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Terrorismo in Europa nel 2018 – Il rapporto Europol

Il terrorismo in Europa? La minaccia viene dai gruppi indipendentisti, jihadisti e di estrema sinistra anarco-insurrezionalisti. Non significativo il terrorismo di estrema destra.

La sintesi di Claudio Bertolotti, Direttore START InSight

La realtà dei numeri a confronto con la percezione dell’opinione pubblica e dei media: gli attacchi terroristici perpetrati da gruppi di estrema sinistra e anarco-insurrezionalisti nel 2018 in Europa – per un totale di 19 eventi, di cui 13 in Italia – si situano al secondo posto dopo quelli di matrice jihadista – 24 azioni, che hanno provocato 13 morti; al primo posto il terrorismo etno-nazionalista, con 83 episodi. In ultima posizione gli attentati terroristici attribuiti all’estrema destra, con un singolo evento.

Sono questi i numeri ufficiali appena resi noti dall’Europol, attraverso la pubblicazione del report annuale Te-SAT (Terrorism Situation and Trend Report 2019) che indica come nel complesso la violenza del terrorismo sia diminuita in termini assoluti, sebbene in maniera differente in base all’ideologia di riferimento e a giustificazione degli atti di terrorismo.

Nel complesso si impone l’inconsistenza degli attacchi attribuiti a gruppi di estrema destra, storicamente marginali nelle statistiche del terrorismo in Europa: un solo evento nel 2018, a fronte dei cinque registrati nel 2017.

Diminuiscono anche gli attacchi terroristici dell’estrema sinistra e dei gruppi anarco-insurrezionalisti: 19 eventi nel 2018 rispetto ai 24 del 2017.

Le azioni maggiormente rilevanti rimangono quelle riconducibili ai gruppi etno-nazionalisti: 83 contro le 137 del 2017; sebbene quelle più pericolose in termini di danni e vittime rimangano le azioni terroristiche associate allo jihadismo: 24 eventi nel 2018 contro i 33 del 2017.

Il Regno Unito è il paese più interessato dalle azioni violente del terrorismo indipendentista, in particolare da parte dei Dissident Republican (seguito da Francia e Spagna – Euskadi ta Askatasuna e Resistencia Galega); la Francia è invece il Paese nel mirino del terrorismo jihadista (seguita dal Regno Unito).

L’Italia, nella graduatoria europea, è il Paese più colpito da attacchi di estrema sinistra: il 70% di tutti gli attacchi in Europa. Nel nostro Paese, questi gruppi terroristici hanno confermato la propria volontà violenta, l’intensità e il modus operandi rilevati negli ultimi cinque anni. La Federazione Anarchica Informale / Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI) è considerato il gruppo più pericoloso. È tristemente noto per le sue campagne contro bersagli italiani e stranieri, attraverso l’impiego di IED (ordigni esplosivi improvvisati) o pacchi bomba. Altri gruppi terroristici anarchici hanno preso di mira obiettivi fisici, quali sedi di partiti, e gruppi di estrema destra.

Una fotografia della violenza, quella consegnata dall’Europol, che descrive come il terrorismo continui a costituire una grave minaccia per la sicurezza degli Stati membri dell’Unione EuropeaDa quelli più cruenti, come quelli jihadisti di Trèbes, Parigi, Liegi e Strasburgo che hanno portato alla morte di tredici persone, a quelli dell’estrema sinistra: unevoluzione della forma di violenza terroristica che tende a imporsi sempre più come un mezzo di confronto e competizione politica. I terroristi, di qualunque appartenenza politica e ideologica, si impongono come soggetti che non solo mirano a uccidere e ferire, ma anche a dividere le nostre società diffondendo odio e intolleranza.


Condannato per terrorismo a Torino “l’ideologo” italiano dello Stato islamico

di Claudio Bertolotti

Associazione a delinquere al fine del raggiungimento degli obiettivi dello Stato islamico (…), ai fini dell’eversione dell’ordinamento costituzionale democratico.

Con queste parole il Pubblico Ministero Claudio Gatti aveva chiesto la condanna per Elmahdi Halili, il giovane jihadista marocchino naturalizzato italiano, condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione per terrorismo – apologia e istigazione a commettere un attentato -, difeso dall’avvocato Enrico Bucci (in sostituzione di Wilmer Perga): il giovane marocchino naturalizzato italiano è colpevole, lo ha stabilito il tribunale di Torino il 28 giugno, dopo un processo andato avanti mesi, tra rinvii e cambi di avvocato difensore.

Elmahdi Halili: un nome che compare nella maggior parte dei processi per jihadismo in Italia

Chi è Halili, il terrorista torinese? 23 anni al momento dell’arresto avvenuto nel marzo del 2018, è un personaggio noto agli investigatori dell’Antiterrorismo della Digos; il suo nome compare nella maggior parte dei processi per jihadismo celebrati in Italia: quello a Fatima Sergio, la prima foreign fighter italiana, di origini campane, condannata a nove anni e probabilmente morta in Siria tra le fila del Califfato; e ancora, è protagonista di un’altra vicenda legata al terrorismo internazionale che lega l’Italia alla Svizzera: il caso di Abderrahim Moutaharrik, l’ex campione di kickboxing (di origini marocchine) residente in Lombardia ma che si allenava nel Luganese, poi condannato a sei anni per terrorismo.

