di vite afghane dipendono dalla loro abilità di negoziare con i Talebani.

 


L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner

Articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 6/2019

Gli interessi russi in Libia includono i vantaggi economici del “guns for oil”, i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico

La Russia guarda con estrema attenzione al futuro della Libia perché la considera strumentale al perseguimento dei propri interessi nazionali. Interessi che includono principalmente i vantaggi economici del cosiddetto commercio di “guns for oil” (armi in cambio di petrolio), i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico. Funzionari del governo russo hanno incontrato vari omologhi libici – a Tobrouk come a Tripoli – per creare le basi a garanzia degli obiettivi di Mosca, indipendentemente da chi vincerà lo scontro. Come riportato dal New York Times, la Russia avrebbe finanziato le forze del generale Kalifa Haftar con milioni di dollari e lo avrebbe supportato nella pianificazione operativa attraverso l’invio di consiglieri militari a Bengasi.

In tale quadro, la presenza di compagnie di sicurezza private di contractor ​​russi è un elemento determinante in termini di aumento della capacità militare nel contesto della guerra civile in Libia: almeno 300 contractor privati ​​russi (ma sarebbero in realtà circa 1.000), molti altamente addestrati e ben armati, starebbero oggi operando nel territorio controllato dall’esercito nazionale libico (LNA), nella Libia orientale e occidentale, a sostegno di Haftar, impegnato a contrastare ed abbattere il governo appoggiato dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Sarraj. Compagnie private di sicurezza che starebbero introducendo nuove tattiche e maggiore potenza di fuoco sul campo di battaglia, minacciando di prolungare il conflitto più violento del Nord Africa. Tale comparsa rappresenta un elemento che porta a una nuova escalation nella guerra per procura combattuta in Libia, a cui stanno contribuendo molti paesi europei e non – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi.

L’arrivo di questi contractor avviene in un momento in cui la Russia sta espandendo la propria presenza militare e diplomatica in tutto il Medio Oriente, in Africa e oltre, godendo di una forte influenza in luoghi come la Siria, dove gli Stati Uniti, al contrario, si sono in parte disimpegnati. I contractor russi lavorerebbero per il gruppo Wagner, una compagna di sicurezza privata che alcuni esperti hanno collegato a Yevgeniy Prigozhin, stretto alleato del presidente russo Vladimir Putin. Come riportato dal Washington Post, il Cremlino non ha confermato queste informazioni, mentre un portavoce di Prigozhin ha dichiarato di “non avere nulla a che fare con la cosiddetta società militare privata”. Il gruppo Wagner era già apparso in combattimento in Siria, nella Repubblica centrafricana, in Ucraina e in altri paesi considerati strategici per gli interessi geopolitici ed economici del Cremlino.

Come riportato dal New York Times, dopo quattro anni di supporto finanziario e militare a favore del generale Haftar, la Russia si starebbe impegnando sempre più per garantire una vittoria del fronte di Tobrouk, di cui Haftar è capo del LNA. Un aiuto diretto che si sarebbe concretizzato nella fornitura di aerei avanzati da combattimento Sukhoi, equipaggiamenti di artiglieria, supporto di fuoco, nonché la fornitura di tiratori scelti: la stessa strategia che ha fatto di Mosca un regista nella guerra civile siriana. Il recente spiegamento di compagnia private di contractor russi è solo uno degli elementi in comune tra la guerra in Libia e quella in Siria.

A livello tattico e operativo, la presenza di compagnie private di sicurezza avrebbe portato all’introduzione di nuove tattiche e all’aumento significativo della capacità militare del LNA; un’evoluzione che di fatto avrebbe aumentato il livello dello scontro tra le parti e che minaccerebbe il prolungamento di quello che è il conflitto più violento nel Nord Africa.

A livello strategico, la presenza di compagnie private di sicurezza ​​rappresenta l’ultima escalation nella guerra per procura in Libia, in cui giocano un ruolo primario alcuni paesi arabi e non solo – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi. E l’arrivo di questi attori privati ​​nel conflitto giunge nel momento in cui la Russia sta ampliando il proprio impegno militare e diplomatico in Medio Oriente e in Africa, godendo di un’accresciuta influenza in luoghi come la Siria dove gli Stati Uniti si starebbero disimpegnando. Qualunque sia il risultato che riuscirà ad ottenere, l’intervento russo ha di fatto dato a Mosca un potere di veto su qualsiasi risoluzione del conflitto.

