soldier-708726_1280

Negoziati con i Talebani. Analisi e interviste

Introduzione

di Chiara Sulmoni

Prende velocità in questi giorni il tentativo di trovare un accordo fra talebani e Stati Uniti per un cessate il fuoco in  Afghanistan. Fra rilanci e smentite, si preparano bozze di intesa. La freschissima nomina di Abdul Ghani Baradar, co-fondatore storico dei talebani, a capo dell’ufficio -chiamiamolo provocatoriamente ‘diplomatico’- del movimento a Doha, sembra indicare che la vecchia guardia sia impaziente di rivendicare per sé il potere politico. È bene tuttavia ricordare che l’insurrezione è una costellazione variegata con diverse sigle non necessariamente allineate. I talebani -che essenzialmente conducono una guerra di resistenza con obiettivi interni e non una jihad globale come lo Stato Islamico- sarebbero pronti su richiesta statunitense ad impedire che il paese diventi una palestra per terroristi internazionali che possano coordinare attacchi nel resto del mondo. Ciò significa che si preannuncia un confronto cruento per il monopolio del territorio, visto che il Califfato in salsa afghana (Islamic State Khorasan Province), installato da tempo in alcune aree dell’Afghanistan, ha già dato prova di efferatezza e di notevole capacità offensiva. A favore dei talebani gioca il fatto che si tratti in gran parte di combattenti stranieri e quindi ‘rifiutati’ dall’ecosistema afghano. Altra incognita è la tempistica del ritiro delle truppe internazionali, punto centrale dei negoziati.

Ai negoziati di Doha il grande assente è il governo afghano, che i talebani giudicano illegittimo, con cui non vogliono parlare e che l’Occidente, ansioso di trovare una rapida soluzione al conflitto più lungo nella storia della NATO e degli Stati Uniti (18 anni), ha lasciato a bordo campo. Previsioni e bilanci sono prematuri, i negoziati si preannunciano ancora lunghi. Una prima verifica delle intenzioni talebane si avrà nella primavera, quando verosimilmente come di consueto, il gruppo annuncerà la propria strategia annuale. Il tutto, in attesa delle elezioni presidenziali previste per il mese di luglio, e sulle quali sembrano allungarsi non poche ombre.

Le interviste a Claudio Bertolotti – Rassegna stampa

Il ritiro dall’Afghanistan (e il quadro di chi e cosa si muove sul territorio fra insurrezione, sigle jihadiste, eserciti e interessi regionali)
(Radio Capo d’Istria, 31 gennaio, dal 5’40”)

“Il Paese è tutt’altro che pacificato: è una polveriera pronta ad esplodere più di quanto non lo fosse nella metà degli anni ’90 o nel 2001”
(Report Difesa, 31 gennaio, intervista a cura di Luca Tatarelli)

“Ritiro? L’ufficializzazione di una sconfitta di cui avevamo certezza già nel 2012” 
(Il Fatto quotidiano, 29 gennaio, intervista a cura di Gianni Rosini)

I negoziati di pace e il disimpegno militare dall’Afghanistan 
(Radio3Mondo, 29 gennaio, intervista a cura di Roberto Zichitella)

Prove d’intesa fra talebani e USA  
(RadioGiornale RSI, 29 gennaio, intervista a cura di Chiara Savi)

Intervista sul processo negoziale fra Stati Uniti e talebani e considerazioni in merito al ritiro dei contingenti internazionali (Italia inclusa)
(EffettoNotte, Radio24, 28 gennaio a cura di Roberta Giordano, dal 35’06”)

Claudio Bertolotti racconta l’Afghanistan a tutto tondo
(Report Difesa, 28 gennaio, a cura di Giusy Criscuolo)

Negoziati di pace. Le incognite del ritiro imposte dai talebani 
(Radio Popolare, 27 gennaio, intervista a cura di Emanuele Valenti, dal 4’35”)

Fondamentalismo e integrazione, se ne è parlato a Montecitorio. Il video completo con gli interventi e l’intervista con un ‘affondo’ specifico sul jihad in Afghanistan 
(START InSight, 19 gennaio 2019)

 


Afghanistan e dialogo negoziale: le incognite del ritiro imposto dai Talebani

Intervista a Claudio Bertolotti del 27 gennaio 2019; di Emanuele Valenti per Radio Popolare

La guerra afghana è una guerra ormai abbandonata.