Un elemento chiave per comprendere lo jihadismo italiano legato al fenomeno dello Stato islamico

Halili – già in precedenza indagato e poi condannato, previo patteggiamento, a due anni di reclusione con sospensione condizionale della stessa per istigazione a delinquere con finalità di terrorismo per aver redatto e pubblicato via web alcuni importanti documenti a favore dello Stato Islamico – rappresenta un elemento chiave per comprendere lo jihadismo italiano legato al fenomeno dello Stato islamico.

Halili non è stato un combattente, non ha avuto ambizioni operative, né ha manifestato l’interesse ad immolarsi come soldato nel nome del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Halili è stato molto di più: nelle sue intenzioni lui si è imposto, in parte riuscendoci, come ideologo dello Stato islamico in Italia: esaltando le virtù del movimento terrorista, impegnandosi per l’imposizione della shari’a (la legge coranica) in Italia, incitando soggetti conosciuti prima sul web – e poi incontrati di persona – ad agire, a colpire nel nome dell’Islam, giustificando qualunque tipo di violenza nei confronti degli infedeli, degli apostati, ma anche dei musulmani che si sono lasciati corrompere dalla “religione della democrazia”.

Halili: l’ideologo dell’ISIS in Italia che ha scritto il “libro rosso” del terrorismo islamico

Il suo è stato un lavoro intellettuale molto articolato, sapientemente ricostruito dagli operatori della Digos di Torino il cui lavoro è stato fondamentale per il Pubblico Ministero Emilio Gatti, che in sede di dibattimento ha chiesto la condanna a cinque anni per Halili raccomandando la necessità di farlo partecipare a un corso di de-radicalizzazione. Difficile dire quali potranno essere gli sviluppi di tale processo di de-radicalizzazione: va ricordato come in Italia non esista un percorso articolato e strutturato, anche a causa del fatto che il progetto di legge che lo avrebbe istituito (promosso da Stefano Dambruoso e Andrea Manciulli) dopo essere stato approvato alla Camera, si è fermato al Senato nella precedente legislatura.

Qualsiasi cittadino non musulmano che fa parte della coalizione che bombarda lo Stato islamico è un obiettivo militare per noi

Il lavoro di Halili in questi anni, come hanno ben ricostruito gli inquirenti, si è concentrato sull’ideologia jihadista, sulla sua giustificazione religiosa e, cosa più importante, sullo sviluppo di un manuale teologico per gli aspiranti jihadisti italiani. È il ”quaderno rosso” di Halili: un elaborato di 64 pagine, meticolosamente compilato ed estremamente ordinato che, in maniera efficace, sintetica e analitica, ripropone i concetti tratti dalle lezioni dei “predicatori dell’odio” reperite sul web, e da cui sono stati sviluppati i suoi successivi scritti poi condivisi dalla rete jihadista che ne ha fatto un documento di riferimento. Nel suo “quaderno rosso” Halili ha riportato la sua interpretazione del “dovere di uccidere” anche attraverso gli attacchi terroristici, che lui riconosce come “legittimi atti di guerra”: “qualsiasi cittadino non musulmano che fa parte della coalizione che bombarda lo Stato islamico è un obiettivo militare per noi” – dice Halili nel suo scritto. E ancora, sempre nel quaderno, Halili parla di Islam come elemento politico, e dunque guerra, che deve contrapporsi alla democrazia e sottometterla.

L’analisi del caso Halili mette in evidenza la sua estrema intelligenza e capacità di reclutamento e indottrinamento: è bravo a scrivere, bravo a parlare, convincente e determinato. La sua ambizione personale, oltre al suo contributo nella realizzazione del Califfato globale, è stata quella di crearsi una nuova identità, quella di ideologo e veicolo “critico” del messaggio dello Stato islamico. Una sorta di imam, capo spirituale. Ma è il suo approccio che ne ha dimostrato le indiscusse capacità: “lobbistico”, improntato a “fare rete”, allagare l’uditorio e i soggetti con cui interfacciarsi e dialogare. Un atteggiamento che si colloca sul piano dell’apologia di shari’a che tende alla radicalizzazione violenta. È indubbiamente un islamista, ha contatti radicali e accede a contenuti ideologici radicali che rielabora e diffonde: ma è l’ideologia della shari’a. E questo conferma le preoccupazioni nei confronti di quell’islam politico che dell’applicazione della legge coranica fa la sua battaglia.