Foto Twitter, TV Libica e Reuters


Razzi su Israele: l’attacco dopo l’uccisione di un leader del movimento palestinese “Jihad Islamico”

Articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico, Ce.Mi.S.S. 6/2019

L’azione israeliana contro l’organizzazione “Jihad islamico”

All’alba del 12 novembre un attacco aereo israeliano, nella zona orientale di Shejaiya a Gaza, ha portato alla morte di Baha Abu al-Ata (42 anni), un senior leader del gruppo terrorista palestinese Jihad islamico (Harakat al-Jihād al-Islāmī fī Filasṭīn, PIJ). Contemporaneamente a questa azione, altre due persone sono state uccise e 10 ferite nella capitale siriana, Damasco, in un secondo attacco aereo israeliano contro Akram al-Ajouri, un altro leader politico del movimento palestinese Jihad islamico. Akram al-Ajouri sarebbe sopravvissuto, ma suo figlio e la nipote sarebbero rimasti uccisi.

Secondo il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Abu al-Ata, comandante del PIJ nella regione settentrionale di Gaza, era una “bomba ad orologeria” che stava pianificando attacchi al paese; secondo la dichiarazione del Primo Ministro, l’obiettivo della missione era l’eliminazione del “principale istigatore del terrorismo dalla Striscia di Gaza”.

Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane (IDF), il generale Aviv Kochavi, ha dichiarato che Abu al-Ata ha minato i recenti sforzi volti a mediare un cessate il fuoco tra Israele e il gruppo militante Hamas, che gestisce Gaza ed è considerato un rivale del PIJ. “Abu al-Ata stava pianificando attacchi terroristici nei confronti di civili israeliani e truppe dell’IDF da portare a compimento a breve”, “la sua eliminazione è stato un atto volto a prevenire una minaccia imminente”.

Baha Abu al-Ata aveva riscosso successi nel corso dell’anno guidando, a nord e ad est della striscia di Gaza, i combattenti della Brigata al-Quds del movimento Jihad islamico. Ma ha agito in maniera crescente sempre più al di fuori del controllo di Hamas, ordinando attacchi missilistici senza preventiva autorizzazione in seguito al ferimento dei manifestanti palestinesi da parte dei soldati israeliani durante le proteste di novembre al confine con Israele. In tale scenario, è valutabile una possibile escalation di ostilità.

La reazione dei terroristi

A seguito dell’attacco aereo contro Baha Abu al-Ata, centinaia di razzi sono stati lanciati da Gaza verso il territorio israeliano: tra il 12 e il 13 novembre, almeno 200 missili sono stati lanciati verso le aree meridionali e centrali di Israele, compresa la città di Tel Aviv e gli abitati di Holon e Modiin, che si trovano a più di 50 km dal confine con Gaza. Alcuni sono stati intercettati dal sistema di difesa aerea israeliano Iron Dome. Una fabbrica di Sderot è stata colpita, provocando un grande incendio, insieme a due case a Netivot e al palazzo del Consiglio regionale di Eshkol.

Il 12 novembre, l’IDF ha avviato una serie di attacchi di rappresaglia contro gli obiettivi nella striscia di Gaza riconducibili al PIJ, colpendo un’infrastruttura addestrativa, siti sotterranei utilizzati per la produzione e lo stoccaggio di esplosivi e munizioni e ancora, in due attacchi separati, le strutture di lancio di razzi. Contemporaneamente, Israele avrebbe chiuso i punti di ingresso-uscita da e per Gaza e ridotto l’area di pesca fino a 6 miglia nautiche concessa ai palestinesi di Gaza.

Il movimento Jihad islamico, organizzazione radicale riconosciuta come terrorista da Unione Europea, Stati Uniti, Canada e Israele, è la seconda più grande fazione militante palestinese a Gaza dopo Hamas (oggi al governo della striscia). Da quando nel 1981 è stata fondato il Jihad islamico, il movimento terroristico ha lanciato migliaia di razzi e ha portato a compimento innumerevoli azioni finalizzate a danneggiare e uccidere civili israeliani. Creato su iniziativa di soggetti islamisti, il gruppo affonda le sue radici nei campi profughi palestinesi e si ritiene che comprenda oggi alcune migliaia di combattenti. Considerata da Israele una proxy force iraniana, avrebbe il suo comando strategico nella capitale siriana, Damasco; sempre secondo Israele, il gruppo riceverebbe milioni di dollari in finanziamenti iraniani ogni anno con i quali finanzierebbe le azioni terroristiche ai danni di Israele. Solo quest’anno il Jihad islamico ha lanciato centinaia di razzi contro strutture in territorio israeliano, ha altresì tentato di infiltrarsi in Israele scavando tunnel sotterranei da utilizzare per attacchi e ha sparando contro i militari dell’IDF in servizio sulla linea di confine.