Per la Nato e la Comunità internazionale, la guerra afghana è persa perché non può essere vinta. I talebani sono imbattuti e crescono in numero e capacità. Queste le ragioni alla base dell’apertura ai negoziati in Qatar.

Un abbandono sostanziale che ha portato le truppe a ridurre a zero le attività operative con l’avvio della missione Resolute Support nel 2015, lasciando agli Usa la condotta di azioni mirate con forze speciali e bombardamenti aerei (azioni record dall’inizio della guerra, ma con risultati assai modesti). E il presidente Ashraf Ghani a Davos lo ha evidenziato chi sta davvero combattendo la guerra sul campo di battaglia: le forze afghane, che hanno patito 45.000 caduti dal 2014 a oggi, e di questi ben 28.000 solo nel 2018.

Lo Stato afghano non è e non sarà più in grado di sostenere la pressione dei talebani, che già detengono il controllo di circa la metà del Paese. Esercito e Polizia di Kabul sono incapaci di garantire la sicurezza della popolazione afghana e stanno abbandonando le aree periferiche per concentrarsi in quelle urbane.

Lo Stato islamico sta aumentando la propria presenza, con numeri crescenti, per quanto ridotti, di combattenti stranieri e tra questi anche europei. Ma parliamo di numeri che sono di circa 2000 combattenti, contro i 50.000 talebani, gli oltre 300mila soldati afghani e i poco meno di 20.000 della Nato e degli Stati Uniti. Aumenta la componente di contractor, il che apre all’ipotesi di una privatizzazione di almeno una parte della guerra.

I talebani, a fronte di questa situazione, hanno aperto, con tempi molto dilatati, il dialogo negoziale, ma lo hanno fatto su diversi fronti: con la Russia, con la Cina e con gli Stati Uniti. Così facendo hanno indebolito e diviso il fronte internazionale impegnato nella stabilizzazione dell’Afghanistan, togliendo agli Stati Uniti il sostanziale monopolio nella condotta della guerra e nella ricerca della pace.

Gli incontri di Doha, conclusi il 26 gennaio 2019, rientrano in questa strategia multi-livello avviata dai talebani. Sono certamente gli incontri più importanti tra quelli svolti sino a ora ma, guardando al passato e ai precedenti annunci, non dobbiamo farci illusioni. Alcune incognite e perplessità si impongono.

1. Se è vero che il ritiro statunitense possa essere stato messo sul tavolo, non sono chiari né i tempi né i meccanismi per la realizzazione di tale ritiro. I 18 mesi da più parte rilanciati come tempo massimo per il ritiro sono stati bollati come falsa notizia dagli stessi talebani. Dunque, dobbiamo attendere ulteriori incontri ed è facile che questi, così come in passato, ci riserveranno grandi sorprese.

2. Il governo afghano cosa farà? Intanto si è dovuto piegare al doppio diktat talebano di rinunciare a sedersi al tavolo negoziale di Doha e di posticipare a luglio le elezioni presidenziali che erano previste per il mese aprile. Il che dimostra una sostanziale sottomissione, e una ampia disponibilità del governo, certamente anche sotto pressione da parte degli Stati Uniti.

3. E infine, l’accordo vale per tutti i talebani o per alcuni, magari anche i principali, gruppi che si riconoscono nel movimento che fu del mullah Omar, morto nel 2013, e che oggi è guidato dal mawlawì Haibatullah Akundzada al cui fianco siede Jualuddin Haqqani, a capo della nota rete Haqqani responsabile dei principali e spettacolari attacchi che vengono portati a termine nella capitale Kabul. Il rischio è che se da un lato una componente, pragmatica e per lo più appartenente alla generazione più matura dei talebani, possa effettivamente aderire al processo negoziale, possa però emergere quella componente più giovane e radicale che invece continuerà a combattere nel nome dello stesso ideale o – questo è il rischio principale – aderire al crescente gruppo Stato Islamico Khorasan, il franchise afghano del movimento già guidato da Abu Bakr al-Baghdadi in Iraq e Siria.