Un’analisi, quella degli inquirenti, che si accompagna alle evidenze di anni di indagini da cui emergono le idee, le intenzioni e le azioni di un Halili che si radicalizza sempre di più, attraverso il web, a da qui ai contatti, prima virtuali e poi fisici con i suoi interlocutori, a loro volta nel mirino di altre procure che indagano sul terrorismo jihadista in Italia. Il giovane jihadista marocchino aumenta sempre più, con il passare del tempo, le ore dedicate allo “studio” del jihad, all’analisi dei testi dello Stato islamico, arrivando a trascorrere anche due ore al giorno leggendo il giornale Dabiq e Amaq, organi di informazione dell’ISIS in Siria e Iraq. Trascorre ore e ore lasciandosi ipnotizzare da video e audio jihadisti che lo alienano e lo motivano sempre più.

Si allontana dalla famiglia, arrivando a picchiare il padre, accusandolo di essere un apostata; effettua donazioni di soldi ad organizzazioni jihadiste, attraverso la pagina Facebook “musulmani d’Italia”. Fino ad allargare la sua rete virtuale al di la dei confini nazionali, arrivando direttamente alla linea del fronte siriano dove è stato in contatto, tra gli altri, con uno jihadista combattente, Omar al-Amriki, con cui dialoga a lungo e raccoglie, diffondendole successivamente, le informazioni dal campo di battaglia e sulle truppe che combattono. È con Omar al-Amriki che Halili si accredita, presentandosi come l’autore del documento-guida tradotto in italiano: un’autodenuncia che ha rappresentato per l’accusa un elemento forte per confermare il capo di imputazione e definire nel dettaglio il ruolo di Halili a supporto dello Stato islamico.

Il 28 giugno 2019 viene così condannato a sei anni e sei mesi di detenzione per terrorismo, Elmahdi Halili, lo jihadista di Lanzo torinese, l’ideologo dello Stato islamico in Italia; una condanna che conferma ancora una volta la concretezza della minaccia jihadista dello Stato islamico, non solamente nella sua essenza territoriale e fisica, ma ancora più pericolosamente su un piano ideologico e religioso che continua ad auto-alimentarsi e ad adattarsi alle misure di contrasto.


Radicalizzazione jihadista e prevenzione. Aggiornamenti dalla Svizzera. PRIMA PARTE

La Scuola Universitaria di Scienze Applicate di Zurigo (ZHAW) ha pubblicato uno studio aggiornato che fa il punto sui contesti della radicalizzazione jihadista in Svizzera, sulla gestione della situazione nelle carceri e sulla prevenzione, integrando i dati forniti dall’intelligence con una serie di interviste a figure impegnate in vari ruoli -direttori di carcere, responsabili della sicurezza, cappellani e imam, procuratori, unità specialistiche di prevenzione dell’estremismo e forze di polizia attive sul territorio-. Ad emergere è una fotografia delle tendenze e delle misure adottate a livello locale e cantonale per contrastare il fenomeno. In particolare, vengono messe in rilievo le aree e gli approcci che necessitano di maggiore attenzione.

Nel 2017 la Confederazione ha adottato un piano d’azione nazionale per coordinare gran parte delle iniziative e dei progetti di prevenzione, disimpegno dalla violenza e reintegrazione; attività che sostiene con 5 milioni di CHF elargiti su un periodo di 5 anni.

LEGGI LO STUDIO COMPLETO IN DIVERSE LINGUE

Contesti della radicalizzazione jhadista in Svizzera – sintesi

autori dello studio: Fabien Merz (CSS – Zurigo) e Johannes Saal (Università di Lucerna)

Ascolta Fabien Merz anche nel reportage radiofonico intitolato
RADICALISMO ISLAMICO, PIANIFICARE ALLA SVIZZERA
trasmesso dalla Rete Due della RSI

L’analisi è basata sulle informazioni relative a 130 casi di cui si sono occupati i servizi nel corso degli ultimi dieci anni, che erano o che sono ancora considerati ad alto rischio per la sicurezza interna o esterna della Svizzera, con una prevalenza di ‘viaggiatori (o aspiranti viaggiatori) con finalità jihadiste’. Questo termine viene preferito al più diffuso ‘foreign terrorist fighter’ poiché fa riferimento alla motivazione ideologica specifica dietro la scelta di raggiungere fronti di guerra. Il campione non include unicamente estremisti violenti ma anche sostenitori di gruppi jihadisti e soggetti dediti alla propaganda. Utile l’approccio comparativo con tre paesi vicini -Germania, Francia, Italia- che permette di inserire la Svizzera nel contesto europeo, soprattutto in considerazione del fatto che la scena radicale jihadista nel paese è caratterizzata da network transnazionali, ovvero collegamenti con reti o persone attive nelle nazioni che confinano con le tre diverse regioni linguistiche del paese. In sintesi, si delineano le seguenti tendenze (al netto di fragilità ed esiguità dei dati quantitativi a disposizione, problema sottolineato più volte dagli autori).