Sia Hamas che il Jihad islamico invocano “la distruzione di Israele”, concentrano le proprie azioni terroristiche contro i civili. Tra i due, il Jihad islamico è considerato più aggressivo, soprattutto perché può concentrarsi su attività militari, a differenza di Hamas che deve governare 2 milioni di persone nell’enclave palestinese. Mentre Hamas e il Jihad islamico mantengono un rapporto che può essere definito di “cauta alleanza”, quest’ultimo manifesta il proprio disappunto e frustrazione a causa delle tregue non ufficiali tra Hamas e Israele.


Principali eventi nell’ area del Maghreb e del Mashreq – Novembre

Algeria

La grande manifestazione del 1° novembre ha rappresentato il culmine della protesta, che dura ininterrottamente da 40 settimane, sostenuta dal movimento Hirak. Il 1° novembre è la “Giornata della Rivoluzione”, la festa nazionale algerina che segna l’inizio della guerra rivoluzionaria per l’indipendenza del 1954. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in piazza della capitale Algeri dimostrando la consistenza del movimento che sta imponendo importanti sforzi di contenimento e contrasto da parte del regime (formalmente diretto da Bensalah ma con l’importante ruolo di “indirizzo politico” giocato dal capo militare Ahmed Gaid Salah); governo che ha annunciato e ribadito la volontà di tenere le elezioni presidenziali il 12 dicembre. Oltre alla grande manifestazione di Algeri, altri eventi minori di protesta sono stati registrati in tutto il paese. Il movimento di protesta, che era riuscito prima ad ottenere il rinvio e la cancellazione delle elezioni presidenziali e poi, ad aprile, a costringere Bouteflika alle dimissioni. Da allora, il regime ha cercato di ricostruire una propria legittimità portando avanti una politica di “repressione selettiva” nei confronti del movimento di protesta, procedendo con l’arresto di attivisti e di figure di spicco dell’opposizione, anche attraverso la repressione da parte delle forze armate.

Egitto

Egitto, Etiopia e Sudan si sono impegnati a risolvere la disputa sulla diga del Nilo e continueranno a discutere per trovare una soluzione al conflitto legato alla costruzione (avviata nel 2011) della grande diga idroelettrica da parte dell’Etiopia: un progetto che ha sollevato preoccupazioni per la carenza di acqua potabile. L’Etiopia prevede di iniziare a riempire e gestire il bacino idrico nel 2020, con l’obiettivo di completare una delle più grandi dighe del mondo e diventare il più grande esportatore africano di energia. Una volta completata, la diga genererà circa 6.450 Megawatt di elettricità, il doppio della produzione attuale. Il Nilo fornisce sia acqua che elettricità ai 10 paesi che attraversa e il Sudan e l’Egitto temono che il progetto possa minacciare il loro approvvigionamento idrico. L’Egitto, che ha sofferto un’importante crisi idrica negli ultimi anni, fa affidamento sul fiume per il 90% della sua acqua potabile .

Israele

Energia e affari: a novembre Israele ha iniziato a esportare gas naturale in Egitto, con volumi potenziali di sette miliardi di metri cubi all’anno. Le forniture segnano l’inizio di un accordo di esportazione di 15 miliardi di dollari tra Israele, Delek Drilling e il partner statunitense Noble Energy, con una controparte egiziana: i funzionari israeliani hanno definito l’accordo come il più rilevante dalla pace del 1979. L’accordo, firmato all’inizio dello scorso anno, garantisce il trasferimento nella rete egiziana del gas naturale dai giacimenti offshore israeliani “Tamar” e “Leviathan”.
Dinamiche politiche: Benyamin Netanyahu e Benny Gantz a settembre hanno entrambi promesso di formare il governo: Gantz, ex capo militare, aveva dichiarato di voler prendere in considerazione un governo di unità nazionale ma, a ottobre, Netanyahu ha rinunciato a formare il nuovo governo per indisponibilità delle parti coinvolte. Per la seconda volta in sei mesi, il leader del Likud – che ha appena compiuto 70 anni – non è riuscito a formare il governo. Netanyahu rimane dunque Primo Ministro, sebbene quest’anno non sia riuscito a ottenere la vittoria assoluta in due elezioni. Il suo principale rivale, Gantz, si è impegnato nel tentativo di formare un governo di coalizione per succedergli. A fronte di un fallimento da parte di Gantz, Israele potrebbe tornare alle urne per la terza volta in un anno; uno scenario senza precedenti. Ciò darebbe a Netanyahu un’altra possibilità di estendere il suo decennale mandato.