#FocusEvento – Afghanistan

Roma, 18 gennaio 2019. Fondamentalismo e integrazione. Due temi importanti all’ordine del giorno in un incontro speciale a Palazzo Montecitorio. Sullo sfondo, la storia personale e la testimonianza di Farhad Bitani e l’analisi di Claudio Bertolotti.                                                                                                 

Classe 1986, ex-capitano dell’esercito afghano nato e cresciuto in un paese costantemente in guerra, Farhad Bitani oggi risiede in Italia, dove si dedica tenacemente alla promozione del dialogo interculturale. Co-fondatore del Global Afghan Forum, un’organizzazione internazionale che si occupa dell’educazione dei giovani afghani, è anche autore del libro autobiografico intitolato ‘L’ultimo lenzuolo bianco. L’inferno e il cuore dell’Afghanistan’ da cui è stata tratta anche un’opera teatrale attualmente in tournée.

START InSight l’ha intervistato insieme al direttore Claudio Bertolotti, che ricordiamo è esperto di questioni politiche, militari e religiose dell’Afghanistan contemporaneo, già capo sezione contro-intelligence e sicurezza nell’ambito della missione ISAF e autore di una ricerca sul terreno confluita nel saggio ‘Shahid. Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan’.                                                                                                                                                                         

Quando l’uomo cambia, non può che lottare per la verità                                                     
Farhad Bitani

Lei viene spesso descritto come un ex-fondamentalista. Si tratta di una definizione scelta dai media, di un’approssimazione, oppure effettivamente sente che è così? 

Effettivamente è così. Per come lo intendo io, il fondamentalismo è frutto dell’ignoranza, della violenza e della non accettazione del ‘diverso’ inteso come un ‘bene’. Sono cresciuto sin da piccolo in un paese dove tutte le caratteristiche sopraelencate erano presenti. Nel momento in cui ho deciso di aprirmi al ‘diverso’, ho avuto la possibilità di scoprire persone di razza, religione e culture differenti e dall’istante in cui ho accettato questa diversità, mi sono reso conto che prima ero un fondamentalista, e mi privavo della bellezza di un mondo alternativo al mio.

Che forma assume il fondamentalismo in un paese come l’Afghanistan che è già fortemente conservatore e con una profonda identità religiosa? 

È un grande problema per un paese come l’Afghanistan, dove tutto è basato sulla religione, a partire dalla costituzione, che include tante leggi arcaiche. Non si può vivere in una società moderna con leggi e riforme datate. Come sappiamo, guerre e attentati in Afghanistan avvengono per mano di persone religiose a cui è stato fatto un ‘lavaggio del cervello’. È naturale per l’uomo cercare qualcosa di più grande, cercare Dio, ma quando in una società Dio e la fede sono usati come pretesto per portare avanti i propri interessi, ci ritroviamo in una situazione come quella afghana, dove tutti i più grandi criminali si ritengono religiosi. Ma in tanti passaggi del Corano sta scritto che il vero credente è colui che combatte con il suo ‘io’.

Nella locandina dell’incontro, si legge questa frase: “la verità è un gesto rivoluzionario e diffonderla lo è ancora di più”. Qual è questa verità di cui si fa portavoce?

Come detto, il jihad più significativo nell’Islam è quello con sé stessi. Quando una persona lotta e si impegna costantemente per migliorarsi, trova una grande libertà, che è un passo verso la verità. È accaduto anche a me. Nonostante io abbia vissuto immerso nella violenza, il mio cambiamento ha preso avvio da semplici gesti umani e dall’incontro con il diverso. E quando l’uomo cambia, l’obiettivo della sua vita diventa la lotta per la verità.

Cosa pensa del radicalismo che cresce, sotterraneo, nascosto, in Europa e che idea si è fatto dei moltissimi giovani che si sono arruolati nei vari gruppi jihadisti, giovani che vengono considerati ben integrati da chi gli vive accanto?

Quando l’uomo si sente abbandonato, quando in una società vengono innalzati dei muri che comprimono le libertà, l’‘altro’ viene visto come una minaccia. Gli jihadisti vengono da questo ‘buco nero’, sono il risultato di questa lacuna.

Porto un esempio personale, per spiegarmi meglio: avevo un amico in Germania che a un certo punto è ‘sparito’. Ho saputo in seguito da alcuni conoscenti che era partito per la Siria nel 2014. La vicenda mi ha molto turbato, anche perché non aveva mai dato segno di essere un fondamentalista. Eppure è andato a combattere una guerra che non aveva nulla a che vedere con le sue origini e il suo credo. Con il tempo sono riuscito a risalire ad una risposta. Ricordo le sue parole quando mi diceva: “vivo da 3 anni nello stesso palazzo, ma i vicini di casa non mi salutano, mi considerano un musulmano terrorista”. Ecco che dalla storia di questo ragazzo possiamo vedere come un uomo che si sente rifiutato o additato, può arrivare a scegliere strade sbagliate verso il terrorismo.