Sesso Il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Svizzera coinvolge soprattutto gli uomini (90% circa dei profili forniti). Il numero di donne radicalizzate in Svizzera è più basso rispetto alla media europea. Età La media è di 28 anni, e coincide con le tendenze di Germania e Francia. Il 18% del campione al momento della radicalizzazione aveva un’età inferiore ai 20 anni, con un 6% di minorenni. Gli autori dello studio sottolineano come la radicalizzazione di giovanissimi su cui si sono spesso concentrati i media, in Svizzera possa considerarsi un problema marginale. Stato civile Metà degli individui è single o separata; metà di coloro che hanno una famiglia, si è ‘sistemato/a’ dentro il contesto salafita-jihadista. Metà del campione ha almeno un figlio. Istruzione e lavoro La maggior parte degli individui profilati ha un diploma di scuola media; oltre la metà del campione nel periodo pre-radicalizzazione aveva un lavoro mentre i disoccupati rappresentavano un terzo dei casi. Durante la radicalizzazione, la percentuale di questi ultimi raddoppia fino a raggiungere il 58%. Gli autori invitano a considerare come l’attivismo ideologico-religioso (la dedizione alla causa, in altre parole) possa in parte spiegare questa alta percentuale. Indirettamente, il ragionamento sottolinea come la radicalizzazione sia appunto spesso causa, piuttosto che effetto, di un’esclusione sociale o dal mondo del lavoro. Altro dato rilevante: il 41% dei soggetti è in assistenza (cioè beneficia di sostegno finanziario da parte dello Stato). Geografia del fenomeno I radicalizzati tendono a vivere in aree urbane. Oltre la metà nella Svizzera tedesca, più del 40% nella Svizzera francese e poco meno del 4% nel Canton Ticino. Messi in relazione con il totale della popolazione (NON della popolazione di fede islamica) nelle tre diverse aree linguistiche, i dati segnalano una prevalenza del fenomeno nella Svizzera francese. La regione di Ginevra è quella più interessata. Nazionalità L’intelligence ha recentemente indicato come solo un terzo dei viaggiatori con finalità jihadiste detenga la nazionalità svizzera. Il 35% circa del campione analizzato dai ricercatori Merz e Saal è nato in Svizzera, mentre più del 30% aveva meno di 18 anni quando è giunto nel paese. Per questo motivo, anche i radicalizzati svizzeri possono considerarsi a pieno titolo ‘homegrown’ (cioè autoctoni). In oltre il 30% dei casi, le famiglie sono originarie dei Balcani (il che riflette i trend migratori in Svizzera). Contesti sociali I problemi personali dei singoli individui -famiglie spezzate, lutti, episodi di discriminazione, uso di droghe, problemi psichiatrici, identità fragile etc.- fanno spesso da sfondo. I dati a disposizione non confermano la teoria del ‘crime-terror nexus’ -cioè il rapporto fra radicalizzazione jihadista e passato criminale-; poche indicazioni anche riguardo a processi di radicalizzazione iniziati dentro il carcere. I casi di reati precedenti legati alla violenza fisica (aggressioni) sono predominanti. Fattori di radicalizzazione I ricercatori tengono a precisare che anche sulla base dei dati empirici svizzeri non si può affermare, come avviene invece spesso nel dibattito pubblico, che l’Islam ‘per se’ rappresenti un fattore di radicalizzazione. La religiosità -intesa come osservanza più o meno stretta- ricopre un ruolo secondario. Se ben il 20% del campione preso in esame è rappresentato da convertiti, su 59 individui di cui si hanno informazioni al riguardo, solo 7 hanno seguito una qualche forma di istruzione teologica islamica. Su 34 famiglie d’origine di cui si conoscono tali sfumature, 19 sono di orientamento liberale o secolare, 15 osservanti o fondamentaliste. E se il ‘consumo’ di contenuti jihadisti in internet ha un ruolo importante nel processo di radicalizzazione, gli analisti ribadiscono, in linea con quanto osservato anche da altri studiosi, che la visione, per esempio, di video di propaganda dell’ISIS o di sermoni estremisti, non è un elemento che da solo può condurre alla radicalizzazione: sono invece le relazioni personali a fare la differenza e a rappresentare un fattore decisivo, in particolare quelle fra compagni della stessa età oppure con il partner, nel caso delle donne. Solo 35 le persone di cui si hanno informazioni circa i contatti con predicatori salafiti; tuttavia emerge un aspetto interessante, e cioè che gran parte di questi predicatori (fra cui anche reclutatori) proviene dall’estero. Il che per gli analisti sta ad indicare come la scena jihadista svizzera non abbia figure di riferimento al suo interno. La conferma dei legami transnazionali menzionati a inizio articolo, viene anche da attività di proselitismo condivise, come la distribuzione pubblica del Corano da parte di militanti del gruppo ‘Lies!’, diffuso in Germania e anche in Svizzera. Tempistica La radicalizzazione lampo rappresenta l’eccezione; nel 72% dei casi il processo ha avuto una durata di oltre un anno. Natura dell’attività jihadista Due terzi degli individui presi in esame sono entrati nel radar della sicurezza fra il 2013 e il 2015 ed erano impegnati principalmente in attività di propaganda.