Libano

Le proteste di massa hanno travolto il Libano in seguito all’annuncio del governo, del 17 ottobre, di voler adottare nuove misure fiscali. In uno scenario senza precedenti, decine di migliaia di manifestanti di diversi gruppi sociali e confessionali si sono radunati nelle città di tutto il paese accusando la leadership politica di corruzione e chiedendo riforme sociali ed economiche. In tutto il Libano i manifestanti hanno bloccato le principali strade come strategia della loro protesta. Nonostante i tentativi del governo di placare i manifestanti con l’annuncio di possibili riforme, le manifestazioni sono continuate a Beirut, Tripoli, Zouk, Jal el Dib, Saida, Nabatieh, Sour e Zahle. Il 13° giorno delle proteste, il Primo Ministro Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni . Dopo tre settimane di proteste antigovernative in gran parte pacifiche, i manifestanti hanno cambiato approccio e concentrando la propria azione contro gli istituti bancari, i ministeri e le società a partecipazione statale. Sit-in sono stati registrati in molte zone di Beirut e delle altre principali aree urbane. A novembre l’esercito libanese si è schierato in tutto il paese al fine di liberare le strade e autostrade che erano state chiuse dai manifestanti. Secondo alcune stime, sarebbero un milione le persone che hanno preso parte alle manifestazioni di protesta, quasi un quarto della popolazione libanese, chiedendo la fine della corruzione e una soluzione alla crisi economica del Paese .
Secondo alcuni analisti, la questione principale legata alle manifestazioni in Libano è queste rafforzeranno o indeboliranno Hezbollah; all’inizio delle proteste, gli uomini di Hezbollah hanno cercato di fermarle, ma non appena l’esercito libanese è intervenuto a tutela dei manifestanti, Hezbollah ha rinunciato alla sua azione repressiva. I manifestanti chiedono un nuovo corso della politica nazionale, che trascenda le divisioni settarie e le macchinazioni regionali: un eventuale successo della piazza rappresenterebbe un ostacolo significativo alla realizzazione dell’ampia agenda geopolitica di Hezbollah (e dell’Iran). Orna Mizrahi, esperta israeliana presso l’Institute for National Security Studies (INSS) dell’Università di Tel Aviv, ha affermato che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, sarebbe molto preoccupato per le proteste in corso .
Secondo un normale calcolo politico, queste proteste rappresenterebbero un’opportunità per Hezbollah e i suoi alleati, come uno dei più grandi blocchi in parlamento, di sostenere un alleato politico sunnita e tentare di formare un nuovo governo. Ma il Libano non è un paese normale. Ciò che l’attuale situazione libanese conferma è che, anche in condizioni più favorevoli, il consenso è sfuggente nella politica libanese. In tale quadro è prevedibile che lo scoppio di nuove dinamiche conflittuali, focalizzate sul piano economico e generazionale, aggraverà ulteriormente la situazione di stallo politico del paese.

Libia

L’arrivo di compagnie di sicurezza private di contractor russi è un elemento determinante in termini di aumento della capacità militare nel contesto della guerra civile in Libia: almeno 300 contractor privati russi, molti altamente addestrati e ben armati, starebbero operando nel territorio controllato dall’esercito nazionale libico (LNA), nella Libia orientale e occidentale, a sostegno del generale Khalifa Haftar, impegnato a contrastare ed abbattere il governo appoggiato dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Sarraj. Compagnie private di sicurezza che starebbero introducendo nuove tattiche e maggiore potenza di fuoco sul campo di battaglia, minacciando di prolungare il conflitto più violento del Nord Africa. Tale comparsa rappresenta è un elemento che porta a una nuova escalation nella guerra per procura combattuta in Libia, a cui stanno contribuendo molti paesi europei e non – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi. E l’arrivo di questi contractor arriva in un momento in cui la Russia sta espandendo la propria presenza militare e diplomatica in tutto il Medio Oriente, in Africa e oltre, godendo di una forte influenza in luoghi come la Siria, dove gli Stati Uniti, al contrario, si sono in parte disimpegnati. I contractor russi lavorerebbero per il gruppo Wagner, una compagna di sicurezza privata che alcuni esperti hanno collegato a Yevgeniy Prigozhin, stretto alleato del presidente russo Vladimir Putin. Il gruppo Wagner era già apparso in combattimento in Siria, nella Repubblica centrafricana, in Ucraina e in altri paesi considerati strategici per gli interessi geopolitici ed economici del Cremlino .