La pace con i talebani va fatta, ma soprattutto, sarà la soluzione per portare l’Afghanistan fuori dalla guerra?

L’Afghanistan soffre di 40 anni di guerra perché non abbiamo mai realmente cercato la pace. Ma con la violenza non possiamo risolvere nulla. L’Afghanistan strategicamente è un paese importantissimo; qualsiasi gruppo armato, che siano i talebani o altri, non appena si ritrova isolato e ‘fuori dai giochi’, ricorre alla violenza su incitamento dei paesi vicini, in quanto tutti i confinanti hanno interessi nei confronti di questo territorio dove si manifestano le rivalità, per esempio, fra Arabia Saudita e Iran, USA e Russia, USA e Iran, India e Pakistan. L’Afghanistan in pratica è come un campo di calcio per potenze internazionali. Se non convinciamo i gruppi armati a fare la pace, i paesi con tutt’altri obiettivi, continueranno a perseguirli promuovendo la violenza.

E alla fine, a rimetterci è e sarà sempre l’innocente popolazione afgana.

Il jihad fa parte del DNA afghano?

Il jihad visto nella sua connotazione positiva è nel DNA di qualsiasi musulmano, non solo afgano. Purtroppo in Afghanistan il concetto di jihad, dopo la guerra russa, ha perso il suo vero significato -cioè quello di sforzo per migliorarsi- e ha assunto i connotati negativi che tutti conosciamo.

Il jihad è stato usato per giustificare azioni politiche che altrimenti non sarebbero state accettate dalle opinioni pubbliche dei fronti contrapposti
Claudio Bertolotti

Un paio di recenti sviluppi positivi e un paio di sviluppi negativi per dare un’idea delle difficoltà e delle opportunità con le quali si sta misurando l’Afghanistan?   

Nell’ampio quadro in cui si colloca la guerra in Afghanistan ci sono molte dinamiche altamente destabilizzanti e precarie. Tra gli aspetti positivi certamente il passo avanti nel dialogo negoziale con i talebani che potrebbe aprire a questi l’accesso al potere, a fronte di una riduzione della presenza militare straniera nel Paese. Siamo ancora lontani dal dire quando ciò potrà avvenire, ma si è via via presa consapevolezza dell’impossibilità di vincere la guerra contro i talebani: il processo negoziale è come un’uscita di sicurezza quando tutto intorno sta crollando. Un secondo aspetto positivo è certamente il ruolo sempre più concreto degli attori regionali impegnati nella stabilizzazione del Paese: in primis la Cina, che in Afghanistan ha investito molti capitali nel settore minerario ed estrattivo e che desidera un paese stabile ai propri confini e libero dall’ideologia islamista che preoccupa Beijing per ragioni di politica interna; una preoccupazione che nasce dalle istanze indipendentiste della minoranza musulmana uigura alle quali si sovrappongono le contaminazioni del crescente jihadismo transnazionale. In secondo luogo, la Russia, sempre più propensa ad assumere un ruolo determinante per la stabilità del Paese.

Tra gli aspetti negativi certamente il livello di povertà in cui il Paese è precipitato, a causa della guerra e della diffusa insicurezza ed incertezza: 24 % di disoccupazione, 15 % della popolazione incapace di provvedere ai propri bisogni essenziali, e ben il 54% che vive al di sotto della soglia di povertà. Una povertà che si somma all’altro aspetto negativo, e in parte ne è la conseguenza: la debolezza dello Stato afghano, che dipende in tutto e per tutto dal sostegno, in primis economico, della Comunità internazionale, e che è incapace di garantire la sicurezza dei suoi cittadini e di contrastare un’avanzata ormai inarrestabile dei gruppi di opposizione armata, dai talebani al nuovo e pericoloso attore: lo Stato islamico-Khorasan, il franchise afghano di ciò che fu il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi in Siria e Iraq.

Nel 2019 cade un anniversario importante, si ricordano i 40 anni dall’invasione sovietica. Che rilevanza ha oggi questa ricorrenza?