Confronto europeo (Germania, Francia, Italia) Nel rapporto fra popolazione totale e numero di viaggiatori con finalità jihadiste la Svizzera supera l’Italia ed è preceduta, ma di poco, dalla Germania. La maggior parte delle 77 persone che hanno raggiunto la Siria e l’Iraq, è partita nel lasso di tempo che va dal 2013 al 2016 per unirsi allo Stato Islamico. Fra le altre destinazioni, l’Afghanistan e la Somalia (in 8 per al-Shabaab). A tornare sono stati finora in 16. La varia natura dei dati a disposizione e delle metodologie di analisi rendono difficile un confronto; tuttavia, l’insieme dei numeri permette di individuare tendenze e tratti comuni. Per la Germania, lo studio ha preso come punto di riferimento l’‘Analyse der Radikalisierungshintergründe und -verläufe der Personen, die aus Islamistischer Motivation aus Deutschland in Richtung Syrien oder Irak ausgereist sind’ (2016). Il campione era in questo caso rappresentato da 784 individui che hanno cercato di raggiungere la Siria e l’Iraq. Ecco le caratteristiche principali: prevalenza di uomini (79%), età media 25 anni, la metà con diploma di scuola media o di grado inferiore, 166 senza lavoro, 89% residente in aree urbane e oltre la metà proveniente da sole 13 città. 81% con passato migratorio, il 61% nato in Germania, poco meno del 40% cresciuto in Germania. 17% di convertiti. 2/3 circa noti alla polizia a causa di reati precedenti (prevalentemente recidivi). La durata del processo di radicalizzazione ha superato l’anno nella maggior parte dei casi. Per ciò che riguarda il paragone con la Francia, i ricercatori svizzeri si sono basati sullo studio di Marc Hecker intitolato ‘137 nuances de terrorisme. Les djihadistes de France face à la justice’ (2018), che ha preso in esame le informazioni disponibili relative a 137 individui condannati per terrorismo fra il 2004 e il 2017. L’analisi rileva un’età media di 26 anni al momento del reato, un basso livello di istruzione, scarsa integrazione nel mercato del lavoro e anche qui, aree geografiche di provenienza ben precise; gran parte dei condannati nata e cresciuta in Francia ma con passato migratorio (origini in prevalenza sub-sahariane e nordafricane), 26% di convertiti. Molti già noti alla giustizia per reati minori. Le dinamiche di gruppo sono fondamentali e la durata del processo di radicalizzazione si estende anche sul lungo periodo (diversi anni).

Ascolta Mark Hecker anche nel reportage intitolato
‘REPUBBLICA E JIHAD. IL CASO DELLA FRANCIA’

trasmesso dalla Rete Due della RSI

L’identikit italiano è stato tracciato da Francesco Marone e Lorenzo Vidino per il dossier ISPI ‘Destinazione Jihad: i Foreign Fighters d’Italia’ (2019). I ricercatori hanno esaminato le informazioni relative a 125 foreign fighters, delineando un quadro che a tratti si discosta anche sensibilmente da quanto osservato in altri paesi europei. In sintesi, il campione ‘disegna’ le seguenti caratteristiche: prevalenza di uomini (oltre il 90%); età media di 30 anni alla partenza; oltre la metà rappresentata da immigrati di prima generazione con solo un 8% di radicalizzati nati dentro i confini nazionali e un esiguo 19.2% in possesso di cittadinanza italiana; l’area geografica maggiormente interessata dalla scena radicale e dall’attivismo jihadista è la Lombardia. Il 44.8% svolgeva lavori non qualificati, un basso livello di istruzione per l’88% circa degli individui, 11% di convertiti, il 44% con precedenti penali. Il 42% almeno in contatto con altri foreign fighters provenienti dall’Italia, il 24% collegato a network estremisti in Italia o in Europa.

 


Swiss jihad – due testimonianze raccolte in Siria dalla RadioTelevisione Svizzera

Svizzera, radicalizzata, pentita

di Roberto Antonini, RSI – Rete Due
immagini: Dario Bosio 

Viveva a Losanna e un giorno è partita per la Siria per unirsi ai combattenti dell’ISIS. Ora vorrebbe tornare nella Confederazione ma per lei le porte sono chiuse. La storia di Hayaam (nome di fantasia).

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ASCOLTA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA RADIO SVIZZERA DI LINGUA ITALIANA NEL CAMPO ROJ – SIRIA (COPYRIGHT RSI)

ACCEDI AL DOSSIER SPECIALE  CON TUTTI I REPORTAGE REALIZZATI IN SIRIA DA
ROBERTO ANTONINI E DARIO BOSIO PER RSI

(MAGGIO-GIUGNO 2019)
con la collaborazione di Aras Maman e Chiara Sulmoni 

‘If I can’t return to Switzerland, I’d prefer a bullet in the head’

by Olivier Pauchard and RTS

In northeast Syria, Swiss public television (RTS) interviewed a Swiss jihadist detained by the Kurds since January 2018, who claims he is being mistreated.

There are a dozen adults with links to Switzerland in a territory controlled by the Kurds.