Marocco

Il Marocco è preoccupato per il ritorno in patria dei militanti del gruppo Stato Islamico. Il ministero degli interni marocchino ha descritto il ritorno dei terroristi dai “focolai di tensione” in Siria, Iraq e Libia come “preoccupante” per il paese e come una delle sfide più impegnative per i paesi interessati. Ha sottolineato che gli sforzi compiuti dai servizi di sicurezza del Regno hanno permesso di scoprire, alla fine di ottobre, 13 cellule terroristiche intente a reclutare giovani marocchini per combattere nelle aree di crisi in cui sono attivi gruppi jihadisti . In coordinamento con i servizi di sicurezza dell’anti-terrorismo, il Ministero ha annunciato di aver adottato “una politica che si adatta alle strategie dei gruppi terroristici”. Secondo l’ufficio centrale marocchino di indagine giudiziaria (BCIJ) “questi gruppi, che ricevono finanziamenti e risorse, continuano a utilizzare ideologie radicali e violente attraverso i social media e i siti web, coinvolgendo fasce di popolazione giovani e maggiormente fragili”. ”A marzo, le autorità marocchine hanno espulso un gruppo di otto cittadini marocchini, che si trovavano nelle zone di conflitto in Siria .

Siria

Come riportato dal New York Times, la Turchia ha iniziato a rimandare nei propri paesi di origine i combattenti stranieri catturati in Siria: all’inizio di novembre sono state avviate le procedure di espulsione per 11 cittadini francesi e sette tedeschi, insieme ad altri dalla Danimarca e dall’Irlanda. Durante la recente operazione militare in Siria (Sorgente di Pace), le milizie sostenute dalla Turchia hanno annunciato di aver catturato persone affiliate allo Stato islamico – la maggior parte delle quali donne e bambini fuggiti da un campo di Ain Issa – e combattenti filo-curdi. Il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan ha affermato che la Turchia avrebbe iniziato a rimpatriare i membri dello Stato islamico e ha esortato i paesi occidentali ad assumersi la responsabilità nella gestione dei loro cittadini .
Secondo il Chairman degli Stati Maggiori congiunti delle Forze Armate statunitensi, il generale Mark Milley, meno di 1.000 militari di Washington rimarranno in Siria, ma l’obiettivo di sconfiggere il gruppo Stato Islamico rimane confermato, nonostante la minore presenza militare.
L’11 novembre James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito britannico e poi fondatore e CEO del gruppo Mayday Rescue – l’organizzazione volontaria di soccorso dei White Helmets siriani – è stato trovato morto in Turchia.

Tunisia

I principali partiti tunisini rifiutano il nuovo governo guidato dal partito islamista Ennahda, in seguito alla vittoria alle elezioni parlamentari di ottobre. Ennahda è il più grande partito nel nuovo parlamento della Tunisia, ma con solo 52 seggi su 217; ciò ha costretto il partito a scendere a compromessi nel tentativo di formare un Gabinetto. Ennahda ha affermato di aver deciso che uno dei suoi leader dovrà essere il Primo Ministro, coerentemente “con la scelta degli elettori che hanno affidato la responsabilità di attuare i programmi elettorali”. Se Ennahda non potrà formare un governo entro due mesi, il presidente potrà incaricare un altro gruppo parlamentare. Se anche questa scelta non dovesse portare a un risultato e lo stallo dovesse persistere, saranno indette altre elezioni .