Il mondo è cambiato radicalmente dal 1979, ma l’Afghanistan continua a essere un elemento dinamico degli equilibri geopolitici e delle relazioni internazionali. Quello sovietico fu un grande errore, dagli effetti devastanti per l’Unione Sovietica, i cui sforzi in Afghanistan contribuirono a determinarne il collasso. Gli Stati Uniti, seppur con numeri inferiori, hanno dovuto far fronte a un impegno che ha portato il costo della guerra a raggiungere nel suo complesso la mostruosa cifra di mille miliardi di dollari. La guerra afghana, che 40 anni fa entrò nella competizione tra i due grandi attori dell’epoca – Stati Uniti e Unione Sovietica – continua oggi a essere terra di scontro tra interessi politici, ideologici ed energetici.

Come è cambiato il panorama dello jihadismo e del fondamentalismo in Afghanistan rispetto ai primi dieci anni del 2000, quando ha studiato da vicino, sul posto, i contesti degli attentatori suicidi?  

Credo che ogni generazione di afghani abbia ereditato dalla precedente una crescente e sempre più profonda accettazione alla guerra. Se nasci e cresci in una realtà in cui violenza, paura e morte fanno parte della quotidianità, divieni vittima di un circolo vizioso che allontana sempre più da uno scenario diverso. La guerra è devastante e persistente: sono trascorsi 18 anni da quando la Coalizione internazionale guidata dagli Stati uniti ha invaso l’Afghanistan, più di 15 da quando ci sono andato per la prima volta. Molte cose sono cambiate, incluso quel fronte che per anni ha contrapposto gruppi più o meno eterogenei di ribelli, insorti e terroristi alle forze internazionali e al sempre più debole Stato afghano, portando alcuni dei vecchi signori della guerra, quelli che a lungo siamo stati abituati a chiamare mujaheddin – con accezione positiva – a mettere le mani su un mercato della droga sempre più fiorente e redditizio. A questi si uniscono i gruppi insurrezionali afghani, impegnati in una guerra di resistenza che sovrappone i propri ritmi agli interessi della criminalità organizzata transnazionale; degli Stati che, per ragioni diverse, guardano a un Paese su cui vorrebbero esercitare controllo e, ancora, ai crescenti e sempre più preoccupanti soggetti e gruppi che giungono in Afghanistan fuggendo da altri teatri di guerra, come la Siria o l’Iraq. Oggi l’Afghanistan, ancora più di quanto non lo sia stato in passato, è un campo di battaglia su cui si riversano centinaia, forse migliaia, di jihadisti, terroristi fortemente ideologizzati, che stanno trasformando quella che è stata una guerra di tipo nazionale, regionale, in un conflitto globale. 15 anni fa, quando iniziai i miei studi sul fenomeno degli attacchi suicidi, gli attentatori erano tutti afghani; oggi non è più così, molti di questi sono stranieri, e tra di loro anche soggetti con passaporto europeo. È la modernità della guerra, che si adegua alle dinamiche globali.

Il jihad fa parte del DNA afghano?

Il jihad è un elemento forte, sul piano ideologico e motivazionale, che alimenta una conflittualità che ha ragioni di tipo prevalentemente politico, economico e strategico. Sul piano politico gli Stati Uniti hanno sempre usato l’Afghanistan per gestire i propri equilibri di politica domestica, con continue revisioni delle strategie in concomitanza con gli appuntamenti elettorali. Sul piano economico i talebani hanno saputo trarre grande vantaggio dall’economia di guerra, in gran parte basata sulla droga, che è causa e conseguenza della guerra stessa. Sul piano strategico per gli Stati Uniti la presenza in Afghanistan è una necessaria garanzia in un’ottica di contenimento cinese, ma anche di vantaggio su Iran, repubbliche centro-asiatiche, Pakistan e India.

Il jihad è stato usato su tutti i fronti per giustificare azioni politiche che altrimenti non sarebbero state accettate dalle opinioni pubbliche dei fronti contrapposti. Da una parte la retorica della ‘necessità’, del ‘dovere’ di aderire al jihad per la difesa della propria terra e dei propri valori. Dall’altra parte, non meno retorico, l’approccio occidentale della ‘guerra al terrore’, quell’impegno a contrastare il terrorismo jihadista che ha caratterizzato gli ultimi due decenni e che ancora oggi è di estrema attualità e che riesce a smuovere l’animo delle masse di cittadini pronti a giustificare le scelte di politica interna ed estera dei propri governi in cambio di una promessa di maggiore sicurezza.