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GUARDA L’INTERVISTA RACCOLTA DALLA TELEVISIONE SVIZZERA DI LINGUA FRANCESE IN SIRIA (COPYRIGHT RTS)


L’esperienza italiana nel contrasto al terrorismo: il ruolo e l’evoluzione del C.A.S.A.

di Alessandro Boncio Osservatorio ReaCT

 

 

 

 

Cosa è il C.A.S.A: tra prevenzione e azione

Nel maggio del 2018 quattordici persone vennero arrestate in due diverse operazioni di controterrorismo in Italia. La Guardia di Finanza portò a termine un’indagine su un circuito internazionale di finanziamento hawala che aveva raccolto oltre due milioni di euro, frutto di attività di riciclaggio e destinato a finanziare l’acquisto di armi da fuoco per uso terroristico; nello stesso tempo, l’indagine della Polizia di Stato svelò la presenza di una cellula logistica in Sardegna, responsabile dell’invio del denaro raccolto al gruppo terrorista di Jabhat al-Nusra . Infine, personale sotto copertura, in collaborazione con le agenzie di intelligence riuscì a penetrare entrambe le organizzazioni, raccogliendo informazioni decisive per corroborare le attività investigative .
Questa è solo una delle recenti operazioni antiterrorismo promosse e coordinate dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo. Il suo acronimo, C.A.S.A., identifica perfettamente la natura del Comitato, ovvero un luogo di condivisione e approfondimento istituzionale in cui le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence possano analizzare in tempo reale informazioni vitali per il contrasto del terrorismo .
Molte parole sono state spese sul perché – e come – l’Italia rappresenti un’eccezione rispetto agli altri paesi europei, avendo evitato negli ultimi anni attentati terroristici sul proprio territorio. Diversi analisti e ricercatori hanno giustificato questa “peculiarità” evidenziando le differenze sociali e demografiche esistenti tra il nostro paese e le altre nazioni europee.

L’Italia è stata inoltre spesso descritta più come centro logistico per le attività dei jihadisti piuttosto che come obiettivo delle stesse, mentre altri ancora hanno addirittura menzionato il crimine organizzato come barriera contro tale minaccia.

Tuttavia, un aspetto spesso sottovalutato nell’interpretazione dell’efficienza italiana nel contrasto ad una minaccia in costante evoluzione, è il contesto istituzionale che Roma ha istituito per affrontare il problema.

Il C.A.S.A., nel tempo, si è dimostrato particolarmente utile nel rafforzare la sinergia tra tutti gli attori coinvolti nelle attività di controterrorismo, diventando nel contempo un polo fiorente per “istituzionalizzare” la cultura del sistema di sicurezza nazionale originata dalle precedenti esperienze nel contrasto al terrorismo interno e ai gruppi criminali organizzati.

Nei suoi quindici anni di esistenza, il C.A.S.A. è stato più volte elogiato per il suo valore strategico e la sua aderenza alle minacce più attuali; la condivisione in tempo reale di informazioni aggiornate tra tutte le agenzie coinvolte nel contrasto al terrorismo ha permesso all’Autorità Politica di prevenire episodi di violenza e fronteggiare la minaccia terroristica interna ed internazionale .

Lezione appresa: la creazione dei centri di coordinamento

I cosiddetti centri di coordinamento antiterrorismo furono inizialmente introdotti negli Stati Uniti dopo i catastrofici eventi dell’11 settembre 2001 quando l’efficace cooperazione e condivisione delle informazioni divennero argomenti di discussione urgenti negli USA. Gli attentati terroristici compiuti a Madrid (2004) e Londra (2005) fornirono successivamente anche agli europei la consapevolezza del mutato panorama jihadista in ambito internazionale con l’emergere del fenomeno del terrorismo homegrown ; ciò comportò la valutazione delle strutture antiterrorismo esistenti e la creazione dei centri di coordinamento per il contrasto al fenomeno anche nel nostro continente.
Nel novembre del 2003, un attentato suicida contro il contingente militare italiano impiegato ad Al-Nassiriya (Iraq) provocò 28 vittime (19 tra Carabinieri e personale dell’Esercito) oltre al ferimento di altre 58 persone. L’Autorità Politica dell’epoca prese coscienza della necessità di creare una struttura ad hoc per prevenire attacchi terroristici nel paese e all’estero, attraverso la condivisione e l’analisi in tempo reale di tutte le informazioni pertinenti provenienti dagli attori coinvolti nel contrasto al terrorismo.
Nel maggio 2004, dopo un periodo di prova, venne istituito ufficialmente il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo con un decreto del Ministro degli Interni, che disciplina il Piano nazionale per la gestione degli eventi terroristici . Il Comitato è direttamente collegato all’Unità di Crisi Nazionale, altro organismo convocato dal Ministro degli Interni in vista di eventi con implicazioni sulla sicurezza nazionale.

Il mandato giuridico del C.A.S.A. vincola l’intera struttura delle informazioni per la sicurezza italiana a collaborare con il Comitato. Questo è un organo permanente, che riferisce direttamente al Ministro degli Interni, con riunioni tenute su base settimanale in cui si condividono e analizzano le informazioni più attuali associate alla minaccia terroristica sul territorio italiano e contro gli interessi ed assetti del nostro paese all’estero.