Afghanistan, perché gli occhi di Washington sono tornati su Kabul. Parla Bertolotti (Formiche.net)

Articolo originale di Emanuele Rossi per Formiche.net

11 dicembre 2019

Cosa succede in Afghanistan? Trump di nuovo alle prese con la guerra senza fine, che documenti recenti danno per persa dallo stesso Pentagono. Tirare fuori i soldati e fare un accordo con i Talebani prima del 2020. Il commento di Bertolotti (START InSight e Ispi)

Sono i talebani ad aver vinto la guerra

Stamattina all’alba un veicolo bomba ha colpito un gate della grande base di Bagram, nell’Afghanistan orientale, mentre stava rientrando un convoglio statunitense. Non ci sono state vittime americane. Il Pentagono dice che la base (la più grande delle forze alleate nel paese) è ancora sicura, ma si tratta dell’ennesimo episodio del genere nell’ultimo anno. E arriva in una fase delicata: qualche mese fa sembrava che lo sforzo negoziale degli Stati Uniti potesse portare buoni frutti attraverso un accordo con i Talebani. L’organizzazione jihadista contro cui è intervenuta la Nato dopo l’attentato del 9/11 — quando i Talebani erano al potere in Afghanistan e garantivano protezione ad al Qaeda, che riconosceva nel capo Mullah Omar la Guida dei fedeli — era sul punto di accettare una serie di punti che l’amministrazione Trump aveva stilato. La Casa Bianca è ansiosa di chiudere un accordo storico con in nemici dell’America — siano i Talebani, l’Iran o la Corea del Nord — che Donald Trump vorrebbe usare come eredità da giocarsi alle elezioni del prossimo anno.

E invece tutto è saltato, anche se i  contatti ultimamente sono stati riattivati. Per Trump è importante portare a casa i propri militari, perché rientra tra le promesse elettorali del 2016. E il fronte afgano sotto questo punto di vista è un argomento caldissimo. L’attentato arriva a pochi giorni dalla pubblicazione dei cosiddetti “Afghan Papers”, dozzine di informazioni e documenti riservati ottenuti dal Washington Post, in tre anni di battaglie legali ai sensi del Freedom of Information Act (FOIA).

Resi pubblici il 9 dicembre, hanno sostanzialmente una sintesi: il governo statunitense si è reso conto da molto tempo che la guerra in Afghanistan — la più lunga della storia americana — è impossibile da vincere. Ma ha mentito per anni ai propri cittadini. Tutti i dati usciti erano stati raccolti come revisione dal Sigar, l’ufficio di monitoraggio sul conflitto, e adesso confermano quella che Trump chiama “endless war”. Una guerra senza fine che secondo la sua visione del mondo rappresenta un costo enorme che gli Usa non possono più sostenere (soprattutto perché non dà, a suo modo di vedere, ritorni). Un conflitto costato 934 miliardi di dollari, in cui sono morti ad oggi oltre 2000 soldati americani, e in totale più di 150 mila persone, di cui 43 mila civili.

Dalla mole e dal contenuto delle rivelazioni scottanti pubblicate, i documenti che il WaPo ha rivelato sull’Afghanistan ricordano i “Pentagon Papers” sul Vietnam, e mettono la presidenza sotto pressione. “I fatti riportati dal Washington post confermano ciò che noi analisti, pochi a dire il vero, diciamo dal 2009. Che la guerra in Afghanistan fosse persa, personalmente, lo sostenevo già nel 2009 nelle analisi per il CeMiSS”, commenta con Formiche.net Claudio Bertolotti, già capo sezione contro-intelligence della Nato in Afghanistan, docente e ricercatore associato preso l’Ispi, direttore START InSight e autore di “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga” (ed. START InSight, 2019).

L’analista italiano spiega che “di fatto l’Afghanistan è un paese politicamente incapace di trovare un equilibrio: le dinamiche sono etniche e tribali, e così l’accesso alle forme di potere. Oggi, dopo oltre due mesi dalle elezioni presidenziali, non sappiamo ancora chi le abbia vinte. Esattamente come nel 2014, quando gli afghani dovettero accettare la spartizione del potere tra i due contendenti (Ashraf Ghani e Abdulla Abdullah)”.

Una crisi di carattere istituzionale che rende impossibile la stabilizzazione, con un’economia disastrata e dipendente dagli aiuti stranieri. “L’unico settore in forte espansione è quello degli oppiacei. Oggi dalla produzione alla lavorazione del prodotto finito, l’eroina, che copre il 92 per cento della richiesta globale”, commenta Bertolotti. In questo contesto i Talebani stanno crescendo di nuovo e hanno attualmente sotto il loro controllo circa il 42 per cento del territorio: quasi tutte le aree rurali e le fasce periferiche, ma anche alcune zone urbane (per esempio Kunduz).