Lo Stato islamico oltre la sua natura territoriale

di Francesca Citossi

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico del Ce.Mi.S.S. 1/2018

We don’t see things as they are. Each of us see things as we are. We are captive of our own particular experience. So when you deal with people there isn’t one reality. What seems obvious to you is not obvious to the other party. If you get into the other persons world it makes you so much more effective. You are able to virtually predict their behavior… power is based upon perception.

Herb Cohen in Ep. 33 Negotiations Ninja Podcast, May 28, 2018.

Lo Stato Islamico uno stato non lo è mai stato, e questa è la sua forza. Il terrorismo si espande fino a riempire ogni spazio lasciato disponibile: se prospera è perché il territorio è ingovernato, alle volte ingovernabile, e finché non saranno modificate le condizioni che hanno permesso e favorito il suo emergere si ripeterà il ciclo. Le vittorie militari sono temporanee, ed estemporanee. La narrativa del gruppo si basa sul “tradimento” del 1919 da parte delle potenze occidentali che avevano promesso un grande stato arabo, l’ordine mondiale stabilito è, quindi, illegittimo e va distrutto: è un obiettivo di lungo termine che non si incrina per la semplice perdita di territorio. Molti stati in quest’area soffrono di un deficit di legittimità che li indebolisce profondamente.

Stato islamico: vendetta per le umiliazioni subite con l’accordo Sykes-Picot e il crollo dell’Impero Ottomano

Indebolito ma non sconfitto, il Califfato reclama(va) le terre “illegalmente” espropriate ai musulmani dai crociati, si proclama l’unico governo legittimo sulla terra e i fedeli hanno l’obbligo divino di vivere nell’area riconquistata. La comunità è immaginata e immaginaria, condivide un territorio storico prima che reale, miti, memoria ancestrale ineludibile, una cultura pubblica di massa che ispirano coscienza e azione collettiva. L’appartenenza a questa entità, che va ben oltre i concetti classici e occidentali di stato-nazione, procura agli individui la redenzione dall’oblio del singolo, la speranza della rigenerazione, la salvezza da alienazione, solitudine, anonimità, è fonte di orgoglio collettivo e personale, rivendicazione e vendetta per le umiliazioni subite con l’accordo Sykes-Picot e il crollo dell’Impero Ottomano. La narrativa si basa sul rifiuto dell’ordine mondiale stato-nazionale inventato e imposto dall’Occidente, aspira al predominio musulmano in Asia e Medio Oriente: le frustrazioni personali confluiscono nella persecuzione universale di tutti i musulmani, che va vendicata e rettificata in un futuro permanente, prescinde da temporanee sconfitte, è una missione che cambierà e salverà il mondo.