Il Ministro dell’Interno può inoltre convocare delle riunioni straordinarie ogniqualvolta lo ritenga opportuno, a causa di eventi in corso o imminenti, ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale .

Le competenze: analisi in tempo reale

La competenza principale del C.A.S.A. è quella di analizzare in tempo reale le informazioni provenienti dalle forze dell’ordine e dalle agenzie di intelligence oltre che dai contributi qualificati forniti da ufficiali di collegamento o nell’ambito di rapporti di cooperazione internazionale.

Durante le riunioni settimanali vengono discusse e valutate le indagini e le attività di monitoraggio in corso, prevedendo i possibili sviluppi futuri e analizzando eventuali provvedimenti da intraprendere. Le segnalazioni ricevute vengono esaminate ogni settimana e le diverse agenzie vengono successivamente incaricate di valutare l’attendibilità delle notizie e l’affidabilità delle fonti informative, arricchendo poi il dato informativo con una analisi di contesto.

Un’altra responsabilità di C.A.S.A è quella di pianificare e coordinare attività per la prevenzione di incidenti terroristici sul suolo italiano, monitorando (tra gli altri) i potenziali hub e gli individui a rischio di radicalizzazione, oltre che la propaganda terroristica sul web.

Un gruppo di lavoro tecnico – composto da rappresentanti del Comitato – stabilisce inoltre le procedure per l’attuazione di iniziative di prevenzione dell’estremismo violento, approvate dal C.A.S.A. e delegate alle Autorità di Polizia sul territorio nazionale .
Il mandato del Comitato lo autorizza ad implementare relazioni bilaterali con altri centri di coordinamento antiterrorismo, anche al di fuori dei confini europei. L’Italia e gli Stati Uniti ad esempio, hanno siglato un accordo di cooperazione per condividere informazioni e monitorare le persone indagate per attività terroristiche; i dati e le informazioni ricevute dal partner USA vengono gestite direttamente dal C.A.S.A., che fornisce alle forze dell’ordine tutti i dati necessari per l’espletamento delle loro attività.

Composizione ed evoluzione del ruolo del C.A.S.A.

Il Comitato è rappresentato da un tavolo operativo condiviso presieduto dal Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione o dallo stesso Ministro dell’Interno, e ospita i più alti rappresentanti nel contrasto al terrorismo delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, della Guardia di Finanza e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.).

Talvolta vengono invitati alle riunioni periodiche anche gli ufficiali di collegamento delle polizie di altri paesi, in grado di fornire contributi qualificati all’analisi informativa richiesta. La struttura ridotta e compatta e gli incontri settimanali rendono il C.A.S.A. un organo snello ed adattabile alle contingenze, che opera contemporaneamente sia come strumento di analisi bottom-up che come dispositivo esecutivo top-down.
Relativamente agli attori presenti stabilmente all’interno del Comitato, entrambe le forze dell’ordine italiane (Arma dei Carabinieri e Polizia di Stato) hanno una giurisdizione generale sulle indagini di controterrorismo, con unità specializzate nazionali, regionali e provinciali a cui l’Autorità Giudiziaria delega le attività investigative di contrasto al terrorismo interno ed internazionale.
Per quanto attiene alle agenzie di intelligence (Agenzia per le Informazioni e la Sicurezza Interna – AISI e Agenzia per le Informazioni e Sicurezza Esterna – AISE), il loro compito principale relativamente alla lotta al terrorismo è quello della raccolta ed analisi informativa (anche in collaborazione con analoghe agenzie estere) fornita alle forze dell’ordine, per dare impulso alle indagini di polizia e valutare le priorità nel contrastare la minaccia.
La Guardia di Finanza, per la sua competenza specialistica viene invece di solito incaricata dal Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per lo svolgimento di indagini relative al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo .
Infine, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria è responsabile per il monitoraggio e le investigazioni sui detenuti accusati o condannati per reati di terrorismo, così come per i criminali comuni ritenuti a rischio di radicalizzazione violenta .
Fin dalla sua istituzione, il Comitato esamina le segnalazioni ricevute e le indagini in corso per valutare la presenza di minacce terroristiche attuali o potenziali. Nel tempo, tuttavia, le competenze del Comitato si sono evolute e adattate alla mutata minaccia terroristica, così che il C.A.S.A. può essere oggi considerato allo stesso tempo come uno strumento strategico e tattico di prevenzione e contrasto del terrorismo.

A livello strategico il Comitato “analizza e valuta le informazioni rilevanti relative al terrorismo interno e internazionale” in una cornice di cooperazione internazionale, fornendo all’Autorità Politica tutti gli elementi necessari per determinare lo stato della minaccia e dare origine alle direttive esecutive.