“Le forze della NATO non escono dalle loro basi e il supporto alle forze afghane si limita all’affiancamento a livello di pianificazione ma non di condotta operativa: d’altronde è una guerra tra afghani e l’Alleanza atlantica non può più dare un contributo significativo Le forze statunitensi sono concentrate nella condotta di operazioni con forze speciali e attacchi mirati con i droni: gli obiettivi sono i comandanti intermedi dei talebani (al fine di fare pressione in senso favorevole a un accordo negoziale) e agli obiettivi riconducibili allo Stato islamico in Afghanistan e ad al-Qaeda”, aggiunge Bertolotti.

È questo il quadro in cui uno dei massimi esperti internazionali del dossier inserisce il “dialogo negoziale” (“non chiamiamolo accordo di pace”, sottolinea) tra gli Stati Uniti e i talebani. “Un dialogo di fatto mai interrotto; iniziato nel 2007, intensificato nel 2012 con l’apertura dell’ufficio politico talebano a Doha in Qatar e ripreso in maniera decisa nel 2019.Temporaneamente sospeso a settembre, per ragioni di opportunità evidenziate dal Pentagono e accettate da Trump, e attualmente riavviato”.

Gli obiettivi delle parti? “Washington deve uscire dalla lunga guerra persa, e deve farlo convincendo l’opinione pubblica interna (e dunque l’elettorato) del successo di tale scelta. Di fatto però è intenzionata a mantenere una presenza permanente all’interno delle basi strategiche in gestione agli Stati Uniti fino a tutto il 2024 in base al Bilateral Strategic Agreement”.

E i Talebani cosa vogliono, e ottengono con un’intesa? “Loro vogliono prendere il potere, e lo faranno, con il tempo, passando attraverso la revisione (abrogazione) della costituzione e dei diritti in essa contenuti. Potere che consentirà a loro di spartire buona parte delle royalties derivanti dal transito della pipeline TAPI (quando vedrà la luce)”.

E il governo afgano in tutto questo che ruolo ha? “Il governo afghano è, purtroppo, marginalizzato per decisione dei due interlocutori e non ha voce in capitolo”.

C’è anche un contesto ulteriore, diciamo di carattere geopolitico con peso regionale? “Esattamente. In tutto ciò si inseriscono gli attori regionali (e non solo): Cina, Iran, Pakistan e Russia a loro volta impegnasti in tavoli negoziali bilaterali e indipendenti con i talebani. E questo è un altro successo del movimento che fu del Mullah Omar: dividere i contendenti esterni, indebolendoli, e imponendo le proprie pretese. Alla fine saranno loro a uscirne vincitori”.


LIBRO. La Grande Illusione – L’Afghanistan in guerra dal 1979

(copertina di R. Martinis)

In libreria dal 5 dicembre 2019 per la collana Orizzonti Geopolitici dell’editore Rosenberg e Sellier, la nuova pubblicazione dedicata all’Afghanistan.

Con saggi di: Paolo Affatato , Giuliano Battiston, Andrea Carati, Enrico De Maio, Fabrizio Foschini, Emanuele Giordana, Elisa Giunchi, Antonio Giustozzi, Francesca Recchia, Nino Sergi, Alidad Shiri, Chiara Sulmoni e un saluto della principessa Soraya d’Afghanistan. Prefazione di Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia.

Sinossi del libro La Grande Illusione, L’Afghanistan in guerra dal 1979 a cura di Emanuele Giordana.

“Iniziata con l’invasione sovietica, l’ultima guerra afgana compie quarant’anni con attori diversi ma sempre con le stesse vittime: i civili. Una lunga guerra della quale Usa e alleati – tra cui l’Italia – sono tra i maggiori responsabili anche per per l’ennesima grande illusione: diritti, lavoro, dignità, uguaglianza. A diciotto anni dall’ultima fase del conflitto iniziato nel 2001, il disastroso bilancio è anche il manifesto di come si possa utilizzare la bandiera dei diritti per violarli ripetutamente. I saggi scritti da autorevoli osservatori delle vicende afgane disegnano illusioni e sofferenza, le responsabilità di guerriglia, governo e alleati stranieri, i giochi degli attori regionali e lo spregiudicato uso di una propaganda cui non credono più nemmeno i suoi inventori. Una fotografia in bianco e nero dove il nero trionfa. Un atto d’accusa che, pur riconoscendo la buona fede di molti, mette il dito nella piaga della malafede tipica di ogni conflitto.