entità, che va ben oltre i concetti classici e occidentali di stato-nazione

Il Primo Ministro al Abadi nel dicembre 2017, così come il Presidente Trump a gennaio 2018, aveva dichiarato la vittoria finale: il gruppo aveva perso il 96% del proprio territorio – ma la strada tra Baghdad e Kirkuk durante l’estate è stata impraticabile a causa degli attacchi. IS sta ripiegando verso il deserto di Anbar – inhiyaz ila al-sahra come l’ha chiamata il portavoce Abu Mohammad al Adnani– per riorganizzarsi: la sconfitta è solo militare, l’organizzazione si sta rimodulando per adattarsi al contesto e continuare a promuovere l’obiettivo finale, la realizzazione del Califfato.
Nel mese di agosto 2018 in Iraq, lo Stato Islamico ha ripreso attacchi, omicidi, rapimenti, finti check-point per sequestrare materiali, sabotaggi alle linee elettriche e agli oleodotti, in particolar modo nelle zone di Diyala, Kirkuk e Salahuddin, complice, o causa, la mancanza di effettivo controllo da parte del governo centrale che, dopo le elezioni di maggio, deve ancora completare e stabilizzare nomine ed equilibri istituzionali. I partiti stanno ancora negoziando per formare il nuovo governo e cercano un accordo sul power sharing dopo le pesanti accuse di frodi e lo scoppio di proteste anti-governative nelle province del sud, in particolare a Bassora.
L’attacco in Iran ad Ahvaz il 22 settembre è stato rivendicato – pur lasciando dei dubbi – anche da IS, la Guardia Rivoluzionaria ha risposto il 1° ottobre con un lancio di missili in Siria. Già nel giugno 2017 un gruppo di curdi iraniani jihadisti aveva attaccato il parlamento e il mausoleo dell’Ayatollah Khomeini: per ritorsione era seguito un lancio di sei missili in territorio siriano e a luglio 2018 otto esecuzioni capitali. L’Iran rifiuta di collaborare con Washington in questo ambito poiché ritiene che sia un pretesto per intervenire nella regione. Ha preferito, invece, fornire supporto all’Iraq sin dal 2014 in funzione anti-IS: consiglieri militari a Baghdad e armi ai Peshmerga, facendo attenzione a non polarizzare mai le divergenze con la minoranza sunnita, suscitare proteste da parte degli Iracheni o aggravare tensioni settarie. Ha favorito invece una strategia di inclusività: sia il Primo Ministro al-Abadi che al-Amiri riconobbero l’importanza del supporto iraniano in un’ottica di unità del paese, fino a siglare un apposito accordo.
L’Arabia Saudita ha subito diversi attacchi sul suo territorio nel 2015 (moschee di Qatife e Dammam, area di Asir e un’auto bomba a Riyadh). La risposta saudita ha assunto diverse forme: l’addestramento ed equipaggiamento di combattenti in Siria (ma si stima che circa 2.500 sauditi si siano uniti allo Stato Islamico15); Riyadh ha anche prodotto una serie televisiva (“Security for the Kingdom”) per combattere la propaganda del gruppo ed è attiva nel controllo dei fondi come co-presidente del CIFG, Counter-ISIL Finance Group, il meccanismo della Coalizione per monitorare i finanziamenti a IS. Inoltre ha tagliato fuori il gruppo dal sistema finanziario internazionale applicando le UNSCR 2253/2015 e 1267/1999 riguardo individui ed entità associate ISIL e Al-Qaeda e per questo sulla lista dei sanzionati. I sauditi hanno aumentato i contributi alle agenzie umanitarie che operano in Iraq.

Le reazioni internazionali per contrastare l’estremismo violento sono quasi sempre reattive invece che preventive.

Sinora la risposta a IS è stata prevalentemente di tipo militare-securitaria: ne hanno un’esperienza diretta i Peshmerga e le forze guidate da gruppi sciiti supportati dall’Iran in Iraq, con il supporto aereo di Stati Uniti e Francia. Le reazioni internazionali per contrastare l’estremismo violento sono quasi sempre reattive invece che preventive: queste strategie di breve termine hanno una portata limitata poiché non implicano lo sradicamento ideologico.
L’attuale sconfitta territoriale del gruppo non scalfisce in alcun modo le potenzialità di questo fenomeno, in quanto la sola valutazione della dimensione fisica è limitata, insufficiente per misurarsi e misurare una rivoluzione mediatica, comunicativa, religiosa e sociale. La mappa non è il territorio, una sconfitta militare è marginale se l’idea, un sogno di Califfato, permane.
La sconfitta militare è solo un aspetto della questione, e neanche il più importante. Quando persiste l’instabilità, il terreno è fertile. I combattenti non sono scomparsi, e anche se così fosse ce ne sarebbero molti pronti a rimpiazzarli. Il Califfato non è sconfitto poiché le aspirazioni e le condizioni che hanno portato alla formulazione del progetto persistono, sono impermeabili e superiori a valutazioni temporanee. La scomparsa completa è lontana, poiché l’organizzazione è semplicemente entrata in clandestinità: è un processo ciclico, non lineare. Dalla modalità di “governo” del territorio è passata all’insurgency. Non c’è un legame diretto tra la perdita del territorio in Siria ed Iraq e la sua capacità di continuare a reclutare adepti coltivando le divisioni di vario genere tra le popolazioni di quest’area. Il collasso territoriale ha creato una diaspora che ora sfugge a qualsiasi misurazione territoriale – così come è successo ad Al Qaeda che è sopravvissuta in Iraq ritirandosi per poi ripresentarsi in Siria nel 2011.

lo Stato Islamico è ancora forte di circa 30,000 combattenti e si è evoluto in una rete clandestina globale