In un modello top-down, attraverso il C.A.S.A. viene rispettato il coordinamento nelle attività investigative e vengono discusse le best practices implementate in altri paesi . Inoltre, il livello nazionale di allerta sul terrorismo è fissato dal Ministro dell’Interno sentito il parere del Comitato dopo la sua valutazione complessiva della situazione .
A livello tattico invece, gli incontri settimanali consentono la discussione sulle indagini e sull’attività di intelligence in corso. Le informazioni bottom-up che le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence forniscono relativamente ai soggetti ritenuti a rischio di radicalizzazione violenta, assicurano al Ministro degli Interni i dati per valutare l’adozione di possibili linee d’azione e limitare la minaccia terroristica. Un importante aspetto correlato a questa a questa attività e connesso alla minaccia jihadista, è lo strumento dell’espulsione per ragioni di sicurezza dello Stato, utilizzato anche per prevenire la diffusione di ideologie jihadiste; il livello di radicalizzazione raggiunto dalle persone monitorate viene esaminato durante le riunioni del C.A.S.A. con successiva proposta di decreto di espulsione per le persone ritenute potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale .
Dal 2014 il Comitato redige infine un elenco che comprende i foreign terrorist fighters del nostro paese (cittadini italiani, stranieri residenti in Italia e cittadini italiani residenti all’estero), mappando percorsi da e verso le zone di combattimento, i facilitatori e altre informazioni investigative pertinenti, sempre nell’ottica della cooperazione internazionale di polizia, in considerazione della minaccia transnazionale rappresentata sia dai potenziali foreign terrorist fighters, che dai reduci di ritorno dai teatri di conflitto .
Evidenziando i numeri e le attività del C.A.S.A., nel solo 2017 il Comitato ha tenuto cinquanta riunioni regolari e dieci incontri di emergenza; Sono stati inoltre esaminati 806 argomenti, sono state valutate 420 segnalazioni (warnings) e sono stati emessi 105 decreti di espulsione a seguito di consultazioni in commissione.

Conclusioni: le peculiarità del Comitato

La “nuova” minaccia terroristica è attualmente fluida e transnazionale, rappresentata spesso più da individui che simpatizzano con le ideologie jihadiste piuttosto che da veri e propri affiliati alle compagini terroristiche; è inoltre una minaccia cibernetica, ultramoderna e spesso tangenziale alla criminalità comune. Per contrastare un fenomeno così complesso e sfaccettato, il C.A.S.A. rappresenta lo strumento centrale e più idoneo allo scopo, assicurando una perfetta sinergia tra tutti gli attori coinvolti nella lotta al terrorismo.

Il Comitato rappresenta perfettamente la cultura del sistema di sicurezza nazionale originata dalla pregressa esperienza contro il terrorismo interno e nella lotta alle differenti forme di criminalità organizzata . Il C.A.S.A. si dimostra uno strumento flessibile ed efficiente che, nonostante il suo incardinamento istituzionale, non risulta gravato da pericolose pastoie burocratiche.

Le peculiarità del Comitato, quale struttura strategica e organismo operativo incaricato di analisi investigative e di intelligence, lo rendono a pieno titolo uno strumento duttile ed efficace, caratterizzato dalla rapidità nell’acquisizione, condivisione e verifica delle informazioni; ciò consente il miglioramento dell’analisi operativa e dello scambio di informazioni a livello centrale, per poi riversare il prodotto finale del ciclo di intelligence ai reparti interessati sul territorio. Come ha affermato un ex direttore dell’intelligence italiana, “abbiamo imparato una dura lezione durante gli anni della lotta al terrorismo interno; da ciò abbiamo tratto l’esperienza di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e le forze dell’ordine “.
A causa del minor numero di eventi legati al terrorismo in Italia, c’è solo una percezione generica del C.A.S.A. nell’opinione pubblica, in quanto il Comitato viene solo saltuariamente menzionato come strumento sinergico di contrasto al terrorismo. Tuttavia, il mondo politico e giudiziario loda la struttura come modello virtuoso e gli stessi analisti di controterrorismo sono ben consapevoli del suo valore intrinseco. Questo breve elaborato voluto evidenziare il ruolo fondamentale della struttura e l’evoluzione della stessa nei suoi 15 anni di esistenza, che riflette la trasformazione del terrorismo anche in Italia. Ciò a conferma dell’immutato impegno della nostra nazione nella prevenzione dei rischi e nel contrasto alla minaccia terroristica, frutto delle lezioni apprese e delle esperienze maturate dall’organizzazione per la sicurezza nazionale .

 

Tutte le informazioni della presente pubblicazione sono state pubblicate su fonti aperte e derivano da ricerche e studi personali dell’autore. La ricerca originale originale è stata utilizzata come contributo per un report pubblicato in lingua inglese dall’International Centre for Counter Terrorism – The Hague; R. van der Veer, W. Bos, L. van der Heide, “Fusion Centres in Six European Countries: Emergence, Roles and Challenges”, International Centre for Counter Terrorism – The Hague, February 4, 2019; quella qui riportata è una versione aggiornata e tradotta in italiano. Le opinioni espresse così come eventuali errori e imprecisioni sono da imputare solamente all’autore.