Verso la fine del 1979 l’Unione Sovietica, inizialmente riluttante a inviare truppe in Afghanistan, invadeva il Paese dell’Hindukush con 80mila uomini e 1800 carri armati. Iniziava una guerra di logoramento durata dieci anni che alla fine fece decidere al Cremlino il ritiro. Ultimo conflitto della “Guerra Fredda” e terreno di scontro tra sovietici e americani, la campagna afgana era costata a Mosca 30mila morti e oltre 50mila feriti. Fu il colpo decisivo all’implosione dell’Urss. Ma agli afgani la guerra era costata molto di più: morte, distruzione, degrado e povertà. Finita una guerra però ne iniziavano altre: tra i mujahedin e il governo, quella interna alla guerriglia, quella poi condotta dai Talebani. Anche queste però erano solo l’anticipo di un conflitto ancora più lungo e non ancora concluso, iniziato con una nuova occupazione militare guidata dagli Stati Uniti e dagli alleati della Nato. La guerra infinita, che nel 2019 compie quarant’anni, segna uno dei più lunghi conflitti della Storia con il suo corollario di vittime civili e militari, distruzioni, miseria, illusioni e dolore a fronte di promesse non mantenute, di una ricostruzione incompiuta e di un fallimento delle speranze riposte dagli afgani in un intervento che, anziché essere risolutivo, si è manifestato come un ennesimo capitolo dell’epopea del “Grande Gioco”, iniziata nell’Ottocento tra Regno unito e Russia zarista. Tassello geopolitico ineludibile, schiacciato dalle mire egemoniche di Paesi vicini e lontani, l’Afghanistan è un caso emblematico di come un Paese di montagne e deserti, povero di risorse energetiche e naturali, possa diventare il teatro di un incubo spaventoso e apparentemente senza fine in cui da quarant’anni si agita il fantasma quotidiano della guerra.

I saggi di questo volume disegnano la storia recente del Paese e del suo ultimo conflitto. Le promesse e le speranze ma anche il cinismo e le ambizioni, gli errori umani e i calcoli politici. Con un solo grande protagonista da sempre utilizzato solo come comparsa: la sua popolazione civile. Inascoltata, repressa, ignorata.”

Breve estratto dal capitolo ‘Vittime civili. Protagoniste anonime della guerra‘, di Chiara Sulmoni

“A causa della sicurezza precaria, i diritti elementari degli afgani subiscono una continua erosione; molte famiglie sono costrette a lasciare case e averi in fretta e furia a causa dei combattimenti o hanno difficoltà a spostarsi anche di pochi chilometri, per la presenza di una varietà di gruppi armati. C’è chi salta sulle mine antiuomo, che nel solo 2018 hanno ucciso o mutilato 1451 persone, nell’80 per cento dei casi bambini. Si calcola che in dieci anni in Afghanistan abbiano perso la vita più di 32’000 civili, mentre i feriti sfiorano i 60’000. Secondo l’Afghanistan Human Rights and Democracy Organisation (Ahrdo), una ong che si batte per tenere acceso il ricordo delle vittime di guerra, fra il 1978 –data del colpo di stato comunista cui fece seguito l’invasione russa– e la fine del 2001 -quando venne rovesciato l’Emirato Talebano che era a sua volta succeduto a una brutale guerra civile- il numero dei morti può essere stimato nell’ordine dei due milioni; migliaia gli scomparsi, per non parlare dei poveri resti ritrovati nelle fosse comuni venute alla luce nel frattempo (…) La popolazione afgana, sfinita, desidera oggi soprattutto che la violenza abbia fine; il paese guida ormai la classifica delle nazioni più pericolose al mondo e secondo l’intelligence americana, dentro i suoi confini dimora la più alta concentrazione di gruppi terroristici regionali; una realtà che purtroppo lancia ombre scure sul futuro e ridimensiona anche le attese nei confronti dei già incerti negoziati con i Talebani. Il timore – e la probabilità – è che quelle afgane, siano destinate a rimanere ancora a lungo, vittime senza pace.  Anche nel caso di un accordo.” (La Grande Illusione, p. 68)