Secondo l’ultimo rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, lo Stato Islamico è ancora forte di circa 30,000 combattenti ripartiti tra Iraq e Siria, ma soprattutto si è evoluto, in particolar modo sul territorio iracheno, in una rete clandestina globale: la disciplina, le finanze e la sicurezza sono intatte, l’ufficio di coordinamento per la logistica e l’immigrazione funzionano, continua lo sfruttamento delle risorse petrolifere, i superstiti seguono le indicazioni del portavoce Abu al-Hassan al-Muhajir e Abu Bakr al-Baghdadi rimane alla guida. Il comando e il controllo sono stati danneggiati, molti pianificatori e leader sono rimasti uccisi, il flusso dei foreign fighters si è arrestato, ma il Generale dell’Esercito statunitense Paul Funk ritiene che le condizioni per il ritorno del gruppo persistano, anzi siano acuite: la riduzione degli attacchi terroristici è temporanea, una pausa di riorganizzazione.
Non è da sottovalutare, inoltre, la questione irrisolta delle famiglie dei combattenti che sopravvivono in molti campi profughi in Siria e Iraq: una situazione molto favorevole per portare alla creazione in pochi anni di nuove cellule, una generazione alimentata dal risentimento per l’ostracismo e la marginalizzazione che stanno subendo. Sono migliaia di donne e bambini rifiutati dai loro stati nazionali, o apolidi, detestati dalle comunità che vogliono vendicarsi su di loro o, più semplicemente, non vogliono occuparsene, e di ambasciate che fanno resistenza alle loro richieste di rientro.
IS ha, sin dagli albori, specificamente orchestrato la propaganda per attirare i giovani, sfruttando la naturale ricerca di identità, la ricorrente ribellione nei confronti delle famiglie e la frustrazione tra le classi sociali più disagiate. Nonostante i report e le informazioni inviate a Baghdad sulle migliaia di famiglie in grave difficoltà, il governo centrale non ha risposto, lasciando la gestione alle autorità locali.

E’ necessaria una reale stabilizzazione politica di Siria e Iraq, e in particolare un accordo con le popolazioni sunnite

Il contrasto a IS è efficace attraverso un migliore coordinamento di intelligence tra i vari sistemi a livello nazionale ed internazionale, la stabilizzazione politica, il contrasto all’ideologia estremista e con un taglio netto al supporto finanziario e alla fornitura di armi.
E’ necessaria una reale stabilizzazione politica di Siria e Iraq, e in particolare un accordo con le popolazioni sunnite: il nuovo governo iracheno, dominato da Al Sadr anche se non ha ottenuto una piena vittoria in termini di seggi, se non farà passi avanti nel power sharing rispetto alla politica settaria del predecessore al Maliki si troverà con gli stessi problemi. Ristabilire l’effettiva sicurezza per tutte le popolazioni, al di là delle divisioni settarie, richiede un forte impegno in materia di sicurezza rispettando i raggruppamenti etnici.
La battaglia ideologica può essere vittoriosa solo se investe direttamente nelle giovani generazioni di estremisti, attraverso una strategia educativa di lungo termine che attacchi alle radici l’ideologia radicale, con programmi di recupero e reinserimento nelle comunità: debellare ideologie tossiche per la società può richiedere molto tempo, come ha provato il caso tedesco dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma è l’unica strategia durevole. Quella contro IS è, essenzialmente, una battle for minds, non uno scontro di civiltà o una contesa territoriale.


Fondamentalismo e integrazione

Roma, venerdì 18 gennaio ore 15.00 nella Sala del Mappamondo
Camera dei Deputati
Palazzo Montecitorio
 

Farhad Bitani oggi vive in Italia. Co-fondatore del Global Afghan Forum, un’organizzazione internazionale che si occupa dell’educazione dei giovani afghani, è impegnato nella promozione del dialogo interculturale. Ma nella sua terra d’origine, alcuni anni fa, la pensava diversamente. A Roma racconta la sua storia, diventata un libro, un film, un’opera teatrale.

L’incontro permetterà di affrontare l’attualità dell’Afghanistan, e temi come il radicalismo e il rapporto fra le diverse culture. Ma ci sarà spazio anche per l’arte.

PROGRAMMA

Saluti istituzionali

On. Gianluca Vacca, Sottosegretario di Stato al Mibac

Relatori

Claudio Bertolotti, Analista ISPI, Direttore Start Insight, PH.D, Analista strategico

Waheed Omar, Ambasciatore dell’Afghanistan in Italia

Farhad Bitani, Protagonista del libro e scrittore

Alex Ruzzi, Autore, regista cinematografico e teatrale

Modera

On. Valentina Corneli, Deputata Commissione Affari Costituzionali Movimento 5 Stelle